Il linguaggio del tempo
DI MICHELE SERRA
Può essere che "ondate di calore" non sia la definizione
corretta per l'afa quasi permanente di questa estate. Se la
cosiddetta ondata non è l'eccezione, ma la regola, allora
bisognerà parlare piuttosto di "ondate di fresco" quando si
rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.
È un po' tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte
all'esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui
cambia il clima. "Maltempo" per dire che piove e "bel tempo"
per dire che il sole splende implacabile non sono più termini
accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni
come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi
in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e
minaccia la malora e la fame.
Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo
quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche
dell'organizzazione – ormai decrepita – della società
industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima,
dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre
comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene
conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul
meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c'è la
prima comunione di mia nipote) assumono una valenza
fantozziana, dunque patetica e comica.
Se c'è una cosa buona e positiva, nell'angoscioso trascorrere di
questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non
siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è
più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni
materiali.
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