Un riflettore su Cuba
DI MICHELE SERRA
Sarebbe bello se i problemi di salute di Alessandro Di Battista avessero
come corollario almeno un riflettore in più acceso su Cuba e i cubani,
visto che è laggiù che si è sentito male e sicuramente non era lì per fare
turismo; ma perché si parlasse un poco di più della situazione di quel
paese.
Circolano impressionanti appelli di cubane e cubani, in rete, di difficile
verifica ma di fortissimo impatto, e purtroppo molto verosimili, sul lento
strangolamento di quella gente per via dell'embargo americano. Vecchi
che muoiono per mancanza di farmaci salvavita, bambini senza
alimentazione decente, impossibilità di conservare cibi e farmaci e più in
generale l'orribile realtà di un assedio per fame che usa la salute e la vita
delle persone per annientare un regime sgradito. La fame come arma
politica: già visto a Gaza, sarebbe triste se il bis venisse a galla, di fronte
all'opinione pubblica mondiale, solamente a tragedia avvenuta.
A differenza del regime iraniano, fortemente rafforzato dalla guerra
sciocca e dissennata di Trump, quello cubano non ha alcun rilievo
strategico di primo piano. Langue e vive di ricordi, non aggredisce
nessuno, non trama contro nessuno: l'odio americano per il castrismo è
squisitamente ideologico, è l'elefante che non sopporta di ritrovarsi sotto
la pancia un topolino riottoso, che in tanti anni non è mai riuscito a
schiacciare. Ora ci prova nel più ripugnante dei modi, stringendo la
morsa dell'embargo e colpendo un popolo per vederlo inginocchiato.
Anche per gli anticastristi è molto difficile, anzi ormai impossibile,
stabilire quale sia il primato morale degli Stati Uniti rispetto a Cuba.
Specie ora che il metodo adottato per piegarla è l'accanimento
quotidiano contro vecchi, bambini e ammalati.
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