venerdì 9 gennaio 2026

Constatazione

 



Tranquilli!

 


Natangelo

 



 

L’Eroe è il terrorista uscito vincitore


 Nel perpetuo bagno di sangue su cui galleggia la nostra storia, la regola dice che se pratichi il terrorismo per qualsiasi buona o cattiva ragione, resti un terrorista se perdi, ma diventi un eroe-patriota quando vinci.

È capitato agli afghani, ai ceceni, ai sauditi di Osama bin Laden. Ai nemici di Assad in Siria. Agli alleati di Gheddafi in Libia. Agli israeliani e ai palestinesi nel fuoco perpetuo del Medio Oriente. Agli ucraini e ai russi negli anni di sangue del Donbass.

La Storia volta le spalle a chi perde, si inchina a chi vince. L’accusa di terrorismo – che volta gli ideali in ideologia – appare e scompare come fa la luna, secondo le sue fasi. Il cielo è appena diventato nero per lo spavaldo presidente venezuelano Nicolas Maduro finito in ceppi davanti al mondo, accusato di narco-terrorismo. Lo ha stabilito l’America di Trump che ha mandato i rapitori, spacciati per rapitori a fin di bene. Proprio come accadde vent’anni fa al titolare della sovranità irachena, Saddam Hussein, estratto per i capelli da una “buca di ragno”, scavata vicino a Tikrit, sua città natale, dove era andato a nascondersi come l’ultimo dei terroristi fuggiaschi. Anche quella volta per ordine di Washington, che esportava la democrazia, recapitandola non con il terrorismo – diranno le cronache dei buoni – ma con i bombardieri B-2 Spirit e un milione di morti.

Le fanfare degli storici suonano per i vincitori dai tempi degli spagnoli che rasero al suolo Tenochtitlán e l’intera civiltà azteca. Fino agli americani che a suggello della Seconda guerra mondiale già vinta, incendiano Dresda per generare terrore e distruzione tra la popolazione tedesca, e dissolvono Hiroshima con una sola bomba all’uranio, nominata dai generali Little Boy, “il Bimbo”. Era forse un atto di terrorismo sterminare 140 mila uomini e donne in un istante replicato a Nagasaki? Ma no: è stato terrorismo l’attacco dei kamikaze giapponesi costato 2.403 militari americani uccisi a Pearl Harbour tre anni prima. La bomba nucleare, come appena ieri i 70 mila palestinesi sterminati a Gaza da Israele dopo l’assalto terroristico di Hamas del 7 ottobre, era solo la giusta, legittima vendetta.

Istruttiva proprio la parabola di Israele, nazione nascente, che si fa spazio con bombe e raffiche di mitra contro le truppe britanniche di occupazione, culminate nella strage dinamitarda al King David Hotel, anno 1946. E con la macellazione di 250 civili palestinesi, anno 1948, nel villaggio di Deir Yassin, da parte di 120 guerriglieri ebrei sionisti dell’Irgun, che piombano nella notte e uccidono chi trovano, per poi lasciare per strada i cadaveri smembrati, monito terrorizzante per tutti i villaggi dell’area. Assalto guidato da Menachem Begin, definito pubblicamente da Albert Einstein e Hannah Arendt un “nazista, fascista, terrorista”, ma che trent’anni dopo sarebbe diventato primo ministro di Israele e poi addirittura premio Nobel per la Pace, anno 1978, insieme con il presidente egiziano Sadat, dopo la firma degli accordi di Camp David. Identica sorte per Yasser Arafat, leader palestinese, che per un quarto di secolo guida la guerriglia, i dirottamenti aerei, gli attentati internazionali, viene definito “una bestia feroce, un sanguinario”. Ma che nel 1994 riceve anche lui il Nobel per la Pace, insieme con gli israeliani Simon Peres e Yitzhak Rabin per gli Accordi di Oslo che ratificano una tregua destinata a infrangersi altre cento volte.

Guerra per i territori, guerra per l’indipendenza, guerra religiosa. Tutti gli scenari prevedono le raffiche asimmetriche del terrorismo, destinate, se vittoriose, a diventare fiori e monumenti. Capitò a Nelson Mandela, fondatore dell’Anc, l’African National Congress, essere considerato non solo nel Sudafrica dell’apartheid, che lo segregò per 27 anni in carcere, ma anche nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher e fino al 2008 negli Usa, un terrorista “most wanted”. Capitò a Michael Collins, fondatore dell’Ira, l’esercito indipendentista irlandese, diavolo nero dell’esercito britannico, che organizzò le tecniche di lotta armata attraverso piccole colonne di guerriglieri, l’uso capillare dell’intelligence per infiltrare l’amministrazione militare inglese e colpire, con eliminazioni mirate, gli agenti nemici. Oggi Collins è considerato il principale stratega dell’indipendenza irlandese. Tanto quanto in Algeria, i militanti dell’Fln, che conquistarono l’indipendenza da Parigi a suon di bombe, attentati, guerriglia.

L’intero sussidiario del nostro Risorgimento annovera banditi ricercati da tutte le polizie europee che oggi abbiamo immortalato in monumenti solenni. Da Garibaldi, che fu “pirata, guerrigliero, fuorilegge”, condannato a morte dal Regno di Sardegna. A Carlo Pisacane che credeva alla funzione pedagogica della violenza, e morì linciato dai contadini che voleva liberare. Fino a Felice Orsini, che prima di diventare un nostro celebrato patriota, lanciò la bomba contro la carrozza di Napoleone III a Parigi, anno 1858, uccise 8 innocenti, ma non l’imperatore, e finì ghigliottinato da demone terrorista. Per non dire di Giuseppe Mazzini che oggi è via, viale, piazza dell’Italia intera, per quarant’anni fuggitivo in mezza Europa, definito da Cavour “il capo di un’orda di fanatici assassini”. Condannato a morte almeno quattro volte. Un diavolo, che il Conte Metternich aveva in cima alla sua lista di ricercati e scrisse: “Ebbi a lottare contro il più grande dei soldati, Napoleone (…) ma nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome Giuseppe Mazzini”.

I partigiani che poi scrissero la nostra Costituzione, per i fascisti di Salò erano “banditi e terroristi” da torturare e impiccare ai lampioni. Compreso per quel camerata razzista che fu Giorgio Almirante, scampato alla guerra, fondatore del Movimento sociale, con nidiata di militanti neri che oggi hanno conquistato il governo dell’Italia repubblicana, incluso il suo pupillo, Ignazio La Russa, salito al soglio di presidente del Senato, dunque garante di quella Costituzione che i fascisti di Salò avrebbero bruciato.

La Storia se ne frega degli innocenti e dei colpevoli. Dei buoni e dei cattivi. La Storia è l’archivio dei vincitori. Dentro le sue righe, la morale dilegua come la pioggia nei prati. Le vittime (a milioni) seguono la stessa sorte, salvo rifiorire, passato l’inferno, nella memoria. Per poi riprendere il cammino, imbracciando le ragioni dei deboli nella eterna lotta contro il torto dei forti.

Riepilogando

 

Morituri te salutant

Le parole e le azioni di Trump non hanno neppure bisogno di un traduttore simultaneo. Le ripete uguali fin dal primo mandato. Tutto quello che gli serve è suo, le regole non esistono, contano solo gli affari per cercare di salvare l’ex impero Usa in rotta: dazi, energia, minerali, IA. Il mondo bipolare crollò col muro di Berlino, quello unipolare a trazione Usa è sepolto, ora le potenze Usa, Cina e Russia si tengono le proprie aree di influenza senza pestarsi i piedi, anche se per definirle i piedi se li pestano eccome. Ma l’America Latina come “cortile di casa” non l’ha inventata lui: accomuna tutti i presidenti dalla notte dei tempi. Trump per ora non fa guerre, perché disturbano gli affari, costano vite e quindi voti, e gli Usa le perdono sempre da 79 anni. Trump fa blitz e raid mordi e fuggi per prendersi subito quel che gli serve, senza preoccuparsi del dopo: Somalia, Iraq, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Venezuela, domani chissà. L’uomo, anzi il bandito, è imprevedibile, ma il trend è prevedibilissimo: il cortile di casa, che lui estende all’Atlantico, all’Artico, all’Europa centro-occidentale e a un pezzo di Medio Oriente, è roba sua. Non perde neppure il tempo a indorare la pillola – come i predecessori, guerrafondai e pure ipocriti – con la difesa e l’esportazione della democrazia, il diritto internazionale e altre fiabe per sepolcri imbiancati. Infatti a Caracas lascia il regime madurista senza Maduro (altro che regime change): purché faccia quel che dice lui. È tutto orrendo, ma non nuovo. Gli Usa sono il più longevo Stato canaglia dei tempi moderni: da Hiroshima e Nagasaki in poi, hanno il record mondiale dei morti ammazzati e delle violazioni del diritto internazionale.

In questo quadro fanno quasi pena i nanerottoli europei: chi pigola ruggiti pensando di spaventarlo e chi si mette a vento pensando che esista ancora un Occidente di alleati e non di sudditi. Mentre il mondo va da tutt’altra parte, questi ominicchi travestiti da “volenterosi” cianciano di truppe a Kiev e di articolo 5 Nato per difendere l’Ucraina (che non ne fa parte) ed eventualmente la Groenlandia (ma per dichiarare guerra agli Usa serve il voto degli Usa). Credono ancora che gli Usa abbiano finanziato per 80 anni la difesa europea per difendere noi, anziché i loro interessi. Temono che Trump se ne freghi dell’Europa, che invece gli serve più che mai, ma la dà per scontata (infatti non ritira un marine né un missile dalle basi). Per non contrariarlo, si guardano bene dal promuovere una difesa comune spendendo meno e in loco. Si arrendono su su tutto ciò che non ci conviene: gas, dazi, armi, tasse alle Big Tech, chiusura a Cina, Russia e Brics. E lo sabotano sull’unica cosa che ci conviene: il negoziato sull’Ucraina. Dio acceca chi vuole perdere.


L'Amaca

 Povero Cristo in uniforme

di Michele Serra

Putin non è il primo - c’è da temere neanche l’ultimo - dei capi di Stato che invocano la religione come mandante della guerra, o come suo benevolo sponsor. Lo ha fatto in occasione del Natale ortodosso, accostando il ruolo di Cristo Salvatore a quello dei soldati russi: anche loro sono salvatori, ha detto, perché difendono la Russia per ordine del Signore.

Che la salvezza promessa dal messaggio cristiano abbia per oggetto l’umanità intera, certo non questa o quella nazione, è cosa che basterebbe da sola a rendere ovvia la natura blasfema di tutti i Gott mit uns di questo mondo: uno sporco trucco, o una patologica torsione ideologica, che cancella in partenza l’universalismo religioso e quello evangelico in particolare, e arruola Dio nel piccolo cortile delle Nazioni: una unità di misura che, in rapporto allo spirito con il quale ogni essere umano guarda alle stelle e riflette sulla sua vita e sulla sua morte, vale quanto una caccola.

Ma c’è qualcosa di ancora peggiore di un capo politico che mette Dio sulla punta dei cannoni. Sono i preti che assistono (accanto a Putin ce n’era un manipolo) e benedicono quell’orrore. E non fanno una piega, per pusillanimità o perché anche loro coinvolti nell’odio per il nemico e nella smania di sopraffazione nazionalista. E non battono ciglio quando vedono che la fede della quale dovrebbero essere testimoni e protettori viene usata come pretesto bellico. Preti traditori del Dio che dicono di servire, e lo svendono alla politica e alla guerra.

giovedì 8 gennaio 2026

Pure il legno

 

Si sarà emozionato persino il legno che li ha accolti, sensibile come tutta la natura di fronte a una morte così immatura; legno abituato a inglobare i corpi di persone che hanno compiuto il proprio ciclo vitale, secondo il senso comune.
Morire a sedici anni non è normale, come non lo è smettere di respirare a cinque, a sei, magari per un brutto male di merda.

Entrano in campo molte, troppe difficoltà nel seppellire quaranta giovani e meno giovani, ritrovati in un sepolcro imbiancato e gestito, probabilmente, da orchi senza scrupoli. Il dolore intravisto ieri sui volti di genitori e parenti è inimmaginabile, incomprensibile per la comunità, così come la desolazione, il deserto dell’assenza, il silenzio eterno, la cessazione di ogni comunicabilità tra padre, madre e figlio.

Solo chi lo ha provato ed è sopravvissuto può tentare di spiegarcelo, credo inutilmente.

Resta quell’amaro in bocca, pensando a quanto siamo fragili, in mano a nessuno, prede di bastardi senza onore che crogiolano le proprie pochezze nel male eterno: il lucro, la smania di accatastare ricchezze spudoratamente e senza alcuna ragione filosofica sensata.

Chi parla di scavezzacolli, di adolescenti sconsiderati, non sa di cosa parla. Chi latra alla luna evocando tempi andati in cui vigevano regole invalicabili, neppure.

Il mondo adolescenziale è un universo a sé stante, che non mi permetto né di giudicare né di comprendere. Il vulcano che è in loro — e che è stato in me — è un cavallo imbizzarrito che necessita di grande autonomia e di una gestione sapiente da parte di chi è genitore. Punto.

Ciò che invece dovremmo combattere è l’intero circo delle sirene: malfattori travestiti da zombie, capaci di calamitare coscienze sane. Dovremmo combattere anche le malvagie sviste di chi dovrebbe controllare e, lautamente retribuito, non lo fa.

Ma esistono altri campi in cui il far west resta saldamente in piedi: quello dell’alimentazione, irrorato di prodotti abbacinanti ma cancerogeni; quello della moda, dove i sacrifici di molti, pur di tenere il passo per i propri figli, generano scompensi e problematiche malsane; quello professionale, con cialtroni ultrasessantenni che occupano posti di lavoro deprimendo ulteriormente le giovani anime; e infine i contratti capestro sgorgati durante l’Era del Ballismo, il diniego delle spelonche affaristiche nell’agevolare l’accesso alla casa, leggi e decreti che sono, in gran parte, zavorre per i ragazzi nati nel nuovo millennio.

Le quaranta morti, punta di un iceberg, hanno squarciato il monotono menefreghismo degli appagati.
La speranza risiede nel non dimenticare il loro sacrificio.


Bignamicamente

 


Solo nella mente dei piccoli

 



Natangelo

 



Lucida analisi

 

E Trump diventò il pirata dei Caraibi

La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.

A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.

Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.

L’Unione europea è cieca a simili collassi, dunque irrilevante. Come se ci fosse ancora qualcosa da salvare, nelle relazioni transatlantiche e in particolare nel dispositivo Nato. Come se le guerre Usa fossero problematiche solo a partire da Trump. Non è più l’America che amavamo, si lamentano intellettuali e giornalisti mainstream, come se l’assalto al palazzo presidenziale di Caracas non fosse stato preceduto da guerre di regime change scatenate in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria nel dopo-Guerra fredda: tutte foriere di caos e morte. Come se Trump il “pacificatore” non avesse già ordito aggressioni militari su sette fronti – Somalia, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Iraq, oggi Venezuela – a dispetto degli sforzi fatti per un accordo di pace con Mosca e per scaricare sull’Europa la disfatta atlantica in Ucraina, dopo un’invasione russa che tutto l’Occidente ha provocato con gli allargamenti a Est della Nato.

Trump non pare propenso a fermarsi qui. L’ondata dei neo-conservatori lo trascina, la politica in America Latina è affidata per intero a un figlio di rifugiati cubani piuttosto sinistro, il ministro degli Esteri Marco Rubio, che da una vita cova rivincite e sogna una seconda invasione della Baia dei Porci, non più fallimentare come quella di Kennedy. Rubio incita Trump a punire Cuba, Colombia, Messico. John Bolton, neo-conservatore influente ai tempi di Bush jr e nel primo mandato Trump, smette le critiche al presidente ed elogia il sequestro terroristico di Maduro.

Comincia a Caracas l’offensiva contro i Brics, l’associazione che riunisce Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa: i non allineati. Il Venezuela ha chiesto di farne parte. Obiettivo della Casa Bianca: prendere il controllo dei minerali preziosi e del petrolio venezuelano (la più grande riserva nel mondo) e venderlo con la moneta egemonica nel commercio energetico – il dollaro – che Trump vede minacciata dai propositi e dalle pratiche dei Brics.

La novità è che diversamente dai suoi predecessori, Trump non dissimula le mire coloniali, non le presenta come Esportazione della Democrazia o difesa dell’“ordine internazionale basato sulle regole”. È del tutto indifferente alle regole, promuove più selettivamente le Rivoluzioni Colorate alimentate ieri da Usa e Ue. Non gli importa chi governa il Venezuela: il regime madurista gli va bene se si allinea e permette a Washington di riprendersi il “petrolio rubato alle compagnie Usa” a seguito delle prime nazionalizzazioni degli anni 70 e poi di quelle di Chávez che hanno aiutato il Venezuela a uscire dalla povertà e dalla dipendenza.

Quando Washington adopera gli argomenti del regime change e definisce Maduro un presidente illegittimo, è perché solo così può processarlo a New York e negargli l’immunità cui ha diritto. Lo stesso avvenne con l’invasione di Panama e l’incriminazione di Manuel Noriega, prima asservito alla Cia e poi condannato per narcotraffico negli Stati Uniti. Anche Chávez temeva la cattura.

In realtà neanche il traffico di droga è in cima ai pensieri di Trump: altrimenti non avrebbe graziato – il 28 novembre mentre tramava il sequestro di Maduro – l’ex presidente dell’Honduras Hernández, condannato per commercio di stupefacenti a 45 anni di carcere da una Corte Usa. Il presidente non ignora che il Venezuela ha un ruolo secondario nel narcotraffico, come spiegato su questo giornale da Pino Arlacchi. Nell’incriminazione di Maduro non figura l’accusa d’aver diretto il Cartel de los Soles, l’inesistente entità denunciata dalla Cia e anche dal Parlamento europeo.

La favola del regime change è una tenda dietro la quale stanno in agguato gli appetiti reali dell’amministrazione Usa: la predazione e il saccheggio coloniale delle risorse venezuelane, il dominio sull’intero emisfero occidentale, Groenlandia compresa, e l’estromissione della Cina e della Russia da nazioni che Trump e neocon ritengono loro proprietà, dal Sud America fino alle porte dell’Artico. Il motto rapace di Trump è: “Ci serve”. Anni di sanzioni preparano in Sud America il colpo finale e imprimono un marchio sui puniti: è una politica che accomuna Stati Uniti e Ue, e si applica a Stati e singole personalità dissidenti (Francesca Albanese, l’ex colonnello svizzero Jacques Baud).

Se le cose stanno così, si capisce la riluttanza del Cremlino a scendere a patti sull’Ucraina, in assenza di trattati vincolanti che escludano irrevocabilmente ogni minaccia al proprio territorio, e con Parigi e Londra decise a schierare soldati dopo la tregua. Le mosse Usa in America Latina sono un segnale inviato a Pechino e anche a Mosca, specie per quanto riguarda la Groenlandia (“ci serve!”). La Strategia di Sicurezza Nazionale del 4 dicembre parla chiaro: non saranno tollerate nel continente panamericano, Groenlandia compresa, presenze che scalfiscano il dominio statunitense. Viene rievocata proditoriamente la Dottrina Monroe. Allora il colonialismo rivale in Sud America era europeo, ma Monroe prometteva in cambio la non ingerenza in Europa.

Quel che impressiona, in Europa, è il tetro perdurare di una fede atlantista che muore a Washington, e che impedisce la costruzione paziente di un sistema di sicurezza europeo non contro, ma assieme alla Russia. Intanto Trump s’allontana da Kiev e Medio Oriente, perché gli Usa in quegli scacchieri sono perdenti. Hanno l’avamposto israeliano in Medio Oriente, dunque accettano la continuazione del genocidio a Gaza e non escludono altri attacchi all’Iran scosso dai tumulti. Ma prima o poi Teheran si doterà dell’atomica: nel caos mondiale è l’unica via per divenire inattaccabili.

Invece di far rinascere le proprie grandi tradizioni diplomatiche, i Volonterosi europei proclamano, compiaciuti: la Groenlandia è nella Nato, l’articolo 5 la difenderà. Ma l’articolo scatta solo se c’è l’unanimità, dunque son balle: cos’è la Nato, senza e anzi contro gli Stati Uniti? E chi ha detto che la Groenlandia, colonizzata nel ’700 dalla Danimarca e uscita dall’Ue nell’85, invocherà i soldati degli ex colonizzatori?


Vista Referendum

 

La Verità gli fa male 

di Marco Travaglio 

“Vorreste giudici che dipendono dalla politica?”. Questo cartellone del Comitato del No alla stazione di Milano ha mandato ai matti i trombettieri del Sì. Il molto “liberale” avvocato Renato Della Valle chiede l’intervento della forza pubblica perché il manifesto è “un reato: diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Chi lo legge passa subito alla lotta armata. Se le bugie nelle campagne referendarie fossero reato, Renzi, Boschi &C. che nel 2016 garantivano cure migliori contro cancro, diabete ed epatite C sarebbero all’ergastolo. Ma il cartello dice la verità e la verità fa male. Di Pietro, curiosamente convertito al Sì, strilla: “Truccano le carte”. Ma han solo copiato quello che ha sempre detto lui: “La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire il pm sotto controllo dell’esecutivo” (4.2.2000). Per vietare i passaggi da pm a giudice e viceversa (ormai ridotti a uno solo fra mille ostacoli, tant’è che riguardano lo 0,3-0,4% l’anno), bastava una legge ordinaria. Idem per infilare un elemento di casualità anti-correnti nelle elezioni del Csm: copiando la legge Bonafede del 2019 sul sorteggio indiretto (una lista di candidati estratti a caso fra i quali poi far votare tutti i magistrati, per non cambiare la Costituzione che parla di “eletti”).

Invece i ricostituenti cambiano 7 articoli della Costituzione per separare i pm dai giudici, trasformarli in superpoliziotti che accusano anziché cercare la verità e poi metterli agli ordini del governo o della maggioranza (che è la stessa cosa). E per farlo non servirà ricambiare la Costituzione, ma basterà una legge ordinaria, pescata a caso fra le proposte giacenti in Parlamento: per vietare al pm di acquisire le notizie di reato di sua iniziativa; per levargli la direzione della polizia giudiziaria (gerarchicamente sottoposta al governo); e soprattutto per far dettare ogni anno dal Parlamento alle Procure l’agenda dei reati da perseguire e da ignorare (indovinate quali). Quest’ultima è una pistola già carica in mano al governo: è nella legge delega Cartabia-Draghi sui “criteri generali indicati con legge dal Parlamento” ai pm, che dal 2022 attende il decreto attuativo. Nordio l’ha tenuta nel cassetto per non gettare la maschera anzitempo e fregarci meglio al referendum. Poi, passata la festa e gabbato lo santo, farà fuoco. Infatti già parla come fosse cosa fatta: “Prodi cadde perché il ministro Mastella fu indagato… Mi stupisce che una persona intelligente come Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro quando andassero al governo”. Quindi lorsignori, per non sentirsi dire che i pm finiranno sotto il governo, hanno due strade: o tappano la bocca a Nordio, o gli levano lo spritz.

L'Amaca

 

La politica cafona 

di Michele Serra 

Io credo che se il sindaco di Trieste capisse quanto è cafone dare pubblicamente della befana a Schlein (così come a qualunque altra donna), non lo avrebbe fatto. Il problema è che non lo capisce, e anzi probabilmente è convinto di essere stato spiritoso; e si sarà chiesto come mai tanto baccano per quella che a lui deve sembrare solo un’allegra battuta; sarà mica per via del fatto che “non si può più dire niente”, come sostengono i maleducati di ogni calibro (e con più trasporto i maleducati di destra), così abituati a prevaricare e insultare da non capacitarsi che qualcuno possa offendersi?

Il crollo di credibilità della politica dipende anche dal crollo della sua esemplarità. Il linguaggio facilone e arrogante non solo non “avvicina al popolo”, come credono i demagoghi, ma disgusta quella parte di popolo, non piccola, che vorrebbe una classe dirigente rispettabile, e autorevole proprio perché rispettabile.

Che il capo del mondo in questo momento sia un Supercafone è una circostanza che ha sicuramente ringalluzzito i cafoncelli locali. Ma non si rendono conto (proprio come il Supercafone) che alla fine del loro transito, della politica e dello spirito di comunità che la alimenta e la rende viva, rimarranno solo i cocci. E in mezzo ai cocci, pochi agonizzanti che si azzuffano.

A Trieste alle ultime elezioni comunali, nel 2021, ha votato il 41 per cento degli aventi diritto. Alle prossime, potete scommetterci, anche di meno. Non ho molta indulgenza per chi rimane a casa (e perde dunque ogni diritto di lamentarsi), ma è ovvio che figure come questo sindaco non siano un incentivo al voto. Vuoi vedere che, destra o sinistra che sia, la prima o il primo leader gentile, colto e rispettoso che compare sulla scena, conquista il Paese?

Nel dolore

 

Quel lutto senza parola

DI MATTEO BUSSOLA

Come si sa, nella lingua italiana, non esiste una parola per definire un genitore che ha perso un figlio. Esistono “vedovo” o “vedova” per un lutto coniugale, esiste “orfano” per un figlio che perde un genitore, mentre per il contrario, no. Lì, una parola non c’è. Forse non c’è per pudore, forse non c’è mai stata perché si tratta di un dolore innaturale. Una sofferenza così lancinante, insostenibile, che perfino le parole, davanti a quella, si fermano un attimo prima.

Davanti alla tragedia di Crans-Montana, che ha visto 40 ragazze e ragazzi perdere la vita, più vari feriti o ustionati gravi, c’è chi invece, un attimo prima, non si è fermato. Le abbiamo viste tutti, nei giorni passati, le parole scorrere a caldo sui social: chi non è riuscito a tenere per sé opinioni inutili, analisi evitabili, chi si è improvvisato esperto di schiume poliuretaniche, chi ha scritto senza mezzi termini che i ragazzi che filmavano l’incendio erano degli stupidi, chi si è avventurato perfino in ignobili speculazioni sul comportamento dei genitori delle vittime, proprio mentre stavano attraversando il dramma più grande per un essere umano.

Non si è trattato tanto di cattiveria, quanto di negazione. Perché chi, davanti alla morte di un ragazzo, si spinge a fare paragoni con i propri figli (“A sedici anni mia figlia era a casa con me, non in giro per locali nella notte!”, mi è capitato di leggere da più parti), non lo fa per sentirsi più giusto, più savio o inappuntabile. Lo fa soprattutto per tenere lontana la paura. Quante volte, in passato, abbiamo infatti assistito allo stesso meccanismo pavloviano, e davanti all’ordinarietà del terrore è stato posto, come primo filtro, la faciloneria di giudizio.

La tragedia alla “Lanterna Azzurra” di Corinaldo ha seguito anni fa lo stesso copione. I ragazzi morti perché “ascoltavano musica di merda”. Per non dire di quei casi in cui, ad alcuni genitori, è capitato di scordare il figlioletto sul seggiolino dell’auto, a volte purtroppo con esiti drammatici. Anche in quel caso, la virulenza delle superficiali conclusioni aveva un leggibilissimo sottotesto: io non sono così. A me non succederebbe mai.

Stavolta, invece, in mezzo ai belati da social, a un certo punto è accaduto qualcosa. La prima crepa è stata aperta dalle lacrime del giornalista in collegamento durante il Tg de La 7. E si è allargata quando di questi ragazzi e ragazze abbiamo cominciato a conoscere meglio le storie, i comportamenti, i caratteri. I sogni.

Quando abbiamo scoperto che c’è chi si era salvato, ma poi è tornato dentro per provare a tirare fuori una ragazza. Trovando la morte mentre cercava di salvare l’amore. O chi si è ustionato tentando fino all’ultimo di spegnere le fiamme con un maglione, in assenza di altro. O quando gli esperti ci hanno spiegato che filmare con il cellulare, perfino durante un incendio, non significa che questi ragazzi fossero degli sciocchi sprovveduti, o dei cinici privi di senso della realtà, ma vuol dire solo che sono adolescenti, non abituati a gestire il panico.

E che, a volte, inquadrare una minaccia attraverso uno schermo è un modo per depotenziarla, per tenerla a bada. E che, magari, certo, non hanno avuto una percezione concreta del pericolo. Ma, forse, non l’hanno avuta perché erano in un locale considerato sicuro. Perché nei locali ci sono gli estintori. Perché gli spazi aperti al pubblico hanno dei sistemi antincendio, del personale adulto per facilitare l’evacuazione in caso di necessità, sono costruiti con materiali ignifughi e hanno uscite di sicurezza segnalate e disponibili.

E invece, a Crans-Montana, l’agghiacciante verità è emersa presto incontrovertibile: non c’era niente di tutto questo.

Ecco, forse è stato allora che quello sgomento, quel dolore, hanno drasticamente mutato temperatura emotiva. Quei ragazzi e quelle ragazze sono morti soprattutto perché chi doveva prevedere un ambiente sicuro non ha adempiuto al suo compito. E non è mai stato giusto chiedere a loro di essere più attenti, o più affidabili, quando le mancanze erano altrove.

È stato lì che siamo stati tutti messi di fronte a un’amara consapevolezza, che ogni genitore si ostina a celare: che, nonostante i nostri sforzi affettivi o educativi, non possiamo tenerli al riparo da niente. Perché se si muore a sedici, a diciassette anni, perfino nella (presunta) iper-sicurissima Svizzera, durante la notte di Capodanno, in un locale alla moda, allora significa che non esiste rifugio, che siamo tutti esposti, tutti a rischio. Sempre.

Quel dolore è diventato il nostro quando abbiamo smesso di parlare di colpe, e abbiamo iniziato a ragionare di responsabilità. Quando abbiamo smesso di trinciare giudizi, e abbiamo optato per un rispettoso silenzio. Scoprendoci finalmente una comunità in cui nessuno voleva sentirsi migliore. Quando ci siamo resi conto che il ritorno a casa di un figlio, o di una figlia, per quanto sia agghiacciante pensarlo, può essere spesso questione solo di fortuna, certo non di merito.

Nella lingua italiana non esiste una parola per definire un genitore che ha perso un figlio. Ne esistono però molte altre che, davanti a una tragedia del genere, si sarebbero potute evitare. In eventuali futuri, che ci auguriamo di non essere costretti a ripetere, speriamo di ricordarcele tutte.

mercoledì 7 gennaio 2026

Vergogna!

 

Come ogni anno riescono dai tombini e salutano nel loro squallido modo di merda, tra l’impunità e la collusione del potere nero perdisempre. E i patrioti poliziotti che fermano ed identificano chi urla “W l’Italia Antifascista” e la Digos che identificò la panettiera che espose il bellissimo cartello “l’Antifascismo è buono come il pane” certificano, ove vi siano ancora dubbi, che questo, incontrovertibilmente, è diventato un paese di merda!



Fatalità

 



L’Amaca

 L'impunità di gregge 

di Michele Serra 

Si immagina l’esitazione di Brigitte Macron prima di portare in tribunale i gaglioffi che hanno alimentato sui social la diceria, puramente inventata, sul suo essere un maschio che ha cambiato genere. Il dubbio è sempre che la querela dia una visibilità immeritata a chi diffonde il falso, e che sia meglio lasciar correre, come acqua di fogna, quel genere di frottole infette.

Brigitte Macron ha seguito la via opposta e ha preteso giustizia, ottenendola. Un buon esempio per chi dispera che nella comunicazione social sia possibile ristabilire un’etica anche minima, fondata per prima cosa su un altrettanto minimo dovere di verosimiglianza. Questo dovere civico — la verosimiglianza di quello che si dice pubblicamente — è poco rispettato non solo sui social: la lingua biforcuta di molti politici e la sciatteria di molti media sono una lesione della realtà altrettanto grave. Ma la capillarità dei social, la loro gratuità, l’idea (insensata) che in quella sterminata folla l’anonimato sia una condizione “normale”, e se non si è anonimi ci si sente comunque protetti da una sorta di impunità di gregge confusa con la libertà di parola, beh sono tutte novità di questa epoca con le quali stiamo finalmente cominciando, seppure con notevole ritardo, a fare i conti.

No, non si può dire ciò che vogliamo su chiunque, se le nostre parole alterano o sfigurano le vite degli altri. Il giudizio, anche il più duro e negativo, è un segno di libertà, il pregiudizio è un segno di oppressione. Chi non ama o non apprezza Brigitte Macron ha il pieno diritto di dirlo; non ha il diritto di farlo con la frode. Il complottismo non è solo e non è tanto un metodo paranoico di guardare il mondo. È un furto di verità, una compromissione grave del dibattito pubblico. Non va dimenticato che colpisce e danneggia non solo i suoi bersagli, ma anche i suoi fruitori, quasi sempre tra i meno istruiti, i meno informati, i più suggestionabili.

Oh che Belpaese!

 



Natangelo

 



Okkio!

 

Attenti a Trump e al bene assoluto


di Massimo Fini 

Da mesi avvertivo, nel totale disinteresse, che la situazione venezuelana sarebbe precipitata con il coinvolgimento di altri Stati e di altre forze non direttamente collegate con Caracas.

Ma perché nessuno mi ascolta mai? Eppure nel mio lavoro di modesto Nostradamus ho sempre visto giusto. Per anni, in una serie infinita di articoli, avevo previsto che i talebani avrebbero ripreso Kabul e i talebani, sia pur mettendoci vent’anni, hanno ripreso Kabul. Nei primi anni Ottanta, in una lettera aperta a Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, avevo previsto che quel partito sarebbe stato spazzato via, non tanto per la linea politica, ma per la inesausta attività di corruzione dei suoi principali protagonisti, Martelli compreso, che uscì dai guai per la mazzetta del Conto Protezione restituendo circa 800 milioni di lire, una cifra che forse io ho guadagnato nella mia intera vita. Poi arrivò Mani Pulite e il Psi fu spazzato via dalla faccia della terra. Non è colpa dei magistrati di Mani Pulite se le loro indagini si concentrarono soprattutto su Milano e dintorni, il fatto è che altre Procure furono neghittose o non altrettanto solerti. Prendiamo Venezia. Il pm era Carlo Nordio, l’attuale cosiddetto ministro della Giustizia. Nel periodo del suo mandato furono registrati pochissimi casi di corruzione o di concussione. Possibile che a Venezia fossero tutti onesti? E questo è uno dei motivi, di pura invidia, per cui Nordio ce l’ha a morte coi magistrati, con controriforme e ispezioni per ogni dove, perché lui il pm non lo seppe o non lo volle fare bene come molti altri.

Ma ripartiamo dal Venezuela. La donna che ha sostituito Maduro, l’avvocato Delcy Rodríguez, non piace agli americani, che stando alle minacce di Trump, le vorrebbero far fare la fine di Maduro e anche peggio. Trump, bontà sua, ma nemmeno questo è certo, ha escluso che il nuovo presidente del Venezuela sia un americano. Ha anche affermato che il petrolio venezuelano gli serve per la ricostruzione dello stesso Venezuela. Cioè, prima si distrugge un Paese, poi ci si appropria dei vantaggi della ricostruzione con i soldi di quel Paese.

Intanto Trump procede imperterrito, minaccia di far fare alla Colombia la stessa fine del Venezuela, questo dopo aver già attaccato, con un pretesto risibile, la Nigeria. Poi c’è l’Iran e c’è, naturalmente, Cuba che non può essere attaccata direttamente, ma che Trump pensa di poter strangolare perché non le arriverà più il petrolio venezuelano.

I Paesi latino-americani, a cominciare dal Brasile di Lula, sono in allarme perché il progetto di Trump è molto più ampio ed è di estirpare il cosiddetto “socialismo bolivariano”. Infine c’è la Groenlandia, di cui Trump vuole impossessarsi o su cui vuole comunque mettere il cappello per motivi “di sicurezza nazionale”, la sua e degli Stati Uniti, naturalmente.

Trump sembra essere preso da quello che, in termini medici, si chiama “marasma senile”. Ricorda l’Hitler del film di Chaplin che gioca a palla con un mappamondo. Solo che il mappamondo di Hitler era limitato ai Paesi di cultura tedesca europei (Austria, Sudeti, Cechia), mentre il mappamondo di Trump contiene il mondo intero.

Mentre Russia, Cina, Spagna hanno condannato senza mezzi termini le operazioni americane in Venezuela e dintorni, Giorgia Meloni ha affermato che l’aggressione americana è “legittima”. Riusciamo sempre a essere, fra i servi, i più servi.

Non escluderei nemmeno che, in questo grande gioco di scacchi, rientri anche il linciaggio mediatico cui sono sottoposto io in questi giorni. L’accusa è che sarei un “nazista”. A parer mio i nazisti, oggi, sono altri. Particolarmente preoccupante è che a queste palabras, che coinvolgono anche Travaglio, dia spazio e voce un giornale come Open, fondato e diretto da un giornalista prestigioso come Enrico Mentana, di cultura ebraica. Ma su questo argomento tornerò nei prossimi giorni, se mi sarà dato.

Contro questa strapotenza yankee alcune cose si possono fare. Le indico non in ordine di importanza. 1)Il Comitato Internazionale Olimpico (Cio) dovrebbe interdire i Giochi olimpici agli Stati Uniti, come è stato fatto per la Russia di Putin. 2) La Corte Penale Internazionale per i “crimini di guerra” (Cpi) dovrebbe mettere sotto accusa Trump, come già ha fatto con Putin e Netanyahu. È vero che la Russia, l’Ucraina, lo stesso Israele non riconoscono questo Tribunale, per non dire degli americani (loro, si sa, crimini non ne commettono mai). Però un’incriminazione della Cpi impedirebbe a Trump di svolazzare impunemente tra Mar-a-Lago e l’Europa, come già è per Putin e Netanyahu. Questo almeno in teoria perché, per quanto riguarda l’Italia, Matteo Salvini ha dichiarato che accoglierebbe Netanyahu a braccia aperte. 3) Via le basi americane, alcune nucleari, sparse un po’ per tutta l’Europa, in particolare in Germania ma anche in Italia. Si potrebbe fare? Secondo me sì, con un’azione di forza, togliendo l’impunità di fatto di cui godono i militari americani che vivono in un regime di extraterritorialità. Sarebbe uno scontro di terra e quindi gli americani non potrebbero far uso della Bomba perché se la getterebbero sui piedi. Qualcuno ricorderà, forse, il pilota rambo yankee che, volendo fare il fenomeno, tagliò le funi della funivia del Cermis (20 morti). È ritornato in America e non risulta che sia stato condannato. Idem per le ragazze napoletane stuprate da militari americani di base nel capoluogo campano. 4) Fogli di via per le aziende americane basate in Italia con conseguente ritiro delle aziende italiane che operano negli Stati Uniti (Cottarelli ci dirà se è per l’Italia un’operazione in pura perdita ma anche no). 5) Espulsione immediata di tutti i cittadini americani che si trovano attualmente in Italia, sia che ne abbiano la residenza sia che siano qui per turismo. Gli americani sono più pericolosi dei libici o dei marocchini o dei tunisini che intendono entrare clandestinamente in Italia e la cui strada viene regolarmente sbarrata dai niet di Salvini e di tutti gli antropologicamente razzisti nostrani, Feltri docet.

In Italia, a onta di Giorgia Meloni, sono nate organizzazioni e comitati “pro Maduro”. Manifestazioni organizzate, in genere, dai disprezzatissimi “maranza” e “pro Pal”. Ma non saremo certamente noi europei, divisi su tutto tranne che sul tappo alle bottigliette d’acqua, a bloccare l’egemonia americana nel mondo. Sarà la Cina. O, forse, anche l’Isis (e sono proprio queste mie dichiarazioni pro Isis quelle che più hanno scandalizzato le “anime belle”). Se l’Isis – cosa che ovviamente non auspichiamo – cominciasse a colpire a New York i locali del divertimento, come fece in Europa nel 2015, forse il cittadino medio americano, che di quei posti è il frequentatore, comincerebbe a pensare che la politica di Trump non è proprio l’ideale.

L’Isis è una sorta di contro-specchio dell’Occidente: come l’Occidente vuole imporre a tutto il mondo i propri valori, l’Isis vuole imporre i suoi. Ma, dirà il lettore, l’Isis è un’organizzazione terroristica e agli occhi dell’Occidente rappresenta il Male di tutti i mali. Ma io preferirò sempre un Male che si presenta come tale a un Bene Assoluto che fa le stesse cose del Male, mascherandosi però dietro le sacre parole di libertà, democrazia, dignità. Gli Isis mettono in gioco il loro corpo e la loro vita, non droni, non strangolamenti economici, non sotterfugi di ogni genere per nascondere, direbbe Nietzsche, la propria “volontà di potenza”.

Come vorrei che la mia rabbia e il mio disgusto fossero anche di tutte le brave e oneste persone che lavorano sodo in un sistema che le stritola. Forse la loro rivolta basterebbe per rovesciare il tavolo. Senza bisogno dell’Isis.

Robecchi

 

Solidarietà. Ursula è vicina al popolo venezuelano: infatti adora il guacamole 


di Alessandro Robecchi 

I venezuelani sono 30 milioni, seduti sul 17 per cento delle riserve petrolifere mondiali. L’Iraq, per dire, di abitanti ne ha più di 47 milioni e le sue riserve petrolifere sono l’8 e mezzo. Per Baghdad si mise in piedi una bella commediola, con una boccetta di borotalco sventolata all’Onu, l’antrace, le armi di distruzione di massa, eccetera eccetera. Per Caracas sono bastati tre barchini bombardati in mezzo al mare e l’accusa di narcoterrorismo. Spoiler: quelli che oggi dicono “Eh, però, Maduro cattivo!”, sono gli stessi che ieri dicevano “Eh, però Saddam, con quell’antrace!”.

Ma lasciando stare il passato, e anche un po’ il presente, portiamoci avanti col lavoro. È probabile che Donald Trump non si fermerà a Caracas. Vorrà andare all’Avana, prima o poi, e ha già fatto un po’ di territorial pissing su Colombia e Messico, nel senso che ha detto che si occuperà di loro, bisognerà fare qualcosa, insomma, sia chiaro che è roba sua. Non sarà una cosa facilissima: la Colombia è uno Stato molto geloso della sua indipendenza, e i messicani guardano gli yankee più o meno come i liguri guardano i milanesi: prepotencia y dolares. Quel che possiamo ipotizzare è la reazione della granitica Europa. Già ci vediamo le illuminanti dichiarazioni di Von der Leyen: “Siamo vicini al popolo messicano, io adoro il guacamole!”. Variante: “Siamo vicini al popolo cubano, ma basta con le malinconie, amici! Balliamo! Un mojito!”. A ruota tutti gli altri, atlantisti un po’ per forza e un po’ per passione, per tradizionale servilismo, per convenienza, o perché sei sovranista e sai bene che il tuo sovrano abita alla Casa Bianca. L’immane sforzo dei tifosi ultras dell’Occidente è sempre stato quello di far coincidere gli interessi americani con quelli europei, anche contro ogni evidenza, e adesso viene al pettine un nodo grosso come la Groenlandia. Donald ha detto che gli serve, che la vuole, che la prenderà in un modo o nell’altro, quindi la faccenda si complica.

I groenlandesi sono 57 mila, più o meno due grossi condomini di Città del Messico, e si ritrovano seduti su un immenso giacimento di tutto quanto (dalle terre rare al gas), perdipiù in un posto strategico perché ora che i ghiacci sono meno cattivi, le rotte artiche diventano importanti. Sono una colonia europea che lavora per l’indipendenza dai colonizzatori danesi – e fanno bene, perché i danesi li hanno trattati come sudditi e angariati in vari modi – ma non hanno nessuna intenzione di diventare americani. In pratica, essendo la Groenlandia della Danimarca e la Danimarca della Nato, davanti a un’azione ostile dovrebbero alzarsi in volo gli F-35, dovremmo mobilitare gli eserciti e scatenare l’inferno, combattendo l’invasore. Dettaglio: andremmo a combattere un invasore che tiene le chiavi di centinaia di ordigni nucleari, basi, soldati, attrezzature, radar e tutto il resto sul nostro territorio. Altro dettaglio: potremmo fare come in Ucraina, cioè spedire ai groenlandesi miliardi e miliardi di armi che però continueremmo a comprare dall’invasore, e intanto aumentare le spese militari per 27 paesi, cioè 27 burocrazie e 27 caste militari. Il tutto, lo dico per agevolare l’ottimismo, con la classe dirigente europea più ridicolmente inetta che si sia mai vista, quella che ha pure sostenuto un genocidio in Palestina e si è fatta ricevere dall’imperatore su un campo da golf. Dichiarazione di Von del Leyen: “Sono vicina al popolo groenlandese, ho tutti i dischi di Björk”.

Traguardo

 Siamo i peggiori 

di Marco Travaglio 

Dài e dài, ce l’abbiamo fatta. La Befana di Giorgia Meloni, con il suo plauso a Trump per l’“intervento difensivo e legittimo” in Venezuela, ci regala la maglia nera in Europa e forse nel mondo, ex aequo con i governi canaglia di Milei e Netanyahu. E persino peggio di Trump, abbastanza spudorato per evitare barzellette tipo la legittima difesa da Maduro il Terribile. Pure Marine Le Pen dà alla nostra premier una lezione di sovranismo e dignità: “Ci sono mille ragioni per condannare il regime di Maduro, ma esiste una ragione fondamentale per opporsi al cambio di regime che gli Usa hanno provocato. La sovranità degli Stati non è mai negoziabile, a prescindere dalla dimensione, dalla potenza, dal continente. È inviolabile e sacra” e chi oggi vi rinuncia “accetta domani la sua propria servitù”.

A nessuno venga in mente di dire che l’Italietta è sempre stata serva degli Usa. Nel 2019, quando tutto l’Occidente riconobbe il golpista Juan Guaidó che Trump voleva insediare al posto di Maduro, un solo governo europeo (insieme a papa Francesco) oppose il gran rifiuto: il Conte-1 M5S-Lega. Guaidó, il presidente del Parlamento che pretendeva di farsi capo dello Stato senza passare per le urne, si appellò a Conte sulla Stampa. E Conte gli rispose: “Il mio governo non l’ha riconosciuta quale Presidente ad interim non solo per ragioni di ordine giuridico-formale”, ma anche per non “contribuire alla radicalizzazione delle rispettive posizioni, favorendo la spirale di violenza col risultato di rendere ancora più drammatica la condizione della popolazione. Questo anche nella prevedibile prospettiva di un confronto internazionale ‘per procura’, che avrebbe reso ancor più conflittuale la contrapposizione”. Disse che l’Italia era impegnata a “promuovere una soluzione pacifica, attraverso un dialogo politico finalizzato a libere elezioni presidenziali” e aveva sempre “condannato fermamente qualsiasi escalation di violenze, abusi e limitazioni delle prerogative dei deputati venezuelani”, due dei quali avevano “ottenuto rifugio presso la nostra ambasciata”. Ricordò di aver “inviato a Caracas il mio consigliere diplomatico Benassi, che col Nunzio apostolico ha incontrato lei, alcuni membri dell’Assemblea nazionale e il ministro degli Esteri” per “favorire ogni strumento di dialogo utile a comporre il conflitto” con una “transizione democratica”; e di aver “stanziato fondi per fornire beni di prima necessità, medicinali e varie forme di sostegno ai più indigenti” con la S. Sede, l’Onu e la Croce Rossa. Ma ribadì che per l’Italia “le crisi politiche e sociali possono trovare soluzione solo attraverso il dialogo politico, mai con l’opzione militare, considerato che la violenza genera sempre altra violenza”. Un’altra Italia.

martedì 6 gennaio 2026

L’ha scritto oggi?

 

Sembra che l’abbia scritto oggi: 

“Venne un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. –  OGGI tutto divenne commercio. 

    È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà morale e fisica viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore."

(Karl Marx, “Miseria della filosofia”)

Dixit

 



Il Gladiatore

 


“Il Nobel alla Machado è uno strumento di pace trasformato in uno strumento di guerra.

L’hanno assegnato per ottenere una sorta di giustificazione morale alla guerra, che ha come obiettivo il saccheggio di 1700 trilioni di dollari di petrolio”.

Julian Assange

Nell’imperfezione

 


La chiusura della Porta Santa di oggi riporta al suo ideatore, Bonifacio VIII nel 1300, lo stesso anno in cui Dante attualizzò la Divina Commedia e collocò lo stesso Bonifacio, ancora vivo, nell’ottavo cerchio quello delle Malebolge, i simoniaci, usando un trucco spettacolare: Niccolò III, già morto, scambia il Poeta per Bonifacio e lo insulta, accusandolo appunto di simonia. Spettacolare esempio di fragilità, d’imperfezione, dell’infinità della Misericordia.

Incazzatevi!

 



Natangelo

 



Padellaro

 

Tu con chi stai, Gambadilegno o Lupo cattivo?


di Antonio Padellaro 

E tu con chi stai, con Gambadilegno o con il Lupo cattivo? Non è facile nell’era della forza bruta come strumento di governo affidarsi alle ragioni del teppista meno peggio. Il pirata dei Caraibi Trump o il dittatore dello Stato narcopetro Maduro? Un criterio potrebbe essere quello tradizionale quando in classe tra due bulli ugualmente arroganti si cercava la protezione del più forte. Che Meloni aveva anzitempo individuato nel tiranno di Mar-a-Lago, scelta che al momento sembra non conciliarle il sonno. E se l’amico americano (dagli amici mi guardi iddio, eccetera) decidesse di annettersi, come minacciato, anche la Groenlandia, isola appartenente al Regno danese? Spinosissima eventualità nella quale non basterebbe alla premier barcamenarsi nel solito show con la Von der Leyen. Poiché Copenaghen, membro effettivo della Nato, potrebbe ricorrere al famoso articolo 5 che, in un casino mai visto, coinvolgerebbe contro il boss di Washington tutto il resto dell’Alleanza. Chi non ha dubbi è Salvini che ha scaricato Trump appena Putin ha alzato il sopracciglio: al cuor (e ad altro ancora) non si comanda. Per i giornali della destra la sottomissione a Donald il gradasso non è affatto un problema, anzi, e si portano avanti con il lavoro con l’espressivo titolo di Libero: “Diritto di golpe, perché è legittimo far cadere dittatori”. Se non fosse che il concetto di legittimità internazionale è diventato una imbarazzante astrazione, con le sentenze dei vari tribunali dell’Aja ridotte a carta straccia. Sostituiti i cosiddetti trattati, a opera dei giureconsulti Putin e Netanyahu (con la fattiva collaborazione dei nazisti ucraini e dei tagliagole di Hamas) dal diritto di aggressione e di pulizia etnica. Grazie al tycoon viene adesso riabilitato anche il diritto al bottino di guerra, dopo che i giacimenti di greggio venezuelani sono stati definiti “nostri”. Con il che si supera anche l’ultimo confine della legalità sancita dai trattati (ah, ah) con la consacrazione della dottrina del liberi tutti. Libera dunque la Cina di invadere Taiwan, così come si sentiranno liberi i grandi e piccoli despoti di papparsi ciò che più gli aggrada, con la scusa che il vicino scomodo è un narcocriminale o ha risposto male al telefono. Con il che i 153 Stati membri potrebbero molto presto risparmiare anche i 62 miliardi e rotti versati per tenere in piedi l’Onu, con l’ultimo piano del Palazzo di Vetro che potrebbe utilmente ospitare un museo del caos, lastricato di buone intenzioni.

Post paglia 4genn26

 

Certo, parlare oggi di buoni e cattivi è davvero difficile, visto che non si capisce più nulla né s’intravede qualcuno in grado di stare, soprattutto, dalla parte dei buoni.

Guardando, ad esempio, la stupenda puntata di Report del 4 gennaio, a un certo punto il colonnello dei carabinieri in pensione Michele Riccio afferma che il generale Mori, all’epoca, bloccò il possibile arresto di Provenzano, allora capo della mafia, perché non era il momento giusto: Provenzano a quel tempo, afferma Riccio, doveva ricompattare l'organizzazione malavitosa che serviva ad un nuovo referente politico. Alla domanda su quale fosse questa forza politica, il pensionato, senza tergiversare, risponde: «Forza Italia».

Ma il meglio della dicotomia buoni/cattivi viene sicuramente dalla vicenda Maduro. Solo gli stronzi e il 35% di analfabeti funzionali presenti nel Paese possono pensare che i famigerati comunisti ululino alla luna per difendere il despota venezuelano. Nessuno mette in dubbio che Maduro sia un dittatore. Il problema è più grande, molto più grande e grave: il diritto internazionale, l’incertezza cioè che vi siano ancora baluardi, totem invalicabili di diritto, capaci di fermare l’improvvida smania di potere di tanti decerebrati al comando.

L’ONU, da lustri, è ormai un baraccone circense, quasi inascoltato da tutti. La mefitica contemporaneità di balordi al potere sta inficiando le pietre miliari della convivenza civile. Se uno, al mattino, si sveglia e decide di rapire un capo di Stato e di portarlo ammanettato davanti a un proprio tribunale per giudicarlo, ciò significa che a breve riapriranno i saloon e, tra bevute di whisky e pulizia dei tamburi delle pistole, rivivremo i famosi duelli a mezzodì tra pistoleri infoiati.

La fanciullesca smania di acquisizione di terre e Stati del platealmente psicopatico americano è la prova del nove di quanto sopra: tutto è permesso, tra i brindisi delle borse mondiali. Scordiamoci il livellamento delle disparità sociali, la ricerca di fonti energetiche alternative, il rispetto degli ultimi. La corsa è inarrestabile, smisurata e senza futuro. A breve, temo, lo schianto.

Firmate!

 Firmare e votare per noi 

di Marco Travaglio 

La raccolta di firme per il referendum sulla separazione dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm (che anzi si fa in tre con l’Alta Corte disciplinare) è giunta a quota 230 mila in due settimane. Ma bisogna continuare a firmare, perché per il traguardo del mezzo milione c’è tempo sino a fine gennaio. Intanto la propaganda del Sì sta eguagliando i record ballistici della schiforma Renzi-Boschi-Verdini del 2016, quando tentarono di farci credere che il Sì avrebbe garantito cure migliori contro il cancro. Ora ilmantra è che, separando le carriere, non avremo più un “caso Tortora”. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore. Enzo Tortora, accusato da alcuni pentiti, fu indagato e arrestato nel 1983 per associazione camorristica e traffico di cocaina in un’indagine affidata col vecchio Codice da due pm antimafia di Napoli (requirenti) a un giudice istruttore (giudicante). Dopo 7 mesi di custodia cautelare, ottenne i domiciliari. Nel 1984 fu eletto eurodeputato con i Radicali, uscì di prigione grazie all’immunità e nel 1985 affrontò da libero il maxiprocesso alla Nuova Camorra Organizzata. Condannato dal Tribunale a 10 anni nel 1985, si dimise dal Parlamento europeo e tornò ai domiciliari. Nel 1986 fu assolto in appello e nel 1987 la Cassazione confermò la sentenza in via definitiva.

Se le carriere fossero state separate e fosse vero che i magistrati si danno ragione a vicenda perché appartengono alla stessa “famiglia”, i giudici di appello e di Cassazione mai avrebbero osato contraddire il collega giudice istruttore che aveva arrestato e rinviato a giudizio Tortora; e men che meno i tre colleghi giudici di primo grado che l’avevano condannato. Seguendo la “logica” dei separatisti, il presentatore sarebbe stato condannato anche in secondo e terzo grado. Spacciato da Meloni, Tajani&C. per uno spot al Sì, il caso Tortora è un formidabile spot al No. Anche perché la “riforma” sfigura la mentalità dei pm. Oggi i futuri pm e giudici vengono educati dopo la laurea alla “cultura della giurisdizione” (dire giustizia), cioè alla ricerca della verità processuale senza pregiudizi favorevoli o sfavorevoli, né timori di ripercussioni, né ansie di “risultato” o di “vittoria”: cioè con equilibrio e imparzialità. Possono sbagliare, come tutti gli umani. Ma il sistema, con i suoi tanti (troppi) gradi e fasi di giudizio, fa il possibile per correggere gli errori. Se i pm fossero sganciati dai giudici e dunque dalla cultura della verità e dell’imparzialità e si autogestissero in un Csm tutto per loro, diventerebbero molto meno equilibrati, più “accaniti” e attenti al “risultato”, senza andare tanto per il sottile. E gli errori, anziché ridursi, aumenterebbero. La riforma Nordio non è contro i magistrati: è contro tutti noi cittadini.

L'Amaca

 Bullo grande e bullo piccolo 

di Michele Serra 

Chi non sa cosa diavolo dire (von der Leyen, per esempio) fa dichiarazioni edificanti quanto vaghe, tipo “siamo al fianco dei venezuelani”. Che non vuole dire niente, ma purtroppo in politica nessuno pensa mai che un decoroso silenzio, quando non si sa che pesci pigliare, vale molto di più di un balbettio pilatesco. Certo, non è facile prendere posizione su quello che sembra più un titolo di cronaca nera che una pagina di politica internazionale: “Caudillo in declino rapito nella notte, nella sua camera da letto, da un commando di stranieri armati fino ai denti”. Ma impressiona assai constatare come anche un sacco di begli spiriti democratici non abbiano trovato nulla da ridire su un atto così platealmente illegale, arbitrario e violento. Almeno per salvare la forma. Ma, come già detto ormai infinite volte negli ultimi tempi, la forma è data ormai per spacciata: perché mai, dunque, tentare di salvarla? E poi Maduro era un tirannello, al potere grazie a brogli e prepotenze, amico degli ayatollah, di Putin, dei poveri cubani (allo stremo perfino più dei venezuelani), ne consegue che bisogna essere felici della sua caduta e non farsi troppe domande su ragioni e metodo della detronizzazione.Esiste un fondamentalismo occidentale che pensa in modo occidentale solo quando si tratta di fare le pulci a chi non ha molta pratica di democrazia e di diritti. Quando poi si tratta di menare le mani, però, democrazia e diritti diventano un impiccio. La trave negli occhi altrui diventa una pagliuzza negli occhi dei “nostri”. Ma le travi sono travi, e una politica di sopraffazione coloniale rimane odiosa, e antidemocratica, anche quando un bullo grande annienta un bullo piccolo.

lunedì 5 gennaio 2026

Probabilmente

 



Ah ma allora?

 



Dai!


 

E mettetegli la feluca in testa una buona volta! Internatelo!

Concordo pienamente

 

Su Facebook il pensiero di Lorenzo Tosa dice tutto. Perfettamente.

Non so voi, ma io mi sarei rotto abbastanza le gonadi - per usare un francesismo - di tutto quel destrume che da due giorni inneggia a Trump e attacca chiunque a sinistra non si allinei al clima di giubilo generale.
Così ho deciso di rispondere una volta per tutte a tutte le sciocchezze sesquipedali che ho letto e sentito nelle ultime 36 ore.
Perché davvero non se ne può più di tanta ignoranza e tale ipocrisia tutta insieme.
Pronti? Via.
“Dopo aver marciato per Gaza, adesso la sinistra scenderà in piazza per difendere Maduro…”
No, gentili analfabeti funzionali. Nessuno sano di mente scenderà in piazza per difendere Maduro, che considero (e così il 99% della sinistra) un criminale e dittatore da prima che la stragrande maggioranza di voi ne conoscesse anche solo il nome o sapesse collocare il Venezuela su una cartina geografica. Ma conosco abbastanza le basi del diritto internazionale da sapere che non spetta né a Trump né a nessuno Stato estero bombardare città, rovesciare regimi e sequestrare Presidenti. E in tutto questo - già che ci siamo - non c’è nulla né di “legittimo” né men che meno di “difensivo”.
Per le responsabilità politiche e penali esiste una cosina chiamata comunità internazionale e tribunali penali sovranazionali.
Esatto, quegli stessi tribunali che la destra calpesta e umilia un giorno sì e l’altro pure.
“E allora come mai la gente in Venezuela festeggia? Eh, eh?”
Festeggia perché in larga parte non sopportava più l’orribile regime di Maduro, come in qualunque Paese l’opposizione interna festeggerebbe la fine di un sistema politico sgradito. Ma questo non rende né Trump un eroe - semmai quello è un effetto collaterale - né il golpe americano politicamente e giuridicamente accettabile.
Apre solo la strada a un mondo in cui vige la legge del più forte e chiunque un domani potrà fare lo stesso ovunque riterrà di averne un tornaconto politico ed economico, a cominciare dagli stessi Usa in Groenlandia, la Cina a Taiwan e Israele in Palestina (ah no, quello succede già da 50 anni…)
“Eh ma Maduro è stato arrestato per narcotraffico…”
Tanto per cominciare, Maduro non è stato ‘arrestato”, è stato sequestrato.
E l’ultima cosa che interessa a Trump è combattere il narcotraffico (con cui, sia chiaro, Maduro ha dei legami), non a caso appena un mese fa il nuovo boss mondiale ha gentilmente graziato Juan Orlando Hernández, ex presidente dell'Honduras condannato negli Stati Uniti a 45 anni per aver controllato quello che era a tutti gli effetti un narcostato. Ma Trump allora, casualmente, non ebbe nulla da eccepire.
E ancora scrivono convinti di dire qualcosa di intelligente:
“Ma qualcuno crede davvero al diritto internazionale? Mentre voi state lì a parlare di diritto, Trump ha agito e liberato il Venezuela”.
Gulp!
Trump non ha liberato proprio nulla. Ha semplicemente rovesciato un regime a lui scomodo per sostituirlo con uno a lui comodissimo, ovvero quel genere di regime che gli permetterà di mettere le mani indisturbato sul 18% del petrolio mondiale. Alla faccia dell’eroe…
E no, su questo avete ragione, non è nulla di particolarmente nuovo: è quello che gli Stati Uniti fanno da 80 anni in America Latina, in Medio oriente e nel Sud Est asiatico (qui è andata un po’ meno bene) senza che nessuno battesse ciglio. Trump lo fa solo in modo molto più aggressivo, delirante e alla luce del sole. Autoproclamandosi pure “pacifista” per gli stolti che ancora ci credono.
“Se gli Stati Uniti non avessero fatto lo stesso con Hitler oggi parleremmo tedesco”.
Come se il nazifascismo, in particolare dal 1943 in poi, possa essere anche solo lontanamente paragonato per impatto, minaccia, brutalità, orrore, enormità storica al Venezuela di Maduro. Roba da matti.
Senza contare che a dirlo sono spesso gli eredi in linea diretta di chi stava orgogliosamente dall’altra parte degli americani. E se fosse stato per loro, di Hitler avremmo pure i monumenti…
Mi sembra sia tutto, per ora.
Adesso, gentili meloniani, leghisti, trumpiani, trumpini, cheerleader, se volete fare la grazia di aprire anche solo per sbaglio un Bignami di scienze politiche, diplomatiche, diritto internazionale, almeno ci risparmiate la vostra crassa, conclamata, intollerabile ignoranza. Perché costa a noi tempo e fatica smontarla.
E ha un prezzo incalcolabile, insostenibile, per la democrazia.
Grazie.