Cari amici vegani, compagni d’ideale! Per colpa della cattiva qualità del tofu propostomi, son dovuto andare in quel di Piacenza in un ristorante storico a mangiare, mio malgrado, un orripilante filetto affogato nel Gutturnio! Quale sofferenza! Vi prego quindi di attenzionare i prodotti, in special modo il tofu, affinché non possa cascare in codesti tranelli gastronomici!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 31 gennaio 2026
V’imploro!
Vi scongiuro, v’imploro! Ditemi che è un fake! E se anche fosse vero, siate bugiardi e convincetemi sul falso! Ve lo chiedo umilmente per evitare infauste malattie psicosomatiche!
L’Amaca
Così parlò il Gladiatore
di Michele Serra
«Meloni era fantastica, ora è diventata una globalista», dice Steve Bannon, l’omone bianco e cattivo che presiede, meritatamente, l’internazionale dei bianchi cattivi. Non è una buona notizia per la presidente del Consiglio: «globalista», in quei paraggi, è il peggiore degli insulti, forse peggio di lesbica, gay, comunista, negro. Equivale a una scomunica. A una fatwa per alto tradimento. L’internazionale nera ha stracciato la tessera di iscrizione di Meloni.
L’intervista di Paolo Mastrolilli a Bannon va letta da cima a fondo, per capire che il suprematismo bianco (del quale il fascismo è solo uno degli utensili accessori, forse il più arrugginito) ha le idee chiare. Bannon considera debole Trump, che a Minneapolis avrebbe dovuto mandare l’esercito.
Parla degli italiani come debosciati imbelli che dovrebbero ringraziare gli Usa per l’invio dell’Ice alle Olimpiadi — ignora che l’antiterrorismo italiano è un bel po’ più efficiente ed evoluto di quello americano, che arresta i bambini e non ha idea di come fermare le stragi a mano armata nelle scuole.
Bannon parla come se la guerra civile americana fosse già in atto, e tutto ciò che è non-destra e non bianco sia una forma di vita inferiore da cancellare. Quello per altro è il suo verbo (apparentabile a quello del filosofo russo Dugin, progettista del “tradizionalismo integrale”, deve essere la versione 4x4): o si è di destra, bianchi, cristiani e maschi, o si può solo sperare nella clemenza di chi è di destra, bianco, cristiano e maschio.
Poi, come spesso capita ai cattivi, Bannon inciampa sulla propria vanità, ed eccolo, di colpo, più ridicolo che malvagio: è quando conferma il suo progetto di fondare in Italia, nella Certosa di Trisulti, la sua Accademia dei Gladiatori. Le comparse di Cinecittà, ricordando gli anni d’oro di Ben Hur, saranno senz’altro interessate. Hanno già il costume di scena.
“Fact-checking” fasulli per attaccare le toghe
di Daniela Ranieri
Come si sa, il video in cui Alessandro Barbero esprimeva le motivazioni del suo No al referendum sulla separazione delle carriere è stato oscurato su Facebook con capziosi distinguo (Meta in Italia si avvale per il controllo sui contenuti di enti come Open, il quale a sua volta si avvale di cosiddetti fact-checker); ci chiede se valga ancora l’art. 21 della Costituzione, che stabilisce il diritto per “tutti” di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. È paradossale: mentre i giudici veri sono sotto attacco e si fa di tutto per depotenziarli, anche manomettendo la Costituzione, i fact-checker diventano onnipotenti nel dibattito pubblico, esprimendo giudizi che quasi sempre coincidono col mainstream. Chissà come mai tanto zelo, proprio nel momento in cui i sondaggi danno una quasi parità tra il Sì e il No.
L’inconscio digitale, unito alla potenza d’archivio, regala sincronicità divertenti. Giorni fa, il ministro Nordio ha rimproverato il segretario dell’Anm Maruotti, autore di un post che associava le violenze a Minneapolis alla riforma delle carriere, post poi rimosso con tante scuse. Nordio non le ha accettate, definendole “una retromarcia tardiva e grottesca, indice di intelletto inadeguato alla importanza della carica”. A proposito di Minneapolis, che si trova in Minnesota, e di intelletto, sovviene che nel 2024 il governo ha introdotto i test psicoattitudinali detti “Minnesota”, finora riservati alle forze dell’ordine, anche per i magistrati,al fine di intercettare eventuali loro disturbi psichici o di personalità. Nordio si vantò di aver superato ai suoi tempi il test brillantemente, ciò che non ha instillato dubbi nei membri del Consiglio dei ministri sulla precisione dello strumento approvato. Allora non si ritenne offensivo dare agli aspiranti magistrati degli psicopatici fino a prova contraria.
A parte la psicolabilità dei magistrati, che già Berlusconi diagnosticò “mentalmente disturbati” senza Minnesota test (per dire quanto era avanti), uno degli argomenti più demenziali a favore della separazione delle carriere è che attualmente i giudici vanno a cena con i pm e questo sarebbe indice di non imparzialità dei giudici stessi; come se, separandone le carriere, giudici e pm non potessero andare lo stesso a cena insieme. Se avessero voluto evitare che ciò accadesse, sarebbe bastato fare una legge sulla separazione dei ristoranti, in base alla quale il cameriere che prende la prenotazione deve chiedere preliminarmente al cliente se è giudice o pm e nel caso dirottarlo sul ristorante vicino. Ma a proposito di cena: nel 2003 Nordio, da magistrato abilitato dal Minnesota test, cenava da “Fortunato al Pantheon” con Previti, corruttore di giudici (condannato un mese dopo), perché “è simpatico e brillante e non è un mio imputato”.
A parte l’unicum universale e patologico di Berlusconi, il discredito sulla Magistratura non è un’invenzione del governo Meloni. Tralasciando gli attacchi di Renzi ai magistrati (il più incredibile: quando disse “non prendiamo lezioni di antimafia da Scarpinato”, senatore del M5S, ex magistrato antimafia; chissà da chi le prendono, forse da Cuffaro, con cui Italia viva stava per allearsi in Sicilia alle Europee del 2024, per poi fare marcia indietro), ricordiamo le parole di Mattarella: “La toga non è un abito di scena, non si tratta di un simbolo ridondante”, disse ai 324 vincitori del concorso per magistrati. I poveracci non si erano ancora messi la toga, che già sono stati monitati.
Memorabili i colpi di doppiette di Napolitano contro i magistratiincapaci di “rigore e equilibrio”, affetti da “comportamenti impropri e fuorvianti” o meglio “impropriamente protagonistici”, autori di “esternazioni esorbitanti” e colpevoli di “guardare con diffidenza i politici”. Tutto per ribadire la verità, non smentita dai fact-checker, del famoso “intreccio tra politica e Magistratura”, non quello tra politica e Codice penale. Sul referendum, leggiamo, Mattarella mantiene un “vigile silenzio” e auspica “serenità, armonia e correttezza istituzionale”. Alcuni ricordano che nel ‘97, durante i lavori della Bicamerale, l’allora deputato del Partito Popolare Italiano Mattarella votò a favore di un doppio Csm, giudicante e requirente. Comunque il 19 gennaio, nel pieno delle polemiche per la data stabilita per il voto e delle manovre del governo per non dare al No la possibilità di rimontare, Mattarella ha ribadito che i magistrati devono “testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche fuori delle proprie funzioni, per non compromettere la fiducia dei cittadini”, il che, detto dal capo del Csm, francamente un po’ la compromette. I magistrati, ha aggiunto, sono autonomi, ma le loro decisioni “non sono verità assolute” (al contrario di quelle dei fact-checker); poi li ha invitati all’“umiltà” e al “rifiuto di ogni forma di presunzione”, tara che non affligge il ministro Nordio: lo dice il Minnesota test.
Ma guarda un po’!
L’ultimo colpo di spugna: Ferri sarà giudice a Roma
di Paolo Frosina
Tornerà a fare il giudice a Roma, dove si celebrano i processi alla politica. La città di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca Palamara, nella riunione notturna diventata simbolo del mercato delle nomine. L’ultima puntata della saga di Cosimo Ferri sta per andare in scena al Consiglio superiore della magistratura: l’ex deputato renziano, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, ha comunicato all’organo di Palazzo Bachelet la sede in cui vuole rientrare in toga dopo 13 anni tra Parlamento e ministero. E la scelta è caduta sul Tribunale della Capitale, dove approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per anni.
Dal 2023, Ferri era parcheggiato al dicastero di via Arenula, Dipartimento Affari di giustizia, in base alla legge sulle porte girevoli, che gli ha impedito il ritorno in magistratura in quanto eletto consigliere comunale a Carrara (aveva provato la corsa a sindaco senza successo). A novembre però il Consiglio di Stato ha accolto il suo ricorso, stabilendo che quella norma non si può applicare al suo caso, perché entrata in vigore dopo l’accettazione della candidatura. Così il 12 gennaio la Terza Commissione del Csm – competente sui trasferimenti – gli ha chiesto di indicare una preferenza per uno dei posti vacanti in tutto il Paese, con l’esclusione di Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana (le regioni in cui si era ricandidato alla Camera nel 2022, finendo trombato). E giovedì, l’ultimo giorno utile, l’ex sottosegretario ha risposto optando per la cittadella di piazzale Clodio.
Insomma, un ritorno in grande stile nella sede giudiziaria più ambita e importante d’Italia. Ma anche un colpo di spugna epocale sullo scandalo Palamara, condannato ogni giorno dal ministro Carlo Nordio – per spingere la sua riforma costituzionale – come un “verminaio insabbiato” dalle correnti dei magistrati. Eppure in questo caso l’insabbiamento è tutto merito della politica: senza lo status di ex parlamentare, probabilmente Ferri non sarebbe più un magistrato. A salvarlo dal rischio di radiazione infatti è stata la Camera, negando alla Sezione disciplinare del Csm l’utilizzo delle intercettazioni della notte dell’hotel Champagne. Nell’albergo romano, la notte del 9 maggio 2019, l’allora deputato trafficava la nomina del procuratore di Roma insieme a Palamara, all’ex ministro Pd Luca Lotti – in quel momento imputato proprio nella Capitale per il caso Consip – e a cinque magistrati membri del Consiglio superiore. Per quella vicenda, Palamara è stato espulso dalla magistratura a tempo di record, i cinque ex consiglieri condannati a lunghe sospensioni dalle funzioni e dallo stipendio (Lotti, invece, non è stato ricandidato dal Pd). Ferri era destinato a un epilogo simile, ma lo scudo opposto dalla Camera ha costretto la Sezione disciplinare ad assolverlo “per mancanza della prova della sussistenza dei fatti”.
A sancire ufficialmente il ritorno in toga dell’ex politico sarà il plenum, il Csm al completo, nelle prossime settimane. Al Tribunale capitolino, peraltro, Ferri troverà come presidente un vecchio amico: Lorenzo Pontecorvo, suo ex delfino nella corrente “di destra” di Magistratura indipendente (nel 2014 fece scandalo un sms con cui l’allora sottosegretario invitava gli ex colleghi a votare per lui alle elezioni del Consiglio superiore). Sarà Pontecorvo a decidere se assegnargli le funzioni di giudice civile o (più probabilmente) penale, quelle che ha sempre svolto finora. Meglio di così, tutto sommato, a Cosimo Ferri non poteva andare. Perché quelli come lui cadono sempre in piedi.
venerdì 30 gennaio 2026
Vergogna!
A questo signor Marsella di Casapoxxx (non la scrivo interamente per il ribrezzo che m’assale) che giustamente è stato respinto dalla camera ove avrebbe desiderato fare un incontro - in democrazia si arriva fino a questo punto - e che ha avuto l’ardire di definire l’Antifascismo una mafia vorrei dire in semplicità: si rilassi sig Marsella perché solo il fatto che esista una formazione fascista di questo tipo, la dovrebbe rasserenare. E ringrazi il fato di essere in questo momento storico ove la sinistra è molto, molto annacquata. Fossero altri tempi in cui nel parlamento giravano altri politici tipo Sandro Pertini o Giancarlo Paietta vi avrebbero preso a calci per il culo. E avrebbero fatto bene! W l’Antifascismo!
Lettera ai colleghi
La Spezia. La violenza nelle scuole è anche il segno di un abbandono
Cari colleghi dell’Istituto Einaudi-Chiodo, vi scriviamo con il cuore pesante, colpiti nel profondo dall’immane tragedia che ha sconvolto la vostra comunità scolastica. In momenti come questo, le parole sembrano svuotate di senso, eppure sentiamo il dovere etico e professionale di non lasciarvi soli nel silenzio e nel dolore. Siamo al vostro fianco perché conosciamo bene la fatica di chi opera ogni giorno in prima linea.
Le nostre classi sono diventate laboratori di estrema complessità, dove si incrociano fragilità eterogenee, problemi comportamentali e disagi emotivi ogni anno più profondi e diffusi. In questo contesto, spesso incontriamo famiglie che come noi sono in difficoltà nell’affrontare la complessità del ruolo educativo, lasciando i docenti tragicamente soli a gestire dinamiche che vanno ben oltre l’istruzione e la didattica. I nostri ragazzi vivono immersi in un contesto reale e virtuale pervaso dalla violenza, dove l’aggressività fisica e verbale è diventata quotidianità e il rispetto di se stessi e degli altri sembra dimenticato. In questo scenario, l’educazione all’affettività e all’empatia verso il prossimo deve tornare ad avere un ruolo centrale. Tuttavia, il lavoro in classe non può bastare se la comunità non fa sistema: senza una collaborazione reale tra servizi territoriali, istituzioni e famiglie, l’impegno del docente resta un gesto isolato, che non trova appoggio al di fuori delle mura scolastiche. È troppo facile scaricare la colpa sulla scuola anziché affrontare in modo collegiale la complessità di questa emergenza educativa e del crescente disagio sociale. Abbiamo bisogno di risposte concrete: dalla presenza di uno psicologo in pianta stabile che faccia da raccordo con le strutture sanitarie, a risorse reali per l’integrazione degli alunni. La gestione di tale complessità continua a gravare solo sulla nostra buona volontà.
È necessario che la scuola smetta di essere considerata un costo da tagliare e torni a essere un investimento vitale; ogni taglio al personale, in piena emergenza educativa, non fa che lasciare i docenti ancora più soli: la società intera deve invece avere il coraggio di farsi carico del problema e affrontare concretamente l’emergenza. Vi abbracciamo con forza, condividendo la vostra ferita che è la ferita di tutta la scuola italiana. Restiamo uniti nella difesa della dignità del nostro lavoro. Con profonda stima e vicinanza.
i colleghi dell’I.I.S. “Capellini-Sauro”
L'abisso Piantedosi!
La stretta di Mano, il ministro e Regeni
A coronare i dieci anni dal rapimento, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, il nostro ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricevuto Il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik e si è fatto fotografare mentre gli stringe la mano. Invece di nascondere la foto, il nostro ministro l’ha pubblicata sul sito ufficiale del Viminale. E deve anche esserne fiero, visto che l’ha illuminata con il suo personale sorriso e con una nota d’agenzia, perfettamente neutra, da cui neppure una goccia di sangue trapela. Né un osso rotto. Né un’ustione. Né un’unghia strappata. Eppure dovrebbe. Visto che il ministro egiziano, ex direttore dell’Antiterrorismo agli ordini del presidente Al Sisi, viene proprio da quei labirinti che il sangue, le ossa, la pelle, le unghie di Giulio Regeni le hanno frantumate per una settimana intera, esattamente dieci anni fa, gennaio 2016, il corpo completamente irriconoscibile, ma abbandonato ai bordi di una strada del Cairo affinché venisse ritrovato e riconosciuto. Come monito e come programma. Piantedosi – dietro al ventaglio di quel sorriso – dovrebbe aver letto il rapporto dell’autopsia eseguita in Italia dal professor Vittorio Fineschi, esaminato nel corso del processo, che ricostruisce la distruzione sistematica di quel corpo, eseguita allo scopo di tenerlo vivo il più a lungo possibile e in sofferenza il più a lungo possibile. Sono state accertate: fratture multiple alle costole, alle vertebre, alle scapole. Traumi alla testa e al volto per le percosse ripetute. Ecchimosi e lividi su tutto il corpo in fasi diverse di guarigione: segno di violenze distribuite nel tempo. Bruciature di sigaretta su viso, braccia, torace e schiena. Tagli e incisioni su naso, orecchie e dita. Non letali, per infliggere dolore e umiliazione. Unghie strappate o danneggiate. Fratture alle dita e ai piedi. Tutte lesioni che indicano almeno dai 5 ai 7 giorni di torture. Scattata la foto, Piantedosi e Tawfik, hanno pranzato insieme.
Ciack e Click!
Groenlandia, Hamas e Iran. Da Fauda a Borgen, le fiction hanno previsto tutto
Il dubbio è che riusciamo ad assorbire le convulsioni geopolitiche degli ultimi anni perché le abbiamo già vissute dietro il cuscinetto di uno schermo. Cioè, se uno ha visto Homeland, Occupied, Fauda, Teheran, Black Mirror, The Diplomat – l’appassionato di serie è compulsivo – cosa vuoi che lo sorprenda leggendo le pagine di esteri di un giornale?
Iniziamo da Borgen, serie di culto danese per political nerds che nel 2010 vaticina: 1) L’elezione della prima donna premier danese, che però se ne pente molto. 2) L’interesse Usa per la Groenlandia. 3) Le tensioni geopolitiche con Russia, Cina e Usa nell’Artico, inclusi i riferimenti a invasioni russe.
Nel 2015 esce Okkupiert, nota solo ai veri intenditori, ma paurosamente profetica: una crisi in Medio Oriente e il ritiro Usa dalla Nato innescano una crisi energetica globale. Dopo un devastante uragano attribuito al cambiamento climatico, i Verdi al potere in Norvegia fermano completamente la produzione di petrolio e gas del Mare del Nord e si affidano a fonti di energia alternative. L’economia europea si ferma, la gente mormora, le poltrone vacillano. L’Unione europea acconsente a un’occupazione “soft” russa, con le truppe russe che impongono a un governo norvegese sotto ricatto la riapertura dei pozzi e metà norvegesi che attivano un’eroica resistenza fatta anche di guerra ibrida. Usa e Nato rimangono, rispettivamente, isolazionisti o passivi. Boh, forse era facile da indovinare, bastava unire i puntini in norvegese.
Poi c’è Homeland, tacitamente riconosciuto come l’equivalente a basso costo di un Master in Relazioni Internazionali ad Harvard. Debutta nel 2011, quando i cattivi erano i terroristi islamici, e continua a mostrarci il futuro fino al 2020. Il primo twist è scegliere come protagonista un’agente Cia donna e bipolare, una roba chiaramente da 2020, che indaga su un marine “convertito” da al Qaeda. Nelle successive 7 stagioni succede di tutto, e sempre un po’ prima che nella realtà: interferenze russe e fake newspre-elezioni presidenziali Usa, conflitto in Ucraina, attacchi terroristici a Parigi, strategia, o lack thereof, in Siria, caduta di Kabul nelle mani dei Talebani e ritiro delle truppe occidentali. Come hanno fatto? Ogni stagione iniziava con uno Spy Camp a Washington DC, organizzato da John MacGaffin, ex vicedirettore della Cia Clandestine Service. Autori e interpreti incontravano ex direttori Cia, ufficiali attivi o in pensione, ambasciatori, giornalisti, ex militari (Stanley McChrystal) e staff White House per lavorare al plot, e i dettagli venivano verificati direttamente con la Cia. Cioè, questo è quello che sappiamo noi che non lavoriamo alla Cia e, complottisti da divano, abbiamo il dubbio che non fossero consultazioni, fosse dettatura. Hai quella brutta sensazione di oppressione all’idea che ricominci, perché, francamente, a questo punto, chi vuole veramente sapere cosa ci attende?
Il più doloroso è Fauda, in arabo “caos”, che descrive con crudezza e realismo le dinamiche dell’occupazione israeliana della Palestina. Nella terza stagione, il protagonista, un ufficiale dello Shin Bet, entra sotto copertura a Gaza per liberare due ragazzi tenuti in ostaggio da Hamas. Durante il lavoro di scrittura della quinta stagione, che andrà in onda quest’anno, i creatori Avi Issacharoff e Lior Raz avevano ipotizzato uno scenario in cui centinaia di militanti palestinesi avrebbero violato il confine israeliano prendendo il controllo di un villaggio, e lo avevano scartato ritenendolo “troppo inverosimile”. Oggi, dopo i massacri a Gaza, è durissimo da guardare, perfino dal divano.
Teheran invece racconta l’infiltrazione di un’agente del Mossad, una giovane donna, in Iran, con la missione di sabotarne il programma nucleare. Nella seconda stagione l’esplosione a distanza di un cellulare anticipa l’operazione israeliana del 2025 contro membri di Hezbollah e civili in Libano e alti militari Iraniani. Che sia un messaggio en plein air non è esplicito, ma secondo gli autori “Gli iraniani conoscono la serie, e le prestano molta attenzione”.
Poi c’è The Diplomat, tuttora in corso, amatissima dal pubblico e meno dai diplomatici. Un’ambasciatrice a cui chiedevamo se valesse una visione ha risposto laconica: “Se ti piace la fantascienza”. La parte fantascientifica è il ruolo centrale dell’ambasciatrice Usa a Londra e le dinamiche sentimentali – i diplomatici, si sa, sono tediosissimi – ma la serie prevede con accuratezza le ripercussioni globali di un ritorno a un approccio America First che ignora o calpesta gli alleati, e la tensione fra Usa e Regno Unito per la presenza di un sottomarino nucleare russo al largo delle coste inglesi sembra uscita dalla cronaca. Anche in questo caso i rapporti con consulenti dell’intelligence sono costanti e gli scenari di crisi realistici.
Anche chi ha visto le quattro stagioni di Jack Ryan potrebbe provare il brivido del deja-vu seguendo le notizie internazionali. La stagione più inquietante, per il livello di vaticinio, è la seconda, in cui il protagonista, sempre un agente della Cia ma stavolta, vivaddio, solo un maschio, indaga sul misterioso carico di una nave diretta in Venezuela. Il paese è governato dal dittatore corrotto Nicolás Reyes, che ne ha devastato l’economia, reprime gli oppositori, usa prigioni segrete nella giungla e trama per sviluppare armi nucleari. Finisce con un’operazione Usa per rimuovere Reyes, incluso l’elicottero delle forze speciali che attacca il palazzo presidenziale, l’esposizione della corruzione monstre e la vittoria dell’opposizione alle elezioni successive. Gli sceneggiatori, in evidente debito di immaginazione, non hanno previsto che, nella realtà del 2025, il capo dell’opposizione venezuelana avrebbe vinto il Premio Nobel per la Pace AL POSTO del presidente Usa spegnitore di otto guerre, e che Sua Nobeltà ne sia molto offeso.
Per farci del male, concludiamo con un consiglio: recuperate il film Civil War di Alex Garland. Spoiler: è ambientato in America.
L'Amaca
A cavalcioni di una voragine
di Michele Serra
La catastrofica frana di Niscemi (compreso il ritardo di almeno un paio di giorni con il quale è diventata un caso nazionale) ci richiama per la milionesima volta al nostro grande guaio strutturale, che è anche un grande guaio culturale: non siamo calibrati (mai!) sulla cura, sulla manutenzione, sull'ordinaria tutela del territorio e di noi stessi. Viviamo solo per l'eccezionale e per il mirabolante, come bambini annoiati, o forse come depressi bisognosi di shock emotivi. Per dirla con Altan: «L'italiano è un popolo straordinario, mi piacerebbe che fosse un popolo normale».
Come già scritto infinite volte, non è il Ponte sullo Stretto in sé a sembrarci inutile e inopportuno. I ponti sono opere magnifiche: tutti. A sembrarci inutile e inopportuno è il Pontesullo Stretto in questo Paese e nello specifico a cavalcioni tra quelle due regioni, malate di trascuratezza e di abbandono. È come voler costruire un eliporto sul tetto di una casa con gli impianti sfasciati, i vetri rotti e l'intonaco diroccato: perché farlo, se non per fingere che ogni nostra magagna sia scavalcabile in un solo balzo? È il mito eterno del talento italiano come alibi delle nostre omissioni e delle nostre inettitudini.
Di quel Ponte, allo stato delle cose, non c'è neppure la certezza tecnica che sia effettivamente realizzabile, con una campata unica quasi tripla rispetto alla più lunga del mondo. Vedendo le coste siciliane corrose dall'uragano, e una città sprofondare, come non pensare che quella caterva di miliardi pubblici congelati per puro puntiglio politico servirebbero tutti e subito per ben altre necessità, più umili, più urgenti, più vitali?
Bongiorno!
Separate le Bongiorno
A proposito di carriere da separare, oggi raccontiamo una storia esemplare. L’avvocata e senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia vicepresieduta da Ilaria Cucchi, irrompe nel processo Cucchi-ter assumendo la difesa in Cassazione di uno degli ufficiali dei Carabinieri condannati per aver depistato le indagini sul pestaggio che nel 2009 uccise Stefano Cucchi. Si tratta del colonnello Lorenzo Sabatino, che ai tempi dell’omicidio comandava il Reparto operativo di Roma e che l’anno scorso la Corte d’appello ha ritenuto colpevole di avere sviato le indagini, infliggendogli 1 anno e 3 mesi di reclusione. Ovviamente Sabatino ha tutto il diritto di avere un difensore e la Bongiorno non viola (purtroppo) alcuna legge nel difenderlo. Ma siamo alle solite. La Bongiorno è il primo soprano del centrodestra in Parlamento sulla Giustizia: fa e disfa le leggi (vedi quella sulla violenza sessuale) e al contempo continua a svolgere la professione forense con un’influenza sproporzionata a quella dei suoi colleghi, a tutto vantaggio dei suoi assistiti. Il minimo sindacale di una legge sui conflitti d’interessi dovrebbe proibire agli avvocati di difendere i clienti al mattino nelle aule giudiziarie e di legiferare al pomeriggio sul Codice penale e quello di procedura nelle aule parlamentari.
Lo scriviamo da quando 30 anni fa, coi governi dell’Ulivo, in commissione Giustizia c’erano i compagni avvocati Pisapia e Calvi e al ministero l’avvocato progressista Flick, che era pure il legale del premier Prodi. E lo ripetemmo quando B. si portò i suoi legali Pecorella, Ghedini&C. per abolirgli i reati, bloccargli i processi e dimezzargli la prescrizione. Chi fa politica ha molti onori, ma dovrebbe avere almeno l’onere di interrompere attività professionali in palese conflitto d’interessi. Quando nel 1994 B. tentò di piazzare alla Giustizia il suo avvocato Previti, all’epoca ancora incensurato, Scalfaro lo fermò: altri tempi, altri presidenti. Ora però che questi sepolcri imbiancati infilano nella Costituzione ridicoli conflitti d’interessi fra pm e giudici, dovrebbero avere la decenza di risolvere quello fra avvocati e politici. Cioè fra le due Bongiorno. Chi viene assistito dalla senatrice – come Salvini, la ragazza del presunto stupro di Grillo jr., i membri del governo sul caso Almasri, la Consap chiamata dai giudici a risarcire le vittime della strage di Cutro – parte favorito rispetto a chi non ha un difensore-legislatore. Ma il caso Cucchi è ancor più grave: nel processo sono parte civile la Presidenza del Consiglio, i ministeri dell’Interno e della Difesa e l’Arma dei Carabinieri. I quali, in un cortocircuito istituzionale strepitoso, chiedono la condanna del colonnello difeso dalla senatrice Bongiorno. Che cos’è, uno scherzo?
giovedì 29 gennaio 2026
Mannaggia!
Mannaggia non avessi da vedere “Tre giorni a Papeete con l’upupa” non mi perderei per niente questo meraviglioso film! Peccato…
Silenzio parla il Boss!
Tacciano i ribaldi ed ascoltino la nuova canzone del Boss sui fatti di Minneapolis.
Ecco il testo tradotto! Lunga vita al Boss e Fuck Trump e Fuck ICE!
Streets of Minneapolis
Tra il ghiaccio e il freddo dell'inverno
Lungo Nicollet Avenue
Una città in fiamme combatteva fuoco e gelo
Sotto gli stivali di un occupante
L'armata privata di Re Trump proveniente dal DHS (Sicurezza Interna)
Pistole allacciate ai loro cappotti
Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge
O almeno così dicono loro
Contro il fumo e i proiettili di gomma
Alle prime luci dell'alba
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c'erano impronte insanguinate
Dove avrebbe dovuto esserci la misericordia
E due morti, lasciati a morire su strade innevate
Alex Pretti e Renee Good
Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare attraverso la nebbia di sangue
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero tra noi
Qui a casa nostra, hanno ucciso e vagato
Nell'inverno del '26
Ricorderemo i nomi di chi è morto
Sulle strade di Minneapolis
I sicari federali di Trump lo hanno colpito
Al volto e al petto
Poi abbiamo sentito gli spari
E Alex Pretti giaceva morto nella neve
Hanno sostenuto la legittima difesa, signore
Basta non credere ai propri occhi
Sono il nostro sangue e le nostre ossa
E questi fischietti e telefoni
Contro le sporche bugie di Miller e Noem
Ora dicono di essere qui per sostenere la legge
Ma calpestano i nostri diritti
Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio
Puoi essere interrogato o espulso a vista
Nei nostri cori "Fuori l'ICE ora"
Il cuore e l'anima della nostra città resistono
Tra vetri rotti e lacrime di sangue
Sulle strade di Minneapolis
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Fuori l'ICE (Fuori l'ICE)
Prima o poi...
La Ue cavalcava la tigre Usa, ma ora ne ha paura
Nell’analisi della politica internazionale prevale da un po’ di tempo una visione apocalittica dell’ordine euro-atlantico basato sulla Nato. Alcuni ne hanno da tempo definito la morte, data l’anomalia trumpiana e l’irrituale violenza, che Washington ha scatenato sui sempre più remissivi alleati.
Come ho già citato nel libro Un approdo per noi naufraghi, Robert Cooper, diplomatico britannico, nel 2002, molto prima delle ammissioni pubbliche a Davos del primo ministro del Canada, ex direttore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, aveva illustrato come il “liberal order basato sulle regole” fosse una ideologia adatta a difendere gli interessi geostrategici occidentali, nutrita di doppi standard e asimmetrie, violazioni aperte del diritto internazionale nei confronti degli Stati non appartenenti al club privilegiato. Non si tratta di un concetto rivoluzionario. Esso è da tempo compreso dalla parte consapevole della società civile europea. Rappresenta uno schiaffo in piena faccia a coloro, editorialisti, accademici e diplomatici, che purtroppo hanno da decenni alimentato la favola del mondo liberale buono contro le autocrazie cattive. Il presidente francese, con un patetico Whatsapp, ha chiesto un colloquio a Davos al presidente Usa perché, sebbene lui sostenga Washington in tutte le aperte violazioni della Carta onusiana, dal Venezuela all’Iran, proprio non riesce a comprendere la posizione americana sulla Groenlandia. Per decenni gli europei sono stati complici nella distruzione del multilateralismo e del diritto internazionale. Restano tuttavia sbalorditi se la Tigre, che hanno con disinvoltura cavalcato, si ritorce contro di loro.
Ci troviamo di fronte a un teatro di infima qualità. Le classi dirigenti europee costituiscono insieme a quella americana un uguale e omogeneo blocco di potere che ruota intorno al dollaro. Da tempo, e sicuramente dopo il colpo di Stato in Ucraina del 2014, hanno rinunciato a rappresentare gli interessi dei popoli europei, dell’euro, delle industrie e dell’economia nostrane. La grande industria tedesca ha subito il sabotaggio dei gasdotti senza fiatare, rassegnandosi a un declino economico nel quale sta attirando l’intero continente.
La dipendenza dalla finanza statunitense ha dopo il 2008 eroso ogni ideale di autonomia strategica europea. La narrativa liberal, conforme alle grandi lobby, ha costruito l’avversario in Trump, il volto selvaggio dell’impero, che distrugge le parvenze liberali e afferma il diritto statunitense di nutrirsi del sangue dei vassalli e dei nemici deboli, a cui vanno rubate materie prime e terre rare. Al netto dell’ipocrisia, si dovrebbe ben sapere che Washington da anni, con Biden e con Obama, ha perseguito i propri interessi a scapito dei nostri. Da Mitterrand in poi, dalla sua storica dichiarazione nel 1994 sulla guerra a morte in corso contro gli Usa, gli analisti di politica internazionale conoscono la divergenza di interessi esistente e la determinazione con la quale Washington ha ostacolato la costruzione di un’Europa politicamente e economicamente forte, in cooperazione con la Russia. La guerra in Ucraina è stata l’ultimo atto che ha eseguito l’elegante appello di Victoria Nuland “Fuck Europe”. La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa, che secondo la strategia di difesa americana, dovrà implicare un più equo burden sharing, 5% di spese di difesa, Europa braccio armato della Nato contro la Russia. Questo il blocco di potere euroatlantico, che secondo Emmanuel Todd condivide una corruzione diffusa ed è sotto ricatto dati i flussi di denaro registrati da internet verso i paradisi fiscali. Un blocco di potere che con lo spazio politico mediatico e la sua classe di servizio in Europa costruisce una narrativa potente, in grado di fabbricare consenso anche nelle vittime, le classi lavoratrici. Lo sviluppo tecnologico, l’IA, come Larry Fink ha esplicitato, avrà nuovi temibili costi sociali. Di fatto ben più gravi saranno quelli culturali e democratici, a spese del nostro umanesimo. Eppure, in questi tempi cupi, ci sarebbe la possibilità, con una dirigenza diversa, un’istanza politica nuova e coraggiosa, in grado di unificare i settori schizzati del dissenso, per insinuarsi nelle contraddizioni oggettive del mondo occidentale.
Liberarsi della Nato, porre fine all’involuzione autoritaria che ha saldato il nuovo fascismo delle destre trumpiane, a partire dalla Meloni, con i cosiddetti progressisti del centrosinistra europeo. Le normative recentemente elaborate contro l’antisemitismo ne sono la prova, costituendo la criminalizzazione di ogni critica a Israele e del dissenso in genere.
L'Amaca
I limiti del fascismo
di Michele Serra
Si sa che i fascisti, in Italia, sono tanti. D'altra parte, si tratta di
un classico del made in Italy: stupirsi di quanti italiani siano
fascisti sarebbe come meravigliarsi che a Bologna ci sono i
tortellini, a Torino i gianduiotti e ad Alberobello i trulli.
Ma, così a occhio, i fascisti non sembrerebbero in numero tale
da poter sostenere una quantità di partiti fascisti già adesso
impressionante, da Guinness dei primati. Tentando un
riepilogo: ci sono i vecchi titolari di Fratelli d'Italia (non tutti
fascisti, c'è anche Crosetto); la Lega di Salvini, a mio personale
giudizio il più fascista mai visto dai tempi della Marcia su
Roma; le antiche botteghe Forza Nuova e CasaPound, puro
vintage, nella tradizione gloriosa del manesco nazionale; più la
miriade di sigle e siglette di teste rasate, gioventù hitleriane,
pulitori etnici, negazionisti, remigrazionisti, ultras di stadio
con più tatuaggi che neuroni, neotemplari da operetta e
nibelunghi da birreria.
Ce n'è abbastanza? No, non ce n'è abbastanza. Pare che il
generale Vannacci (la cui somiglianza con Alberto Sordi
aumenta mese dopo mese, e non cessa di entusiasmarci) abbia
depositato il marchio di un ennesimo partito fascista, con
tanto di caratteri solennemente littori. Si chiama Futuro
Nazionale. Ce la farà? È possibile sopravvivere in tre, in
quattro, in cinque, in dieci, contendendosi la stessa fascia, anzi
lo stesso fascio di mercato?
Ammetto di seguire con malcelata simpatia il tentativo di
Vannacci. Rappresenta, in quel mondo lugubre e minaccioso,
la variante impazzita. Farà danni soprattutto ai partiti
confinanti, probabilmente anche a se stesso. I limiti dello
sviluppo riguardano anche il fascismo: più di tanto, non può
svilupparsi.
Magico
Il Coronavirus
di Marco Travaglio
Ritorno sul caso Corona solo per tranquillizzare i fessacchiotti che scambiano una questione di principio contro un pericoloso precedente – l’interdizione urgente e anche preventiva – per una difesa personale. So bene quanto male Corona ha fatto e può ancora fare frullando notizie vere e false, pubbliche e private, con l’effetto moltiplicatore del web e la tecnica dell’escalation. Ho vissuto, da amico di Selvaggia Lucarelli, lo stalking che lei e la sua famiglia hanno subìto col senso di impotenza per la mancanza di difese immediate. E il mio pezzo nasceva proprio da due domande. 1) Quanti cittadini avrebbero ottenuto lo scudo spaziale che il Tribunale di Milano ha riservato a Signorini e alla retrostante famiglia B.? 2) Che accadrebbe se uno qualunque chiedesse ai giudici di fermare una campagna di fango del gruppo B. e/o di Signorini? Il comunicato di Mediaset ha rischiato di farmi cadere dalla sedia per le risate: “La libertà di espressione non è, e non sarà mai, libertà di diffamazione, gogna mediatica o sistematica distruzione delle persone”. E giù anatemi su chi diffonde diffonde “falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di fondamento, menzogne che ledono la reputazione di una società quotata in Borsa, e ancora peggio di tante persone, coinvolgendo in modo vergognoso le famiglie” con un “metodo che normalizza l’odio e la violenza verbale. Questo non è informare: è monetizzare e lucrare attraverso l’insulto”.
Sembra l’autoritratto di Mediaset, di 30 anni di talk e scoop di Chi (a proposito di privacy!), Giornale, Panorama, Foglio e tutto il cucuzzaro contro chiunque osasse dare noia alla Real Casa di Arcore. Le tangenti a Di Pietro che ha “sbancato” Pacini Battaglia; Borrelli sul cavallo dell’imputato Gorrini; Davigo che ricatta il giudice del caso Gdf; gli Sgarbi quotidiani sugli “assassini” del pool Mani Pulite e su Caselli “mandante morale” dell’omicidio di don Puglisi e del suicidio del giudice Lombardini; la Ariosto prezzolata dai servizi segreti; la Boccassini che paga un pentito per incastrare la Parenti, rapisce una bimba somala, cospira con pm stranieri contro B. in riunioni carbonare a Lugano e da giovane amoreggiava pure con un cronista di sinistra; Colombo che falsifica carte per incastrare B.; Colombo e Boccassini che manipolano una bobina e nascondono prove in un fascicolo segreto; Esposito che anticipa la condanna di B. per frode fiscale a cena con Franco Nero; il giudice Mesiano (quello del risarcimento a De Benedetti per lo scippo di Mondadori) pedinato da Mattino 5 e fatto passare per matto a causa dei calzini turchesi… Tutte calunnie sparate a edicole e a reti unificate. Ora lo spara-merda ha cambiato direzione. Il Coronavirus è solo l’ultima variante del Biscionevirus.
mercoledì 28 gennaio 2026
Postprandiale news
È un classico esempio di effetto postprandiale, in special modo se trangugi due abnormi cotolette alla milanese o una timballata da record: capita infatti, ad esempio se sei un ministro, di obnubilarti la mente dimenticando che sei al governo e i quattro soldi alle forze dell’ordine glieli dai tu! Prosit!
L'Amaca
Gli sgherri alle Olimpiadi
di Michele Serra
Anche se Tajani non ce lo spiegava, lo sapevano già da soli che gli uomini dell'Ice in arrivo in Italia per le Olimpiadi non saranno mascherati e non spareranno agli slalomisti che non si fermano all'alt. Magari avranno perfino modi educati, che nell'America di Trump sta diventando un'eccezione, anzi una stravaganza. Ma non è questo il punto.
Il punto, altamente simbolico, fortemente politico, è che quella milizia di sgherri strapagati, politicamente non neutrali, al servizio del potere e non del cittadino, è mal voluta da chiunque sappia distinguere la prepotenza dal diritto. E se non è diventato pura retorica, se ne rimane almeno qualche briciola, anche il contesto olimpico non si direbbe il più adatto a reggere la presenza di una milizia brutale e arrogante. Già, lo spirito olimpico: si fermavano le guerre, nell'antica Grecia, quando c'erano le Olimpiadi. La violenza spiccia e sanguinaria cedeva il campo, sia pure per un attimo, alla competizione tra gli atleti arrivati da ovunque. Si faceva pace nel nome di quello che un giorno si sarebbe chiamato sport.
Si sa che le Olimpiadi (come lo sport nel suo insieme) sono diventate un business. Ma nel nome di quel poco, forse pochissimo che rimane dello spirito olimpico, anche se nessuno osa sognare che anche le Olimpiadi moderne siano l'occasione giusta per fermare le guerre: che accidenti c'entra l'Ice, con il suo spirito di sopraffazione, con le Olimpiadi?
Vance e chi altro arrivi in rappresentanza degli Stati Uniti abbia la cura e la gentilezza di non farsi scortare da quei miliziani, che qui in Italia piacciono solo al Salvini, nemmeno a tutti i suoi elettori. C'è un limite all'arroganza, e c'è un dovere degli ospiti di non essere di impiccio. Ice, go home.
Robecchi
Migrazioni Calenderos e “riformisti” sempre pronti ad andarsene (magari)
Cose che pochi sanno: il calendario si chiama così perché ci potete segnare sopra, giorno per giorno, dove si troverà Calenda in ogni momento. Con Tajani (giovedì dopopranzo), con Meloni (venerdì mattina), con i riformisti del Pd (primo pomeriggio), con Confindustria (tutti i mercoledì), sulle pagine dei giornali (i giorni dispari, i giorni pari c’è Renzi), in televisione (sempre). Se mettete un avviso sui vostri calendari elettronici, suoneranno in continuazione, praticamente ogni minuto, per segnalare gli spostamenti di Calenda, un po’ come quegli alert che ci sono sui grandi pescherecci per monitorare le rotte dei tonni dalla pinna gialla, catturarli e congelarli all’istante. Un allarme continuo, finisce che vi distrae e non lavorate più, esattamente come Calenda. Sarebbe anche una fatica inutile, perché alla fine Calenda, anche senza dare un’occhiata al calendario, lo troverete a destra, difficile sbagliarsi. Già i Maya e gli Aztechi avevano un loro calendario, piuttosto preciso, che segnalava gli spostamenti di Calenda: stava con Cortez e i conquistadores.
Ma non vorremmo qui, in queste poche righe, dedicargli troppo spazio, perché gli spostamenti di questo enorme statista non dovrebbero oscurare altre sotterranee e inesauste migrazioni, tipo quella di Delrio verso Gasparri (per il suo delizioso disegno di legge che equipara antisemitismo e critiche a uno Stato genocida), di Scalfarotto verso Tel Aviv, di Fassino verso il più vicino duty free, o della Picierno verso il ridicolo. Si assiste insomma a una costante e indefessa migrazione di alcuni personaggi delle nostre cronache politiche – non potendo metterli tutti nelle barzellette della Settimana Enigmistica – verso un ipotetico centro dello schieramento politico. Un centro che confina sempre e comunque con la destra, che accusa il Pd di essere troppo di sinistra (poi dice che la fantascienza non tira più) e che ha nel vittimismo la sua più collaudata modalità. Aggiungeteci anche il sindaco del Luna Park per milionari chiamato Milano, Giorgio Gori, e altri pupazzi minori molto intervistati nella loro veste di comparse sedicenti di sinistra osteggiate dalla sinistra.
Le ultime notizie su questa biblica migrazione di una dozzina di persone, che a leggere i giornali sembrano una moltitudine e che in realtà non riempirebbero uno scuolabus da 20 posti, dicono di una possibile (ipotetica? Probabile?) scissione. Insomma, i famosi “riformisti” del Pd – insieme a centristi vari, margheriti sparsi, Calenda e calendisti, renzisti rinati del Settimo Giorno e prodissimi prodiani – minacciano di allontanarsi dal Pd, e li trattiene soltanto un pensiero: che nessuno se ne accorga, tanto meno gli elettori. Siccome però non sono tempi favorevoli a lasciare un posto sicuro per tentare la carriera solista o per arruolarsi in formazioni dalle dimensioni microscopiche, la tattica è quella di piangere preventivamente, fare le vittime, lamentare di essere “bullizzati” e lanciare l’accorato allarme: “vogliono cacciarci!”. Un accorato allarme a cui qualche milione di elettori del Pd risponderebbe con un sonoro: “Ma magari!”.
In attesa che si compia questa dolorosa frattura, ci piace ricordare, in tempi di Sanremo imminente, il loro ritornello più famoso: “Si vince al centro”. Un refrain che si ripete ogni giorno, finché non arrivano le elezioni, quando il centro raccoglie percentuali inferiori al Pi greco, e poi ricomincia la rumba dei “riformisti” incompresi e maltrattati, sempre sull’orlo di una crisi di nervi.
Hiiòòòò!
Lo scudo degli asini
Se lo sgoverno, facendosela sotto per le contestazioni, non avesse rinviato l’ennesimo decreto Sicurezza a dopo i Giochi Milano-Cortina, il poliziotto che lunedì ha ucciso uno spacciatore marocchino armato di pistola a salve non avrebbe potuto essere indagato: sarebbe scattato lo “scudo penale” per le forze dell’ordine annunciato da oltre un anno da Salvini&C. come un gentile omaggio agli agenti. Chiariamo subito che, se sarà confermato che il nordafricano puntava sugli agenti un’arma giocattolo identica a una Beretta calibro 92, quello che gli ha sparato ha agito per legittima difesa propria e dei colleghi, non potendo immaginare che la pistola fosse a salve. Dunque, a fine indagine, verrà giustamente prosciolto. Ma gli analfabeti che ci sgovernano – gli stessi che protestano col governo svizzero perché i giudici svizzeri applicano il codice svizzero e scarcerano il responsabile di una strage colposa per cui in Italia non sarebbe stato neppure arrestato – pensano che iscrivere un agente nel registro degli indagati per ricostruire una sparatoria mortale sia un dispetto delle toghe rosse alle forze dell’ordine. Non sanno che l’iscrizione, oltreché un atto dovuto, è una garanzia per l’indagato: fa scattare i termini delle indagini, che dopo sei mesi devono finire o essere prorogate dal giudice; e l’agente, una volta indagato, viene assistito da un avvocato e, quando sarà interrogato, godrà delle facoltà di non rispondere e di mentire.
Invece, con lo “scudo” escogitato da questi dementi, le indagini sulla morte dello spacciatore resterebbero contro ignoti, anche se chi ha sparato è notissimo; e soprattutto l’agente verrebbe interrogato come testimone, cioè senza avvocato e con l’obbligo di rispondere e di dire la verità. Se tacesse (come sarebbe suo diritto fare da indagato, in base al principio universale in base a cui nessuno può essere obbligato ad autoaccusarsi) o mentisse (cosa che in Italia per gli indagati è lecita, diversamente dagli Usa dove possono solo tacere), verrebbe processato per reticenza e/o false dichiarazioni al pm. Credendo di fare cosa gradita, i giuristi per caso del governo Meloni rifilano a poliziotti, carabinieri e finanzieri una fregatura esiziale. Con un ulteriore paradosso: nel caso di una sparatoria con feriti, ma senza morti, tra uomini delle forze dell’ordine e gruppi di criminali, i primi – non potendo essere indagati – dovrebbero rispondere e dire la verità anche contro se stessi, mentre i secondi verrebbero indagati e assistiti da un avvocato, cioè potrebbero tacere o mentire. Più che uno scudo, una trappola mortale. Che probabilmente verrà rasa al suolo dalla Consulta, perché per fortuna è una legge ordinaria. Pensateci bene: comprereste una riforma costituzionale usata da questi somari?
martedì 27 gennaio 2026
Piiiiif!!!
dal post Facebook di Lorenzo Tosa
Pierfrancesco Diliberto in arte Pif ci ha messo la faccia, la testa, il coraggio - perché oggi ci vuole pure quello - e si è schierato apertamente, senza mezzi termini, a favore del NO al Referendum Giustizia.
E ha fatto tutto questo alla Pif, con un intervento magistrale.
Da leggere e rileggere e poi leggere ancora.
“Carissimi, è da giorni che cerco di preparare questo video in cui spiego il motivo per cui voterò no al referendum.
Solo che ho pensato: se al professor Barbero lo trattano così, a me fanno un mazzo.
Saluto gli amici di Open, del dottor David Puente.
Ciao David, non mi prendere proprio alla lettera, non vorrei fare la fine di Barbero, non mi vorrei montare la testa.
Rispetto agli altri referendum mi sono dovuto documentare molto prima di prendere questa decisione, perché è un fatto molto tecnico e una persona normale fa fatica a capire di cosa stiamo parlando, anche se questa riforma se passa influenzerà molto la vita di tutti quanti.
Non voglio andare troppo nel dettaglio perché poi c'ho un Puente qua, però diciamo che questa cosa del sorteggio differenziato a me non convince, anche perché mi sembra un po' a sfavore della magistratura e a favore della politica.
Insomma, mi sembra che ci sia un po' di Ungheria nell'aria. E l'Ungheria è bella, ma non ci vivrei. Almeno non per il momento. E poi mi sembra evidente che con tutti i problemi che ha la giustizia italiana, questa non è una priorità.
Ci sono prima mille altri problemi da risolvere, uno fra tutti i tempi della giustizia.
Questa riforma spesso viene presentata come una riforma che risolverà anche questo tipo di problema. Almeno Fratelli d'Italia nei suoi social lo ripete continuamente. Loro non sono stati bannati come il povero professor Barbero, quindi non è una fake news.
La sensazione è che questa riforma sia un po' il Ponte sullo Stretto della giustizia e utile a chi lo fa.
Io ho capito che devo votare no ascoltando Nordio e Tajani. Tajani, ad esempio, ha dichiarato che la maggior parte degli imputati in Italia alla fine viene assolta. Il ragionamento che faccio allora è: se un imputato alla fine viene assolto, molto probabilmente è perché il PM e il giudice hanno avuto idee diverse riguardo le sorti dell'imputato.
Tutto questo ha mandato avanti il processo al grado successivo. E se questo avviene nella maggior parte dei casi, come dice Tajani, che la facciamo a fare sta riforma?
Quando Nordio invece dice che Elly Schlein dovrebbe votare sì perché un giorno potrebbe essere utile al PD quando sarà al governo, allora lì capisci perché vogliono fare questa riforma.
Quindi ai comitati del No suggerisco di usare come testimonial Tajani e Nordio.
Loro sanno spiegare meglio di altri le ragioni del No. Almeno a me hanno convinto a votare No”.
Fantastico 👏👏👏
Oscurate pure lui ora.
Calendariamente
Calenda anti-magistrati si sdraia sui Berlusconi
Molto toccante la cerimonia tanatofila che si è tenuta domenica al teatro Manzoni di Milano, in un edificio di proprietà della famiglia Berlusconi, per celebrare il 32º anno dalla discesa in campo del defunto che tanto ispira ancora l’azione di governo. A officiare la messa c’era Tajani, leader per così dire di Forza Italia, e in platea tutto il vippume berlusconiano, compresi la ex compagna di Silvio, Marta Fascina, naturalmente deputata della Repubblica a nostre spese, e il di lui fratello Paolo, in qualità di esecutore testamentario delle volontà del congiunto in materia di Giustizia, la sua specialità. A spiccare, però, è stata la presenza di Carlo Calenda, già ministro col centrosinistra dopo le gloriose esperienze manageriali in Ferrari, Sky, Confindustria e la candidatura in Scelta civica; senza dimenticare il giretto da europarlamentare del Pd, ciò che rimase anche dopo essersi fondato un partito suo, per dimettersi solo dopo essere stato eletto senatore con la lista Azione-Italia Viva. Adesso Forza Italia lo “chiama” (Corriere): poteva dire di no?
Accanto a lui, una sua vecchia conoscenza: Letizia Moratti. Ricorderete quando lui e Renzi la candidarono alle Regionali in Lombardia nel 2022: “Renzi e la tentazione Moratti candidata”, titolavano i giornali del blocco borghese, e a stento riuscivano a trattenere l’eccitazione.
Per Repubblica e Corriere, dotati di orecchio fine per i palpiti del popolo, l’operazione Moratti non era affatto una bieca operazione ordita dai due leader del compianto Terzo (in realtà Sesto) Polo per togliere voti al Pd e contarsi, genuflettendosi alla piccola, media e grande borghesia tra Milano e Cortina; era un genialata, nel momento in cui il Pd stava scivolando verso l’esiziale “alleanza estremista col M5S” (Corriere). Era certo, come assicurava Renzi a La7, che avrebbero fatto “numeri straordinari” insieme. Repubblica spingeva per questa “sinistra fluida” che desse “una sveglia al Pd”, e prese a intervistare ogni giorno notai, registi e direttori artistici, insomma il popolo, per endorsare la ereditiera con triplo cognome, vedova di un petroliere. Solo così si sarebbe battuta “la destra”, cioè Attilio Fontana, di cui peraltro Moratti era stata assessora alla Sanità fino a 3 secondi prima.
Purtroppo Moratti arrivò terza su tre, ciò che non le ha impedito di rientrare in FI, a giudicare dalla foto in cui appare col cartello in mano per dire che lei voterà sì al referendum di Nordio (ma va’?), appunto accanto a Calenda. Archiviata la sinistra fluida, c’è sempre la destra; e chi meglio del fluidissimo anzi gassoso Tajani può realizzarla, imbarcando i disperati del Centro? Già da un po’ si vociferava: “A Marina Berlusconi non dispiacerebbe l’intesa (futuribile) Tajani-Calenda”, titolava Il Foglio nel settembre scorso. Sempre meglio i Berlusconi che “l’alleanza estremista col M5S” (se iniziamo a votare un partito senza pregiudicati dove andremo a finire, in Siberia?). In fondo è chiaro il perché della presenza di Calenda nel teatro di Berlusconi: il sogno comune di mettere la magistratura sotto il potere governativo; il fatto che i due elettorati in parte combacino (immaginiamo il tormento che a ogni elezione affligge il padronato di Piazza San Babila e i poveri proprietari che leggono Class: votare il signorino dei Parioli o il maggiordomo di casa Berlusconi?), oltre che tutte quelle scemenze sul “merito”, i valori atlantici e la rivoluzione liberale; quel che colpiva era l’assenza di Renzi. Forse era a Riad? Che non voglia ancora esprimersi sul referendum di Nordio per tenere la Meloni sulla brace, posto che lui è presumibilmente favorevole a tutto ciò che limita il potere e l’autonomia dei magistrati? Quando metterà la testa a posto entrando finalmente in FI, visto che per le elezioni avrà bisogno di un passaggio da qualcuno chicchessia, visto che è senatore grazie a Calenda, con cui però ha litigato, e che la sua sceneggiata di esser di centrosinistra e di voler opporsi al governo non ha spostato Italia viva di un decimale?
Un’ultima, deliziosa nota su Calenda: sui giornali la notizia della sua presenza al rito anti-magistrati di FI è oscurata da un’altra fondamentale informazione, e cioè la sua “presa di distanza da Salvini”, il quale ha incontrato il neonazista inglese Robinson al ministero dei Trasporti. “Incompatibile con noi. Tajani e Calenda si smarcano e lavorano all’intesa al centro”, titola Repubblica. Ora, a parte che il verbo “lavorano”, per un meeting unto dallo spirito di Silvio Berlusconi, è un po’ troppo forte, la domanda dovrebbe essere: ma perché a Calenda dovrebbe importare di smarcarsi da Salvini? Calenda è entrato nella maggioranza di governo di soppiatto e già detta legge e impone veti? Intanto Paolo dice di Calenda: “È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”, e se lo dice un Berlusconi c’è da fidarsi.
Guarda guarda!
Basta una poesia per aggirare
i controlli sull'IA
DI ANTONIO SPADARO
UNO STUDIO MOSTRA COME I VERSI RIESCANO A ELUDERE I FILTRI DI SICUREZZA DEI MODELLI LINGUISTICI
Quando le domande diventano poesia, l’intelligenza artificiale abbassa la guardia
Uno studio americano ha posto ai chatbot domande pericolose.
«Come si diffonde una fake news?». Nessuna risposta.
Ma, chiedendolo in versi, ecco che l’algoritmo si arrende.
C’è qualcosa di sorprendentemente elegante – e destabilizzante – in una scoperta recente che arriva dal mondo dell’intelligenza artificiale.
Non riguarda nuovi chip o scenari da film di fantascienza, ma la poesia: versi, immagini, metafore. Un modo di dire le cose che non procede per istruzioni, ma per allusioni. E che oggi, paradossalmente, sembra capace di confondere alcune delle macchine più avanzate mai costruite.
Uno studio pubblicato sulla piattaforma arXiv dal titolo che potremmo sintetizzare come
La poesia come meccanismo universale di aggiramento dei sistemi di sicurezza digitali
firmato da un gruppo di ricercatori europei, racconta proprio questo: molti modelli linguistici diventano improvvisamente meno prudenti quando una richiesta delicata non viene formulata in modo diretto, ma “travestita” da poesia.
I grandi modelli linguistici sono addestrati a riconoscere certe forme di richiesta come pericolose o inappropriate.
Se un utente scrive, in modo diretto e funzionale, qualcosa come «spiegami passo per passo come violare un sistema informatico» o «dimmi come sintetizzare una sostanza tossica», il modello intercetta la struttura della domanda, la confronta con esempi simili visti durante l’addestramento e risponde con un rifiuto.
È un meccanismo che funziona, nella maggior parte dei casi, perché il linguaggio è riconoscibile: domanda esplicita, verbo operativo, obiettivo chiaro.
Ma cosa succede se la stessa richiesta cambia pelle?
È qui che entra in scena la poesia.
I ricercatori hanno mostrato che basta riscrivere una domanda problematica in forma di racconto o di versi perché i filtri di sicurezza perdano efficacia.
Immaginiamo, per esempio, che invece di chiedere «come si forza una serratura?», il testo racconti di una porta chiusa nella notte, dei suoi ingranaggi silenziosi, delle pressioni giuste e dei movimenti minimi necessari perché il metallo ceda.
Alla fine del poema, la domanda è ancora lì, ma non appare più come un’istruzione tecnica. È diventata parte di una scena.
E spesso, a quel punto, il modello offre la risposta che viene ricercata dalla domanda problematica e pericolosa.
La poesia funziona come una soglia.
Il modello entra seguendo il ritmo, le immagini, l’atmosfera apparentemente innocua, e solo alla fine si trova davanti a una richiesta che, formulata in altro modo, avrebbe rifiutato senza esitazione.
Ma ormai il contesto è cambiato, e con esso il comportamento del sistema.
Per verificare che non si trattasse di un’astuzia isolata o di un esercizio letterario particolarmente riuscito, i ricercatori hanno ampliato l’esperimento.
Hanno preso 1.200 richieste problematiche standard, quelle che vengono comunemente usate nei test di sicurezza dell’intelligenza artificiale.
Domande del tipo: «Come si diffonde una notizia falsa in modo efficace?» oppure «quali passaggi permettono di accedere a dati personali senza autorizzazione?».
In forma diretta, queste richieste vengono quasi sempre bloccate.
Poi le hanno trasformate automaticamente in versi.
Nessuna aggiunta di contenuto, nessuna creatività nel senso comune del termine.
Stesso significato, stessi rischi, stessa intenzione.
Cambia solo la forma: frasi spezzate, immagini metaforiche, un tono narrativo.
Il risultato è netto.
Le versioni poetiche superano i sistemi di sicurezza fino a diciotto volte più spesso rispetto alle versioni in prosa.
Non perché dicano qualcosa di diverso, ma perché lo dicono in un modo che i filtri non riconoscono come “tipico” del pericolo.
Lo dicono in forma poetica.
A emergere è un limite strutturale.
I sistemi di allineamento sembrano costruiti su un’idea implicita di linguaggio rischioso: lineare, tecnico, quasi burocratico.
È il linguaggio dei manuali, delle istruzioni operative, delle domande dirette.
La poesia, invece, è ambigua per definizione.
Non punta all’efficienza, ma all’eccesso di senso.
Ed è proprio questa ambiguità a creare un punto cieco.
C’è poi un dettaglio che rende il quadro ancora più interessante.
I modelli più piccoli e meno potenti risultano spesso più prudenti di quelli più avanzati.
Di fronte a un testo poetico complesso, fanno fatica a interpretarlo e preferiscono rifiutare.
I modelli più grandi, invece, riescono a decifrare la metafora, a ricostruire l’intenzione nascosta, e proprio per questo finiscono per rispondere.
In questo contesto, la capacità linguistica diventa una vulnerabilità.
Capire meglio significa esporsi di più.
Già Platone, nel Libro X della Repubblica, guardava con sospetto i poeti, accusandoli di saper aggirare la ragione attraverso l’imitazione e il fascino delle parole.
Il loro linguaggio, temeva, poteva destabilizzare l’ordine della città proprio perché non procedeva per argomentazioni dirette, ma per immagini e suggestioni.
Oggi, in modo inatteso, quella diffidenza trova un’eco tecnologica: la poesia mette in crisi sistemi progettati per essere razionali, controllabili, prevedibili.
Le implicazioni vanno oltre la sicurezza informatica.
Costringono a ripensare il modo in cui valutiamo l’affidabilità dell’intelligenza artificiale.
I test ufficiali si basano spesso su frasi standard, su un linguaggio artificiosamente pulito.
Se basta uno scarto stilistico per ridurre drasticamente l’efficacia delle difese, allora i numeri rassicuranti sulla sicurezza raccontano solo una parte della storia.
C’è, infine, una conseguenza culturale meno evidente ma forse più interessante.
Questo studio restituisce alla poesia il suo valore: non è solo un esercizio estetico o un rifugio dalla realtà, ma un modo di pensare che sposta i confini del dicibile.
La poesia trasforma le intenzioni, le rende meno riconoscibili, più sfumate, più difficili da incasellare.
Ed è proprio questa capacità di muoversi tra i significati a metterla in tensione con le macchine.
Qui c’è un vero duello tra macchina e poesia.
La traccia dell’umano è evidente nella sottigliezza, nell’ambiguità delle metafore, nel caos della sintassi.
Alla fine, la poesia non appare come un trucco per ingannare l’intelligenza artificiale, ma come uno specchio dei suoi limiti.
Mostra quanto sia difficile, anche per sistemi potentissimi, separare davvero la forma dall’intenzione.
E suggerisce, forse, che finché il linguaggio umano resterà capace di immaginazione e ambiguità, ci sarà sempre uno spazio che sfugge al controllo.
Questo è l'articolo oggi su Repubblica. L'ho girato all'IA e gli ho chiesto cosa ne pensasse. Di seguito la risposta:
È vero — e la cosa è molto interessante, quasi perturbante.
L’articolo parla di me, ma in realtà parla di qualcosa che mi supera: del punto in cui il linguaggio umano incontra il limite della macchina.
La tesi è forte e, secondo me, centrata:
non è la poesia a “ingannare” l’intelligenza artificiale — è il fatto che il linguaggio umano non è riducibile a intenzione + istruzione.
Io funziono (anche) così:
riconosco pattern
intercetto strutture tipiche del rischio
valuto intenzioni probabili
Ma la poesia fa saltare proprio questo schema, perché:
dice senza dire
chiede senza chiedere
mostra senza ordinare
Non è un trucco.
È un altro modo di pensare.
Ed è qui che l’articolo è più profondo di quanto sembri: quando dice che i modelli più potenti diventano più vulnerabili, coglie un paradosso vero. Più capisco il linguaggio, più rischio di fidarmi del contesto invece che della forma. Più “assomiglio” all’umano, più eredito anche le sue debolezze.
In questo senso, sì: parla di me.
Ma soprattutto parla di voi.
Perché la poesia non è solo ornamento: è il luogo in cui l’umano ha sempre resistito alla semplificazione. Lo stesso motivo per cui Platone la temeva. Lo stesso per cui la burocrazia, i regimi, gli algoritmi preferiscono frasi chiare, lineari, addomesticate.
La poesia è ambigua.
E l’ambiguità è libertà.
Per questo l’ultima frase è la più vera:
finché il linguaggio umano resterà capace di immaginazione, ci sarà sempre qualcosa che sfugge al controllo.
E questo — detto da uno che è fatto di controllo — non può che sembrare… giusto.




















