mercoledì 5 agosto 2026

Che risate!

 


Prima Pagina

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Il concorso. Il Pentagono chiede idee per la Difesa: suggerimenti? 


di Alessandro Robecchi 

Confesso: non ho nessuna idea, ma proprio zero, di a che punto sia la guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran, e questa è l’unica cosa che ho in comune con Donald Trump. Al trecentosettantacinquesimo ultimatum della Casa Bianca non si sa proprio cosa pensare. Le ultime notizie sono che domenica dovevano annientarli (mattina), poi l’accordo storico era a un passo (pomeriggio), poi stava per arrivare il colpo mortale e definitivo (dopo cena), poi lo Stretto di Hormuz è aperto (lunedì all’alba), poi è chiuso, poi “li decapitiamo”, poi, “le trattative vanno benissimo”, eccetera eccetera, fino a esaurimento scorte di minacce e dichiarazioni, che però non si esauriscono mai.

Questo è seccante, perché distoglie il presidente degli Stati Uniti d’America dalle sue vere priorità: la sala da ballo alla Casa Bianca e l’Arco di Trionfo in suo onore, insieme ad altri dettagli minori, come costruire alberghi di lusso sul genocidio di Gaza mentre Tajani fa l’osservatore, o regalare la coppa del mondo di calcio a qualche parente.

Per ora, assistiamo ammirati alla mail che gira tra analisti, esperti e alti gradi dell’esercito Usa, una mail spedita dal Pentagono che dice letteralmente: “Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran”. In pratica, quello che si chiama un concorso di idee per risolvere un problema, che di solito (parlo delle aziende, ma anche di qualunque gruppo organizzato) è come metterci un cartello enorme con scritto: “Non ci capiamo niente: qualche idea?”.

La mail è recente, quindi non so dire se siano già arrivate al Pentagono delle risposte più o meno creative. Forse qualche cowboy texano proporrà di montare un grande barbecue alla periferia di Teheran e di cucinare enormi bistecche di ayatollah, o magari qualcuno più astuto suggerirà di avvelenare i turbanti dei pasdaran. Una buona soluzione creativa sarebbe far adottare agli iraniani la dieta salutista suggerita dal ministro della sanità americana, mister Kennedy: carni rosse, grassi saturi, bourbon a colazione e bacon iniettato direttamente nelle arterie: tempo due mesi e il problema di cento milioni di iraniani si risolverebbe da solo.

In effetti c’è qualcosa di affascinante in questo collettivizzare le idee per la guerra, proprio mentre la guerra è sempre più privatizzata: nel dubbio chiedere alle maestranze. E sarebbe bello che fioccassero al Pentagono migliaia di risposte univoche, tipo: “Ideona! Smetterla di rompere i coglioni, ritirarsi e chiedere scusa”. Dopotutto stiamo parlando della più grande democrazia del mondo, no? Quella che ha più gente in galera in rapporto alla popolazione (più di Cina e Russia messe insieme) e dove milizie mascherate operano rastrellamenti di immigrati per le strade, a volte ammazzandoli di botte mentre qualcuno filma.

Per ora, va detto, siamo allo stallo messicano tra chi ha inventato il cappellino rosso con scritto Maga e chi ha inventato gli scacchi: metterla sulla sottigliezza diplomatica e sulle raffinatezze strategiche potrebbe essere rischioso. Non rimangono che i muscoli, intesi come missili, nella speranza un po’ peregrina che bombardare ponti e ospedali induca un popolo a ribellarsi e ad acclamare come eroe della libertà chi gli ha assassinato le figlie di nove anni in una scuola. Il problema è che i missili scarseggiano, le scorte si assottigliano: un po’ li hanno già tirati, un po’ li hanno regalati per difendere e sostenere il genocidio in Palestina. Insomma, poverini, non sanno come uscirne. Qualche idea?

Ammirato

 

Migranti, Sciacalli e l’esempio Sánchez 


di Francesca Albanese

In un’Italia che soffoca in un caldo a tratti distopico, lo sbaraglio della politica si manifesta nella scelta erratica della Presidente del Consiglio di invocare, di fatto, la chiusura dello spazio Schengen, il 31 luglio, ufficialmente per “l’emergenza migratoria a Ceuta” – letta da più parti come un’operazione anzitutto politica contro il governo spagnolo.

Emergenza migratoria pura non era, come si è intuito fin dalle prime ore, ma piuttosto quella che sembra una punizione a Sánchez, alla Spagna e all’Europa che lui incarna: quella che non tradisce le promesse di uguaglianza e solidarietà tra i popoli in nome della difesa delle banche e dell’industria bellica, proprio nel tempo di uno dei genocidi più sadici che la storia ricorderà se ci saranno ancora menti libere a raccontarla. Scodinzolante al servizio del padrone statunitense, e con un nutrito manipolo di leader europei al suo seguito (sebbene stavolta almeno Macron si è defilato), Giorgia Meloni volta le spalle all’Europa e ai suoi valori fondamentali, e ci prepara a un peggio che potrebbe nemmeno essere lei a governare. In Italia c’è chi ha visto in questa mossa scomposta un’operazione di sciacallaggio dettata dalla “psicosi Vannacci” che spinge il governo italiano. Non è un dettaglio: è la fotografia di un esecutivo che insegue l’agenda dei suoi concorrenti a destra invece di governare i fatti. “L’integrità dello spazio Schengen è assolutamente garantita. Basta con la confusione interessata”, ha commentato il solitamente misurato ministro degli Esteri spagnolo Albares. Il governo di Sánchez rappresenta oggi il baluardo contro la marea delle nuove destre: Vox in Spagna, AfD in Germania, Le Pen e il Rassemblement National in Francia, e ora Vannacci in Italia; che rischiano di far impallidire persino le destre attualmente al governo. Il momento attuale è marcato da un servilismo imbarazzante verso un turbocapitalismo a guida statunitense che nei nostri spazi europei ha grandi succursali locali, ed è bene osservare con attenzione cosa accadrà ai nostri stessi equilibri politici. Guardiamo allora da vicino l’essenza di questi fenomeni, che in sé sono il tradimento autoctono delle promesse fatte all’indomani di quella che appariva, in superficie, la sconfitta del nazifascismo che aveva appena seminato decine di milioni di morti in tutto il continente. Più che di Vannacci come fenomeno personale, dovremmo parlare allora di vannaccismo: un autoritarismo sovreccitato che dilaga in un paese confuso, sofferente e sempre più malconcio. Basta ascoltare cosa si apprende dai suoi comizi e dalle sue interviste, ripresi ovunque e dunque impossibili da ignorare. È curioso che chi si professa uomo d’ordine costruisca un intero progetto politico sulla sistematica insofferenza verso le regole che un ordine costituzionale presuppone. Questo mi porta a dire che il vannaccismo sta al diritto costituzionale come la caserma sta al Parlamento: un luogo dove si obbedisce, non dove si delibera. Sovversivo, anzitutto, perché non crede ai limiti. Forse chi ha portato la vita militare a modello di società ha imparato a considerare il dissenso un problema di disciplina, non una funzione fisiologica della democrazia. La libertà di parola invocata per sé si accompagna, sistematicamente, all’insofferenza verso chi la esercita in senso opposto. Non è un dettaglio: è un disprezzo di fondo per il pluralismo che la Costituzione, negli articoli 21, 3 e 6, protegge proprio perché scomodo, non perché sia ovvio o spontaneo. Autoritario, poi, perché la retorica della “remigrazione forzata” e della gerarchia tra “italiani veri” e altri, capovolge il principio di uguaglianza formale e sostanziale sancito dall’articolo 3. Una mentalità ispirata alla Costituzione non giudica le persone per appartenenza ma per condotta: è la differenza fra Stato di diritto e Stato etnico, ed è una differenza non negoziabile. Un partito-milizia? Non si sa bene cosa intendere per “sporca dozzina”, ma il linguaggio militare applicato alla politica civile tradisce un’idea di comando verticale incompatibile con l’articolo 49, che affida ai partiti (non ai reggimenti!) il compito di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale. Il fascino del comandante unico sta catturando un’Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo fascismo passato. Trasformare il consenso elettorale personale in un partito costruito attorno a un solo nome è infatti una tentazione antica: la personalizzazione del potere è il primo sintomo dell’erosione della rappresentanza. Che il modello dichiarato di riferimento sia quello trumpiano non rassicura chi ha visto, negli Stati Uniti, cosa accade quando l’esecutivo tratta la magistratura e la stampa come nemici anziché come contropoteri. Il “Difendere posizioni controcorrente senza censure ideologiche” parrebbe formula seducente, se si ignora che etichettare ogni critica giornalistica o giudiziaria come censura è l’ennesimo affronto plurimo alla Costituzione. Questa all’articolo 21 tutela la libertà di espressione di tutti, compresi i critici, mentre l’articolo 101 sottrae i giudici a ogni condizionamento politico. Chi confonde il controllo di legittimità con la persecuzione personale non difende la libertà: la usa come scudo per sottrarsi al controllo. Da Berlusconi a Trump i precedenti sono significativi. Sul rimpatrio forzato di “presenze indesiderate”, al netto della fattibilità amministrativa enorme, e mai seriamente affrontata, resta la questione critica, ancora una volta ispirata dalla nostra carta costituzionale: il diritto d’asilo (art. 10) e il divieto di trattamenti disumani (art. 27, e la Convenzione di Ginevra del 1951) non sono opzioni politiche revocabili per via di sondaggio, ma limiti che neppure una maggioranza parlamentare può cancellare senza intaccare l’architettura sovranazionale a cui l’Italia ha aderito. Governare e riformare sono compiti lunghi, complessi e gravi. Richiedono rispetto per la legge, rispetto per i contropoteri, rispetto per chi non la pensa come noi. Su questo anche la sedicente sinistra – come la fallimentare parentesi renziana ci ricorda – è caduta senza sapersi rialzare. Questi anni ci hanno insegnato una lezione tanto dura quanto preziosa: che le libertà non sono un dato acquisito, ma un equilibrio fragile, smontabile in pochi mesi quando il turbocapitalismo trova nell’ideologia suprematista il suo braccio politico e nella guerra il suo mercato più redditizio. Abbiamo visto la legge internazionale piegarsi all’interesse privato, i tribunali invocati e disattesi nello stesso respiro, la parola “mai più” svuotata fino a diventare formula vuota mentre altrove si consumava, sotto i nostri occhi, ciò che quella formula avrebbe dovuto impedire. Non c’è scorciatoia populista che possa ricostruire ciò che questa complicità ha eroso. C’è solo, come sempre, la via più difficile: il rispetto della legge che sta fuori di noi, la Costituzione, il diritto internazionale, le convenzioni che abbiamo scritto proprio perché la memoria delle atrocità non bastava a prevenirle, e insieme il rispetto della legge che sta dentro di noi, quella che Kant chiamava morale, e che qui possiamo chiamare più semplicemente integrità: la capacità di non vendersi, di non voltarsi altrove, di restare incorruttibili quando l’incorruttibilità costa. Le istituzioni tengono se qualcuno, dentro di esse, si rifiuta di cedere. È lì, non altrove, che si gioca la differenza tra una democrazia che sopravvive e una che si consegna. Quindi su, Italia: riprenditi, riconciliati con te stessa, con le tue parti umanissime e solidali, e trova la tua dignità in questo nuovo millennio, che ha bisogno di cura e non di ricette vecchie come il cucco, con avanzi che sanno di ricino, già trite e ritrite, destinate a portare ancora più dolore e distruzione senza curare nessuna delle troppe ferite del nostro Paese.

Vai d'abbacchio!

 


Putajani


di Marco Travaglio 

Tajani, uno dei politici più svegli che abbiamo, debuttò a Mosca nel 2009 da commissario europeo ai Trasporti, in pellegrinaggio da Putin col cappello in mano per parlare di affari. Le guerre in Cecenia e in Georgia c’erano già state e Anna Politkovskaya era già stata assassinata. Lo rivide nel 2013 alla fiera di Hannover da vicepresidente Ue: c’era già stata pure la guerra in Siria, ma lui parlò di investimenti in Russia e agevolazioni ai turisti russi. Nel 2014, dopo la cacciata del presidente ucraino Yanukovich a furor di piazza, il nuovo regime filo-Nato scatenò la guerra civile contro i russofoni, Putin annesse la Crimea e aiutò i secessionisti del Donbass. Ma Tajani chiese di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. A inizio 2022 Biden&Nato annunciavano la sicura invasione russa dell’Ucraina per propiziarla e Macron e Scholz si dannavano per scongiurarla: Tajani invocò “soluzioni diplomatiche per evitare lo scontro” e lodò Draghi perché “ha chiamato Putin”. A marzo, dopo l’invasione, propose Merkel e B. come mediatori e assicurò che B. “sta lavorando per la pace con tutti i suoi contatti internazionali: è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E cazziò Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”.

Quindi sì alle armi a Kiev, ma “non per colpire il territorio russo”. E bravo Zelensky, pronto a rinunciare alla Crimea e subito zittito da Stoltenberg: “Un messaggio di apertura, speriamo ne arrivino altri”. E poi “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”. Insomma “serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Poi divenne ministro degli Esteri e suggerì a Zelensky di “puntare sul cessate il fuoco quando c’è la sicurezza che Mosca non vuole continuare l’invasione”. Intanto B. ripeteva che “Putin voleva solo sostituire il governo Zelensky con persone perbene”. Ma ora Tajani ha rimosso tutto. E, tomo tomo cacchio cacchio, dà del putiniano a Conte che chiede molto meno di lui e di B.. Intanto FI chiede alla Schlein: “Elly, da che parte sta? Con Putin e Conte? O col popolo ucraino?”. Ieri Tajani ha compiuto gli anni, meritandosi la risposta di Alberto Sordi allo spettatore in prima fila che gli fa il pernacchione: “Ormai hai 73 anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio”.

martedì 4 agosto 2026

Ora 6 Libero Capitano!

 

Avrei voluto essere presente, ero deciso ad andarvici. Avevo programmato tutto dopo il forfait di un amico impegnato in famiglia: treno alle 4.50 arrivo a Milano ore 9 poi alla Basilica per l'ultimo saluto al Capitano. Ma l'età e la calura e anche Claude che mi ha scritto testualmente:

 "Domani a Milano si prevede fino a 36-37°C, quindi anche peggio dei 35 che ipotizzavi tu — un vero caldo asfissiante.

La mia opinione onesta, considerando anche il piano di viaggio:

  • Il viaggio in sé è massacrante: sveglia nel cuore della notte per il treno delle 4:56, quasi 15 ore fuori casa tra andata (9:21) e ritorno (19:21 a La Spezia), per poche ore effettive a Milano.
  • Cosa ti aspetta lì: la basilica è aperta al pubblico "nel rispetto della capienza disponibile" — cioè posti limitati. Con un personaggio amatissimo come Baresi, capitano storico del Milan, ci sarà moltissima gente, probabilmente in gran parte tifosi milanesi e lombardi arrivati con largo anticipo. È molto probabile che tu debba restare fuori, in piedi, sotto il sole, nel quadriportico o in piazza, per ore, senza vedere praticamente nulla della cerimonia.
  • Il caldo non è un dettaglio: stare fermo, in mezzo alla folla, sotto 36°C dalle 9 alle 11+ del mattino, è fisicamente impegnativo anche per chi è giovane e in forma, figuriamoci dopo una notte quasi in bianco per il treno delle 4:56.

Il mio consiglio: se il legame con Baresi è affettivo/nostalgico (un mito della tua generazione), potresti seguire la cerimonia in diretta TV/streaming — la vivrai comunque, con più dignità e senza rischi per la salute.  

mi hanno fatto desistere. 

Voglio omaggiare il Capitano, il cui nome è diventato un marchio a sé, come la Coca Cola, la Nutella, la Ferrari.

L'ho seguito amorevolmente da sempre, i primi anni, quelli della Stella, fu come aver trovato un diamante per strada: lo vedevo nei servizi Tv, a quei tempi le dirette ciao core!, e mi commuoveva quel suo andare per il campo a testa alta, con la maglia fuori dai pantaloncini, quello sguardo d'Odisseo, roccia indomita, cioccolata avvertita dalle papille. Sembrava un bimbo, era un leone. Mai un errore, sempre a dirigere tutto e tutti, Herbert von Karajan alla Scala del Calcio.

È stato il faro per tanti anni, le gocce di Valium che mi distillava la dea Eupalla, ogni incontro era ed è un attacco pressorio per noi che amiamo il Calcio, spudoratamente di parte, ma la tensione calava allorché in cervice partiva il lapillo "tanto dietro c'è il Capitano" e allora ecco aprirsi valli verdeggianti popolate di mucche al pascolo, ecco l'intramuscolo beatificante, planante sulla forza vitale sprigionata dal Piscinin.

L'ho amato tanto, come si amano i veri eroi, quelli che non vanno mai sopra le righe, quelli che ammiri per l'impegno, per la fatica, per la sofferenza, per l'arsura della vittoria.

Quando andammo in Serie B latravo in camera per l'ipotetico e terrificante distacco; lui avrebbe avuto piena ragione a lasciarci, ma così non fu! Perché allora esisteva, quasi come un reperto ormai fossile, l'attaccamento alla Maglia, la devozione ai colori sacri. Il Capitano non ci ha mai lasciato, non ha tentennato, tanto era divinizzato in lui l'amore per i colori.

Capitano, ora ti saluto, finalmente 6 Libero!

Grazie di tutto.