mercoledì 3 giugno 2026

Terribile descrizione

 


L'asse di ferro nei campi tra 'ndrangheta e caporali: "Chi si ribella qui muore"

di Giuliano Foschini


Da Corigliano a Scanzano Jonico ci sono quasi 170 chilometri tra andata e ritorno. Kumar Manoj li percorreva quasi ogni giorno. Come Singh Surjit. Come Singh Harwinder. Come Singh Jaskaran. Partivano dalla Calabria quando era ancora buio. Attraversavano la Basilicata. A volte arrivavano in Puglia. Seguivano i raccolti. Fragole, uva, ortaggi. Poi rientravano la sera. Il 4 ottobre scorso non sono tornati. Sono morti sulla Fondovalle dell'Agri, stipati in una Renault Scenic insieme ad altri sei lavoratori. Dieci persone dentro un'auto da sette posti. Quattro morti. A cui sono seguiti diversi arresti. E un'inchiesta che aveva già raccontato tutto: schiavi e caporali. Vergogna e indifferenza.

Per questo la strage di Amendolara non è una sorpresa. Perché quella strada era già stata percorsa. Da loro. E da migliaia di altri braccianti invisibili che ogni giorno attraversano tre regioni per pochi euro l'ora. La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell'ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia.

Un caporalato che parla urdu e punjabi ma che, in realtà, resta profondamente italiano. Perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi. La novità è che questi lavoratori sono quasi invisibili. Non vivono nei ghetti come accadeva ai braccianti africani di Rosarno. Vivono in appartamenti sovraffollati sparsi nei paesi della Sibaritide. Spesso non conoscono né l'italiano né l'inglese. Anche per sindacati e associazioni entrare in queste comunità è più difficile. Le ricerche realizzate nella Piana di Sibari nell'ambito del progetto Su.Pr.Eme — il piano finanziato dall'Unione Europea e dal governo italiano contro il caporalato — hanno documentato l'esistenza di reti di caporali pachistani sofisticate e organizzate: in alcuni casi si lavorava dodici ore al giorno per quaranta euro. Ma quei quaranta euro non finivano davvero nelle tasche dei lavoratori. Tra trasporti, alloggi e mediazioni imposte dai caporali, gran parte del salario tornava immediatamente indietro.

Caterina Vaiti il caporalato lo incontra ogni giorno. È una sindacalista della Cgil che attraversa la Calabria campo per campo, parla con i lavoratori, raccoglie denunce e storie che raramente arrivano fuori dalle campagne. «Dobbiamo avere il coraggio di ammettere — dice — che la legge 199, quella sul caporalato che tanto abbiamo voluto, è monca. Manca la prevenzione. E dobbiamo avere il coraggio di dire che norme come il decreto flussi finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti, senza tutele. Fantasmi. E i fantasmi sono il cibo preferito dei mostri. E il caporale di turno è uno di quei mostri». Non a caso l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto colloca la Calabria tra le regioni maggiormente colpite dal fenomeno, con 36 inchieste per sfruttamento lavorativo in agricoltura.

La 'ndrangheta, raccontano le indagini degli ultimi anni, non è una spettatrice disinteressata. Da una parte beneficia dello sfruttamento della manodopera. Dall'altra continua a trovare nell'agricoltura uno strumento per frodi e truffe legate alle false giornate lavorative e ai contributi pubblici. I campi producono due volte: producono frutta e producono soldi.

Eppure nessuno può dire di non sapere. Negli ultimi anni ci sono stati tavoli in prefettura, finanziamenti europei, relazioni ministeriali, sopralluoghi parlamentari. Tutti hanno ascoltato le stesse storie: i furgoni strapieni, i viaggi impossibili, le case sovraffollate, le paghe da fame. «Gli schiavi lavorano. I caporali controllano. I padroni guadagnano», sintetizza Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria. È difficile trovare una definizione migliore. Perché il punto non è il singolo incidente. Non è il singolo caporale. Non è nemmeno il singolo omicidio. Il punto è che esiste un modello economico che continua a funzionare perfettamente. I numeri sono impietosi: il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l'anno. Abbastanza per spiegare perché, nonostante tutto, gli schiavi continuino a lavorare. E a morire.

Presentazione

 





Prima Pagina

 



Ellekappa

 



Natangelo

 



Illuminazione

 

La guerra, la propaganda e il capitalismo delle armi 


di Luca Josi 

Quando una società comincia a chiamare “necessità” ciò che fino al giorno prima avrebbe chiamato “interesse”, conviene fermarsi. Il diritto alla difesa esiste, e l’articolo 52 della Costituzione lo definisce “sacro dovere”. Proprio per questo non dovrebbe essere consegnato alla liturgia del riarmo, alla lingua degli apparati, alla propaganda che trasforma ogni prudenza in consenso e ogni domanda in sospetto. Difendere la patria è una cosa; accettare che la paura diventi industria permanente è un’altra.

Ogni riarmo produce il proprio lessico salvifico. Le armi non sono più armi: diventano “sistemi”, “architetture”, “scudi”, “ombrelli”, “capacità”, “deterrenza integrata”. Così la parola più terribile – guerra – scompare sotto la vernice tecnica della propaganda.

Vilfredo Pareto, nato a Parigi da famiglia ligure, manager, si direbbe oggi, per vent’anni, poi approdato alla cattedra di Economia politica a Losanna, fu economista, sociologo, teorico delle élite. I suoi rapporti con il fascismo nascente restano un terreno delicato: vide in quel movimento anche una reazione alla crisi del parlamentarismo liberale, fu nominato senatore del Regno nel 1923, vivendo da orgoglioso eremita in Svizzera non accettò la nomina ma morì pochi mesi dopo, prima che il regime mostrasse pienamente il proprio volto totalitario. Per questo va letto senza arruolarlo e senza espellerlo: come un pensatore scomodo, spesso irritante, ma utile quando costringe a guardare dietro le parole nobili.

A me, ligure, Pareto è sempre parso anche un fatto di carattere prima che di dottrina: una certa avarizia di illusioni, una diffidenza per le parole troppo rotonde, il sospetto che dietro ogni frase nobile possa esserci un conto economico. Nel recente Guerra e propaganda, di Vilfredo Pareto, a cura e con postfazione di Alberto Mingardi (edizioni Settecolori), questa lama taglia il nostro presente. Pareto guarda la guerra non solo come evento militare, ma come laboratorio delle passioni collettive, dei conformismi, degli interessi che cercano una veste morale. Pareto setaccia i giornali del 1918 come prove sperimentali. Vuole vedere come gli uomini trasformino sentimenti e convenienze in ragioni solenni. E lo fa con quella scrittura laterale, piena di sarcasmo, in cui perfino i gatti diventano interlocutori filosofici. Pareto, che amava i gatti almeno quanto Gino Paoli, affida a Mirrina e Timoteo il compito di smascherare gli uomini: il gatto mangia il topo, ma almeno non pretende di farlo per il bene del topo. È qui che il suo pensiero resta attuale. Gli uomini, scriveva in sostanza, non agiscono perché hanno ragione: cercano ragioni per giustificare ciò che interessi e paure hanno già deciso. Pareto chiamava “derivazioni” queste giustificazioni nobili: libertà, missione, civiltà, giustizia, difesa dei piccoli popoli, ordine del mondo. In guerra, diventano l’apparato retorico che nasconde la domanda più semplice: chi paga, chi guadagna, chi decide, chi muore?

La guerra, osservava Pareto, non crea ricchezza: la sposta. Toglie a Tizio per dare a Caio. E nelle grandi mobilitazioni belliche i “Caio” hanno sempre nomi, indirizzi, società, commesse, relazioni, fatture. È il capitalismo delle armi: non un complotto da romanzo, ma una convergenza di interessi leggibile. L’industria produce; la politica autorizza; la stampa racconta; gli esperti spiegano; il cittadino, spaventato, accetta. Chi solleva domande finisce tra i sospetti: ingenuo, disfattista, antioccidentale, imbelle. Gli americani hanno spesso rimproverato all’Italia una vocazione assistenziale verso le imprese. Ma bisognerebbe guardare anche alla loro gigantesca assistenza industriale: il Pentagono. Per molti gruppi statunitensi la commessa militare è stata una quota stabile, prevedibile, politicamente protetta. Anche la prima avventura spaziale distribuì i tre stadi dell’Apollo tra tre aziende diverse: un Cencelli lunare. Non si chiamava assistenzialismo: si chiamava frontiera, sicurezza, leadership. Eisenhower, generale vittorioso prim’ancora che presidente, non era sospettabile di sentimentalismo pacifista. Per questo il suo ammonimento sul complesso militare-industriale resta decisivo. La sua lezione non è “non difendetevi”: è difendersi senza consegnare la Repubblica a chi trae profitto indefinito dalla paura. Da qui dovrebbe partire una discussione adulta. Non dalla caricatura tra guerrafondai e pacifisti, né dall’alternativa infantile tra resa e corsa illimitata agli armamenti. Il problema non è se uno Stato debba potersi difendere. È quando la difesa smette di essere funzione pubblica e diventa ideologia economica. Il rischio ultimo è che la guerra abbia già vinto dentro il nostro linguaggio, trasformando la paura in prudenza, l’interesse in destino, il profitto in patriottismo, il dubbio in colpa.

La pace non è parola mite: è disciplina dell’intelligenza. E comincia dove la propaganda vorrebbe farla finire: dalla domanda più semplice, più antica, più insopportabile. A chi giova?

Robecchi

 

Arriva Vannacci. Pronti al grande spettacolo del panico a destra? 


di Alessandro Robechi 

Siccome è dal Mesozoico che ci occupiamo – con tremori, patemi e sublimi incazzature – delle divisioni, delle liti, delle follie della sinistra, converrete che rappresenta un gustoso diversivo l’arietta di guerra che spira dall’altra parte. Eh, sì, la destra che ci governa – guarda a volte come succedono le disgrazie – sembra un saloon di Sergio Leone a due minuti dalla rissa, col barista che già si guarda intorno preoccupato. Le sorti luminose e progressive della banda Vannacci fanno tremare le gambe a tutti e si racconta di riunioni preoccupate in ogni partito della maggioranza per capire quanto e dove gli farà male il generale. Ma lasciamo stare le dichiarazioni, i feticismi, le tattiche delle propaganda e guardiamo il quadro: visto dall’alto, un campo di battaglia ha pur sempre il suo fascino.

Dunque diciamo che i partiti della destra di governo hanno creato un bel po’ di avanzi, tipo cena di Natale, lasciando interdetti certi elettori che li avevano seguiti come topini facendosi intortare dalla pubblicità nazionalista. I blocchi navali, azzerare le accise, la natalità che riparte, l’orgoglio della nazzzione, la fuffa identitaria, il comizio di Meloni da Vox e altro. Tutta una costruzione che conteneva un po’ di revanscismo fascista, in varie dosi, a volte piccole a volte vistose, a volte subliminali. Ma insomma, il retropensiero “siamo tornati” c’era, faceva parte del cocktail. È una componente che esiste da sempre, nella destra italiana, inutile scandalizzarsi, chiamiamolo un pensiero missino, ma elaborato con aggiunte di destre eversive varie, gruppuscoli, organizzazioni nostalgiche e altre diavolerie littorie. Che Vannacci sia partito dalla Lega non stupisce, perché è anche lì che, regnante Salvini, si era coagulata questa piccola massa di balilla del pensiero debolissimo. Via i negri, basta tasse, più polizia, meno casino, la sicurezza, la difesa della razza, e tutta la paccottiglia che unisce gli arditi da bar. Finito il salvinismo come sappiamo, sotto un ponte, per la precisione, quell’elettorato comincia a guardare al generale, così come lo fa una parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia. Certe volte, poverini, non credono ai loro occhi quando vedono Giorgia parlare come un Draghi qualunque, chinarsi spesso davanti agli industriali, chiedere soldi, negare l’evidenza che le cose vanno peggiorando. Insomma quella componente revanscista si trova delusa e orfana. Be’? Dove sono le navi del blocco navale? Dov’è la milizia?

Con tutti questi avanzi, il generale Vannacci prepara il suo cenone, aggiungendo un po’ di scontento generico, insofferenza, populismo della peggior specie, la solita sindrome del poveraccio che si sente minacciato da quello più poveraccio di lui. E con una parola d’ordine forte “remigrazione”, che sarebbe una caricatura dell’Ice trumpiano: muscolosa variante del “prima gli italiani”.

Vedere ora come si incastreranno la Giorgia governativa, quel che rimane della Lega e il partito di proprietà della famiglia Berlusconi, con le truppe sgangherate del generale, sarà uno spettacolo impagabile. Studiare come se la aggiusteranno, come “baceranno il rospo”, come si arrampicheranno sugli specchi, come combineranno il matrimonio d’interesse sarà divertente, come aggiusteranno la propaganda. E anche capire cosa gli prometteranno in cambio di partecipazione alla coalizione, non solo in termini di collegi e seggi. Una cosa a metà tra una disputa ideologica e una lotta tra polli. E per una volta il pollaio non è a sinistra.