martedì 1 settembre 2026

Il ratto abnorme

 

Benzina e diesel: le raffinerie fanno miliardi gonfiando il prezzo finale


di Carlo Di Foggia 

La ripresa degli attacchi tra Usa e Iran fa risalire i prezzi del petrolio, con il Brent europeo che ha superato ieri i 90 dollari al barile. Una pessima notizia per il governo, se non fosse che gli automobilisti italiani pagano già benzina e diesel a prezzi che riflettono una quotazione del Brent di 180-200 dollari al barile. Sembra una barzelletta ma è quello che avviene da mesi.

Il cortocircuito è totale. Da febbraio Meloni&C. sono intervenuti 13 volte per tagliare accise e Iva sui carburanti e contenere i rincari; sconti di pochi centesimi, spesso riassorbiti dai rialzi alla pompa in pochi giorni, ma che sono costati 2,5 miliardi. “Un meccanismo che non funziona perché si traduce in un travaso di valore in cui lo Stato va a compensare l’esplosione dei margini di raffinazione e del trading internazionale”, spiega Enzo Simeoni, ex manager del settore con 60 anni di esperienza.

Per comprendere la distorsione serve capire che il prezzo dei carburanti in Italia (e non solo) non è determinato sommando il costo del greggio e quelli di lavorazione della raffineria (in gergo tecnico cost-plus), ma è agganciato alla quotazione internazionale dei prodotti petroliferi, il mercato cosiddetto “Platts Cif Med”. Queste sigle astruse servono a garantire una cosa sola: il valore del prodotto (benzina e diesel) va correlato al costo che un operatore dovrebbe sostenere per procurarsi un prodotto equivalente sul mercato internazionale, considerando anche la logistica. Se sul mercato internazionale i carburanti sono venduti a 100, io li posso vendere a 100 sul mercato nazionale anche se li ho pagati 20. Questo fa sì che quando crisi geopolitiche (come la guerra nel Golfo Persico) fanno impennare le quotazioni Platts, il margine di raffinazione rispetto al costo della materia prima si dilata fino a valori abnormi. Si chiama Crack spread.

In tempi normali il margine lordo di raffinazione (che in buona parte è profitto delle società) viaggia mediamente tra 8 e 12 dollari al barile. Significa che se il greggio Brent costa 75-80 dollari/barile, il prodotto raffinato (Platts) si attesterà intorno a 85-92 dollari/barile. Il prezzo alla pompa, al netto di accise e Iva, riflette questa proporzione. Nelle fasi di shock, però, il Platts schizza verso l’alto, portando la distanza di prezzo tra la materia prima e il prodotto raffinato anche a 40, 50 o 60 dollari al barile.

Oggi i prezzi alla pompa sono coerenti con quotazioni Platts addirittura di 130-140 dollari al barile. Insomma, il consumatore italiano paga alla pompa la frenesia di un mercato da tempo di guerra (200 dollari/barile), mentre la materia prima lavorata negli impianti viene acquistata a prezzi ordinari (85 dollari). “La differenza di 100 dollari non è costo della materia prima: è puro extra-margine accumulato lungo la filiera del prodotto finito”, spiega Simeoni. Per questo i profitti dei colossi della raffinazione sono letteralmente esplosi dall’inizio della guerra.

Che fare quindi? Se l’Italia deve importare carburanti, non può che farlo al prezzo del mercato internazionale, si dirà. Il nostro Paese, però, è in surplus produttivo, con una grande capacità di raffinazione. Tre raffinerie – Saras (Cagliari), Isab (Priolo Gargallo, Siracusa) e Sonatrach (Augusta, Siracusa) – producono da sole 41 milioni di tonnellate l’anno contro un fabbisogno nazionale di 30-32 milioni di tonnellate. Sonatrach lavora greggio algerino e anche le altre due usano rotte di approvvigionamento che non dipendono strutturalmente dal transito di Hormuz (Nord Africa, Africa Occidentale, mercato Atlantico).

In questo contesto tagliare le accise è un palliativo, mentre tassare i profitti dei colossi fa incassare risorse ma non riduce i prezzi. “L’alternativa – spiega Simeoni – è un accordo per gestire le fasi di emergenza. In cambio dell’impatto ambientale che subiscono i territori che le ospitano, le raffinerie devono garantire un contingente prioritario di benzina e gasolio per coprire il fabbisogno nazionale, la cui remunerazione non viene agganciata al Platts, ma a un cost plus certificato che comprenda materia prima, costi operativi e ambientali e un margine industriale congruo, ad esempio 4-6 dollari a barile. Nessun blocco dell’export: potrebbero vendere all’estero ogni quota eccedente. Sono meccanismi che applicano diversi Stati extra-Ue”.

Nei giorni scorsi, la segretaria del Pd Elly Schlein ha proposto un tetto europeo al margine di raffinazione. “Il problema è che così i trader potrebbero portare le navi dove incassano di più. Invece in questo caso si agisce solo sulla capacità nazionale: le raffinerie non possono spostarle altrove…”.

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