La cultura come antidoto
di Michele Serra
La promozione della «cultura patriottica» e dell'identità nazionale è una fissazione comune di tutte le nuove destre. Ne fa parte la grottesca decisione della Rai meloniana di sostituire Rai Scuola con una rete che si chiama Italiana, e si sa già come andrà a finire: la promozione del caciocavallo e il corteo degli sbandieratori potranno finalmente prendere il posto delle pedanterie tendenziose dei professori di sinistra. Per non dire della campagna dei fascisti tedeschi di Afd contro il glorioso Bauhaus, che fu culla del modernismo europeo e in quanto tale viene giudicato «non tedesco». Già il nazismo aveva inserito Bauhaus nel lungo elenco dell'«arte degenerata», quasi un secolo dopo si deve prendere atto che qualcuno ci riprova.
Perché mai arte e cultura debbano essere «patriottiche» è una domanda che non prevede risposta. È insensata in partenza. Da sempre, ma tanto più nel mondo incredibilmente rimpicciolito dal web e dalla continua contaminazione culturale, le gabbie nazionali stanno molto strette alle attività intellettuali. Basta dire «università» per capirsi, anche etimologicamente parlando. E basta pensare alla ricerca scientifica per considerare le identità nazionali come irrilevanti.
Non c'è materia più cosmopolita della cultura, che per sua natura va oltre le angustie, il già noto, il già digerito. Mettere sotto controllo intellettuali e artisti è l'ossessione di tutti i regimi, tanto più se quei regimi nascono speculando sulla paura del nuovo, del diverso, dell'impuro. Il mito della Tradizione che ci salva da tutto ciò che sta fuori dall'uscio di casa fa colpo su chi, non avendo potuto studiare, ha meno cultura: appunto. La cultura fa respirare. È il principale antidoto all'idea claustrofobica di Patria che i nuovi patrioti cercano di somministrare al popolo.
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