L'asse di ferro nei campi tra 'ndrangheta e caporali: "Chi si ribella qui muore"
di Giuliano Foschini
Da Corigliano a Scanzano Jonico ci sono quasi 170 chilometri tra andata e ritorno. Kumar Manoj li percorreva quasi ogni giorno. Come Singh Surjit. Come Singh Harwinder. Come Singh Jaskaran. Partivano dalla Calabria quando era ancora buio. Attraversavano la Basilicata. A volte arrivavano in Puglia. Seguivano i raccolti. Fragole, uva, ortaggi. Poi rientravano la sera. Il 4 ottobre scorso non sono tornati. Sono morti sulla Fondovalle dell'Agri, stipati in una Renault Scenic insieme ad altri sei lavoratori. Dieci persone dentro un'auto da sette posti. Quattro morti. A cui sono seguiti diversi arresti. E un'inchiesta che aveva già raccontato tutto: schiavi e caporali. Vergogna e indifferenza.
Per questo la strage di Amendolara non è una sorpresa. Perché quella strada era già stata percorsa. Da loro. E da migliaia di altri braccianti invisibili che ogni giorno attraversano tre regioni per pochi euro l'ora. La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell'ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia.
Un caporalato che parla urdu e punjabi ma che, in realtà, resta profondamente italiano. Perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi. La novità è che questi lavoratori sono quasi invisibili. Non vivono nei ghetti come accadeva ai braccianti africani di Rosarno. Vivono in appartamenti sovraffollati sparsi nei paesi della Sibaritide. Spesso non conoscono né l'italiano né l'inglese. Anche per sindacati e associazioni entrare in queste comunità è più difficile. Le ricerche realizzate nella Piana di Sibari nell'ambito del progetto Su.Pr.Eme — il piano finanziato dall'Unione Europea e dal governo italiano contro il caporalato — hanno documentato l'esistenza di reti di caporali pachistani sofisticate e organizzate: in alcuni casi si lavorava dodici ore al giorno per quaranta euro. Ma quei quaranta euro non finivano davvero nelle tasche dei lavoratori. Tra trasporti, alloggi e mediazioni imposte dai caporali, gran parte del salario tornava immediatamente indietro.
Caterina Vaiti il caporalato lo incontra ogni giorno. È una sindacalista della Cgil che attraversa la Calabria campo per campo, parla con i lavoratori, raccoglie denunce e storie che raramente arrivano fuori dalle campagne. «Dobbiamo avere il coraggio di ammettere — dice — che la legge 199, quella sul caporalato che tanto abbiamo voluto, è monca. Manca la prevenzione. E dobbiamo avere il coraggio di dire che norme come il decreto flussi finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti, senza tutele. Fantasmi. E i fantasmi sono il cibo preferito dei mostri. E il caporale di turno è uno di quei mostri». Non a caso l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto colloca la Calabria tra le regioni maggiormente colpite dal fenomeno, con 36 inchieste per sfruttamento lavorativo in agricoltura.
La 'ndrangheta, raccontano le indagini degli ultimi anni, non è una spettatrice disinteressata. Da una parte beneficia dello sfruttamento della manodopera. Dall'altra continua a trovare nell'agricoltura uno strumento per frodi e truffe legate alle false giornate lavorative e ai contributi pubblici. I campi producono due volte: producono frutta e producono soldi.
Eppure nessuno può dire di non sapere. Negli ultimi anni ci sono stati tavoli in prefettura, finanziamenti europei, relazioni ministeriali, sopralluoghi parlamentari. Tutti hanno ascoltato le stesse storie: i furgoni strapieni, i viaggi impossibili, le case sovraffollate, le paghe da fame. «Gli schiavi lavorano. I caporali controllano. I padroni guadagnano», sintetizza Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria. È difficile trovare una definizione migliore. Perché il punto non è il singolo incidente. Non è il singolo caporale. Non è nemmeno il singolo omicidio. Il punto è che esiste un modello economico che continua a funzionare perfettamente. I numeri sono impietosi: il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l'anno. Abbastanza per spiegare perché, nonostante tutto, gli schiavi continuino a lavorare. E a morire.
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