Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci
Decapitare Sigfrido Ranucci è vecchia storia. Giorgia Meloni cominciò per tempo, anno 2019, definendo Report “spazzatura giornalistica”. Decine di attacchi seguirono per le inchieste su Fratelli d’Italia, i suoi ministri, i suoi canali social, i suoi legami internazionali. Tutti mattoni utili all’atto finale: “L’editto Meloni”, il “lodo anti-Report”, con cui la Rai, in data 28 agosto 2026, sgombera Sigfrido Ranucci dalla conduzione della trasmissione. Infilandosi in un pasticcio politico, legale, deontologico che finirà per avvelenare quel che resta (restava) del suo ruolo di servizio pubblico. Proprio all’esordio della campagna elettorale, dove la destra si gioca l’osso del collo, spezzando quello di Report.
Ai tempi dell’addio di Fabio Fazio – maggio 2023 – Ignazio La Russa aveva babbiato in pubblico il contrario di quel che pensava: “Sinceramende mi dispiace, è stata una sua scelta professionale, ma non credo che Fazio lo troveremo all’angolo di una strada a chiedere un tozzo di pane, hi hi hi!”.
Era il consuntivo di una battaglia vinta. Perché a forza di sputazzi, conti in tasca, dispetti e altre carinerie dell’intera destra, Fazio aveva detto addio alla Rai, dopo quarant’anni di buoni ascolti e cattivissime invidie. La Russa con quei tre sorrisi a incoronare il suo eloquio da padrone della Rai, nascondeva in pubblico il cruccio vero che rimproverò ai suoi camerati, durante una riunione a porte chiuse celebrata in quegli stessi giorni: “Avete sbagliato bersaglio! Non ce ne frega niende di Fabio Fazio. È Ranucci che dovevate mandare via dalla Rai. È lui che ci attacca con le sue inchieste. Ranucci, non Fazio!”.
Il rimprovero allignò. Fece proseliti. Coltivò frustrazioni, alimentò furori. Rese coraggiosi persino gli esitanti, armandoli di querele temerarie. Nei tre anni successivi non mancò domenica che Report venisse arroventata da insulti, attacchi, minacce, carte giudiziarie. A febbraio 2026 Ranucci dichiara che sono 224 le querele e gli atti di citazione indirizzati a lui e alla trasmissione. In testa sempre Ignazio, detto anche “La Seconda Carica dello Stato” che nell’ottobre di quello stesso anno definisce Report“Calunniatori schifosi, calunniatori seriali”. Poi s’avanza Gasparri esibendo una carota, scettro del roditore, per accusare Ranucci “di svolgere attività denigratoria delle personalità politiche non gradite” e di essere “l’Hamas della tv”. Seguono gli attacchi e le querele di tutto il partito Fratelli d’Italia per un’inchiesta sul padre di Arianna e Giorgia Meloni, trafficante di droga in Spagna nei primi anni 90 per conto del clan Senese, lo stesso clan che appena ieri ha sfiorato l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, pescato nelle cucine della Bisteccheria.
A gennaio 2025 la Rai di Giampaolo Rossi vara “il lodo anti-Report”, ogni inchiesta deve passare il vaglio di una struttura editoriale che si aggiunge alla responsabilità del conduttore. A giugno sempre la Rai cancella quattro puntate di Report nel nuovo palinsesto. A luglio il sottosegretario Fazzolari querela Report per l’inchiesta “All’armi siam banchieri!”, che indaga il ruolo di Palazzo Chigi nel Risiko bancario. La richiesta è di 100mila euro “per danni reputazionali”, dettaglio persino comico, considerato che Fazzolari è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al “rapporto con i media”: e dunque la reputazione di chi?
Maneggiando identica lagnanza, querela anche Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. E poi a cascata seguono le querele della famiglia La Russa e figli, del ministro Daniela Santanchè, ancora da Gasparri, dal ministro Giorgetti, sua moglie e sua cognata, dal ministro Urso e dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dalla famiglia Berlusconi e persino dalla muta Marta Fascina.
Sempre più saldi si sentono i plotoni della destra quando salta fuori la spericolata amicizia di Ranucci con Valter Lavitola, il faccendiere che muove spazzatura da una trentina d’anni al servizio di Berlusconi, prima interrogato e poi arrestato dai magistrati che indagano, dallo scorso ottobre, sulla bomba esplosa davanti a casa Ranucci. Ora esultano. Ci sono riusciti usando il miserabile tritolo della insinuazione, il discredito che precede, accompagna e segue Lavitola. Fratelli d’Italia presenta un esposto. Salvini non aspetta né giudici né verifiche. L’11 agosto detta direttamente il palinsesto del servizio pubblico: finché non sarà fatta chiarezza, dice, “il denaro pubblico degli italiani non dovrà più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Non sta parlando dei 49 milioni di euro che la Lega ha imboscato, ma proprio di Report che fino a oggi, tra assoluzioni e archiviazioni, non ha mai perso una causa.
Basta e avanza la poderosa campagna di stampa che impiega “2800 articoli” per trasformare la vittima dell’attentato nel colpevole “di oscuri intrecci” che non la giustizia, ma la politica si incarica di condannare e sanzionare, secondo la nuova diagonale del potere che aggiorna il calibro della censura. E insegna ai giornalisti che restano se valga oppure no la pena di fare una certa inchiesta, infilare il naso nel patrimonio di un ministro, negli affari di un sottosegretario, nelle amicizie di un presidente, nel ruolo del Garante della privacy o nella nuova villa di Giorgia Meloni. A loro l’editto non deve spiegare niente. Hanno visto, hanno capito. È questo il velenoso tornaconto della nuova censura: non impedire a un giornalista di parlare, ma fare in modo che tutti imparino quando conviene tacere.
Nessun commento:
Posta un commento