mercoledì 24 dicembre 2025

Cer..?

 


Cerfoglio chi era costui ? Tra le richieste per la spesa di Natale, noto, nella lista, il cerfoglio ed ho il sospetto che andarne alla ricerca sia come entrare da un ferramenta chiedendo una brugola rosa a pois. L’addetta a delle Terrazze alla mia richiesta s’è fatta una risata, compatendomi oltremodo. La ricerca googleiana m’ha sobbalzato: “ma questo è prezzemolo!” E visto che nel desco natalizio non avrò accanto Cannavacciuolo o Barbieri, son sicuro che nessuno obbietterà “ma perché avete messo il prezzemolo invece del cerfoglio?”

Comunque auguri!

 



Calendario dell'Avvento

 



Natangelo


 


Robecchi

 

La lingua del futuro. La “distopia” è una parola che si porta sfiga da sola
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Approfitterei del clima di fine anno – bilanci, riassunti, retrospettive, eccetera eccetera – per un piccolo ma accorato appello: chiederei una moratoria di qualche anno sull’aggettivo “distopico”, il sostantivo “distopia” e tutti i derivati che si usano abitualmente in ogni discorso, dal mercato rionale all’assemblea di astrofisici. Non siamo nati ieri, e quindi sappiamo benissimo che il linguaggio corre, si modifica, si adegua, spesso si spaparanza su qualche parola imparata da poco, o se ne innamora, o comincia a spruzzarla dappertutto come lo zucchero a velo.
Bene, “distopico” è una di quelle parole, e per contagio lessicale popolare ormai tutto è distopico, dalla foto della suocera modificata con l’Intelligenza artificiale a Trump che vuole la Groenlandia, cioè si usa la parola come una specie di: “Minchia, sembra un film di fantascienza, e invece è vero!”. Perché in effetti “distopia” è una parola che ha a che fare con quello che verrà (un futuro mondo non bello, più o meno il contrario di utopia) e non con quello che vediamo. Per fare un esempio: nel 1960, Stanisław Lem, strepitoso autore di fantascienza, si immagina delle auto a guida autonoma che percorrono la città senza autista, da sole, schivando altre auto agli incroci. Ecco, quella era una visione distopica, e se ci appare oggi non lo è più. Quando George Orwell (nel 1949) si inventava una neolingua del potere in cui “pace” voleva dire “guerra” era fortemente distopico, terribilmente distopico; quella neolingua oggi non è una fosca visione futuribile, ma un fatto conclamato in discorsi ufficiali e votazioni solenni.
Dunque si usa frequentemente una parola un po’ fuori asse, per così dire, scentrata rispetto al suo significato, e questo è già irritante. C’è poi la sensazione che “distopico” si porti sfiga da solo. Insomma, a furia di immaginarci cose distopiche, poi non ci stupiamo più di tanto quando accadono. La vera utilità della parola, dunque, è misurare la nostra capacità di prevedere, o immaginare, o ritenere assurda una sostanza incredibilmente malleabile come il futuro. Solo una decina di anni fa ci sarebbe sembrato assurdamente distopico che un privato cittadino possedesse la quasi totalità delle comunicazioni satellitari del pianeta, mentre oggi lo accettiamo come un dato di fatto. E del resto, solo pochi decenni fa – un battito di ciglia – avevamo in mano telefonini pesanti come mattoni che usavamo quasi unicamente per dire: “Mi senti? E tu mi senti?”; mentre oggi ci mettiamo delle cuffiette che traducono in tempo reale uno che ci parla in cinese.
Insomma gran parte del nostro presente anche solo pochi anni fa l’avremmo definito una visione distopica, e questo è seccante, perché se ci fate caso non capita mai di immaginare un futuro “utopico”, invece, di pensare a un futuro dove la nostra vita sarà migliore, e non un posto dove si realizzerà il peggio che riusciamo a pensare, un luogo non bellissimo tra Metropolis e Blade Runner. Basta guardare una tabella con le prospettive dell’età pensionabile per capire che un mondo migliore non è nella nostra sfera di progettazione, mentre non esitiamo ad aspettarci furibonde e dolorose distopie. In pensione a 107 anni, ma solo con 90 di contributi. La bolletta del congelatore dove terremo la nonna per incassare la sua pensione sarà più alta della pensione stessa. Ecco, adesso è distopico, ma domani chi lo sa, chi può dire. Urge una moratoria, insomma, in modo che immaginarsi distopie sociali non sia un “portarsi avanti col lavoro”.

Intanto i balordi...

 

Chi punge il porcospino
DI MARCO TRAVAGLIO
La notizia del terzo ufficiale russo che salta in aria a Mosca per un’autobomba in 12 mesi è stata accolta con entusiasmo dai nostri media. Rep: “Colpi spettacolari e omicidi: gli 007 di Kiev dimostrano che lo zar non è invincibile”. Stampa: “Un duro colpo al falso mito dell’invincibilità del regime russo. Ormai anche i militari si sentono indifesi. Inventarsi avanzate inesistenti è sempre più difficile”. Foglio: “Gli occhi di Kyiv. È dal 2014 che Mosca non sa fermare agenti e partigiani”. Questi geni spacciano 300 grammi di tritolo per un trionfo militare, come se la morte di un generale – che sarà subito rimpiazzato da uno uguale e o peggiore – potesse ribaltare la catastrofe delle truppe ucraine, che da due anni perdono 400-500 kmq al mese e cifre spropositate di uomini. E non si accorgono del pericolo che l’Ucraina – trasformata con i nostri soldi, armamenti e 007 in un regime terrorista – sarà per noi europei quando la guerra finirà. Solo allora ci renderemo conto del mostro che abbiamo creato: la classica serpe in seno. Siccome i russi e i filo-russi del Donbass non voteranno più in Ucraina, ma in Russia, il Parlamento e il governo che usciranno dalle urne rischiano di essere i più nazionalisti e filofascisti mai visti dal 1944 (quando gli ucraini dell’Ovest stavano con Hitler). E non sarà Putin, che ha sempre 6 mila testate nucleari per tenerla a bada, ma l’Europa a guardare con terrore alla “nuova” Ucraina, tantopiù se avrà commesso pure l’errore di farla entrare nell’Ue. E saremo noi, non Mosca, a pretendere che Kiev sia meno armata possibile. Altro che il “porcospino d’acciaio” di cui vaneggiano Ursula, Kallas e altri simili decerebrati.
Purtroppo però sarà impossibile rintracciare tutte le armi che abbiamo regalato senza controlli, raccontandoci che erano per l’eroica resistenza popolare: scopriremo che il grosso l’hanno inguattato squadroni della morte neri come la pece (i battaglioni Azov, Dnipro ecc.), o rivenduto governanti e oligarchi corrotti, o dirottato milizie mercenarie a chi offre di più. Senza contare che i Servizi ucraini sono fuori dal controllo della Nato e spesso anche del governo: gli attentati ai gasdotti NordStream e alle petroliere nel Mediterraneo, il sostegno all’Isis in Africa, gli assassinii di Darya Dugina, giornalisti sgraditi, oppositori politici e presunti collaborazionisti. Tutti delitti impuniti, dentro e fuori dai confini, su cui né la Nato né l’Ue hanno mai chiesto spiegazioni. Se e quando finirà la guerra, partiranno le provocazioni e i false flag per violare la tregua e ritrascinarci nel conflitto. Ma anche le vendette contro chi avrà costretto Kiev a cedere ciò che aveva perduto. E chi verrà punto per primo dal porcospino d’acciaio con gli aculei pagati da noi? Ricchi premi a chi indovina.

L'Amaca


Don’t save the children
di Michele Serra
Non è molto chiaro quali vantaggi abbia portato alla popolazione di Gaza la cosiddetta pace. Probabilmente una drastica diminuzione (non l’interruzione) delle pallottole e dei missili che levano di mezzo persone e case. Per il resto tutto è ancora fango, macerie, attendamenti precari, penuria di farmaci e di cibo, e la notizia dell’altro giorno, che l’ong Save the Children non può più entrare a Gaza, conferma non solo che l’occupazione israeliana è condizione permanente e inamovibile, ma che non intende allentare la morsa contro le organizzazioni non governative che il governo Netanyahu considera ostili in quanto tali.
Quest’ultimo punto è, di quella tragedia senza fine, l’aspetto politicamente e umanamente più grave e lacerante. La presenza dell’associazionismo internazionale con funzioni di soccorso e cura delle vittime e dei profughi, e di educazione e protezione dei minori (questo sono le ong) è stata addirittura inserita nelle trattative per il cessate il fuoco, come se una presenza umanitaria extra-bellica ed extra-nazionale potesse essere parte integrante della lotta sul campo. Una empietà e una scelta di inciviltà spiegabili solo con il crescente disprezzo politico contro qualunque entità sovranazionale, avvertita come “nemica” perché interferisce con l’arbitrio degli eserciti e dei governi.
E dunque Save the Children vale tanto quanto le risoluzioni dell’Onu o le sentenze del Tribunale dell’Aia: interferenze da ricacciare fuori dai territori occupati con le armi. Con l’aggravante che Save the Children ha un nome, salvate i bambini, la cui smentita è: non salvateli, i bambini. A proposito: buon Natale.