Intanto Enrico Laghi è ai domiciliari a Potenza per corruzione in atti giudiziari. Stiamo parlando di un’architrave del Sistema: nominato dal governo Renzi a commissario dell’Ilva e dal governo Gentiloni a commissario di Alitalia, ex sindaco del gruppo Espresso-Repubblica e tuttora presidente e membro del Cda di Edizione (la holding dei Benetton). L’accusa, nata dalle dichiarazioni – stavolta attendibili e riscontrate – del coindagato Piero Amara, è di aver corrotto il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo in cambio di un patteggiamento a tarallucci e vino dell’inchiesta Ambiente Svenduto avviata dal predecessore Franco Sebastio. I pm e il gip citano il racconto di Amara: “Laghi, Capristo… e Renzi erano tutta una cosa nella gestione del patteggiamento… L’Ilva insieme al governo ha appoggiato la nomina di Capristo… Il premier… ricordo che è venuto a Taranto, è andato a salutare Capristo… Anche i decreti concordavano” (uno bocciato dalla Consulta) per neutralizzare i sequestri: “Mi ricordo che Laghi ha materialmente scritto uno dei decreti, almeno mi disse, emanati dal governo Renzi”. Qualcuno si domandava il perché dell’attacco a freddo dell’Innominabile ai magistrati mercoledì in Senato. Ora c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 28 settembre 2021
Daje!
Se citofonando
di Marco Travaglio
A ogni assoluzione eccellente – l’ultima quella selettiva per la trattativa Stato-mafia – i media e i poteri retrostanti intonano il liberi tutti. Come se fossero innocenti tutti gl’imputati eccellenti degli ultimi 30 anni, quelli attuali e pure quelli futuri. Poi a stretto giro la cronaca s’incarica regolarmente di rimettere le cose a posto, smascherando il volto lurido di pezzi da novanta del potere. Salvini citofona a un portone a caso: “Scusi, lei spaccia?” e la risposta è: “Sì, sono Morisi, la tua Bestia, ma è una semplice fragilità esistenziale irrisolta”. Non male, per uno che voleva arrestare pure i tossici per modica quantità e chiudere i negozi di cannabis light. Fortuna che ha cambiato idea, tant’è che a Morisi ha promesso di aiutarlo senza arrestarlo.
L’altro Matteo, che minacciava di pagarsi la villa – peraltro già pagata coi prestiti di un tizio da lui nominato a Cassa Depositi e Prestiti e poi da Lucio Depositi e Presta – coi soldi del Fatto che osava raccontare lo scandalo Consip, si vede rinviare a giudizio il babbo Tiziano per traffico d’influenze illecite nello scandalo Consip. La mitica Procura di Roma, ancor prima che gli amici Lotti, Ferri e Palamara tentassero di mandarci un procuratore amico, aveva chiesto l’archiviazione per Renzi sr. e l’assoluzione per l’amico Verdini: il primo è finito a processo e il secondo condannato a un anno (in aggiunta agli altri già collezionati nel curriculum) per turbativa d’asta.
Grande Serra!
Il bastone rovesciato
di Michele Serra
Chiede scusa, Luca Morisi, «per la debolezza e gli errori». Si congeda confessando «fragilità esistenziale» e affidandosi «a chi gli vuole bene». È sempre vile accanirsi su chi cade, o su chi sbaglia, e per giunta chi scrive questo articolo è antiproibizionista da quando Morisi e il suo capo, Matteo Salvini, andavano alle scuole elementari. Dunque per me è facile augurargli una veloce estinzione delle sue grane legali, perché chi si droga è un debole o un malato, non un delinquente; e un buon recupero della sua serenità umana, augurio sincero anche se sicuramente non sono tra quelli che gli vogliono bene.
Ma è impossibile non vedere (e siamo sicuri che, ammaestrato dalla sua caduta, lo vede bene anche lui) che Luca Morisi oggi ha bisogno esattamente delle cose che non ha mai concesso agli altri, confermando che "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te" è, da sempre, il più violato dei princìpi morali. Lo staff mediatico del quale è stato l’artefice, la Bestia (che nome gentile!), ha praticato la sistematica bastonatura di chiunque dispiacesse a Salvini. Branco di soli maschi, una dozzina, e già questo è un programma, la Bestia ha azzannato senza tregua anche persone deboli, molto più deboli del suo padrone, che era potentissimo: leader e ministro.
La Bestia è stata, e speriamo che di qui in poi non lo sia mai più, uno dei fenomeni più sgradevoli e violenti dello scenario politico-mediatico italiano. Zero dubbi, zero indugi, via spediti verso la liquidazione del nemico e l’esaltazione del capo. Insulti e sghignazzi per "voi", esaltazione e cameratismo per "noi", un sistema binario efficacissimo in quel mondo emotivo e poco dialettico che quelli come Morisi governano con il cinismo di quei manager per i quali conta solo l’obiettivo, crepi tutto il resto. Crepino dunque anche il dubbio, la sospensione del giudizio, il fair play verso l’avversario che crolla, crepi la pietà, che tra quei maschioni di potere, per anni in trionfale ascesa, è la virtù delle mezze cartucce.
Se un nemico del Salvini fosse incappato in una storia identica a quella che oggi ha atterrato Morisi, la Bestia lo avrebbe sbranato. Luca Morisi questo lo sa benissimo, e noi speriamo che sia esattamente per questa ragione che lui e i suoi amici riescano a ripensare, ma seriamente, a tutto quello che hanno detto, fatto e scritto negli ultimi anni. Dev’essere davvero angoscioso appellarsi alla propria debolezza dopo avere trattato la debolezza degli altri (prima tra tutte quella dei migranti) con insofferenza, disprezzo, odio.
Era difficile immaginare, per un luogotenente di Salvini, l’uomo che citofonava ai poveri cristi, spacciatori presunti, per sputtanarli in favore di telecamera, una nemesi più implacabile e più spietata.
La prima mossa del Salvini è stata giusta, umanamente e politicamente giusta: ha detto che all’amico che sbaglia si deve garantire comunque amicizia, e non voltargli le spalle. Del tutto improbabile la seconda mossa, quella che cambierebbe, se non il mondo, almeno le modalità di comunicazione del sedicente Capitano: cambiare linguaggio e cambiare pensiero, rivolgersi con umanità e rispetto anche a chi non appartiene alla propria piccola cerchia. Oggi, fortunatamente, è una cerchia perdente, circostanza che — Morisi lo sa sicuramente, Salvini chissà — favorisce la riflessione, la maturazione, il cambiamento.
lunedì 27 settembre 2021
Che goduria!
Terminata la torcida per la gioia ricevuta dalla notizia che Luca Morisi, il fulcro della fregnaccia al servizio del principe della cazzata, artefice e coordinatore della famigerata Bestia, ossia il centro dell'alterazione della verità inondante il web di epiche e distorte notizie perennemente affoganti il comune senso del pudore per agevolare l'ascesa, ed ora finalmente la discesa, del sommo Cazzaro, ha rassegnato le dimissioni per "motivi personali", ho appena ripreso i festeggiamenti nell'apprendere che i "motivi personali" parrebbero invece essere legati ad un'inchiesta per droga, ancora da confermare, ma che m'infondono un'allegria recondita, inappagabile, primo perché affosserebbe definitivamente uno stolto di tali proporzioni, il cui operato ha invalidato le comuni regole della convivenza civile, raccontare infatti falsità passandole per realtà per menti sonnacchiose di devoti alle acque del Po, può arrecare danni in cervice difficilmente quantificabili; secondo perché con quella faccia il Morisi ha legalizzato un modus operandi che ovunque in paesi civilizzati e democratici, dovrebbe essere perseguito. Infine vederlo inghiottito nel letame del sospetto, fattore questo costantemente utilizzato per fomentare l'apprezzamento delle false opinioni, mi scompiscio nel definirle così, riconducibili alla sfera orbitante attorno al signore della contraddizione, al procacciatore di voti in ogni dedalo della sottocultura di massa, m'infonde una felicità sfiorante il paradisiaco.
Ebbene lo ammetto: godo come un riccio nell'apprendere che faccino triste Morisi abbia terminato la sua squallida azione di disturbo della verità! Sono gaudente e mi sollazzo nel leggere il commento del suo datore di lavoro: "Di solito non sono propenso a commentare notizie riguardanti motivazioni personali!"
Che meraviglia, che felicità! E se arrivasse pure la galera... mi cimenterei in un corteo notturno in stile conquista Champions!
Buona giornata Morisi!
domenica 26 settembre 2021
Danielona
Trattativa: il colpevole è il Fatto, ora B. al Colle e laticlavio a Dell’Utri
Sono (quasi) tutti innocenti
di Daniela Ranieri
“Non c’è stata nessuna trattativa. Menomale che c’è stata, perché le stragi si sono fermate. Mori ha fatto bene a farla”. Le tre asserzioni, che per logica e buon senso si escluderebbero a vicenda, sono in genere fatte dalla stessa persona; sono fasi successive del discorso tipico dei negazionisti decennali della trattativa Stato-mafia. Neanche adesso che la sentenza ha confermato che la trattativa c’è stata, e condanna i mafiosi per averla fatta – ma non i carabinieri e i rappresentati delle Istituzioni che ne erano l’altro referente – riescono ad ammetterlo. Poi, sì, lo ammettono (il nichilismo spezza il principio di non contraddizione: tutto è vero, se tutto è falso), e sbeffeggiando onore e dignità costituzionali lo rivendicano. Indi tirano in ballo la figlia di Borsellino (“Processo pompato”), ma stranamente non il fratello (“Paolo morto invano”). Poi citano Sciascia a caso. L’ultimo è stato Sallusti a Otto e mezzo, interloquendo con Travaglio, il quale Travaglio non era solo ospite, ma intestatario del titolo della puntata: “Stato-mafia: davvero ha perso Travaglio?”, che a quanto pare nel processo era pm o co-imputato. Che non ci fu trattativa lo asseriscono tutti i talk show (“La trattativa che non c’era”, Omnibus), i giornali (“farsa”, “boiata”) e naturalmente, figuriamoci, i tweet dei politici, accorsi a frotte a esultare per l’assoluzione di Dell’Utri (e per la condanna de facto di Travaglio).
Sapevamo che per Forza Italia una condanna per mafia o altri reati gravissimi è una skill del curriculum, ma colpisce il giubilo con cui è stata accolta nei media l’assoluzione di Dell’Utri, che non era non esattamente un garzone di Arcore, ma un senatore della Repubblica giudicato responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa in un altro processo, dunque un traditore dello Stato. C’è una parte d’Italia, quella di studi raffinati, di cultura garantista e di scuole alte, per la quale Dell’Utri è primariamente un bibliofilo; un’altra che ricorda che al momento della notifica della custodia cautelare egli era latitante in Libano (che fosse esule pure lui, come Dante e Craxi?), che l’ha beccato l’Interpol rintanato dentro un hotel, che era in possesso di una valigetta con 30 mila euro in banconote di piccolo taglio, etc. La gioia è incontenibile. Oggi i colpevoli sono i giornalisti che se ne sono occupati, nell’ambito del loro lavoro e non gratis, come ci si dedica a un hobby (Enrico Deaglio su Domani dice che “la narrazione” della trattativa ha fatto “il successo di Travaglio”): cioè, non si doveva parlare di un processo che coinvolgeva organi dello Stato e corleonesi, e in cui un ex senatore veniva condannato a 12 anni in primo grado insieme a generali del Ros per minaccia a corpo politico dello Stato.
Non sospettavamo che la pagina di auguri sul Corriere di qualche giorno fa (“auguri caro Marcello”) avesse tanti sostenitori (o concorrenti esterni) nei media, sebbene sui politici non avessimo dubbi (chissà se esprimono una solidarietà tra senatori o tra indagati). Renzi, che negli anni si è guadagnato un ruolo di bussola morale del Paese (basta pensare il contrario di quel che lui dice e si è sicuri di stare nel giusto e nel vero), ha scritto: “Nel frattempo, una sentenza della Corte di Appello di Palermo ha stabilito… che il super celebrato delitto nel rapporto tra Stato e Mafia non c’è mai stato… Ha vinto il garantismo, ha perso chi come Travaglio faceva gli spettacoli dal titolo È stato la mafia. In questo paese contano ancora le sentenze e non gli influencer. Viva la Giustizia, viva la Repubblica”.
Poveretto, non ridete. Il “rapporto tra Stato e Mafia” (sic) c’è stato, concede, ma è bellissimo che non sia un delitto: avercene! Quanto al garantismo, sapete che è una sua ossessione: ogni volta che assolvono qualcuno lui pensa che si affievoliscano un po’ anche i motivi delle indagini a carico suo, dei suoi cari, di Lotti, Boschi, Bianchi etc. È come se ogni volta che un processo finisce con una assoluzione anziché con una condanna si avesse la prova che i magistrati complottano (esclusi naturalmente quelli che davvero complottavano con Lotti, ormai assurti a maître à penser), che i processi sono influenzati da Travaglio (ma solo fino all’Appello) e che lui è un perseguitato politico (“Dopo aver parlato della Procura di Firenze mi sono arrivati due, non uno, avvisi di garanzia”: poi gli autori di “teoremi” sono gli altri). Tutto è bene quel che finisce bene. Evidentemente i “garantisti” si sentono rassicurati di vivere in un Paese in cui uno o più carabinieri possono di loro iniziativa fare accordi con la mafia a nome dello Stato senza che la cosa sia considerata un reato, anzi: “Bisognerebbe dargli una medaglia” (Sallusti). Proposta: Berlusconi (indagato per le stragi di mafia) presidente della Repubblica, Dell’Utri (e Mori, come propongono il Riformista e Salvini) senatori a vita, Travaglio in galera (come) in Arabia Saudita, istituzione della Giornata del ricordo delle vittime della Magistratura, improcedibilità cartabica anche per i reati di mafia, e di questa storia non se ne parli più.
sabato 25 settembre 2021
Minuzioso e travagliato
Il “fatto” sussiste
di Marco Travaglio
I nove decimi dei giornali e dei tg raccontano la sentenza d’appello sulla Trattativa senz’avere la più pallida idea di cosa dica. Infatti le fanno dire che la trattativa Stato-mafia non è mai esistita. Magari: almeno si spiegherebbero le assoluzioni dei tre carabinieri del Ros e di Dell’Utri. Invece non è così: infatti sono stati condannati il boss Bagarella e il medico mafioso Cinà. Le motivazioni sono lunghe e per capirle bisogna almeno leggerle: troppa fatica per i mafiologi della mutua. Ma i dispositivi sono brevissimi: questo è di due pagine. E lo capisce anche uno scemo: se “il fatto non sussiste”, vuol dire che non è successo niente (ma questa formula, nella sentenza, non compare mai); se “il fatto non costituisce reato” (com’è per Mori, Subranni e De Donno), vuol dire che il fatto è vero, ma non è illecito; se si legge “non aver commesso il fatto” (com’è per Dell’Utri), vuol dire che il fatto è vero, ma l’ha commesso qualcun altro.
Qual era il “fatto” alla base dell’accusa di “minaccia a corpo politico dello Stato”, cioè ai governi Amato, Ciampi e B.? Questo: i boss, i tre carabinieri e Dell’Utri, con altri morti nel frattempo o rimasti ignoti, “usavano minaccia – consistita nel prospettare… stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività”. Vediamo il ruolo dei quattro assolti. Il “fatto” addebitato ai tre ufficiali del Ros e confermato dalla sentenza è di aver “contattato, su incarico di esponenti politici e di governo, uomini collegati a Cosa Nostra (in particolare, Ciancimino… nella veste di tramite con uomini di vertice della predetta organizzazione mafiosa e ‘ambasciatore’ delle loro richieste)” per “sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia omicidiaria e stragista”; poi di aver “favorito lo sviluppo di una ‘trattativa’ fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce in relazione, da una parte, alla prosecuzione della strategia stragista e, dall’altra, all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”; infine di aver “assicurato il protrarsi dello stato di latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della ‘trattativa’” ; così “agevolavano la ricezione presso i destinatari ultimi della minaccia di prosecuzione della strategia stragista” e “rafforzavano i mafiosi nel proposito criminoso di rinnovare la minaccia”. Il “fatto” contestato a Dell’Utri è di essersi “proposto e attivato”, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo ’92) “e in luogo di quest’ultimo, come interlocutore” del “vertice di Cosa Nostra per le questioni connesse all’ottenimento dei benefici sopra indicati”.
Non solo: Dell’Utri avrebbe “successivamente rinnovato tale interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra, in esito alle avvenute carcerazioni di Ciancimino e di Riina, così agevolando il progredire della ‘trattativa’ Stato-mafia… quindi rafforzando i responsabili mafiosi della trattativa nel loro proposito criminoso di rinnovare la minaccia di prosecuzione della strategia stragista; agevolando materialmente la ricezione di tale minaccia (portata da Mangano su mandato di Bagarella e Brusca, nda) presso alcuni destinatari e… favorendone la ricezione da Berlusconi” appena insediato a Palazzo Chigi. Quest’ultimo passaggio è l’unico “fatto” che la Corte ritiene non provato: è certo che i mafiosi gli fecero sapere quali favori pretendevano dal governo B. per mantenere la pax mafiosa, ma non che Dell’Utri ne avvertì B. Il quale quindi li favorì non perché fosse sotto ricatto, ma sua sponte.
I fatti che raccontiamo da anni sono dunque veri. E bastano e avanzano per un giudizio, se non penale, almeno politico, istituzionale e professionale non tanto su Dell’Utri (pregiudicato per mafia), quanto sui tre “servitori dello Stato” che trattarono con Cosa Nostra anziché combatterla. Non era reato? È la tesi della Corte. Ma che trattarono non c’è dubbio: infatti nel ’97, appena Brusca svelò la trattativa, anche Mori e De Donno la chiamarono così. Ora si dice che finsero di trattare in un’astuta operazione di infiltrazione per raccogliere informazioni e catturare Riina. E allora perché non avvertirono i pm né il vertice dell’Arma, non verbalizzarono e non pedinarono Cinà (il postino che portò a Riina i loro messaggi affidati a Ciancimino sr. e tornò indietro col papello) né Ciancimino jr. (il postino del padre)? Perché non perquisirono il covo di Riina? Perché non arrestarono Santapaola, scovato da un collega a Terme di Vigliatore? Perché non catturarono Provenzano, consegnato da un pentito a Mezzojuso? Buon per loro che siano stati assolti. Ma quei “fatti” restano: qualcuno vuole scoprirne il perché? Erano dei fessi incapaci o degli agenti deviati? La trattativa incoraggiò Cosa Nostra a uccidere Borsellino, la sua scorta e tanti altri innocenti nel ’93. La loro brillante attività investigativa produsse una catastrofe senza pari. Data anche l’età, nessuno vuol mandarli in galera. Ma, se passa l’idea che trattare con la mafia è lecito, o financo doveroso, perché mai un giudice dovrebbe condannare un mafioso a rischio della vita, anziché mettersi d’accordo? Perché un ufficiale dovrebbe catturare i mafiosi giocandosi la pelle, anziché lasciarli andare? Perché un negoziante dovrebbe rifiutare il pizzo ai mafiosi rischiando rappresaglie, anziché farci amicizia?
venerdì 24 settembre 2021
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