domenica 5 settembre 2021

Giannini

 

LA PANDEMIA E IL FANTASMA DI FOUCAULT

di Massimo Giannini 
Sull'estensione del Green Pass e sul vaccino obbligatorio "la Ue sta con Draghi", dice il commissario Paolo Gentiloni. Vorrei che fosse chiaro, a scanso di equivoci e in tempi di violenze No Vax-No Pass-No Brain: anche noi stiamo con Draghi. Come l'Europa, alla quale dal Forum Ambrosetti di Cernobbio, lancia l'ennesimo, accorato appello, Sergio Mattarella. E stiamo con Draghi non perché veneriamo il "governo dei Migliori" o siamo subalterni "ai Poteri Forti". Questo sciocchezzaio luogocomunista lo lasciamo al pensiero debole delle destre populiste e alla vista corta degli orfanelli della Resistibile Armata gialloverde. Stiamo con Draghi perché, con molta fatica e molti errori, sul virus sta facendo oggi quello che a suo tempo chiedevamo a Conte. Libertà e salute marciano insieme: non c'è l'una senza l'altra. Economia e pandemia viaggiano all'opposto: la prima non riparte se la seconda non si ferma. 
È in virtù di queste evidenze riconosciute in tutto il mondo che tolleriamo sacrifici personali e obblighi sociali mai sperimentati nella nostra convivenza quotidiana. E, come dimostra il sondaggio di Alessandra Ghisleri che pubblichiamo oggi, sta con Draghi anche la maggioranza degli italiani, che condivide le ulteriori misure annunciate dal presidente del Consiglio. È la conferma di quanto sia scellerata e miope la linea "Ni-Vax" seguita da Lega, FdI e quel che resta del M5S. Se mai esiste, la posta in palio è un miserabile "pugno" di voti, plasticamente materializzato prima dalla vergognosa aggressione contro un videomaker del nostro gruppo editoriale, poi dal clamoroso flop della crociata "No-Laqualunque" (come l'ha ribattezzata il divino Altan). Parafrasando Pietro Nenni: social pieni, piazze vuote. Ci pensi bene, soprattutto Salvini: vale la pena di perdere la faccia.
E magari pure il governo, per vellicare uno scampolo di middle-class impaurita e un branco di leoni da tastiera invelenito? E ci pensi bene anche Landini: vale la pena di fare questa battaglia di retroguardia contro il Green Pass nel pubblico impiego e nelle aziende private, per tutelare una minoranza sindacalizzata mettendo a rischio la sicurezza della maggioranza disciplinata?
Personalmente dico sì ai nuovi "doveri", e non temo per i miei diritti. Già alla fine dello scorso anno, in una diretta a "Porta a Porta" su Raiuno, chiesi all'allora premier Conte perché, invece di uno stillicidio di raccomandazioni parziali e confuse, non varasse una legge sul vaccino obbligatorio per tutti. La risposta fu evasiva. Oggi ci stiamo arrivando, ed è giusto così. Anche Draghi ha compiuto a tratti scelte poco lineari: sui criteri di somministrazione, sulle fasce d'età. E anche Draghi si presenta con colpevole ritardo all'inizio dell'anno scolastico: non siamo ai banchi a rotelle, ma troppi prof non si vaccinano, e la app per i controlli ricorda il disastro della famosa "Immuni". Ma la strada, ancorché tortuosa, è in ogni caso giusta.
Detto questo, qualche domanda possiamo pur farcela. Sul grado di coscienza e conoscenza che abbiamo su questa malattia e sulla sua cura. Sul rapporto tra Scienza e Politica. Sul bilanciamento dei nostri valori costituzionali. Sulla torsione del nostro ordinamento giuridico. Sono questioni serie, che sul nostro giornale ha rilanciato l'altroieri Massimo Cacciari. Alcune ampiamente condivisibili (come la scarsità di informazioni scientifiche di cui noi cittadini disponiamo). Altre chiaramente opinabili (come le restrizioni legate al Green Pass che configurerebbero una "sospensione tout court di principii costituzionali"). Ieri Vladimiro Zagrebelski ha risposto magistralmente a questi interrogativi. E non c'è altro da aggiungere, sul piano giuridico. Ma riconosco che il tema affascina, sul piano filosofico.
Se vi capita, riprendete in mano un grande "classico": Michel Foucault, il filosofo di Poitiers scomparso nel 1984. Le pagine di "Sorvegliare e punire", scritte nel 1975, sono di straordinaria e abbacinante attualità. "Alla peste risponde l'ordine; la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male, che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell'individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene… La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come corrispettivo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l'ossessione dei contagi…".
Risalendo ancora indietro nei secoli, Foucault ragiona sui "rituali di esclusione" indotti dal controllo delle pandemie. Riflette sulla "situazione d'eccezione". "Contro un male straordinario, si erge il potere: esso si rende ovunque presente e visibile; inventa nuovi ingranaggi: ripartisce, immobilizza, incasella...". In "La volontà di sapere", pubblicato nel 1978, il filosofo francese teorizza con decenni di anticipo il concetto di "biopolitica" di cui oggi si nutre il nostro discorso pubblico: "Un potere che ha il compito di occuparsi della vita avrà bisogno di meccanismi continui, regolatori e correttivi… Non voglio dire che la legge scompaia, o che le istituzioni della giustizia tendano a scomparire, ma che la legge funziona sempre più come una norma… un continuum di apparati (medici, amministrativi) le cui funzioni sono soprattutto regolatrici". La conclusione è inequivocabile: "È la vita, molto più che il diritto, che è diventata la posta in gioco delle lotte politiche".
Perdonate le troppe citazioni. Ma è solo per dire che se si sostituisce "la peste" con il Covid; il "potere onnipresente" con il governo; "il potere onnisciente" con il Cts; i "dispositivi disciplinari" con il lockdown; la "situazione d'eccezione" con lo stato di emergenza; i "rituali di esclusione" con i divieti imposti a chi non ha il certificato verde; i "meccanismi continui, regolatori e correttivi" con i Dpcm; ebbene, il gioco è fatto. Foucault aveva capito tutto già 46 anni fa. E, in quel solco tracciato, Cacciari e Agamben cercano legittimamente un senso a questo complesso divenire che ci incalza, ci interroga, ci inquieta. Dobbiamo discutere su come gestiamo questo passaggio d'epoca. Proprio per non dover riconoscere, magari tra altri 46 anni, che quella volta i "chierici" non tradirono, ma avevano ragione.
Ma anche ammettendo tutto questo, bisognerà pur dare un briciolo di fiducia alle nostre stanche democrazie. Bisognerà pur credere che, nonostante il disincanto o addirittura il nichilismo di questa stagione, un po' di anticorpi per accettare qualche limite senza temere il liberticidio li abbiamo comunque sviluppati. Scusate se semplifico, e i filosofi autorevoli che animano il nostro dibattito mi perdoneranno. Ma mi torna spesso in mente una vignetta agrodolce che circola da giorni sul web. Ritrae due donne affiancate. A sinistra c'è una giovane signora con una bella massa di ricci rossi e una Ffp1 verde calata sotto il mento, che protesta indignata: "Mascherine, Green Pass, tracciamenti… Viviamo in una dittatura!". A destra c'è un'afghana nuovamente prigioniera del suo burqa viola, che dalla fessura per gli occhi la guarda basita e replica: "Ma vaffanculo!". Non voglio banalizzare. Ma al fondo è un po' anche questa la morale della favola. —

sabato 4 settembre 2021

Insuperabili

 



Complice l'ovatta del duepercento, ammetto di essermi quasi perso la fantastica esibizione del comico per eccellenza, che a Ponte di Legno - si proprio quello: il paese simbolo del bossismo leghista, d'altronde un fuoriclasse è un fuoriclasse sempre, giusto? - ha tentato di insegnare a centinaia di giovani - ma non avevano altro da fare? Han pagato pure 100 euro! - coadiuvato dalla Mnemonica Innamorata, come far politica! Genio assoluto, uno dei migliori comici degli ultimi decenni! 
Reduce dalla, per fortuna, oramai lontana Era del Ballismo, ove grazie al duo oggi insegnante, si ridicolizzarono, facendole scomparire, idee tramandate dagli antichi padri, per l’opera distruttrice degli stessi, capaci di blaterare alla luna ed essere pure ascoltati, agevolati dall'allocchismo imperante in questo povero paese, capaci di adeguarsi, come il placton e le alghe, ad ogni trasformazione di potere, pur di rimanere in tolda, che avrebbero dovuto abbandonare, come promesso, il giorno dopo la disfatta referendaria, questo duo promette miracoli e spunti comici inauditi. Li ringrazio di cuore! Mi fanno scompisciare come pochi! Una scuola di politica! Loro due! Meravigliosi!

Il giorno e la Storia

 


Ogni giorno su Rai Storia una rubrica eccellente - Il giorno e la storia - agevola in sinapsi accostamenti e approfondimenti utili per comprendere, per capire, per dimensionare la nassa in cui siamo caduti, causa menefreghismo culturale, attorno al giudizio sulle vicende storiche, a volte storpiate, liofilizzate, addomesticate in nome della famigerata, perché edulcorata, "libertà"

Prendiamo oggi, 4 settembre: due episodi, tra loro lontani, fanno emergere quello che a volte s'avverte, in special modo oggi, attorno all'impalpabile imperialismo americano, alla sua dannata smania di controllo, di dittatura soft mascherata in democrazia, di fobia attorno agli staterelli che, poveri creduloni, pensavano - pensano - penseranno, alla propria autonomia. Male comune questo, delle grandi potenze, basti pensare a Cina e Russia. Ma al contrario delle stelle e strisce, almeno gli altri non si ergono a baluardi della democrazia. 

Ed oggi ecco spuntare due grandi figure: Geronimo, capo assoluto dei natii Apache, che il 4 settembre 1886 appunto, si arrende al generale Nelson Miles, dopo anni di battaglie, di aggressioni, di spietata violenza in nome di quel tipo di liberà che prevedeva - prevede - prevederà che i diritti dei più deboli debbano necessariamente essere immolati in nome del bene comune, dei gargarismi gutturali convincenti masse circa le insane trasformazioni di violenza in bontà, e chissà perché istantaneamente m'aggradi accostare le vicende di Geronimo alle benamate "missioni umanitarie" degli ultimi decenni, dove "premi nobel" all'Obama, o sguatteri dell'oil alla Bush, per arrivare sino al Biondastro e al sonnecchiante zio Joe, in nome della Pace compirono e compiono scempi, devastazioni e, ahimè, migliaia di morti, e qui ci metto dentro pure gli sfigati dei cosiddetti "effetti collaterali", piccole increspature tecnologiche sterminanti bambini ed inermi. 

Geronimo combatté per la libertà, per le proprie terre, per il sacrosanto diritto universale di esistere. Ma sia Hollywood, John Wayne su tutti - e io che pure lo ammiravo ai tempi! - con la becera propaganda degli indiani cattivi, che la creduloneria, il convincimento popolare, ne agevolarono l'ecatombe, la prigionia dentro spazi imposti - le chiamarono, tentando di farle apparire concessioni umanitarie - riserve, che accosto alle tremebonde Strisce di Gaza con i coloni tra i coglioni a rompere gli zebedei degli oppressi - agli indiani d'America. 

E sempre il 4 settembre del 1970, inopinatamente, inaspettatamente, Salvator Allende diventa leader del Cile grazie al voto, libero, del popolo; il primo presidente di uno stato dell'America del Sud apertamente marxista, con una visione speciale su diritti e doveri dei popoli, nemico delle ribalderie capitalistiche, uomo dei sogni per molti, ancora oggi.

Il fato, perennemente bastardo, volle che sul trono a stelle strisce, fosse insediato uno dei binomi peggiori dei peggioro imperialismi: Nixon - Kissinger, ovvero tutto quello che la politica non dovrebbe fare per buonsenso, spessore e ricerca del bene comune. 

In tre anni Allende, per mano statunitense, fu annientato e sostituito da uno dei peggiori bastardi degli ultimi secoli, Augusto Pinochet - a proposito: se a quel tempo ci fosse stato l'Argentino, col piffero che si sarebbe affacciato assieme a quel fascistone benedicendo pure la folla! E oggi tremo per la visita di Francesco in Ungheria: non affacciarti con Orban, Francesco! Fallo per noi! - Augusto Pinochet: un generale che Allende aveva scelto dopo il primo tentativo di golpe andato all'aria, e che gli aveva giurato fedeltà, tradita in quattro e quattr'otto come il manuale del buon fascista suggerisce. 

Salvator Allende allorché comprese che sarebbe finito nelle mani del tiranno agevolato del duo mefitico statunitense, preferì il suicidio dentro il palazzo presidenziale piuttosto che finire nelle mani del fascistone cileno. 

Accadde tutto il 4 settembre, ma lo scempio continua quotidianamente, in nome della libertà democratica. A stelle e strisce.  

L'Amaca

 


E il nucleare sparì dalla scena
di Michele Serra
Il ministro per la Transizione ecologica Cingolani è uno scienziato, e dunque se ha da dire cose nuove e interessanti sul nucleare fa benissimo a dirle. Lo si ascolta volentieri e magari si impara qualcosa. Ma per come funziona il mondo dei media (vecchi e nuovi, dai giornali ai social), se il ministro-scienziato impacchetta la sua opinione scientifica dentro una frase generica e sciocca contro «gli ambientalisti radical chic», ecco che nessuno parlerà più del nucleare, e tutti della frase generica e sciocca.
Così infatti è stato, così accade con micidiale costanza in migliaia di occasioni e su decine di argomenti: è il dettaglio pittoresco, la polemica maldestra, la battutella per far ridacchiare il pubblico che ha l’onore delle prime pagine, e si mangia tutta intera la sostanza della questione.
Ovviamente il ministro, come ogni persona di potere, è libero di credere che questi sono solo dettagli. Perché poi, tanto, le cose si decidono nelle stanze della politica, nel lavorio delle lobby, nelle riunioni tra sapienti, nelle valutazioni economiche. Ma sbaglia. Perché il peso della pubblica opinione, sulle questioni ambientali, è tutt’altro che ininfluente, e ammesso che il «nuovo nucleare» di cui parla Cingolani sia una buona causa, lui l’ha fatta partire sul binario sbagliato, facendo giustamente infuriare molto ambientalismo che ha le maniche rimboccate (e ai polsi non c’è un Rolex) da quando lui andava alle elementari. L’idea che l’ambientalismo sia uno sfizio per contesse e vecchi gagà con la puzza sotto il naso è decrepita, sbagliata e molto di destra. Cingolani faccia lo scienziato, è stato assunto per questo, non per rubare le battute al Salvini.

venerdì 3 settembre 2021

Anto'!

 

La strabiliante arte di Draghi nell’intortare mister Papeete
di Antonio Padellaro
“Non siamo particolarmente preoccupati per l’accaduto”: così, secondo La Stampa, Palazzo Chigi avrebbe commentato il voto leghista contro il Green pass, frase beffardamente liquidatoria che la dice lunga sulla considerazione che Mario Draghi ha di Matteo Salvini. Leggiamo infatti che il premier, superato “un misto di irritazione e stupore”, ha chiamato al cellulare l’altro, in vacanza a Pinzolo, che “ha abbozzato una risposta rassicurante”. Fermi tutti, perché la scena si presenta deliziosa: Salvini in canotta e alpenstok, che come un allievo somaro cazziato dal professore butta là una scusa sulla mandrakata del degno compare Claudio Borghi, di cui probabilmente era all’oscuro. Ora segnatevi questa: “Non si tratta di essere no-vax o no-Green pass, ho sia l’uno che l’altro”. Fantastico, il leader di un partito di governo giustifica il voto contrario a una legge sottoscritta dal suo stesso partito in Consiglio dei ministri e poi farfuglia la prima cosa che gli passa per la testa. Poteva anche rispondere: “Non tutti trovano 24mila euro in contanti nella cuccia del cane” (ma questa l’ha detta davvero). C’interroghiamo spesso sul giudizio personale che un personaggio come Draghi riserva agli attuali compagni di strada. Con Enrico Letta forse conversano di comuni esperienze internazionali. Giuseppe Conte è un docente di Diritto e forse condividono il linguaggio accademico. Ma con uno come Salvini, che ha studiato a Pontida e a Milano Marittima, di cosa diavolo parli? Ok, il presidente del Consiglio non deve fare conversazione, ma risolvere con gli alleati i problemi del Paese. Soprattutto le grane, materia su cui, dicono, l’ex presidente Bce è maestro nell’intortare l’interlocutore di turno, con una spiccata preferenza per Salvini. Come quando gli ha sfilato le dimissioni di Claudio Durigon (peggio dell’estrazione di un molare), promettendogli in cambio chissà quale giocherello. Ogni tanto lo convoca a Palazzo Chigi, così Letta è contento e i giornali hanno qualcosa da scrivere. Poi, lo mazzola promettendo “una stagione di disciplina”. Se Draghi fa bene a non essere “particolarmente preoccupato” di Salvini, Salvini ci fa venire in mente lo strepitoso Rutelli di Corrado Guzzanti ai tempi di Berlusconi, quello che piagnucolava: “Silvio, ricordati degli amici, ricordati di chi ti ha voluto bene”. Dalle premesse è solo questione di tempo.

Cose da pazzi!

 


giovedì 2 settembre 2021

Ebbasta!



Come se Ollio avesse recitato Shakespeare, Bolle che danza sul frastuono di un rapper, il Cazzaro ad insegnare alla Sorbona, Minzolini a far pubblicità contro le frodi sui pagamenti elettronici: non sopporto più il buonismo dell’ex comico, le sciorinate sull’amore, sulla bellezza, le sviolinate sdolcinate e a volte mestamente prevedibili. Roberto torna toscanaccio, fallo per te!