sabato 4 settembre 2021

L'Amaca

 


E il nucleare sparì dalla scena
di Michele Serra
Il ministro per la Transizione ecologica Cingolani è uno scienziato, e dunque se ha da dire cose nuove e interessanti sul nucleare fa benissimo a dirle. Lo si ascolta volentieri e magari si impara qualcosa. Ma per come funziona il mondo dei media (vecchi e nuovi, dai giornali ai social), se il ministro-scienziato impacchetta la sua opinione scientifica dentro una frase generica e sciocca contro «gli ambientalisti radical chic», ecco che nessuno parlerà più del nucleare, e tutti della frase generica e sciocca.
Così infatti è stato, così accade con micidiale costanza in migliaia di occasioni e su decine di argomenti: è il dettaglio pittoresco, la polemica maldestra, la battutella per far ridacchiare il pubblico che ha l’onore delle prime pagine, e si mangia tutta intera la sostanza della questione.
Ovviamente il ministro, come ogni persona di potere, è libero di credere che questi sono solo dettagli. Perché poi, tanto, le cose si decidono nelle stanze della politica, nel lavorio delle lobby, nelle riunioni tra sapienti, nelle valutazioni economiche. Ma sbaglia. Perché il peso della pubblica opinione, sulle questioni ambientali, è tutt’altro che ininfluente, e ammesso che il «nuovo nucleare» di cui parla Cingolani sia una buona causa, lui l’ha fatta partire sul binario sbagliato, facendo giustamente infuriare molto ambientalismo che ha le maniche rimboccate (e ai polsi non c’è un Rolex) da quando lui andava alle elementari. L’idea che l’ambientalismo sia uno sfizio per contesse e vecchi gagà con la puzza sotto il naso è decrepita, sbagliata e molto di destra. Cingolani faccia lo scienziato, è stato assunto per questo, non per rubare le battute al Salvini.

venerdì 3 settembre 2021

Anto'!

 

La strabiliante arte di Draghi nell’intortare mister Papeete
di Antonio Padellaro
“Non siamo particolarmente preoccupati per l’accaduto”: così, secondo La Stampa, Palazzo Chigi avrebbe commentato il voto leghista contro il Green pass, frase beffardamente liquidatoria che la dice lunga sulla considerazione che Mario Draghi ha di Matteo Salvini. Leggiamo infatti che il premier, superato “un misto di irritazione e stupore”, ha chiamato al cellulare l’altro, in vacanza a Pinzolo, che “ha abbozzato una risposta rassicurante”. Fermi tutti, perché la scena si presenta deliziosa: Salvini in canotta e alpenstok, che come un allievo somaro cazziato dal professore butta là una scusa sulla mandrakata del degno compare Claudio Borghi, di cui probabilmente era all’oscuro. Ora segnatevi questa: “Non si tratta di essere no-vax o no-Green pass, ho sia l’uno che l’altro”. Fantastico, il leader di un partito di governo giustifica il voto contrario a una legge sottoscritta dal suo stesso partito in Consiglio dei ministri e poi farfuglia la prima cosa che gli passa per la testa. Poteva anche rispondere: “Non tutti trovano 24mila euro in contanti nella cuccia del cane” (ma questa l’ha detta davvero). C’interroghiamo spesso sul giudizio personale che un personaggio come Draghi riserva agli attuali compagni di strada. Con Enrico Letta forse conversano di comuni esperienze internazionali. Giuseppe Conte è un docente di Diritto e forse condividono il linguaggio accademico. Ma con uno come Salvini, che ha studiato a Pontida e a Milano Marittima, di cosa diavolo parli? Ok, il presidente del Consiglio non deve fare conversazione, ma risolvere con gli alleati i problemi del Paese. Soprattutto le grane, materia su cui, dicono, l’ex presidente Bce è maestro nell’intortare l’interlocutore di turno, con una spiccata preferenza per Salvini. Come quando gli ha sfilato le dimissioni di Claudio Durigon (peggio dell’estrazione di un molare), promettendogli in cambio chissà quale giocherello. Ogni tanto lo convoca a Palazzo Chigi, così Letta è contento e i giornali hanno qualcosa da scrivere. Poi, lo mazzola promettendo “una stagione di disciplina”. Se Draghi fa bene a non essere “particolarmente preoccupato” di Salvini, Salvini ci fa venire in mente lo strepitoso Rutelli di Corrado Guzzanti ai tempi di Berlusconi, quello che piagnucolava: “Silvio, ricordati degli amici, ricordati di chi ti ha voluto bene”. Dalle premesse è solo questione di tempo.

Cose da pazzi!

 


giovedì 2 settembre 2021

Ebbasta!



Come se Ollio avesse recitato Shakespeare, Bolle che danza sul frastuono di un rapper, il Cazzaro ad insegnare alla Sorbona, Minzolini a far pubblicità contro le frodi sui pagamenti elettronici: non sopporto più il buonismo dell’ex comico, le sciorinate sull’amore, sulla bellezza, le sviolinate sdolcinate e a volte mestamente prevedibili. Roberto torna toscanaccio, fallo per te!



Re Mino


 

Cazzaro!

 


L'Amaca

 

Moriremo eleganti
di Michele Serra
Il vecchio Joe Biden, quando si trascina fino alle telecamere per dire che la guerra è finita (anche perduta: ma è un dettaglio troppo doloroso per dirlo), dimostra trecento anni. Sembra decrepito e afflitto, come l’Impero americano al crepuscolo.
Fa pena, ma anche un po’ rabbia. Perché accetta il peso di una fuga della quale lui è solamente l’esecutore. Fu Trump, nel febbraio 2020, per mano del suo segretario di Stato Mike Pompeo, a firmare, a Doha, la resa con i talebani. Sola condizione richiesta, l’incolumità degli americani in partenza.
Nessun’altra contropartita rilevante.
Perché Biden non lo dice, e si lascia svillaneggiare da Trump e dalla becera destra americana, che della fuga dall’Afghanistan, carte alla mano, sono gli artefici indiscussi?
Non riesco a capirlo. Leggo dotte analisi geopolitiche, imparo un sacco di cose, ma nessuno sa spiegarmi come sia possibile che il capo dei democratici si carichi sulle spalle questo peso senza cercare almeno di condividerlo con il capo dei repubblicani, che ne è stato il vero artefice, e oggi simula indignazione per le conseguenze di una sua decisione.
Forse la sola spiegazione possibile — direbbe un mister nelle interviste post-partita — è che la sinistra non ha le palle. E nel caso le abbia avute, molti campionati fa, le ha perse.
Signorile, educata, masochisticamente orgogliosa dei suoi dubbi, si lascia dire le peggiori cose praticamente senza reagire.
Mentre il suo avversario vomita insulti e spara frottole senza ombra di imbarazzo (più son cafone più son contento: potrebbe essere il mantra delle nuove destre), i dem sprigionano malinconia e pacatezza da ogni sospiro.
Moriremo eleganti.