venerdì 7 dicembre 2018

Travaglio!


venerdì 07/12/2018
Aridàtece Jim

di Marco Travaglio

Finirà che rimpiangeremo Jim Messina, il leggendario guru americano e globetrotter della comunicazione che, avendo già rovinato Obama, Rajoy e Cameron, fu ingaggiato da Renzi alla modica cifra di 400 mila euro all’anno perché non c’è il tre senza il quattro. Infatti, anche grazie ai suoi preziosi consigli, il Pd perse rovinosamente tutte le Amministrative, poi il referendum costituzionale, infine le Politiche. Dopodiché lo Statista di Rignano capì di riuscire tranquillamente a sparare cazzate da solo, e lo congedò. Ma oggi, visto com’è ridotto, potrebbe aver bisogno persino di lui: financo Jim gli farebbe notare che non è una proprio grande idea fondare un partito macroniano quando Macron non lo vota più neppure Brigitte. E c’è il rischio che, quando i suoi seguaci italiani saranno pronti a partire, lo spirito guida sia già fuggito a Varennes travestito da Luigi XVI. Se poi fosse vero che anche Carlo Calenda è pronto a uscire dal partito a cui si era iscritto inspiegabilmente sei mesi fa, pure lui per seguire le orme del genio transalpino, avremmo ben due partiti macroniani senza più Macron. Degno epigono della sinistra più ritardataria dell’orbe terracqueo. Cioè la nostra: blairiana quando gli inglesi a Blair tiravano le uova e le scarpe; clintoniana nel senso di Bill quando questi s’era già estinto e nel senso di Hillary quando le mancava giusto un po’ di sfiga per perdere persino contro Trump.

Negli ultimi anni il Pd ha tentato sgangheratamente di scimmiottare i 5Stelle. Prima con Renzi, che alle primarie si presentava come la bella copia di Grillo, salvo poi diventare la brutta copia di B.. Poi con Gentiloni, che abbozzò un abortino di reddito di cittadinanza (Rei, reddito di inclusione), talmente gracilino che – come ha detto Nanni Moretti – non l’ha notato nessuno. Intanto coglievano ogni occasione, vera e soprattutto falsa, per dire che i 5Stelle rubano come gli altri. Che, se fosse vero, sarebbe una ben magra consolazione. Ma purtroppo è falso. Diversi amministratori M5S sono finiti sotto inchiesta, e alcuni sotto processo, ma mai per ruberie di soldi pubblici. E, in caso di condotte moralmente indegne, sono stati comunque cacciati. Tipo i parlamentari che si avvalsero della facoltà di non rispondere ai pm (un diritto processuale, ritenuto però incompatibile col dovere di trasparenza), sulle firme false a Palermo. O il capo-gabinetto della Appendino che fece levare una multa a un amico. O la sindaca di Quarto (Napoli) che non aveva denunciato un’estorsione da un consigliere comunale. O il sindaco di Bagheria, nei guai per abusi edilizi e appalti pilotati.

Memorabile la campagna, alla vigilia delle elezioni, montata dal Pd sui servizi delle Iene che smascheravano una dozzina di parlamentari M5S morosi sul versamento – imposto dal codice interno – di parte dello stipendio al fondo per il microcredito delle piccole e medie imprese. Furono dipinti come ladri per aver fatto ciò che fanno tutti i parlamentari dal 1948, con l’unico effetto di far scoprire agli italiani ciò che la grande stampa gli aveva sempre nascosto: e cioè che i 5Stelle rinunciano a una parte del proprio stipendio per finanziare le piccole imprese; e chi viene beccato a tenersi tutto viene espulso su due piedi. Un lancio pubblicitario strepitoso (e tutto gratis). Notevole anche la polemica contro Di Maio, “primo ministro del Lavoro che non ha mai lavorato”, a parte vendere bibite allo stadio San Paolo di Napoli: il che, detto da un partito che si dice di sinistra, era un autogol da Guinness, visto che una sinistra che si rispetti dovrebbe fare qualcosa per i giovani del Sud che si arrabattano con piccoli lavoretti perché non trovano un’occupazione decente. Poi è partita, sempre dalle Iene, la sit-com di Casa Di Maio, col padre Antonio che faceva lavorare in nero tre operai e, si insinuava, forse anche il figlio Luigi, quando non era occupato a vendere bibite al San Paolo o a servire in tavola (senza contratto) in una pizzeria del suo paese. I migliori segugi di tv e giornaloni a caccia di sardanapaleschi abusi – dalla “piscina” che poi si rivelava una vasca montabile o gonfiabile, alla “villa col patio” che poi si scopriva essere una squallida tettoia con dietro due bombole a gas – assistiti via cielo da appositi droni e via terra da plotoni di vigili dell’inflessibile amministrazione comunale di Marignanella (che mai prima aveva notato nulla di abusivo, né a casa Di Maio né nelle proprietà adiacenti). E intanto la gente semplice si domandava: ma non ci avevano raccontato che Di Maio non faceva una mazza dalla mattina alla sera? Invece, guarda guarda, vendeva bibite allo stadio, serviva pizze, lavorava col padre e chissà cos’altro: più che fannullone, stakanovista.

Ieri i geniali comunicatori del Pd hanno lanciato l’ultimo boomerang contro la norma del M5S (prevista dal contratto di governo, ma invisa alla Lega) che incoraggia l’acquisto di auto ecologiche e penalizza quello di veicoli inquinanti. Una battaglia che accomuna tutte le forze di sinistra e ambientaliste del mondo: infatti il Pd non c’entra. In perfetta sintonia con FI e Lega, il renziano Michele Anzaldi bolla i 5Stelle come “i killer dell’auto italiana e del made in Italy”, perché – testuale – “l’unico Paese che ancora non produce auto ibride è l’Italia” e questa è “concorrenza sleale” perché “ben 24 colossi stranieri già producono auto ibride”. Volete mettere il privilegio di noi italiani di morire di smog più degli altri per difendere il made in Italy della Fca (con sedi fra Detroit, Londra e l’Olanda) che, bontà sua, non ha mai partorito un’auto ecologica? Un bel cancro made in Italy, che diamine. E poi tutti a chiedersi perché in Italia vincono i 5Stelle e in Germania i Verdi. Jim, ti prego, torna al Nazareno: spiegagli qualcosa almeno tu.

giovedì 6 dicembre 2018

In silenzio, meditando.


Lo condivido pienamente. Un ineccepibile atto di fede.

Di don Paolo Farinella

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente. Peggio, perché qualsiasi merce viaggia con i documenti di accompagnamento e i dati identificativi, mentre le persone – in questo caso i poveri – non sono nemmeno considerati. Sono nemici per il solo fatto di essere poveri, di essere per lo più neri, di essere in fuga la maggior parte dalla fame e in molti dalle guerre che lo stesso Occidente e l’Italia hanno creato e alimentato, guadagnandoci con la vendita delle armi.

Il decreto Salvini è incostituzionale, ma purtroppo dobbiamo aspettare una dichiarazione della Suprema corte che potrà esserci solo dopo che un tribunale l’avrà investita del dubbio d’incostituzionalità e questo, a sua volta, potrà avvenire solo se qualcuno, denunciato per un reato connesso al decreto, eccepirà la natura incostituzionale. In termini di tempi significa non meno di uno o due anni. Nel frattempo il diritto langue, la democrazia non sta bene, la Costituzione è in coma e i cristiani inneggiano al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, autore di questo scempio che offende l’umanità in genere e i credenti in modo particolare.

Il successo di questo individuo non ci sarebbe se non avesse anche l’appoggio dei cattolici, degli ex comunisti e degli ex Pd, che così dimostrano di non essere mai stati comunisti o democratici, ma cripto-fascisti senza alcuno dei valori umanitari che dicevano di difendere. Un cristiano in modo particolare dovrebbe tremare di fronte a una norma simile perché, sul piano della fede, è l’espulsione di Gesù di Nazareth dall’Italia. Egli, infatti, fu ed è ebreo, palestinese, mediorientale, dalla pelle scura-olivastra, dichiarato indesiderato dal decreto Salvini se osasse presentarsi alla nostra frontiera per trascorrere il suo Natale con noi.

Perseguitato dalla polizia di Erode e migrante in Egitto, riattraversa il mar Rosso e il deserto, affronta rischi e pericoli propri di un viaggio allucinante, arriva nel Paese del presepe e delle cattedrali che inneggiano il suo Natale, ma alla frontiera trova l’erede di Giussano con in mano un presepe di plastica, nell’altra il rosario, nell’altra ancora il Vangelo e con la quarta mano impone l’alt: “Voi tre non potete passare. Tornate da dove siete venuti e noi vedremo di aiutarvi a casa vostra, se a casa nostra avanza qualcosa, ma non ne sono sicuro”.

Il mondo cattolico assiste zitto e succube all’editto non di Augusto, che si limitò a ordinare un censimento, ma di un uomo esperto in ignoranza. I cattolici che lo esaltano sono complici di lesa umanità e di “deicidio”, perché ogni volta che si fa un torto sul piano del diritto alla persona del povero, lo si fa a lui direttamente, nella carne viva dei migranti.

Con quale diritto i cristiani possono pretendere di celebrare il Natale di quel Gesù che il loro Paese, senza alcuna loro resistenza o protesta, espelle come uomo nel Figlio di Dio? Non dovevano i vescovi con le loro preziose vesti andare alla ricerca del Gesù respinto e votato alla morte? Come è possibile aprire le chiese e baloccarsi con ninne-nanne, “Tu scendi dalle stelle”, canti gregoriani, presepi scellerati, quando fuori il vero Cristo è offeso, torturato, stuprato, vilipeso, venduto, schiaffeggiato, ucciso, come l’”uomo dei dolori” d’Isaia profeta? (Is 53). La chiesa di San Torpete in Genova per questo Natale resterà chiusa perché è un Natale senza Cristo, un Natale senza Dio perché Natale senza Uomo. Possa la chiesa, chiusa per fallimento, stimolare il pensiero e la riflessione dei credenti e quanti hanno coscienza che Natale sia “Dio-con-noi- Im-ma-nù-el”.

Abbiano il coraggio di fare digiuno eucaristico per sentire nel cuore la distanza tra chi sono e chi dovrebbero essere. Non celebrare l’Eucaristia è l’atto più eucaristico possibile, in segno di obiezione di coscienza contro un decreto disumano e illegittimo, antidemocratico e anticristiano. La chiesa di San Torpete in Genova resterà chiusa dal 24 dicembre 2018 al 05 gennaio 2019. Riprenderà le celebrazioni con l’Epifania, la “manifestazione del Signore ai popoli del mondo”, festa di universalità senza confini, compiuta da “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Apocalisse 7,9). Non celebrate la mia nascita perché Io-Sono da sempre. Celebrate piuttosto la vostra ri-nascita di creature nuove.

Tiè polo!



in una Mediaworld non indigena: “Scusi quanti pollici è questa tv?”

“85”

“Bella davvero! Certo ci vorrebbe lo spazio per appenderla!”

E il saccente, altero, dinoccolato, sprezzante dipendente, con fare più innervosente che sentire il Bomba parlare di lealtà democratica: “Mi vuol fare intendere che non ha una parete di 4/5 metri quadri?”

A queste parole, mi scatta dentro la classica battaglia comportamentale: 
Madame Rabbia: “mandalo a fare in culo questo pezzente!”; Mademoiselle Irritazione: “fagli una minzione sulle scarpe a quel farabutto!”

Ho scelto per risposta ciò che mi ha insufflato la Giovin Cesellatrice:
“Non è un problema di pareti, ne ho a bizzeffe. Il problema è che vi sono appesi dei Morandi, qualche Dalì ed un probabile Tiepolo!” 

Tiè...pollo!

Pensierino



LA MIA ANIMA HA FRETTA 
Mario de Andrade (San Paolo 1893-1945)

Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora. 
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente. 
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto. 
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute. 
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto. 

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso della verità e onestà 
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere. 
Voglio circondarmi da persone che sanno come toccare i cuori, di persone  a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima. 

Sì, sono di fretta,  ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare. 
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti.  Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora. 
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza. 
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.

martedì 4 dicembre 2018

L'indegno teatrino



Gli "Altri" si sono ritrovati, scendendo su questa terra a loro tanto cara, Alloccalia. Una solenne assise capeggiata da quel Vincenzo Boccia che sta all'equità come Fedez e Ferragni alla vita riservata, il quale, da presidente di Confindustria ha riunito a Torino nell'enorme sala delle riparazioni ferroviarie, dodici associazioni imprenditoriali, il must dell'Altra Italia, quella che sbuffa, ansima, freme, spera di continuare ad arricchirsi alla faccia del popolino, sbertucciandolo con fregnacce altisonanti.

Boccia, da consumato trascinatore, invoca addirittura le dimissioni del Premier, fatto inaudito visto che era almeno un decennio che ciò non s'udiva da quelle parti, quasi ad evidenziare il sublime evento, che questa compagine scalcinata governativa forse, e noi ci speriamo tanto, pare agire in modalità non esaustiva i "cazzi loro", da sempre scambiati per benefici alla collettività, fucine di risorse, di energie e fondamentalmente invece, a mio parere, abbacinati esclusivamente dal lucro. 
Dai, diciamocelo almeno per una volta: sono spariti gli enormi vantaggi elargiti da precedenti macchiette, vedasi in primis l'ormai sbiadito ed inconsistente Pifferaio Scialbo di Rignano, il quale mise sul piatto di questi famelici sognatori di profitti, lo schiavismo 2.0, generalmente chiamato, per fuorviare, Jobs Act. 

E si sentono ancora pregni di sé questi signorotti paesani malpensanti, nel senso che ogni loro iniziativa commerciale non solo deve essere esente da margini di rischio, grazie a salari miserrimi e alle amiche banche, ma il margine di guadagno deve correre sempre più, tendendo all'infinito, e si sentono tanto forti da non esitare a spargere baggianate al fine di mascherare i loro chiari obbiettivi. 

Sentite come ci narra questa convention il loro organo ufficiale, Repubblica: 

Era decenni che un presidente di Confindustria, sia pur al termine di una lunga serie di ipotetiche, non chiedeva le dimissioni dell’esecutivo. Ed era molto tempo che l’assemblea degli industriali italiani non applaudiva in modo entusiasta. 

Il salto dal bianco e nero di un secolo fa al colore di oggi è impressionante. Nelle prime file i vertici delle associazioni degli imprenditori italiane, delegazioni venute dal Veneto, dalla Campania, dalla Sicilia. Per dire sì alla Torino- Lione « una metafora delle infrastrutture necessarie a questo Paese » , spiega Paolo Pininfarina, erede di una famiglia che ha reso famoso il design italiano nel mondo.

Ecco la fregnaccia! La Torino - Lione, invocata già dalle Madamin piemontesi, avvolte nei loro sobri cashmere, simbolo di quelle grandi opere che elargiscono, anzi: sottraggono risorse ad una nazione come la nostra oramai esangue, vedasi il ciclopico Mose, una sarabanda di manigolderie senza scrupoli che è riuscita a sfilarci una manciata di miliardi, senza ritorno, senza speranze.
Ma andiamo avanti con l'organo ufficiale:    

Tra i 12 presidenti delle associazioni imprenditoriali italiane, il più toccato dalla politica degli stop è certamente il parmense Gabriele Buia, responsabile dell’Ance, l’associazione degli imprenditori delle costruzioni: «Non possiamo più proseguire con la politica dei blocchi. Abbiamo attualmente quasi 25 miliardi di lavori sospesi » . Tutti appesi alla valutazione costi/ benefici: « Diciamolo, non se ne può più di queste valutazioni che bloccano tutto » , sbotta la genovese Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Buia ricorda che « ormai le imprese italiane sono costrette a cercare commesse principalmente all’estero » . E cita il caso della Cmc, costretta al concordato per le difficoltà in Italia.

Altro riscontro: continuano a blaterare come se ancora continuassimo a considerarci silenti abitanti di Alloccalia! Sappiamo infatti che la richiesta di concordato delle gigantesche imprese di costruzioni derivi dal fatto che stanno sparendo, finalmente, le richieste extra di denari per l'insorgere di attività fuori dai capitolati di offerta, un espediente arcinoto che permetteva a questi giganti fondati sull'amicizia politica, di far lievitare costi e guadagni, per loro, alla faccia nostra. Te credo quindi che siano incazzati! E' finita la cuccagna! 

E Boccia, come racconta l'House Organ, eroicamente arriva al punto di avvisare l'esecutivo! Sentite:

Che cosa spera di ottenere la Pallacorda degli imprenditori italiani? Il messaggio implicito della sala è politico ed è rivolto naturalmente alla Lega, quella che soffre di più. Riservatamente molti dei presenti sperano che Salvini abbandoni la zavorra grillina, forte dei sondaggi. Ma in chiaro nessuno si azzarda a tanto. Dal palco Vincenzo Boccia avvisa però che « la nostra pazienza è ormai quasi al limite ». Il 65 per cento del Pil italiano è presente in sala e non sembra molto disposto a farsi dare la linea sulle infrastrutture dai centri sociali torinesi che ormai hanno egemonizzato la battaglia dei No tav.

Non la nostra, ma la loro pazienza è finita! Qui il gioco delle parti è vergognosamente invertito da quell'abile prestigiatore che sembra essere il capo di Confindustria. 

In sala ci sono imprenditori come Marco Lavazza vicepresidente della società del caffè. È favorevole alle infrastrutture «perché favoriscono gli investimenti e migliorano la nostra possibilità di esportazione. Prenda il nostro caso: abbiamo due stabilimenti in Piemonte e uno in Francia, a Montpellier. Esportare facilmente all’estero significa anche garantire il lavoro delle fabbriche italiane » .

E certo Lavazza! Vuoi mettere far arrivare il caffè due ore prima alla modica cifra di qualche decina di miliardi, sventrando una montagna pregna di amianto? 

Ed ecco Zatterin, vicedirettore della Stampa, ovvero Agnelli unito in matrimonio a De Benedetti, per una nuova stagione propulsiva qui in Alloccalia: 

Il vicedirettore de La Stampa, Marco Zatterin, modera gli interventi e ricorda che « le associazioni presenti in questa sala rappresentano 3 milioni di imprese, 13 milioni di dipendenti e l’ 80 per cento dell’export italiano » . Riuscirà la Lega a ignorarli per onorare il patto con Di Maio?
In teoria dovrebbe essere molto difficile tornare indietro sulla Torino- Lione perché, come ricorda Giancarlo Gonella di Legacoop, « a questo punto costerebbe più fermarla che finirla » . Ma le cose non sono così semplici: « Incontreremo una delegazione di chi è favorevole alla Tav » , dice Di Maio in serata. Si sapeva già. L’incontro è fissato per domani con Conte, lo stesso Di Maio e Toninelli. Boccia lamenta che « il governo continua a considerare la Tav un problema locale di Torino » . In ogni caso l’incontro verrà prima della contro manifestazione No Tav di sabato, indetta per rispondere alla mobilitazione torinese di un mese fa in piazza Castello, quella egemonizzata dalla « madamine » anche oggi alle Ogr.

E siamo al gran finale, tenetevi! 

Ma il malumore, catalizzato dal no alla nuova linea ferroviaria, è molto più profondo. Boccia lo dice senza giri di parole: « Basta con la campagna elettorale permanente, basta con politiche che fanno salire lo spread e penalizzano la nostra capacità di investimento. Torni il senso di responsabilità » . Su questo punto sarà arduo accontentare la Pallacorda di Torino. Più semplice fare la Tav.

Torni il senso di responsabilità! Questo dice Boccia dall'alto del suo regno, fondato, pare, sull'irresponsabilità, perché, un attimo prendo la calcolatrice, un attimo.. ah si! Se la memoria mi assiste c'è un calcolino che ho da sempre in cervice: se l'evasione annua supera i cento miliardi, e se il 50-60% degli italici paga le tasse alla fonte, chi cazzo evade in maniera continua, spossante, enorme, vomitevole?
Chi cazzo evade dottor Boccia? 
Alloccalia si sta svuotando dottor Boccia! Per fortuna si stanno aprendo tanti bulbi oculari. Alla faccia del Tav, non si dice la Tav, ma il Tav! 


  
   

Meditate e uscite!


Uscite da Alloccalia! Vi aspettiamo!

martedì 04/12/2018
LA LETTERA
L’appello dei cento: “Serve un’altra cultura, non il Torino-Lione”
IN PIAZZA - PROFESSORI, ATTORI E INTELLETTUALI PARTECIPERANNO ALLA MANIFESTAZIONE DI SABATO

La Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione è stata progettata quasi trent’anni fa per far fronte a un aumento di traffici definito insostenibile e rivelatosi, poi, in costante calo. Da allora tutto è cambiato (sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, della situazione economica, delle politiche dei trasporti, delle prospettive dello sviluppo) e oggi essa viene confermata con motivazioni ancora più inconsistenti, sostenuta con slogan tanto suggestivi quanto impropri, imposta senza tenere in alcun conto la volontà e i diritti delle popolazioni interessate.

Ridotta di fatto al solo tunnel di 57 chilometri sotto il Moncenisio, la Torino-Lione non aprirebbe nuovi orizzonti continentali di traffico, ma sostituirebbe semplicemente l’attuale collegamento tra Italia e Francia, utilizzato per meno di un quarto delle sue potenzialità. Non migliorerebbe la situazione ambientale ma, con uno scavo ventennale in una montagna a forte presenza di amianto e con i connessi ingenti consumi energetici produrrebbe un inquinamento certo, a fronte di un recupero successivo del tutto incerto (mentre gli obiettivi internazionali per contenere il mutamento climatico globale richiedono una drastica riduzione delle emissioni nell’immediato).

Inciderebbe in maniera ridotta, date le brevi percorrenze dei traffici commerciali tra Italia e Francia, sulla riduzione dei tir in autostrada, che si otterrebbe invece, in tempi brevi e a costo pubblico zero, con politiche tariffarie mirate a incentivare lo spostamento su rotaia e a penalizzare quello su strada. Creerebbe lavoro in misura modesta dato che le grandi opere sono investimenti ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di mano d’opera (con pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato) mentre gli interventi diffusi di riqualificazione del territorio e di aumento dell’efficienza energetica – di cui il Paese ha un disperato bisogno – producono un’alta intensità di manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale (con creazione di più posti di lavoro per miliardo investito e per durata indeterminata).

La realizzazione della nuova linea avrebbe costi ingenti (per la costruzione di 10 metri occorrono 1.587.120 euro, oltre un milione e mezzo) che graverebbero sulla collettività a scapito del soddisfacimento di bisogni fondamentali (scuole, ospedali, welfare, trasporti pubblici efficienti e così via). Inoltre i lavori del tunnel sotto il Moncenisio non sono ancora iniziati (a differenza di quanto sostenuto da una martellante campagna di stampa che confonde il tunnel con opere geognostiche finalizzate ad analizzare le caratteristiche della montagna eventualmente da scavare) e, in caso di rinuncia all’opera, non sono previste penali (come hanno infine riconosciuto gli stessi promotori).

Torino e il Paese hanno bisogno di ben altro per risollevarsi dal declino e della crisi in atto (una crisi che, a Torino, ha distrutto per insipienza e incapacità, un quarto della struttura industriale e della connessa occupazione). Hanno bisogno di una accurata messa in sicurezza del territorio, di una rete di trasporti pubblici efficienti, di un rilancio produttivo in settori strategici e mirati, consapevole che il progresso non si identifica con macchine, cemento, velocità, ponti e gallerie. Hanno bisogno di sostituire il sistema che ha prodotto il declino (e che propone, per uscirne, le stesse ricette che lo hanno determinato) con una stagione fondata sull’innovazione, sulla creatività, sull’impegno di operatori capaci di investire sul futuro e sulle proprie capacità invece di pietire eventi e opere quali che siano purché alimentino flussi di denaro concessi da Roma o dall’Europa.

Le risorse non sono illimitate e occorre scegliere. Il progetto sottostante al Tav Torino-Lione è parte della crisi, non la sua soluzione. Dire di no alla sua realizzazione significa tutelare l’ambiente e la salute e, insieme, aprire un nuovo capitolo di ripresa sobria, sostenibile e duratura. Per questo aderiamo alla manifestazione No Tav di Torino dell’8 dicembre.

Alessandra Algostino (costituzionalista, Università di Torino), Linda Cottino (giornalista), Elisabetta Grande (giurista, Università del Piemonte orientale), Edi Lazzi (segretario provinciale Fiom Torino), Luca Mercalli (climatologo e giornalista scientifico), Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte), Valentina Pazè (docente di Filosofia politica, Università di Torino), Livio Pepino (già magistrato, direttore Edizioni Gruppo Abele), Teresa Piergiovanni (studentessa, presidente del Consiglio degli studenti, Università di Torino), Marco Revelli (storico e politologo), Ugo Zamburru (psichiatra, Caffè Basaglia, Torino), Elio Germano (attore), Jacopo Fo (scrittore, attore e regista), Tomaso Montanari (storico dell’arte, presidente Libertà e giustizia), Sandra Bonsanti (giornalista e scrittrice) e altri cento.