martedì 4 dicembre 2018

Ineccepibile


martedì 04/12/2018
Pesi e misure

di Marco Travaglio

La butto lì, casomai qualcuno volesse riflettere seriamente sul ruolo dell’informazione nell’Italia del 2018, uscendo per un attimo dalle opposte trincee del giornalismo embedded: avete idea di quanti articoli di giornale, servizi di tg e dibattiti da talk show e da social sono stati dedicati ai guai del padre di Di Maio e alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia? Da una parte abbiamo tre o quattro operai in nero, tre o quattro abusi edilizi, una betoniera, una carriola e un mucchietto di mattoni abbandonati nella microditta dei genitori di Di Maio (che per ora non risulta aver fatto un bel nulla). Dall’altra abbiamo la Corte d’assise di Palermo che condanna penalmente Marcello Dell’Utri, inventore di FI (il partito che ha dominato la scena politica dal 1994 all’altroieri), e i massimi vertici del Ros dei Carabinieri del 1992-’96, per aver aiutato gli stragisti di Cosa Nostra a ricattare lo Stato a suon di stragi; e condanna politicamente i governi Amato (1992), Ciampi (1993), Berlusconi (1994) per aver subìto quel ricatto mafioso senza mai né respingerlo né denunciarlo.

In quella sentenza si legge, fra l’altro, che: l’allora presidente Scalfaro mentì sotto giuramento ai pm sostenendo di non sapere nulla dell’avvicendamento ai vertici del Dap fra il duro Nicolò Amato e il molle Adalberto Capriotti, mentre era stato proprio lui a imporlo per ammorbidire il 41-bis che un anno prima era costato la vita a Falcone; molti altissimi rappresentanti delle istituzioni mentirono o dimenticarono per anni il proprio ruolo in quel turpe negoziato, ostacolando l’accertamento della verità; l’allora premier Giuliano Amato fu informato nell’estate ’92 della trattativa fra il Ros e il mafioso Ciancimino dalla sua capo-segretaria Fernanda Contri, ma non fece nulla per bloccarla e non ricordò un bel nulla dinanzi ai pm; Violante, presidente dell’Antimafia, fu avvicinato dal colonnello Mori, che gli caldeggiò invano un incontro riservato con Ciancimino, e non ne avvertì mai i pm di Palermo, né allora né quando seppe che indagavano sulla trattativa; mentre B. era al governo, Dell’Utri riceveva nella sua villa a Como il boss Mangano e gli spifferava in anteprima le leggi pro mafia; B. continuò – come faceva da 20 anni – a finanziare Cosa Nostra con versamenti semestrali in contanti almeno fino al dicembre ’94, cioè mentre era premier; senza la trattativa Ros-Ciancimino-Riina-Provenzano, non ci sarebbe stata l’“accelerazione” che indusse Cosa Nostra a sterminare Borsellino e la sua scorta appena 57 giorni dopo aver assassinato Falcone, la moglie e la scorta.

Senza la trattativa – scrivono i giudici – le stragi mafiose si sarebbero interrotte con l’arresto di Riina il 15 gennaio ’93, dunque fu la trattativa a causare gli eccidi della primavera-estate ’93 a Roma, Firenze e Milano (10 morti e 30 feriti). Da due settimane il caso Di Maio (padre) occupa le prime pagine dei quotidiani, le homepage dei loro siti, i titoli dei tg, i dibattiti nei talk e sui social, i discorsi nei bar. Invece all’agghiacciante sentenza Trattativa, che chiude in primo grado uno dei processi più cruciali dell’ultimo cinquantennio, la Norimberga sulle classi dirigenti di sinistra&destra che hanno dominato, e ancora in parte dominano, il potere italiano, giornali e tg hanno dedicato un paio di servizi il primo giorno, e nemmeno fra i principali. Poi silenzio. Zero dibattiti, approfondimenti, inseguimenti modello Iene. Zero domande e dunque zero risposte, autocritiche, scuse al popolo italiano da chi collaborò a metterlo per 25 anni sotto il ricatto mafioso.
Sui guai di suo padre, che non hanno prodotto non dico una sentenza, ma neppure un avviso di garanzia, il vicepremier Di Maio è stato intervistato quattro volte dalle Iene, e bene ha fatto a rispondere, anziché fuggire dal retro e far cacciare i cronisti dalla scorta, come facevano quelli di prima, o seppellirli sotto valanghe di cause civili o minacciare di spezzargli le gambe, come fanno i berluscones e i rignanos. E bene ha fatto suo padre ad ammettere le sue colpe e a mettersi a disposizione delle autorità in due video sul web e un’intervista al Corriere. Ma a voi pare normale che nessuno abbia mai chiesto nulla ad Amato, magari attendendolo sotto casa o davanti alla Consulta, su quel che gli disse la Contri sulla trattativa con la mafia che aveva appena ucciso Falcone e Borsellino? Che nessun politico di destra e di sinistra abbia dovuto scusarsi di aver promosso e coperto Mori&C., anziché degradarli sul campo per aver trattato con Cosa Nostra, omesso di perquisire e sorvegliare il covo di Riina, fatto fuggire Santapaola e Provenzano? Che non una sola domanda sia stata rivolta a B. sui soldi versati alla mafia anche dopo Capaci e via D’Amelio? E che dunque nessuno abbia mai dovuto spiegare o discolparsi per fatti lievemente più gravi di una vasca posticcia, tre ruderi e quattro laterizi? Quale devastazione intellettuale, quale tsunami culturale ha ridotto l’informazione in questo stato comatoso, impermeabile al senso della notizia e financo del ridicolo? Si dirà: le 5.252 pagine della sentenza Trattativa non le ha lette nessuno. Giovedì ne pubblicheremo con Paperfirst una sintesi di un decimo, nel libro Padrini fondatori curato da Marco Lillo e dal sottoscritto. Ma sappiamo tutti che non è questo il punto. Dalla saga Spelacchio alla sitcom Casa Di Maio, quella che chiamiamo “informazione” non ha più nulla a che vedere col diritto-dovere di informare. Quanti pensano di usare il nulla per gettare discredito su chi ha l’unico torto di aver vinto le elezioni, non si accorgono che stanno sputtanando se stessi e l’intera categoria. Ormai la libertà di stampa è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai giornalisti.

lunedì 3 dicembre 2018

Parole sante ma...


Questo è l'articolo del direttore di Avvenire apparso sabato scorso in edicola: 

Il presepe vivente. Una norma cattiva e parole al vento
Marco Tarquinio
sabato 1 dicembre 2018

Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del "sì" che tutto accoglie e tutti salva e dei "no" che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.

Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di "scartati", che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente.

Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un "luogo" che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I "rifugiati" sì, i "protetti" no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.

Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla "la Legge della strada". Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova "Legge della strada" già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.

Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria». Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.

P.S. Per favore, chi ha votato la "Legge della strada" ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo.

Parole dure, parole arse da verità, scomode, inquietanti. Come il domandarsi se la Chiesa abbia sempre fatto tutto quello che riteniamo in suo potere, terreno, per questi protetti. 
Intendiamoci: l'accoglienza vi è stata, ci mancherebbe. Come ci sono stati i ritorni economici, anche quello un dato di fatto. 
Ora che un decreto, che non condivido, fa emergere tutta la sepoltura imbiancata che per anni abbiamo sopportato, facendo a volte finta di nulla, inducendoci a non vedere, a non commentare soprusi, vigliaccherie, nei confronti di questi nostri fratelli, ora che tutto sta venendo a galla, occorrerebbe, io per primo, domandarci: abbiamo rispettato i canoni evangelici, abbiamo fatto sì che l'accoglienza dell'altro sia stata incanalata nei parametri dettati dalla Buona Novella?
Non è che il porsi l'animo in pace, trascurando il centro di tutto, il loro cuore, abbia innescato un ozioso girovagare di tanti sfortunati senza meta né decoro, finendo per trasformarli in insopportabili da parte della pubblica opinione? 
Domandiamocelo ora, anche se è già troppo tardi, non foss'altro per evitare d'accampare scuse come comunità di credenti, invalidate dal far finta di nulla per tanti anni, ad esempio, sulla tratta di schiavi nelle campagne pugliesi, calabre, sicule al tempo della raccolta di frutta e verdura, con tanto di baraccopoli issate per ospitare tanti fratelli che si spaccarono la schiena per qualche euro; o per il pensiero che l'APSA abbia un patrimonio stimabile in due miliardi di euro, frutto di lisciate ed incensazioni a convinti fedeli/e nell'atto del lascito testamentario. 
Almeno evitiamo questo in quest'Avvento, cupo come non mai.   

Meditando


Un esame di coscienza politico mi porta ad esprimere alcune considerazioni:
Ho votato M5S e lo rifarei, non tanto per questa conduzione politica, che non mi soddisfa, quanto per aver avuto conferma che il voto al Pd il 4 marzo, sarebbe stato un voto di centrodestra. E allora Salvini? Salvini è un animale politico che ad oggi ha quasi sempre parlato, realizzando poco, per fortuna, dei suoi progetti. Il decreto sicurezza non lo condivido, ma quelli che ora blaterano in giacca a coste larghe di velluto, ergendosi a saggi dispensatori di enunciati di civiltà, dove, dove, dove cazzo erano allorché il traffico di esseri umani produceva lauti guadagni nelle mani di pochi, dove l’80% dei progetti rimaneva sulla carta per un’obbrobriosa, letale, facciata di accoglienza, rivelatasi il più delle volte, un commercio di uomini e donne? Il decreto sicurezza è fascista? Può essere, non lo condivido. Ma non lo ritengo un motivo valido per ritornare nelle braccia del pagatore seriale di tangenti alla mafia. L’obbiettivo era ed è quello di abbattere i canoni di quella sceneggiata che ha ridotto il nostro paese in Alloccalia: nelle mani di un delinquente abituale, supportato da un guappo folcloristico per un’appropriazione indebita di potere, attraverso l’alterazione della stessa natura democratica di gangli vitali. 
Impercettibilmente alcuni fattori stanno cambiando, ritornando nella via costituzionale. Questa è la Luna, molti la stanno già osservando, finalmente, altri, ahimè, non riescono ancora a staccarsi dal dito.

domenica 2 dicembre 2018

Desiderio



Oggi quasi quasi mi farei un giretto alle Terrazze. Così, tanto per provare l’ebbrezza del metro giapponese nelle ore di punta!

Forse l’ha capito...


Rubrica



Sbellicante


domenica 02/12/2018
Il Piccolo Giustizialista

di Marco Travaglio

Per l’angolo del buonumore, segnaliamo un “collega” che merita la più affettuosa solidarietà: Alessandro Sallusti, costretto dalle circostanze a passare d’un tratto dal presunto “garantismo” a uno sfegatato “giustizialismo”. Le circostanze sono i guai di papà Di Maio e soprattutto la vittoria del figlio che ha portato i 5Stelle al governo con la Lega e il fu B. all’opposizione. Sallusti ha impiegato nove mesi per riaversi dallo choc, ma ora sta riprendendo conoscenza. Solo che non sa più chi è: dopo 25 anni trascorsi a santificare un delinquente naturale che ne combinava di tutti i colori, a gabellare le sue prescrizioni per assoluzioni, a cancellare una condanna definitiva per frode fiscale, a difendere l’associazione per delinquere che circonda il padrone, s’è scoperto dall’oggi al domani “giustizialista”. Conversione improba come l’impresa degli studenti pluribocciati che provano a fare tre anni in uno, non essendo riusciti a farne uno in uno. E comica come quella dei carnivori impenitenti che un bel giorno si scoprono vegani e ti danno lezioni di tofu. Il povero Sallusti, pur nuovo del mestiere, s’impegna molto, ma l’inesperienza gli fa brutti scherzi. È come i bambini che giocano al Piccolo Chimico e incendiano casa. Si vede che gli mancano proprio le basi.

Convinto di avere finalmente la prova che i 5Stelle rubano come gli altri (magra consolazione per la gente normale, ma non per chi ha un padrone pregiudicato e pluri-prescritto), ci si è tuffato a pesce col tipico empito del neofita. E da dieci giorni apre il Giornale sul caso di Di Maio padre. Per carità, anche gli altri giornali vi hanno dedicato il decuplo degli spazi riservati alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Ma i titoli di Sallusti hanno un che di commovente, anche perché basterebbe sostituire il nome “Di Maio” col nome “Berlusconi” (o di uno a scelta dei delinquenti della ditta) per procurargli una sincope: “Quell’immobile ‘fantasma’ sul terreno di babbo Di Maio”, “Il silenzio di Di Maio sull’edificio fantasma intestato a suo papà”, “Fantasma anche per Equitalia il fabbricato dei Di Maio”, “Lavoro nero in famiglia. Di Maio scarica suo padre”, “I dubbi sulla ditta di famiglia: usava il magazzino fantasma?”, “Abusi e altro nero nell’azienda di Di Maio. Blitz dei vigili nel capannone fantasma. E spuntano nuovi operai irregolari”, “Il Pomigliano-gate”, “Pure Luigino in nero? Il ministro non chiarisce”, “Inchiesta sui Di Maio”, “Grosso guaio: spuntano i rifiuti abbandonati: in arrivo avvisi per il padre e la zia del ministro”. Poi si scopre che si tratta di capanni di 40, 20, 15 anni fa.
Più un mucchietto di mattoni abbandonati. Tutta roba del nonno o del padre del vicepremier, che a tuttoggi non è dato sapere cos’avrebbe fatto di male. A parte qualche lavoretto senza contratto in una pizzeria. Ma supponiamo che abbia fatto tutto il 32enne Luigi, noto enfant prodige, già attivissimo prim’ancora di nascere o ai tempi dell’asilo. Meriterebbe quei titoli se negli ultimi 25 anni il Giornale ne avesse fatti di mille volte più feroci sui delitti mille volte più gravi di B. e del resto della banda (non dei rispettivi genitori). A proposito del “nero” accertato da sentenze definitive (non da titoli di giornale): 360 milioni di dollari sottratti al fisco da B. con i fondi neri accumulati all’estero gonfiando i prezzi dei film acquistati da Mediaset a Hollywood; 1.500 miliardi di lire di fondi neri Fininvest accantonati su 64 società estere nei paradisi fiscali; e altri pozzi neri impuniti grazie alla depenalizzazione del falso in bilancio, all’ex Cirielli e ai 12 condoni fiscali varati da B. A proposito di abusi edilizi: nel 2004, mentre il pm di Tempio Pausania indaga su una dozzina di abusi edilizi a Villa Certosa (Costa Smeralda, vincolo paesistico totale), B. con la scusa del terrorismo, impone per decreto il segreto di Stato sulla sua villa e la trasforma in “sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo”, coperta da immunità. Ed estende i benefici a tutte le altre sue residenze sparse per l’Italia. Poi allarga il (suo) condono del 2003 alle aree protette. Così la Idra Immobiliare, proprietaria delle sue magioni, presenta 10 richieste di condono edilizio per Villa Certosa. E sana tutto per 300 mila euro.

Difficilmente, negli archivi del Giornale, troverete titoli tipo: “Quegli immobili fantasma nel parco di B.”, “Il silenzio di B. sugli edifici fantasma nella sua villa”, “Abusi e altro nero nelle aziende di B.”, “L’Arcore-gate”, “Il Certosa-gate”. Ora però tenetevi forte, perché ieri Sallusti s’è superato col sontuoso, leggendario titolo: “Abusi, inchiesta sui Di Maio. Ma li salverà la prescrizione”. Non è meraviglioso? Dopo un quarto di secolo trascorso a difendere la prescrizione come una conquista di civiltà e un inalienabile diritto umano, a magnificare le leggi che allungavano i processi e dimezzavano i termini, o condonavano gli abusi edilizi, ora si scopre che la prescrizione e il condono sono marchi di infamia solo per due capannoni e quattro mattoni di papà Di Maio (anzi, “dei” Di Maio, ad abundantiam). Le 8 sentenze di prescrizione su B. lo definiscono corruttore impunito di politici, testimoni, senatori, falsificatore impenitente di bilanci e utilizzatore finale di sentenze comprate e finanzieri comprati. Ma per Sallusti sono tutte assoluzioni. Invece uno che non è neppure indagato è già “salvo per prescrizione” che, nel suo caso e solo in quello, non è assoluzione, ma condanna mancata. Poi, da domani, quando Di Maio tornerà a battagliare per bloccare la prescrizione, Sallusti tornerà a difenderla a spada tratta. Come scriveva l’altroieri in una memorabile excusatio non petita, “Siamo garantisti ma non fessi”. Fesso è chi legge.