sabato 18 giugno 2016

Rock


Pomeriggio sul terrazzo a gustarmi la paglia. 
La vicina, una signora anziana e simpatica, un po' ansiosa
 "Certo che sente la musica alta! Ma come fa? Sembra di essere a un concerto!"
"Ma è "Champagne Supernova" degli Oasis!"
"Ah! Non la conosco! Ma scusi, cosa c'entra?"
"Come cosa c'entra! Va ascoltata così! Lo spumante va servito freddo, giusto? Gli spaghetti caldi, il libro va letto dall'inizio. E la musica rock va ascoltata così! Guardi a volte da fastidio un po' anche a me. Ma non ci si può far niente!"
"Ah! Non lo sapevo! Credevo si potesse regolarla come meglio si crede!"
"No, no! Se passano per un controllo possono fare anche delle multe!"
"Ma non mi dica!"
"È difficile ma potrebbe succedere. Il rock va sentito a 3/4 del volume."
"Adesso che lo so alzerò anch'io quando sento la radio!"
"Brava ma si accerti che sia rock!"
"Si. Non lo conosco ma credo di aver capito il genere. Se mai glielo chiedo."
"Certo! Dovrebbe ascoltare solo quello!"
"Grazie! Buona serata!"
"Arrivederci"

Ronf


La pennica dal barbeo non l'avevo mai vissuta. Ho rischiato di farmi un taglio moderno di quelli di moda oggi, con cresta. Lui è stato molto professionale, assicurandomi anche di non aver sentito nessuna russata, cosa che escludo. Si dovrebbe essere contorto seguendo i mei movimenti ondivaghi. Mi ha salutato con un misto di pietà e compassione. Aaargh!

Un pupo


L'ultima volta che disse una cosa giusta, pare sia stato nel 2001, allorché un turista veneziano gli chiese l'ora nei pressi di Fontana di Trevi. Dopo è stato un susseguirsi di interventi melensi, senza capo né coda. Da infante era il classico amico della maestra, a cui faceva gli auguri per il compleanno non solo di tutto il parentado, ma anche dei vicini di casa e dei loro animali domestici.


Un'ecatombe vivente di arguzia, di scelta ponderata, di quella visione d'insieme propria di ogni politico coerente, indefesso, ispiratore di saggezza e giustizia sociale. Trattato come un ninnolo, un vaso di fiori, un portafortuna e vincitore per svariati anni del concorso "il must dell'intervento a pera" e successivamente squalificato per evidente doping intellettuale, ieri, come se 435-bis della Banda Bassotti s'inalberasse vedendo un bimbo rubare liquirizia in un supermarket di Topolinia, è balzato alle cronache, fatto inusuale per uno come lui che al massimo controlla la gonfiezza del rotolo nei bagni della sede, evocando addirittura, dall'alto del suo scranno di marzapane, il termine reato, parola tanto temuta all'interno del suo partito, da essere messa al bando e vietata fin dentro la sede nazionale in quanto non ancora pronto il vaccino curante le ecchimosi, i fuochi di S.Antonio e le foruncolosi che quel termine par provocare, assieme a molte altre, equità, sinistra, legalità, riduzione stipendio per fare degli esempi. 
Non conoscendone il significato, al poveretto è stato ordinato di uscire allo scoperto, al pari del soldato in trincea che tentando l'assalto sorpresa, non s'accorge di essere caduto in un bidone di Stabilo Boss in tonalità arancio acceso, per chiedere legalità e rispetto delle regole su un importo, pare, di 1878 euro, denaro con cui Buzzi, Coratti e Tassone ci facevano una parca colazione. 
Perché se è chiaro che se venisse accertata una responsabilità omissiva della candidata alla poltrona di Sindaco grillina, ella si dovrà sospendere da ogni carica, qualora venisse eletta, per sottoporsi al giudizio della magistratura, risulta però evidente che chi dovrebbe tacere, per pudore, sproloquia. 
E questo orsacchiotto senza dignità, riesce a farlo sempre magistralmente.


venerdì 17 giugno 2016

Articolo


A volte emergono pensieri violenti. Come le maledizioni a quelle facce di merda cravattate e cravattari.

venerdì 17/06/2016
La rabbia dei 200 mila derubati di 11 miliardi
LA STORIA DEL DENARO NON “BRUCIATO”, MA PASSATO IN ALTRE TASCHE

di Giorgio Meletti @giorgiomeletti

Ventennio - Gianni Zonin, padre e padrone della Banca popolare di Vicenza per vent’anni - Ansa
Normalmente nessuno si suicida per questioni di denaro. Ma nella storia della Banca popolare di Vicenza di normale non c’è proprio niente. Perciò la storia di Antonio Bedin, che si è dato la morte disperato per i perduti sghei, va spiegata. Come sono riusciti pezzi interi della classe dirigente veneta e nazionale – banchieri, manager, sedicenti imprenditori, politici corrotti o stupidi, vigilanti della Consob e della Banca d’Italia – a mettere in mezzo 200 mila soci della Popolare di Vicenza e della Veneto Banca e sfilare dalle loro tasche oltre 11 miliardi di euro? Attenzione: il denaro non si distrugge, i 6,2 miliardi di capitale pagati dai 120 mila soci della Vicenza e i 5 pagati dagli 80 mila soci di Veneto Banca esistono ancora ma hanno cambiato tasche. Questa è la storia di un furto gigantesco.

Sgombriamo il campo dalle mitologie sui suicidi. In Italia ogni anno si tolgono la vita circa 4 mila persone. È un cifra fissa, un pi greco insondabile, uguale ogni anno. Nessuna evidenza statistica correla i suicidi al denaro. Erano 4 mila prima della grande crisi iniziata nel 2008 e 4 mila sono rimasti. Se ogni anno si suicida un italiano ogni 20 mila, c’è da essere soddisfatti se in Veneto registriamo solo oggi il primo caso tra i 200 mila soci totali delle due popolari venete. Sarebbe disonesto attribuire un significato pubblico alla tragedia personale di Antonio Bedin, come a quella di Luigino D’Angelo che si tolse la vita sei mesi fa a Civitavecchia dopo aver perso i suoi risparmi con Banca Etruria. Ma neppure si possono ignorare due interrogativi drammatici che queste storie portano alla ribalta.

Prima domanda: chi, come e perché ha consentito che un operaio in pensione investisse 400 mila euro in azioni della Vicenza? Stiamo parlando di una banca non quotata in Borsa. Il che significa due cose. Si tratta di un titolo illiquido, come dicono gli espertoni per non farsi capire: tu compri le azioni e quando vuoi rivenderle non c’è un mercato, e devi andare alla banca che te le ha vendute a chiederle se, per favore, se le riprende. A Vicenza è successo che molti, quando hanno provato a scappare, non ci sono riusciti.

La magistratura ci dirà, speriamo presto perché sanno già nomi e cognomi, quanti non sono riusciti a rivendere le proprie azioni perché la banca accontentava prima gli amici. Il secondo difetto di una banca non quotata in Borsa è che ha obblighi di trasparenza minimi.

Ne consegue la seconda drammatica domanda. Come è possibile che nessuno abbia avvertito soci e risparmiatori della Popolare di Vicenza che la banca stava andando a gambe all’aria? Perché non è stata commissariata in tempo, prima del disastro? Dov’erano, che cosa facevano, a che cosa pensavano gli ispettori della Banca d’Italia? Il Fatto ha documentato che già nel 2001, quindici anni fa, la Banca d’Italia sollevò con il padre-padrone Gianni Zonin il problema della fissazione del prezzo delle azioni. Non essendoci un mercato regolato – dove il prezzo lo fanno domanda e offerta – era Zonin, insieme ai suoi sodali del Cda, a decidere quanto valeva un’azione della Vicenza. Il prezzo saliva di anno in anno, fino ai 62,5 euro pagati dal povero Bedin. Quindici anni di impetuosa crescita del prezzo decisa a tavolino e nessuno ha fiatato.

Fino al gran finale, l’assemblea dell’11 aprile 2015 in cui Zonin comunica ai soci che tutto va bene. La perdita di 759 milioni del 2014? “Scelte prudenziali”. Zonin era felice: “I risultati del primo trimestre segnano progressi di grande importanza e fanno presagire una chiusura 2015 all’insegna di buoni profitti”. Perché nessuna autorità pubblica ha fiatato? Sapevano tutto: era in corso l’ispezione della Bce, pochi giorni dopo l’assemblea hanno cacciato il direttore generale Samuele Sorato, ancora qualche settimana e hanno detto ai soci che c’era un buco da 1,5 miliardi da coprire con un aumento di capitale. E Zonin? Intoccabile? Peggio: il programma era di tenerlo lì per sfruttare il suo ascendente sui soci, li avrebbe convinti a scucire altri soldi. Poi è intervenuta la magistratura, e Zonin, offeso, si è dimesso. Dai 62,5 euro di un anno fa le azioni oggi valgono 10 centesimi. E nessuno fiata, come se questo immenso furto fosse solo un imprevedibile fenomeno meteorologico.

Dixit