Le mani sulla città: Sanremo, ogni cosa ora è sponsorizzata
Sanremo come Venezia, quella di Guccini “che muore, appoggiata sul mare”. La città che si vende non ai turisti, ma agli sponsor affoga in un mare di brand: un Carnevale senza allegria, solo maschere. In questi tre lustri di Fatto abbiamo visto Sanremo trasfigurare, schiacciata dal peso di un Festival che si è fatto sempre più mostruoso, come se l’Ariston – un Mangiafuoco “con la bocca grande come un forno” – avesse divorato la città in un sol boccone, ma al ralentì. C’è stato un tempo, un tempo non lontanissimo, in cui la domenica prima dell’inizio del Festival si poteva mangiare e chiacchierare nella storica piazza Bresca: adesso la musica a volumi assurdi è dappertutto, dalla mattina presto a notte inoltrata. La musica di strada, la musica dei locali, la musica delle radio che trasmettono con l’altoparlante: un rumore confuso a cui è impossibile sfuggire. Una volta financo durante “l’evento” (questa parola dovrebbe essere vietata o almeno dovrebbe esserne sanzionato l’abuso) si poteva camminare per le strade come se fossero parte del territorio in cui la Costituzione spiega che i cittadini possono circolare liberamente. Ma in questa fettina di terra stretta tra le Alpi e il mare, l’articolo 16 da qualche anno è stato abolito, sfrattato da studi televisivi a cielo aperto, red carpet, glass, giganteschi passaggi per vip ai bordi dei quali la gente può solo accalcarsi, aspettare, fotografare. I varchi con i controlli e i metal detector sono ovunque: ti fermano in continuazione, anche con il pass stampa che non fa passare da nessuna parte. Ogni anno c’è un divieto in più, un “qui non si passa” in più, un “deve andare di là” in più: così gli individui diventano folla acclamante, l’unica ad avere diritti e gridolini garantiti a favore di telecamera. Le vie e le piazze sono luoghi esclusivi, entrano solo i vip.
Come è stato che Sanremo è diventato un affare da 300 milioni di euro? La pubblicità bellezza, e quella in tv è solo una parte. L’ha spiegato benissimo uno dei main sponsor del Festival: “Parlare di un brandsenza toccare il prodotto, è una cosa che si può fare solo a Sanremo ed è una cosa bellissima”. Per capirci: accanto alle vie dell’Ariston c’è la grandissima piazza Colombo, tanto ampia che ospita il capolinea degli autobus ed è progressivamente scomparsa perché il palco brandizzato, con relative passerelle, si è allargato per ogni dove. Il mare è occupato dalla nave da crociera che si collega con il Festival in diretta, il cielo dalla grande ruota panoramica sponsorizzata da un marchio di make up. I balconi davanti al Teatro sono in affitto ad aziende, i negozi anche. Sembra Milano durante il Salone del mobile, ma tutto è concentrato in due chilometri di strade e l’espropriazione degli spazi pubblici si nota molto di più. La Rai dice: siamo inclusivi, le persone possono venire a godersi il Festival senza pagare il biglietto perché la festa è dappertutto. Già, ma cosa gli diamo in cambio di una foto da mettere su Instagram? Un pezzettino di libertà. Nessuno però se ne lamenta, perché nessuno se ne accorge. Tutti sono in qualche misura parte del meccanismo, come criceti nella ruota (chi ha il “privilegio” di essere qui nella settimana del Festival lavora 24 ore su 24: non c’è tempo per pensare). E poi perché, sempre nelle parole di un main sponsor, “Sanremo è the place to be”, il luogo dove bisogna essere. Ma di questo enorme flusso di denaro alla città non ritorna indietro nulla di duraturo, nulla che sia per la comunità o anche per i turisti: gli alberghi e i ristoranti costano sempre di più e sono sempre più decadenti. Stessa cosa per gli arredi urbani, e dire che in centro perfino i paletti spartitraffico sono sponsorizzati! Succede a Venezia, dove si paga per entrare, succede a Firenze, a Roma (2 euro per la Fontana di Trevi). Succede qui, in questo circo triste e ignorante che fa finta di essere un evento culturale.
Nessun commento:
Posta un commento