sabato 3 gennaio 2026

Non avevo il minimo dubbio!

 

Dolore e piste piene

I due volti del borgo

Uno sciatore mentre torna dalle piste passa davanti all’aiuola dove si depositano le candele

GIAMPAOLO VISETTI

CRANS-MONTANA

Il business non si ferma: boutique e impianti presi d’assalto, resta solo un’aiola spartitraffico per lasciare un fiore o una candela.

Il problema di Crans-Montana? C’è poca neve e questa strage alimenta tra i turisti una pubblicità negativa». Ci sono molti modi per reagire a una tragedia: il peggiore è fingere che non sia successa e che pure i fatti cospirino contro i propri interessi. La tentazione, tra chi vive di sci nella colonia italiana arroccata sulle Alpi svizzere, già oggi è chiudere l’ultima pagina del libro prima che sia stato scritto.

«Nessuna prenotazione disdetta – sorridono le signorine nell’ufficio turistico – e tutto esaurito fino a dopo l’Epifania. Una strage può capitare ovunque, ma le piste sono aperte e i rifugi pieni di gente che vuole divertirsi».

Difficile andare avanti, dopo l’ecatombe dei ragazzi dentro Le Constellation: per le vie del paese sembra però che una voce segreta suggerisca alla maggioranza che per sopravvivere sia necessario sempre dimenticare.

Sono così due, nel resort di un lusso che non riesce più a nascondere la sua perduta età dell’oro, le galassie che si muovono evitando di incontrarsi. Nella prima sfilano le migliaia di turisti di tutto il mondo: impegnati dal primo mattino a raggiungere gli impianti di risalita con gli sci sulle spalle, a fare shopping in gioiellerie e boutique, a contrattare le offerte nelle agenzie immobiliari, o a prendere il sole sulle terrazze di ristoranti e après-ski.

Da inossidabile pienone anche il traffico: una colonna di auto sale dal fondovalle e si paralizza in centro, tutti arrivano, nessuno se ne va.

Sul secondo pianeta, circoscritto dalle transenne per poche centinaia di metri e nascosto dietro gazebo bianchi, si muovono invece i pochi spettri travolti dall’inferno della notte che ha comunque segnato un prima e un dopo per l’industria del turismo bianco nutrito a bollicine. Massimo della concessione: un’aiola spartitraffico, spontaneamente occupata da candele e lumini, e un laico altare popolare sopra cui di ora in ora si ammassano mazzi di fiori, orsetti di peluche, disegni e messaggi lasciati dai famigliari e dagli amici di feriti e dispersi.

Questi due ostinati luoghi della memoria resistono a pochi passi da Le Constellation, difronte a un distributore di benzina e dove all’alba del primo gennaio giacevano stesi nel gelo centinaia di adolescenti ustionati e asfissiati dalle fiamme. Per la straniera umanità che non regge il disagio di un colpevole massacro, il problema è che la liturgia del ricordo si officia in pieno centro, lungo la Rue Centrale di negozi e ristoranti, proprio sull’obbligata rotta che conduce alla cabinovia Cry D’Er, base obbligata per il rito sacro della sacra settimana bianca.

Si incrociano così, senza osservarsi, gli abbattuti dal dolore con i fiori in mano e i risollevati dalle ferie con gli sci tra le mani, decisi a transitare rapidamente attraverso un brutto sogno da scacciare.

«È qui – chiede, con la voglia di fermarsi e di capire, un bambino con scarponi e casco in testa – che è successa quella cosa brutta?»
«Sì – risponde in inglese il padre sciatore – ma vieni via perché altrimenti la coda alla cabinovia si allunga».

Non è il momento di sancire valori morali, ma la realtà anche ad alta quota impone la propria evidenza: il numero di chi lascia un fiore e si inginocchia commosso davanti al lounge bar-tomba dei ragazzi, è sideralmente inferiore a quello di chi sosta in coda davanti al negozio di articoli sportivi Renè Rey, che trenta metri più in là inaugura i “saldi al 50%”.

«Vedete – esulta lungo il corso dello struscio il gioielliere di Langel Vintage – non è la fine del mondo. Per gli affari questi restano i giorni migliori dell’anno, tempo due settimane e la disgrazia sarà dimenticata».

A confermarlo, gli agenti dell’immobiliare Altitude, con vista sulla veranda che decine di adolescenti carbonizzati non sono riusciti a raggiungere. «A carnevale – dicono – chi viene a Crans scia e basta. Tra Natale e i primi di gennaio si viene invece per fare festa, spendere e chiudere affari. Americani e arabi non ci chiedono da dove viene questo odore di bruciato, ma quanti bagni hanno gli chalet che vogliono acquistare».

Decisi a scacciare i fantasmi della sofferenza sono anche gli sciatori che aspettano di salire in cabinovia sul retro dell’edificio che ospita Le Constellation, approfittando della sosta per bere il primo drink sulla terrazza del Le Balcon.

«Speriamo che in febbraio ci sia più neve – dice Patrizio Bagnù, maestro di golf con base a Ginevra – ma il settimanale costa e se l’hai pagato non vale la pena strapparlo per una festa finita male».

Giornate felici sopra un cimitero e sono le stesse scuole di sci a ignorare le bandiere a mezz’asta imposte dai cinque giorni di lutto nazionale: all’appello mancano sette giovanissimi maestri, che avevano prenotato un tavolo nel seminterrato esploso, ma i colleghi proseguono le lezioni ai principianti assicurando «che la neve artificiale è la migliore per imparare».

Lo spettacolo deve continuare, questa è in ogni vita la condanna, ma seguitare a definire “surreale” l’atmosfera che si respira oggi a Crans Montana è un cedimento alla frettolosa tentazione di chiudere gli occhi: lavorare non è una scelta, chiudere l’orrore dietro teli bianchi e invitare i turisti ad allungare il passo verso i rifugi dove la brace arde sotto le grigliate, sì.

«Io invece – dice Lidia Pisoni, giovane sarda che ha messo un mazzo di fiori nelle mani del suo bambino – voglio che le cose per lui siano subito chiare. C’è il tempo della felicità e il tempo del dolore: deve saperlo, non voglio vergognarmi».

A Crans Montana l’atmosfera non è “surreale”: è la sua realtà a risultare difficile da accettare.



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