Repubblica pubblica oggi la lettera della figlia di cotanto padre, fautore per vent'anni dell'Era del Puttanesimo. Saccheggiando la dispensa farmacologica e trangugiando Maloox come se piovesse, mi sono imbattuto in alcune frasi della figliola a capo di Mondadori perché scippata a De Benedetti dall'augusto padre, a cui hanno intitolato pure un aeroporto per le ovvie ragioni dell'identità di questo paese, sciaguratamente babbeo e coglione.
La giustizia dovrebbe essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria da sventolare contro l'avversario politico.
Convintomi di essere preso per i fondelli da Ella, ho indossato un cilicio ideale nel leggere la sfacciataggine della zarina che dice "la giustizia dovrebbe essere patrimonio comune!!!" Patrimonio come il ratto ventennale perpetrato dal genitore, il quale ha creato decine di leggi per i suoi porci comodi, Cirelli e company, riducendo prescrizione e affini, sfangandola da giuste espiazioni di colpe, foraggiando maldestri magistrati per mano del pregiudicato amico che, grazie a Scalfaro, non abbiamo visto in tolda al ministero della Giustizia! Patrimonio comune 'na fava!
Non mi soffermo su altro. Leggetela ben sapendo che questa signora, assieme alla famiglia, detiene banche, Tv, giornali e soprattutto un partito, retto da un Cameriere ora inopinatamente anche Ministro Comico degli Esteri!
Chi voterà SI al referendum sappia bene che lo equipareremo ad un Gasparri!!
Patrimonio comune... ma vaffa....!!!
Giustizia, basta toni da derby il sì non è solo per mio padre
DI MARINA BERLUSCONI
Gentile direttore,
mentre la nostra attenzione è monopolizzata dall'ennesima guerra sciagurata — come sciagurate sono tutte le guerre — temo si rischi di non cogliere la reale portata di un passaggio fondamentale per la vita democratica del nostro Paese.
Mi riferisco al referendum sulla separazione delle carriere, su cui è doveroso continuare a riflettere pur in un momento drammatico come quello che ahimè stiamo vivendo. Possiamo ancora sperare che il voto del 22-23 marzo si liberi dalle gabbie ideologiche in cui appare sempre più rinchiuso? La giustizia dovrebbe essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria da sventolare contro l'avversario politico.
Sembra, invece, che buona parte del dibattito ruoti attorno a una sola domanda, tanto semplicistica quanto fuorviante: e cioè se vogliamo una giustizia «di destra» o «di sinistra». Così il confronto finisce per irrigidirsi in contrapposizioni polarizzate, che impediscono di valutare in modo obiettivo il merito della riforma.
Il rischio è quello di votare più con la pancia che con la testa, perdendo di vista ciò che conta davvero: i valori dell'equità davanti alla legge e del giusto equilibrio tra i poteri, la credibilità delle istituzioni e la qualità della nostra stessa democrazia. Personalità molto autorevoli hanno correttamente invitato alla misura e alla responsabilità. Più modestamente, io invocherei un po' di sano buon senso, per non lasciarci condizionare dal frastuono di un derby tra tifoserie.
È anche per questo che ho deciso di rivolgermi al giornale che lei dirige, la Repubblica, storicamente interprete di una sensibilità politica molto lontana dalla mia; al giornale che ha avversato mio padre a lungo e con una durezza mai riservata ad altri, spesso strumentalizzando proprio temi giudiziari. Insomma, se posso permettermi una battuta, ho deciso di avventurarmi in partibus infidelium. Non ho alcuna intenzione di riaprire antiche polemiche, né mi azzardo a dispensare lezioni di giurisprudenza, che non è certo il mio campo. Né tanto meno pretendo di convincere qualcuno. Semplicemente, vorrei proporre a lei e ai suoi lettori una riflessione pacata sulle ragioni del mio voto, cercando di mettere da parte — perdoni il gioco di parole — ogni logica di parte.
La riforma si articola in punti molto chiari, che si riconducono a un principio su cui penso possiamo essere tutti d'accordo: giustizia e politica dovrebbero correre su binari ben distinti. Perché ciò sia davvero garantito, a mio avviso, occorre una reale separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Solo così la terzietà della funzione giudicante è assicurata, sempre nel pieno rispetto — anzi con un rafforzamento — dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura.
Elemento cruciale della riforma è la creazione di un netto argine all'influenza della politica all'interno del Csm, l'organo di autogoverno delle toghe. L'argine viene introdotto con il sorteggio dei suoi membri che, di conseguenza, verranno liberati dal giogo delle correnti. Non è una proposta nuova: in passato è stata sostenuta anche da autorevoli esponenti della sinistra e il nostro sistema la prevede già in molti casi di particolare rilevanza.
Non dimentichiamo poi che la grande maggioranza dei componenti dei due nuovi Csm sarà comunque composta da magistrati. Stiamo parlando di professionisti che ogni giorno prendono decisioni in grado di incidere sulla libertà e sulla vita delle persone, e che quindi si deve ritenere abbiano tutta l'esperienza necessaria per gestire nomine e trasferimenti all'interno del loro ordine. Il sorteggio verrà usato anche per scegliere i membri della nuova Alta Corte disciplinare, uno strumento fondamentale per valutare in modo più trasparente e davvero imparziale le responsabilità dei magistrati, come già accade in tante altre categorie professionali.
Sono riflessioni come queste, gentile direttore, che motiveranno il mio voto al referendum: possono essere condivise o meno, ma non hanno nulla a che fare con il mio orientamento politico, né con il mio cognome.
La vera giustizia non dovrebbe esporre etichette: dovrebbe, anzi, incarnare un valore totalmente trasversale, quello del doveroso rispetto per i diritti civili delle persone. Un tema, quello dei diritti, su cui il suo giornale è da sempre molto sensibile. Il garantismo, del resto, è nel patrimonio "genetico" della sinistra e impegnarsi a difendere i diritti significa anche essere garantisti. Al contrario, il giustizialismo — che indossi una casacca di destra o di sinistra — è il primo nemico dei diritti, perché comprime le libertà individuali in nome di valutazioni sommarie e spesso emotive. Nessuno può dirsi davvero libero se percepisce l'amministrazione della giustizia come un pericolo da evitare. La giustizia, invece, dovrebbe essere la tutela più forte della libertà di ciascuno.
Per tutti questi motivi, credo che la partita del referendum sia decisiva. E tocca a ciascuno di noi valutarne con serietà i pro e i contro, senza usare i rispettivi schieramenti politici come scorciatoia e senza lasciarci distogliere da slogan che poco c'entrano. Dobbiamo assolutamente riportare il dibattito sull'unica domanda che ha senso porsi: la riforma può davvero cambiarci in meglio? Può davvero rendere la nostra giustizia più libera e più credibile? Solo se riusciremo a interrogarci sul merito potremo dare una risposta responsabile.
Come voterò io penso sia chiaro. Quale sarà l'idea prevalente nel Paese lo vedremo tra pochi giorni. Di una cosa, però, sono certa: se dovesse vincere il sì, non si tratterà di una vittoria del governo o di Forza Italia, né di una vittoria postuma di mio padre. Io penso semplicemente che sarà una grande vittoria degli italiani.
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