domenica 30 novembre 2025

Buon ascolto

 


No, anon sono gli appellativi che dareste ad un vostro nemico. Questi sarebbero i big del prossimo Sanremo. Buon ascolto!


A proposito di...

 

Raid Stampa, contro Albanese Meloni&C. e Ordine giornalisti
DI MARCO GRASSO
“Condanno l’irruzione a La Stampa, a Torino, è necessario che ci sia giustizia per quello che è successo alla redazione. Sono anni che incoraggio tutti quanti, anche quelli più arrabbiati. Non bisogna commettere atti di violenza nei confronti di nessuno, ma al tempo stesso che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione”. Sono un caso le parole di Francesca Albanese, che ha commentato così il blitz avvenuto nella redazione della Stampa, vandalizzata da un gruppo di manifestanti che si è staccato dal corteo organizzato dall’Usb contro la guerra. Tantissime le reazioni, a cominciare da quella di Giorgia Meloni: “È molto grave che, di fronte a un episodio di violenza contro una redazione giornalistica, qualcuno arrivi a suggerire che la responsabilità sia – anche solo in parte – della stampa stessa. La violenza non si giustifica. Non si minimizza. Non si capovolge”.
I manifestanti hanno fatto irruzione in una redazione vuota per lo sciopero in corso dei giornalisti. Sciopero che era parte del ragionamento fatto dalla Albanese sul palco della manifestazione Rebuild Justice, a Roma: i giornalisti erano in sciopero, ha argomentato Albanese, ma hanno aggiornato la notizia dell’irruzione, ignorando però i cortei in tutta Italia. L’intervento ha provocato molte reazioni: “Ha bisogno di un medico bravo”, commenta il leader della Lega Matteo Salvini. “Ci chiediamo quando verrà rimossa dai suoi incarichi Onu”, gli fa eco Maurizio Gasparri. “Albanese normalizza la violenza”, attacca Davide Faraone, vicepresidente di Iv. “La violenza si condanna senza se e senza ma. Sono sorpresa, ma non troppo”, commenta Pina Picierno del Pd.
La stessa Albanese, dopo un coro di condanna alle sue parole, è tornata sul tema: “A quanto pare stanno provando ad affossarmi. Non c’è stato nessuno scivolone, vergognatevi. Tutto quello che ho detto e che continuo a dire è che condanno la violenza e condanno l’attacco di ieri a La Stampa. Ma la violenza anche dentro a un sistema violento finisce per rafforzare il sistema che ci opprime”.
La polizia ha identificato 34 persone coinvolte nell’assalto alla redazione torinese, ce n’è una che collegherebbe l’azione al caso dell’imam Mohamed Shahin, portato qualche giorno fa nel Cpr di Caltanissetta a seguito delle parole giustificazioniste del 7 ottobre pronunciate durante una manifestazione. Una vicenda che fu proprio raccontata in prima battuta dalla Stampa. La Corte d’appello ha convalidato il trattenimento dell’imam. Nel provvedimento, oltre a quell’intervento, la polizia cita anche contatti con “soggetti noti par la loro visione fondamentalista”. Nel 2012 l’imam fu fermato con Giuliano Delnevo, giovane morto da foreign fighter in Siria. L’imam, attraverso i suoi legali, ribadisce di essere un uomo di pace. E in sua difesa si è schierata una parte importante della comunità torinese.

Comanda la Krana!

 



Sbellicante

 



Si sapeva!

 

Tre porcellini (più uno)
DI MARCO TRAVAGLIO
Nella Tangentopoli ucraina che decapita, testa dopo testa, la cricca di Zelensky, stupisce solo lo stupore. Bastava leggere l’inchiesta internazionale del 2021 “Pandora Papers” (pubblicata qui dall’Espresso) per sapere che il presidente plebiscitato nel 2019 proprio perché prometteva lotta dura alla corruzione (oltre alla pace con Putin) è al vertice di una piramide corrotta. Il marchio Servitore del popolo della fiction e poi del partito è un’esclusiva del suo padrino, l’oligarca Ihor Kolomoyskyi, re dei metalli, banchiere, presidente del Dnipro calcio, terzo uomo più ricco d’Ucraina, finanziatore di bande paramilitari nere (Azov, Dnipro&C.), proprietario della tv “1+1” che lanciò Zelensky prima di finire ricercato per aver svaligiato la sua stessa banca, fuggire in Israele, tornare in patria e venire arrestato per riciclaggio. Nel 2003 Zelensky, tornato in Ucraina dopo i primi successi nelle tv russe, fonda la casa di produzione Kvartal 95 con due amici e soci: Mindich e Shefir, che posseggono con lui e la moglie Olena quattro società offshore e conti correnti in paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize). Degli affari legali di Kvartal si occupa l’amico avvocato e produttore Yermak. Shefir si fa diverse case a Londra. Zelensky compra per 3,8 milioni una villa a Forte dei Marmi, intestata a una società italiana controllata da una cipriota. Ma per le elezioni si scorda di dichiararla, come una delle offshore. Appena eletto presidente, Zelensky trasferisce la ditta nelle istituzioni. Il suo socio Shefir è il suo “primo assistente” (sarà licenziato nel 2024 in una delle tante purghe). Il suo legale Yermak è capo dell’Ufficio presidenziale. E intanto Mindich, il terzo porcellino, si butta sulle commesse energetiche e militari e fa affari d’oro.
A luglio le autorità anticorruzione Nabu e Sapo indagano in gran segreto su mega-tangenti nell’energia. E Zelensky vara in tutta fretta una legge per metterle sotto controllo del Pg, che dipende da lui. La piazza e l’Ue lo costringono a una mezza marcia indietro. E venti giorni fa si capisce tutto. Nabu e Sapo calano le carte dell’inchiesta “Midas”: 100 miliardi di mazzette a varie figure del governo e dell’inner circle di Zelensky, riciclati in società fittizie e ville a Kiev e in Svizzera. Il capobanda è Mindich. Gli trovano water, bidet, rubinetti d’oro e chili di contanti nelle credenze, ma sfugge all’arresto in Israele grazie a una soffiata. Intercettato, parlava con Shefir di una colletta da 2,5 milioni per la cauzione di un altro corrotto del giro: il vicepremier Chernyshov. L’altro porcellino, Yermak detto “Alì Babà”, l’hanno perquisito venerdì: stava negoziando la pace (e l’amnistia) con Usa e Ue, ma Zelensky l’ha cacciato. Ora il capo-negoziatore è Umerov, che è indagato da gennaio. Bisogna pur fare pulizia, no?

L'Amaca

 

Chissà se lo sanno
di Michele Serra
C’è da chiedersi se per i manifestanti pro Pal che hanno invaso e vandalizzato la redazione della Stampa, vuota per lo sciopero, in difesa di un imam radicale, sia totalmente trascurabile (o forse: del tutto ignoto) il ruolo politico che il fondamentalismo islamista ha avuto negli ultimi vent’anni (almeno).
Un ruolo nefasto non tanto per il cosiddetto Occidente e in particolare per l’Europa (le cui sorti, per altro, sono del tutto indifferenti a questi giovani europei scontenti di esserlo); ma per i Paesi arabi e il mondo musulmano nel suo complesso, devastati dall’ossessione reazionaria e antimoderna di un clero oscurantista e patriarcale che, ovunque, ha lasciato segni tremendi nella carne dei popoli e delle donne in particolare.
Dalla repressione delle primavere arabe alla teocrazia femminicida di Teheran, dall’orribile regime afgano, per il quale è proibito anche cantare, e per le bambine andare a scuola, alla torsione religiosa che Hamas ha imposto alla resistenza palestinese, un tempo laica e ora islamizzata, per arrivare al giro di vite contro i curdi (laici e di sinistra) per mano dell’islamista Erdogan, è mai possibile che i ragazzi pro Pal non vogliano o non possano mettere a fuoco quanto sia nemico della libertà il fondamentalismo islamico (tanto quanto il fondamentalismo cristiano dei Maga, tanto quanto il disgustoso suprematismo biblico dei coloni israeliani in Cisgiordania)?
Davvero basta essere “contro l’Occidente” per giustificare qualunque paranoia reazionaria, da Putin al jihad? Ma se così stanno le cose, a che vale invocare la libertà e i diritti come bene universale? E con il patriarcato, che nell’Islam fondamentalista conosce il suo trionfo, come la mettiamo?

venerdì 28 novembre 2025

Fiuuuuu!

 

Per fortuna ora a Gaza c’è la pace, il grande popolo israeliano ha riposto le armi e noi possiamo finalmente occuparci delle strenne natalizie!

Considerazioni

 



Giù di catena

 



Natangelo

 



Euro nani

 

All’armi: pericolo di pace
DI MARCO TRAVAGLIO
Ora che la guerra rischia di finire e gli euro-nani non si danno pace per la minaccia della pace, i pericoli anziché diminuire aumentano. Il partito transnazionale della guerra è così potente, tentacolare e armato che farà di tutto per sabotare il negoziato. Al solo annuncio del piano Trump i colossi delle armi sono crollati in Borsa: qualcuno pensa che rinunceranno senza reagire alla mangiatoia del riarmo Nato & Ue? I nemici della pace sono in Russia, nascosti nei settori militari più oltranzisti, e assediano Putin perché continui l’avanzata. Sono in Ucraina, annidati nel fronte nazionalista che da 11 anni tiene in scacco i presidenti con milizie nere e spie capaci di ogni provocazione terroristica (Nord Stream, Daria Dugina, false flag con missili e droni ecc). I più stupidi sono in Europa, infatti non si nascondono neppure: i governi “volenterosi” e tutti gli eurodeputati (esclusi per l’Italia M5S e Lega) che ancora ieri han bocciato ogni compromesso. Ma sono anche negli Usa, dove Trump ha bonificato l’amministrazione dai neocon, ma se n’è scordati due: Rubio, segretario di Stato e aspirante suo successore, e il generale Kellogg, inviato per l’Ucraina (per fortuna in disgrazia: a gennaio sloggia). Figure sinistre che, insieme al Deep State, spiegano la fuga di notizie sulla telefonata fra il vero mediatore Witkoff e il consigliere del Cremlino Ushakov, strombazzata dai bellicisti come uno scandalo. Il 14 ottobre Witkoff chiede a Ushakov: “Come risolviamo la questione tra Russia e Ucraina?”. E Ushakov: “Sarebbe utile che i nostri capi parlassero al telefono?”. Witkoff dice di sì: Putin ringrazi Trump dei suoi sforzi per la pace e confermi che “la Russia ha sempre voluto un accordo”. E propone “un piano di pace in 20 punti come per Gaza”: il Donetsk ai russi in cambio di “territori da qualche altra parte”. E il russo: “Ok, i nostri leader potrebbero discuterlo”. Che c’è di strano? Come pensate che parli un negoziatore? Sarebbe interessante conoscere le sue parole davanti ai delegati ucraini, ma quelle guardacaso non escono: però devono essere molto simili, infatti Kiev difende Witkoff proprio come fa Trump.
Steve Witkoff è un avvocato e immobiliarista che ha il grave torto di lavorare per la pace con buoni risultati: si devono soprattutto a lui la tregua di febbraio a Gaza e l’accordo di ottobre a Sharm, lo sminamento del fronte iraniano aperto da Netanyahu e ora il piano su Kiev. In un mondo di macellai che fanno a gara a chi ne ammazza di più, lui ha salvato migliaia di vite. Ovviamente, proprio perché parla con tutti, anche con Putin, Hamas e gli ayatollah, è odiatissimo da Rubio, dall’Ue, dai nazionalisti ucraini, dalla banda Netanyahu e dai mercanti di morte. Cioè da chi, sulla guerra infinita, ci campa e ci ingrassa.

L'Amaca

 

Ho visto anche politici felici
di Michele Serra
Bisognerebbe istituire un fondo di solidarietà e di recupero sociale per quegli esponenti politici che una pratica crudele costringe a esibirsi nei tigì Rai per dire ogni sera, se di governo, che il governo ha ragione, e se di opposizione che il governo ha torto. Un siparietto umiliante, mal pensato, mal preparato, mal inquadrato e mal detto, al cui confronto il più improbabile testimonial del peggiore spot pubblicitario sembra George Clooney.
Sono rarissimi i casi nei quali lo spettatore non prova disagio e rincrescimento nel vedere donne e uomini adulti sottoporsi a questa penosa corvé, che ci fa pensare alla politica come a uno dei mestieri più dequalificati del pianeta. Uno di questi casi, che riapre il cuore alla speranza, è il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon (nomen omen), ormai nel cast fisso dei tigì del sedicente servizio pubblico. Speranzon, unico nel mucchio, appare sinceramente felice di dire “il governo ha sempre ragione”. Lo fa con esuberanza sorgiva, accompagnando la sua frasetta con brevi gesti delle mani che ne confermano la giustezza (anche le mani di Speranzon sono governative) e si capisce già al primo sguardo che è al riparo da qualunque sospetto tipo: “Non starò dicendo una frescaccia?”. Oppure: “Ma non era meglio se me ne stavo a casa a mettere in ordine le cravatte?”.
Certo l’aspetto lo assiste: Speranzon è un bel signore sorridente e dalla voce tonante, alla quale il forte accento veneto aggiunge quel quid esotico che la Rai concede, per contrasto, a chiunque non parli come un figurante del Rugantino. Non sappiamo se lo sia davvero, ma nei tigì sembra felice, sicuro di vivere in un magnifico Paese ottimamente governato. Pur non essendo partecipi della sua contentezza, lo ringraziamo per l’impegno.

giovedì 27 novembre 2025

Pianificazione

 


Augurio

 


Faccio fatica a condividere lo stesso suolo di questo centinaio di bastardi che, pare, si dilettavano nel week end ad andare a Sarajevo a sparare ai civili, pagando centinaia di migliaia di euro. Vorrei tanto che uscissero i nomi di questi microbi dell’umanità, immaginando il viaggio di rientro, le loro discussioni sulle prede assassinate , i commenti sarcastici, le risate, l’arrivo nelle proprie abitazioni magari popolate di figli, ai quali chissà elargivano pure ramanzine e castighi da buoni padri. Questa spazzatura dovrebbe essere stanata e smaltita come differenziata. Saperli in giro, magari adulati, provoca dolore, vergogna, disprezzo. Gli auguro, come strenna natalizia, di soffrire tanto nel proseguo della loro vita di merda!

Constatazione

 



Natangelo

 



Pino e Maduro

 

Ahi, Tropical Maduro Caudillo petrolifero nel mirino di Trump
DI PINO CORRIAS
Tropical tempesta a stelle e strisce s’attende sulle coste del disgraziato Venezuela di Nicolas Maduro, il caudillo, che a Caracas cavalca malamente il potere da una dozzina d’anni, moltiplicando l’inflazione, la corruzione e i debiti con Russia e Cina, svendendo il petrolio, riempiendo le carceri di dissidenti e di stranieri, come il nostro Alberto Trentini, da usare come moneta di scambio per futuri ricatti, svuotando i banchi dei supermercati e delle farmacie, arricchendo i ricchi, mandando in malora il ceto medio, affamando e facendo fuggire la sua popolazione che un tempo gli aveva persino creduto.
Maduro, 63 anni appena compiuti, detto “il gallo combattente”, ama il potere, le fanfare e la forza. Con l’esercito, la repressione, le leggi e i giudici ad personam si è fatto padre-padrone del Venezuela. Lo ha demolito un po’ alla volta, fino alle macerie di oggi. Viene da una famiglia cattolica di Caracas. Studia quasi nulla. Diventa autista d’autobus. Ma la sua vocazione è il sindacato. Lo scala. Entra in politica nel Movimento Rivoluzionario Bolivariano. Diventa parlamentare. Lo scopre la stella nascente del socialismo Hugo Chávez, l’ex colonnello dei paracadutisti, che dopo un tentato golpe e il carcere, nell’anno 1998, diventa presidente. Maduro sarà il suo delfino e dal 2013, il suo erede.
Trump se lo è scelto come nemico perfetto: claudicante, con le spalle al muro nell’angolo più a Nord del cortile di casa, il Sudamerica, il continente che respira, controllato a vista dalla fraterna giurisdizione di Washington che fa e disfa regimi dai tempi della Dottrina Monroe, anno 1823. Tra i nuovi arredi barocchi dello Studio Ovale, Trump ha annunciato “azioni segrete della Cia già in corso” per rovesciarlo. E ha promesso: “Maduro ha i giorni contati”. Lo accusa di essere alla guida di un narco-Stato che attenta alla sicurezza nazionale dell’America spedendo il micidiale Fentanyl, la droga sintetica che ogni anno trasforma 80 mila americani in zombie. E anche se non è vero quasi niente – il Fentanyl viene prodotto in Cina, e i grandi trafficanti stanno in Colombia, Ecuador, Messico – ha spedito la più grande portaerei della Marina, la Gerald Ford, davanti alle sue coste, con i motori che ronfano al minimo. Mentre 10 mila marines sono sbarcati a ottobre sulle sabbie di Porto Rico a mimare una esercitazione militare e sono ancora lì, in attesa. Anche loro si godono lo spettacolo dei motoscafi venezuelani che gli F-35 americani ogni tanto intercettano e affondano, nelle acque internazionali. “Sono narcos”, recita l’accusa sulle immagini gentilmente concesse dal Pentagono alle tv del mondo, ogni missile un centro, come un videogioco, niente audio, niente sangue, solo uno sbuffo di fumo e un monito: ecco come trattiamo i nemici dell’America. Anche se nessuna legge lo consente, tranne quella della forza.
Maduro fa più o meno lo stesso sulla terraferma, in patria. L’ultimo World Report sui diritti umani è impietoso: niente libertà di parola, niente indipendenza della magistratura. I media sono controllati dal regime. La polizia abusa dei suoi poteri, arresta senza mandato e senza spiegazioni.
Le carceri sono un buco nero.
L’economia è al collasso: non c’è lavoro, non c’è cibo, non c’è futuro. Tre milioni di venezuelani sono in fuga verso la Colombia e il Perù. L’iperinflazione ha trasformato il Boliver in coriandoli. La disperazione ha moltiplicato i conflitti e la repressione.
E pensare che nel 1971 il Venezuela, 25 milioni di abitanti ai tempi, in gran parte meticci, classe dirigente bianca, per lo più spagnola e italiana, era lo Stato più ricco del Sud America. Galleggiava su 330 miliardi di barili del petrolio più pregiato al mondo. Lo avvantaggiava la dolcezza del clima, la fertilità della terra, le altre ricchezze minerarie. Il benessere faceva contenti tutti. Nessuno pensava a investimenti e riforme. Così che quando negli anni 80 il petrolio precipita da 106 a 32 dollari, il cambio di stagione diventa una voragine, il Pil si dimezza, la povertà raddoppia, i ricchi si prendono quel che resta.
Saltano le casse dello Stato.
Interviene il Fondo monetario internazionale che offre prestiti e chiede tagli sociali. Monta la protesta, fino alla strage del febbraio 1989, quando per arginare le manifestazioni di Caracas, esce dalle caserme l’esercito, spara, 380 morti.
Entra in gioco Hugo Rafael Chávez che predica socialismo, giustizia sociale per la popolazione meticcia. Stravince le elezioni. Investe in fabbriche, scuola, sanità. In 15 anni di potere raddoppia l’occupazione e il reddito pro capite. Poi arriva la malattia che in un anno si porta via Chávez e la quasi primavera del Venezuela. Maduro vince le elezioni del 2013 per un soffio e una ammissione che diventerà una minaccia: “Sono figlio di Chávez, ma non sono Chávez”. In una manciata di anni – dalla reggia presidenziale di Palazzo Miraflores – reprime ogni dissenso “con le buone o con le cattive” come dichiara nei suoi lunghissimi sermoni che la televisione nazionale ritrasmette. Esautora il Parlamento nel 2017. Nomina i giudici della Corte Suprema che lavorano al suo servizio. Sopravvive a un tentativo di omicidio. Minacciato dagli Usa, si lega sempre di più alla Russia con accordi militari e ai generosi prestiti della Cina. Apre alla Turchia e all’Iran. Oltre all’esercito, gli protegge le spalle la moglie Cilia Flores, avvocato penalista, parlamentare, sospettata a suo tempo di narcotraffico, titolare di molto potere, dura di carattere: “Cilia ti ama o ti odia, non fa negoziati”.
Per tre elezioni di seguito, la coppia presidenziale resiste a forza di brogli. Al suo primo mandato, Trump prova a buttare Maduro giù dalla torre, appoggiando il giovano deputato liberal Juan Guaidó che il 23 gennaio 2019 si autoproclama presidente. Tranne l’Italia che nicchia, lo sostengono apertamente l’Europa, gran parte dell’Occidente e del Sud America. Maduro reagisce: “Non torneremo al Ventesimo secolo dei gringos e dei colpi di Stato. Io sono il solo presidente legittimo”. È sempre più vero il contrario, visto che all’ultimo giro elettorale, luglio 2024, ha oscurato i risultati, limitandosi a dichiarare di aver vinto.
Sparito Guaidó, Trump ci ha appena riprovato con Maria Corina Machado, esponente dell’ultra-destra, che vive clandestina, minacciata da Maduro, protetta dalla Cia. Anche lei si prepara alla guerra, questa volta innalzando il premio Nobel per la Pace che ha appena incassato, grazie a uno di quei giochi di prestigio di cui si nutre la geopolitica. E promette: “La transizione è già iniziata”. Armi, finzioni e propaganda stanno apparecchiando la tavola dell’ultima cena. Il destino del Venezuela è di nuovo in gioco e non sarà Maduro a giocare.

Dimenticanze

 

Ah già, Gaza
DI MARCO TRAVAGLIO
Sparita dai radar dei media dopo l’accordo di Sharm el Sheikh, da un mese e mezzo la Striscia di Gaza è precipitata nel limbo. Tra la fase 1 del piano Usa-Paesi arabi (la tregua) e la fase 2 (l’improbabile disarmo di Hamas e l’arduo ritiro di Israele, da sostituire con una forza di stabilizzazione per avviare la ricostruzione), c’è l’inverno. Che i 2 milioni di palestinesi affrontano senza un tetto, al freddo, nel fango, tra liquami, detriti e rifiuti. I più fortunati hanno una tenda, quasi sempre sventrata dai nubifragi, ma le organizzazioni umanitarie ne hanno portate solo 3.600, più 129 mila teloni e 87 mila coperte. Servirebbero rifugi e prefabbricati, ma non se ne vedono. Il rapporto appena pubblicato dall’Unctad, l’agenzia Onu per i paesi in via di sviluppo, racconta che “è in gioco la sopravvivenza stessa di Gaza, sprofondata in un abisso creato dall’uomo”. Due anni di cosiddetta guerra hanno “eroso tutti i pilastri della sopravvivenza umana”: scuole, ospedali, forni, negozi alimentari, farmacie. E, “vista la distruzione sistematica subita, esistono seri dubbi sulla capacità di Gaza di ricostruirsi come spazio vitale e società”. L’economia della Striscia è decimata (-87%) e “serviranno decenni per recuperare la qualità della vita pre-ottobre 2023”. Intanto in Cisgiordania “la violenza, la rapida espansione delle colonie e le restrizioni agli spostamenti dei lavoratori hanno fatto regredire il Pil ai livelli del 2010”.
Solo chi è in malafede e non vuol dare a Trump quel che è di Trump può negare la svolta del 13 ottobre: fino ad allora Israele uccideva in media 100 palestinesi al giorno. Nell’ultimo mese e mezzo le vittime dei raid criminali dell’Idf sono scese a 345, cioè a 7 al giorno: un numero spropositato, ma pur sempre 1/14 di prima. Oggi però l’emergenza più urgente è un’altra: l’inverno all’addiaccio di 2 milioni di persone, per il 40% minori, prive di tutto. Interessa a qualcuno, ora che è finito il derby tra chi urlava al genocidio sionista e chi strillava all’antisemitismo filo-Hamas? Due mesi fa la Meloni, per polemizzare con la Flotilla, sentenziò: “Non c’è bisogno di rischiare la propria incolumità e infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti che il governo italiano potrebbe consegnare in poche ore”. Che aspetta a lanciare un ponte aero-navale a Gaza con la Protezione civile, che in tante calamità costruì in poco tempo villaggi di prefabbricati e case di legno? Si spera che non sia un problema di soldi, visti quelli che buttiamo in armi per noi (anche simpatici ordigni nucleari e al fosforo bianco) e per gli ucraini (inclusi quelli col cesso d’oro). E dove sono gl’intrepidi Volenterosi europei, sempre pronti a sperperare miliardi in bombe, missili e truppe? Guardino le immagini che arrivano da Gaza e si vergognino.

L'Amaca

 

Nessun grado di separazione
di Michele Serra
Nella speranza di emanciparmi dalla mia ignoranza finanziaria, leggo la newsletter di Walter Galbiati su Repubblica online, nella quale, tra le altre cose, si spiegano con chiarezza le oscure dinamiche di bitcoin, stablecoin, criptovalute e altre diavolerie dell’evo digitale. Capisco circa la metà di quanto leggo, e sia chiaro che la metà che capisco è merito di Galbiati, la metà che non capisco è mio demerito.
Due cose mi sbalordiscono — ed è lo sbalordimento tipico dell’uomo del Novecento di fronte al mutare dei tempi. La prima è che è sempre più difficile trovare il nesso tra l’economia reale (il lavoro umano, la produzione e il consumo di beni, la ricaduta della fatica e dell’ingegno sul benessere privato e pubblico) e quella finanziaria. Un nesso residuo ci sarà pure: ma i gradi di separazione sono molteplici.
La seconda, per me ancora più sbalorditiva, è che tra potere politico e potere economico non esiste quasi più distanza. Nessun grado di separazione.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e Steve Witkoff, plenipotenziario della Casa Bianca per i negoziati in Medio Oriente e Ucraina, sono tra gli attori principali della scena finanziaria, in specie della valuta digitale (avrò detto giusto?) stablecoin. Che ogni loro atto pubblico sia sospettabile di interessi privati non è nemmeno un sospetto: è una certezza.
In America i ricchi, forse perché non si fidavano più dei politici, hanno preso direttamente in mano le redini del Paese. Moltitudini di poveri applaudono. Con le pezze al culo e le bende sugli occhi: è il populismo, baby.

Lo conosco poco...

 

E poi c'è la maglietta
di Mattia Feltri
Matteo Salvini, intervistato da Repubblica, alla domanda su che pensi di Putin – a cui aveva già risposto di volerlo "come presidente del Consiglio" (marzo '14), di ritenerlo "un alleato contro il terrorismo" (febbraio '15), "un leader con le idee chiare per una società ordinata, pulita e armonica" (marzo '15), "una delle persone con le idee più chiare al mondo" (aprile '15), con Marine Le Pen "uno dei migliori statisti in circolazione" (dicembre '15), di ammirarlo "per le idee chiare, la fermezza, il coraggio, l'interventismo e una visione della società che condivido" (dicembre '15), di considerarlo "un amico" (dicembre '15), "una persona libera, non uno schiavo delle banche" (maggio '16), "un gigante" (giugno '16), "una fonte di speranza" (gennaio '17), di desiderare "dieci Putin per l'Italia" (marzo '17), esclamando "meno male che c'è" (aprile '17), poiché "è l'unico in giro per il mondo che abbia le idee chiare" (aprile '17), e anche "uno dei migliori uomini di governo al mondo" (novembre '17), e infatti "mi piace, lo stimo" (dicembre '17), e ribadiva che è "uno dei migliori uomini politici della nostra epoca" (marzo '18), tanto che "gli ho fatto per iscritto i complimenti" (marzo '18), siccome, se non fosse chiaro, "è uno dei migliori uomini di governo che ci siano sulla faccia della Terra" (luglio '19), insomma "un leader stimato e stimabile" (febbraio '20), e stiamo tutti tranquilli che "non ha alcun interesse a fare la guerra" (febbraio '22) – ecco, a Repubblica ha precisato di averlo visto si è no "due volte nella vita" e dunque "non posso dare giudizi su chi non conosco".

A proposito di medioevo

 

Da Hitler a Stalin, da Putin a Almirante: u n'epoca poco capita e molto strumentalizzata
Povero Medioevo, frainteso da tutti perché il potere lo manipola da sempre
di Federico Canaccini
L'età medievale è spesso – oggi meno di un tempo – associata ad un'epoca di guerre e di devastazioni: dalle invasioni barbariche del Quinto secolo, passando per i saccheggi dei Vichinghi e dei Saraceni, fino alle razzie degli Ungari e dei Mongoli. Un clima costante di paura dunque, costellato di battaglie e di assedi: in realtà questa visione è stata parzialmente modificata e ridimensionata dalla storiografia più accreditata che, ad esempio, preferisce parlare di migrazioni di popoli, anziché di invasioni barbariche, con un atteggiamento degli storici europei di oggi più aperti verso l'Altro, consapevoli dell'apporto dei vari popoli al mondo dei nostri giorni, e consapevoli anche dei gravi rischi delle distorsioni che la storiografia ha fatto in passato.
Il Medioevo sarebbe stato inaugurato da una serie di invasioni da parte di popoli rozzi e assetati di sangue che umiliano i cives romani, distruggono una fiorente civiltà, devastano città ricche di teatri, biblioteche, terme, acquedotti, templi. Così un anonimo descrisse la situazione dell'Impero nella seconda metà del Quarto secolo: «L'Impero romano è premuto da ogni lato dalle urla furibonde delle tribù dei barbari, la cui astuzia minaccia le sue frontiere da ogni fronte».
Tra i vari popoli barbarici, alcuni hanno lasciato il segno, tramandando nella memoria collettiva europea – per non dire italiana – un che di spaventoso: «Le loro bestiali e crudeli atrocità non conoscono limiti: distruggono qualsiasi cosa incontrino sul loro cammino, con saccheggi, uccisioni, torture di ogni sorta, incendi e numerosi altri crimini indescrivibili. Non si fermano davanti a nulla e uccidono donne, bambini, vecchi, sacerdoti e altri ministri del culto, devastando le decorazioni delle chiese e di altri edifici».
Se questo ritratto del popolo vandalo corrisponde anche parzialmente al vero, è comprensibile come abbia dato vita a espressioni quali "atti vandalici" e "vandalismo" che, dopo quindici secoli, ancora evocano l'idea della devastazione: guidati dal loro re Genserico, i Vandali misero a ferro e fuoco la città di Roma per due settimane provocando un enorme shock in tutto l'Occidente.
Questo attacco al cuore dell'Impero è rimasto come una macchia nella storiografia romanistica che vedeva nei popoli germanici quasi gli ‘assassini' di un Impero in realtà oramai al collasso e morente. Negli anni Venti del Novecento, questa visione fu recuperata dalla propaganda fascista che, con mire coloniali e imperialiste, ritrovava nella grandezza di Roma le proprie radici e, in chiave razzista, rinveniva nel progressivo imbarbarimento dell'Impero la giustificazione della sua crisi e del suo crollo. Nel 212 d.C. l'imperatore Caracalla – definito "un nemico d'Italia e del popolo romano" dall'intellettuale fascista Ettore Pais – emanò un editto tramite il quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti i cives dell'Impero. Un giovane Giorgio Almirante propose come causa di tutti i mali proprio questo editto, da intendersi "come uno dei più clamorosi esempi che la storia di Roma può offrire al riguardo, meglio di qualsiasi disquisizione a fare intendere l'enorme importanza del fattore razza, nella parabola discendente della romanità.
Arriviamo a un ultimo episodio. Nel 1938 fu proiettato nelle sale cinematrogafiche un capolavoro di Ejzenstejn, Alexander Nevskij: benché ancora da modificare, Stalin lo lanciò anzitempo nelle sale anche perché il cavaliere russo era rappresentato come pater patriae, così come desiderava essere percepito Stalin. L'obiettivo propagandistico, compiuto grazie a una narrazione realistico-socialista, era di idolatrare il leader, ravvivare l'unità nazionale, rinfocolare la paura dell'antico nemico, chiarendo che, se attaccata, la Russia non avrebbe ceduto facilmente: «Chiunque entri da noi con una spada, morirà di spada!», esclamava Nevskij nel film. Nel 1939, a conferma dei reciproci timori, fu firmato il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp, ma nel 1941, contro la Russia di Alexander Nevskij, Hitler scatenò l'Operazione Barbarossa, in onore dell'imperatore svevo. L'invasione dell'Unione Sovietica decretò la fine del Nazismo e la propaganda russa ha sfruttato tutto questo in chiave nazionalista sino ai giorni nostri: il film sembrò quasi a prefigurare la sorte dei Nazisti, inghiottiti dall'Inverno russo.
Nel 1725 Caterina I inaugurò l'Ordine imperiale di Sant'Alexander Nevskij, un ordine cavalleresco e un'onorificenza militare concessa ai cittadini russi distintisi in guerra: due secoli dopo, l'Ordine veniva cancellato dalla Rivoluzione d'Ottobre, ma l'eroe nazional popolare, non poteva passare inosservato a Stalin che aveva già incoraggiato la pellicola. Nel 1942, sul manifesto del film campeggiavano le parole di Stalin: «Lascia che l'immagine coraggiosa dei nostri grandi antenati, ti ispiri in questa guerra».
Nello stesso anno fu riesumata l'onorificenza Nevskij, eliminando le diciture di ‘Imperiale' e ‘Santo': nella nuova realtà sovietica, infatti, non c'era spazio per i santi ma in realtà, benché la sede di Mosca fosse vacante dal 1925, la Chiesa Ortodossa, in occasione della guerra, fu a fianco del popolo e del regime. Il patriarca Sergio esclamò: «Non è la prima volta che il popolo russo deve sopportare tali prove. Con l'aiuto di Dio anche questa volta ridurrà in polvere la forza nemica fascista. La Chiesa di Cristo benedice tutti i cristiani ortodossi affinché difendano i sacri confini della nostra Patria».
L'avvicinamento tra Chiesa e Regime, fino ad allora impensabile, si realizzò in concomitanza alla lotta contro Hitler: la sinergia tra fede e ragion di stato trovò il suo apice nel 1943, quando Sergio fu eletto Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Stalin optò per una riconciliazione col clero per coinvolgere l'intero popolo in una guerra dai toni religiosi che, per una volta, sigillava quell'epica missione nazionalistica dell'Unione Sovietica e che veniva benedetta dai suoi santi guerrieri, in testa Sant'Alexander Nevskij.
E arriviamo a oggi. Il 7 settembre 2010 è stato rifondato da Vladimir Putin l'Ordine di Alexander Nevskij, in sostituzione di quello stalinista: l'onorificenza viene concessa a personaggi di servizio pubblico per meriti nella costruzione dello Stato, per la cultura, l'industria e altre attività. Tra gli insigniti c'è anche il patriarca Cirillo le cui parole, dopo l'invasione in Ucraina, suonano sinistre.
«L'offensiva in Ucraina è una lotta contro il Nazismo, contro le forze del Male i nostri soldati stanno portando a termine la missione dei nostri antenati che combatterono la Grande Guerra Patriottica. Siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma metafisico. Stiamo parlando di qualcosa di molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l'umanità, del posto che occuperà alla destra o alla sinistra di Dio».
Questo non avveniva nell'oscuro Medioevo, ma nel 2022. —

mercoledì 26 novembre 2025

Mumble mumble

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Sconfitti. Con le Regionali cambia la retorica di Meloni asso pigliatutto
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Se avessi un dollaro per ogni volta che ho sentito la frase “il vento sta cambiando” sarei milionario, quindi lascerei da parte gli entusiasmi troppo facili e mi concentrerei sui dati reali: chi governava le regioni prima delle elezioni le governerà anche dopo, un buon pareggio è meglio di una sconfitta. Eppure dire che niente è cambiato è sbagliato tanto quanto, perché risulta innegabile che la situazione è in movimento, e il dato che colpisce più di tutti è questo: l’invincibile armata di Giorgia Meloni non è invincibile per niente, anzi risulta piuttosto fragile. Considerava contendibile la Campania, dove ha perso per decine di punti, e vagheggiava di un sorpasso veneto sulla Lega, dove è stata più che doppiata grazie al candidato leghista meno salviniano che c’è, Luca Zaia.
Il nervosismo dei gerarchi è palpabile, a cominciare dall’ineffabile Donzelli che a urne appena chiuse già prospetta di cambiare la legge elettorale che, sia detto en passant, è una cosa che porta un po’ sfiga, perché tradizione vuole che chi ha cambiato la legge elettorale per vincere le elezioni, quasi sempre poi le ha perse. Siccome l’analisi del voto è una faccenda complicata che richiederà tempo, calcoli e analisi raffinate, fermiamoci un passo prima, alla distanza tra il mondo come viene descritto dalla propaganda governativa e il mondo com’è, distanza piuttosto siderale. Uno dei refrain più gettonati dell’ultimo anno, per esempio, era la formuletta magica che “con un’opposizione così, Meloni governerà per altri x anni” (inserire cifra a piacere che va dai decenni ai secoli), ed ecco che all’improvviso la formuletta non funziona più. Questo dipende forse dal fatto che il Paese reale è un po’ diverso da quello che ogni sera ci viene raccontato a reti quasi unificate. Un paese garrulo e felice, dove tutto va a gonfie vele, l’economia tira, l’occupazione cresce, civiltà e progresso procedono a braccetto a passo di carica, le agenzie di rating ci promuovono e il/la premier viene osannato/a ogni volta che compare sulla scena: mi scuso per aver descritto così in fretta il Tg1. Ma insomma, certe cronache e certe analisi ricordano da vicino, in caricatura e in sedicesimo, alcuni regimi tragicomici dove si sbandierano successi (per pochi) per coprire il disastro (per tutti gli altri).
Nella narrazione corrente aveva dunque preso piede una specie di monito: “Uscite con le mani alzate”, che prevedeva un totale fallimento della linea Schlein nel Pd e un mesto tramonto di Giuseppe Conte su cui da anni si esercitano sarcasmi e ironie. E questo oltre alla speranza che si affidasse tutto il baraccone dell’opposizione a certi figuri sedicenti riformisti entusiasti del riarmo, avidi di guerra e desiderosi di indebitarci per secoli per fermare l’imminente invasione da Est (non da Sud, come dice Tajani per giustificare il ponte sullo Stretto). Insomma, a perdere malamente le Regionali – pur pareggiando – non è solo Meloni e la sua truppa di squinternati, ma anche i teorici del “troppa sinistra”, i centristi che vagheggiavano l’assalto alla segreteria.
La buona notizia, dunque, non è tanto il risultato, l’onorevole pareggio, ma la sensazione che la propaganda non risolva proprio tutti i problemi e che far sfilare in cerchio le truppe possa sì farle sembrare molto numerose, ma soltanto ai fessi che ci cascano. Gli altri, i pochi che vanno a votare, vedono un altro Paese, quello reale, dove Giorgia Meloni è battibile nonostante la capillare occupazione di ogni spazio di potere disponibile.

Sconfitti vincitori sconfitti

 

I diktat degli sconfitti
DI MARCO TRAVAGLIO
C’è un grosso equivoco nel dibattito pro o contro il piano Trump per chiudere dopo 12 anni (non quasi quattro, come si racconta) la guerra in Ucraina. L’equivoco dei vedovi inconsolabili e piagnucolanti perché la pace è ingiusta, anzi finta, anzi una resa per Kiev, perché Trump è putiniano e Putin non perde nulla e non viene punito, perché i confini sono sacri (salvo per Israele, Siria, Kosovo, ecc.), è sempre lo stesso da due anni. Cioè da quando Kiev fallì la controffensiva del 2023, conquistando meno territori di quelli che perse, al prezzo di 100 mila fra morti e mutilati. Il generale Usa Milley l’aveva già capito tre anni fa, dopo l’unica offensiva ucraina riuscita nell’autunno 2022: “Non riprenderete Donbass e Crimea, profittate dello stallo per negoziare un compromesso”. Fu ignorato da Rimbambiden, Nato e Ue al seguito. Risultato: la mattanza del 2023 e la lenta ma costante avanzata russa/ritirata ucraina su tutto il fronte, fino al doppio crollo strategico di Kupyansk e Pokrovsk che spiana la strada per il Nord-Est (Kharkiv) e il Centro-Sud (Dnipro, Zhaporizhzhia e Kherson). È il Paradosso di Kiev, ancor più estremo di quello di Tucidide. Orsini, le altre penne del Fatto e pochi altri analisti lo teorizzano dal primo giorno: più l’Ucraina viene “aiutata” dagli “amici”, più territori e uomini perde. Uno normale cambierebbe “aiuti” e “amici”. O magari capirebbe che il miglior amico è quello che lo aiuta a salvare l’80% di territori rimasti, non a perderne altri per inseguire quelli che non riavrà.
Trump, anti-ideologico e spregiudicato, è l’unico leader ad aver accettato il principio di realtà, al posto delle fiabe che gli altri continuano a raccontarsi. La realtà è questa: la Russia ha vinto la guerra e l’Occidente l’ha persa. E l’equivoco è questo: la Russia non ha vinto perché Trump tresca con Putin (vinceva già sotto Biden), o perché non inviamo abbastanza armi (vinceva anche quando ne inviavamo di più), o perché c’è la guerra ibrida (c’era anche prima, e da entrambi i fronti). Ma perché la Russia è più forte dell’Ucraina, condannata a morte dalla Nato in una guerra per procura a suon di armi e miliardi, ma senza soldati. Di qui deve partire il negoziato per avere qualche chance: dal verdetto del campo, che nessuna arma segreta o tatuaggio può ribaltare. E gli sconfitti non possono dettare le condizioni ai vincitori (semmai il contrario): solo fornire ai russi una buona ragione per fermarsi anziché avanzare ancora, con una proposta che non possano rifiutare. Non sarà etico, non sarà estetico, ma è l’unica strada, anche perché l’alternativa è molto peggiore. La scelta, per Zelensky e i suoi reggicoda europei, non è “fra la dignità e l’alleato americano”. Ma fra una sconfitta oggi e una disfatta domani.

L'Amaca

 

Bambini nell’attico
di Michele Serra
È lecito lasciare soli in casa per tre ore, e con la tata che abita nello stesso stabile, tre bambini di 7, 9 e 11 anni, senza essere accusati di abbandono di minore, come è capitato al calciatore Totti e alla sua compagna? Leggendo la notizia ho ripensato a quando, dagli otto anni in poi, andavo a scuola a piedi, da solo, idem per il rientro. E quando, più o meno alla stessa età, i miei uscivano la sera (lasciandomi il numero di telefono della casa o del ristorante dove andavano a cena: se hai bisogno, chiama) e per me era una pacchia: televisione a gogò mangiando ogni porcheria possibile.
Non so se esista un limite anagrafico “ufficiale” prima del quale lasciare un bambino solo in casa è abbandono. Ci sono persone inaffidabili anche a quarant’anni, e persone serenamente autonome già a dieci. Ma sospetto fortemente che nell’Epoca dell’Ansia (la nostra) la tendenza sarebbe spostare quel limite attorno ai diciotto anni, età nella quale è sperabile che il pupo, la pupa, sappiano sopravvivere soli in casa senza papà e mammà (fuori casa, magari, sono già alla prima rapina).
Capisco che l’argomento è delicato, in fin dei conti siamo nella stessa area della vicenda “bambini nel bosco” che sta facendo discutere mezza Italia. Ma “bambini nell’attico”, magari, meriterebbe un diverso sguardo, un poco meno agitato: le occasioni di ansia motivata sono parecchie, forse è il caso di alleggerire il fardello. A undici anni, un minore è in grado di gestire benissimo tre ore di solitudine, in una casa ben riparata e ben munita, molto meglio di quanto la più ansiosa delle madri, il più apprensivo dei padri, possa sospettare. Anzi: sentirsi libero, oltre a trasmettere una leggera euforia, può perfino indurre a una certa assunzione di responsabilità. Responsabilità: più rara delle terre rare.

martedì 25 novembre 2025

Lectio

 





Il nuovo libro della Tomassini

 

‘’Scrivere dà tormento, mentre la vita è adatta solo agli sconsiderati’’: il nuovo libro di Veronica Tomassini
DI VERONICA TOMASSINI
Anticipiamo uno stralcio di “Roveto ardente. Poetica di una vita tra la ferita e la rivelazione”, il nuovo pamphlet di Veronica Tomassini, in libreria da domani con Transeuropa.
Ho usato troppo sentimento nella vita. Ed è un distacco se vogliamo, un solco ancor più profondo che conferisco, similmente a un trofeo, consapevolmente, alla stessa mia idea di socialità, di mondo finanche. La scrittura andava a nutrirsi di un tale distacco, che però era la mia centralità, il primate sull’esistenza, l’incapacità di aderirvi e intanto esservi dentro, ignara o delusa, perché all’uomo non corrispondeva quasi mai la perfezione di un’illusione. Illusione che la mia scrittura non chiamerà utopia, pessimisticamente. La scrittura per sua natura è sorgiva e tende dunque alla speranza. La speranza è uno sguardo affidato, fiducioso. La scrittura così diventa un travalico verso l’altrove da cui tornare, da dove ci raggiungono consapevolezze spalancate improvvisamente sul nostro avanzare, oppresso, restio o affaticato.
La grande arte ce lo insegna. In fondo non è altro che una ricerca senza requie, fino all’ultimo giorno, all’ultimo tratto, olio, tempera, all’ultima chiusa. L’ultimo degli offesi è l’alabarda, il rio cristallino anche dove dissetarsi. La stoltezza alimenta moti dello spirito, i più elevati, vi dimora una possibilità di transustanziazione. La pochezza diremmo nel linguaggio elementare delle cose, non affidabili perché attagliano un confine, un termine, come per tutte le cose del mondo. In realtà, prevedono un dopo, che la speranza o la fede definisce: oltre. O ancor meglio e audacemente: Dio.
La scrittura, la mia, dimora preferibilmente nell’errore, nella fragilità, teme il sentimentalismo, ne utilizza la radice più vergine. Spera, certo, spera nel dopo, il prato verde, il viaggio di luce, la promessa eterna. Non mi si è rivelata ad ogni modo se non quando ero già nel folto bosco della ricerca, non di una qualche verità, ribadisco, dell’unica e sola. Non lo sapevo ancora in via ragionevole o programmatica. Eseguivo il compito, vivendo male, di scarto o fuori la porta. Prediligendo quelli come me, gli stolti con più coraggio tuttavia. Van Gogh incontrava la miserevole prostituta, “nostra amica e sorella”; gli uomini su cui il sole pareva dimenticarsi di sorgere, su cui pareva persino la Misericordia dimenticarsi di perfezionare i loro spasimi, talmente ributtanti, l’insensato non previsto dal tribunale borghese. Borghesia come parametro del pensiero morto, del binario su cui anfana la locomotiva in marcia verso il capolinea irreparabile. Preferivo gli stolti, anche io, considerandoli non tanto fratelli come appuntava Van Gogh, piuttosto l’unico riflesso dentro cui riconoscermi o riconoscere un luogo dove stare, senza altro che stare. Possiamo chiamarla: pace? Una vaga verosimiglianza con la pace a cui sarà destinato il nostro patire, deduco.
La mia scrittura è stata il tormento. O il tormento esistenziale, ingenerato da una natura fobica e insieme esigente, ha naturalizzato la scrittura?
La somma di tutti gli errori lo è stata. Niente di più, niente di meno.
Stamane camminando lungamente sul viale della stazione, a Massa, luogo in cui questo pamphlet sta affiorando alla stregua di un ciclamino timido eppur fecondo di intuizioni, verificavo, come fosse un brano esclusivo di verità, che la vita è davvero un esercizio adatto ad individui che hanno sviluppato una naturale abilità al qualunquismo o ragionevole sconsideratezza, posti a scudo, e valorosamente dedicata a individui gettati concretamente nei giorni, quand’anche fossero abbastanza volgari, motivassero risate senza gaudio, senza una comprensibile contentezza, quand’anche il fatto necessitasse la capacità di ingoiare tonnellate di stoppa. Certe trattative umane, la scaltrezza, non so come altro definirla, la possibilità di indossare la pusillanimità in ordine di una manciata di opportunismi, o il desolante grigiore di un travet, forse sono i tratti distintivi di chi, in una ipotetica estinzione della razza, sarebbe in grado di sopravvivere. I salvati: sono migliori, i più forti davvero? O i sommersi hanno semplicemente rifiutato ogni cosiddetta trattativa? Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? C’entra nel momento in cui la scrittura è una sospensione, momentanea perdurante, della pena, il castigo di sceglierlo, poterlo fare: qui o là. Vivi o scrivi. Di solito non si fanno entrambe le cose. Scrivo perché ho vissuto?
O è l’esatto contrario? Temo che lo sia, l’esatto contrario. Non sapendo fare altro, ho vissuto male, ma ho vissuto affinché ne potessi scrivere. E allora mi domando perché una tale urgenza: vivere per scriverne?
Qual è la ragione profonda di dover esistere in luogo della parola. Cosa restituisce nel gesto finale. Il gesto in sé: cosa traduce, promette, cosa?
Talvolta mi raggiunge una specie di tregua, i pensieri diventano pacifici, quasi innocui, il dolore, sottile, nascosto, desto comunque all’occorrenza senza che per questo si presenti con decisione e mi dica cosa voglia. La tregua mi spiega che può darsi io non sia fatta per questo mondo, liquidiamo la questione frugalmente, con una sorta di slogan: non sei fatta per questo mondo.