I bambini furiosi e i censori politici
DI MICHELE SERRA
Se sprecassi le prime righe
di questo articolo per dire che «la violenza va condannata senza se e
senza ma» farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta
retorica scontatissima (perché
a favore della violenza sono solo
i violenti; tutti gli altri no)
il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco.
È una soluzione molto a buon mercato, condannare la violenza, quando
non si sa che altro dire
di utile e di interessante.
Di questa imperdonabile superficialità si macchiano tutti quegli
esponenti politici che,
di fronte alle strade in fiamme, ribadiscono di essere fermamente
contrari ai falò,
e per non farsi mancare niente indicano il piromane nel campo avverso:
o perché, dal governo, non ha fatto nulla per scongiurarli, i falò, o
perché, dall'opposizione, li ha
addirittura ispirati.
Che pena, che infimo livello la frasetta di Piantedosi contro Sala «radical chic».
Le fiamme scottano
anche sotto l'illustre sedere del signor ministro,
e sotto il sedere di noi tutti.
Chi parte incazzato e imberbe dalle periferie non fa distinzioni tra i
radical chic di sinistra e i burini di destra (per rimanere nel cliché tanto
caro a Piantedosi), tra le vetrine politiche del governo o dell'opposizione:
vuole sfasciarle tutte. E i cocci sono di tutti.
Levato di torno il siparietto delle dichiarazioni perbeniste che mettono la
coscienza a posto, ma velano gli sguardi e istupidiscono i commenti,
rimane, nudo e crudo, lo spettacolo di quei tumulti politicamente
illeggibili. La classica violenza politica, che noi italiani conosciamo
meglio di chiunque in Europa, non sembra una categoria utile per capire
i fatti. Non c'è traccia di ideologia o di opinione, non c'è alcuna
intenzione organizzativa nei branchi di ragazzini incappucciati che
saccheggiano i negozi del centro.
Non è neanche una mobilitazione, è un passaparola sugli smartphone:
«Andiamo a fare casino dove abitano i ricchi». È rivolta sociale in
purezza, ma con zero caratura politica. Se sabato a Milano anche i
militanti dei centri sociali, che si collocano all'estremo margine di ciò che
ancora riusciamo a chiamare "politica", hanno abbandonato il campo,
significa che la scena non è più politica. È quello che viene dopo: quando
la politica non ha più carte da giocare e parole da spendere.
C'è una devastante impotenza sociale che unita alla monocultura dei
consumi porta questi bambini furiosi (anche dodicenni) a saccheggiare i
negozi di sneakers, i pezzi di plastica più costosi della storia,
misteriosamente promossi al novero di status symbol (sapete chi ha vinto,
alla fine, tra borghesia e proletariato? Hanno vinto le scarpe).
C'è una società sempre più diseguale — e quanto a valori sempre più a
forma di sneakers — la cui disfunzionalità è argomento di analisi e
lamentazioni e preoccupazioni ormai decennali: si dissolve il ceto medio,
che è stata l'ossatura delle società democratiche occidentali, i ricchi
arricchiscono e i poveri impoveriscono. I centri storici delle città "si
gentrizzano", che è un modo elegante per dire che sollevano il ponte
levatoio e si chiudono alle periferie, e le periferie sono dormitori nei
quali il sonno non è per niente sereno.
A chi dice che nelle banlieue abitano i migranti di prima e seconda
generazione, suggerite un'altra lettura delle cose, molto più calzante: ci
abitano i poveri, anche italiani. Ci sono migranti che hanno fatto fortuna
nel lavoro, nello sport, nelle arti, e nessuno li chiama maranza (davvero
orribile sentire il Salvini annunciare una «legge anti-maranza». Le leggi si
fanno per tutti, nessuno escluso, a parte le leggi razziali). È la differenza
di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il
destino delle comunità e delle società. O chi sta sotto ha la speranza di
risalire, o la scala sociale è ben visibile, e percorribile, oppure le società
deperiscono, e si guastano. Vale a Milano, a Parigi, a Ginevra: vale
ovunque le città si costituiscano su basi troppo rigidamente classiste. Chi
ha vinto rischia di non godere a lungo della sua vittoria: cova, oltre le
mura fiorite del benessere, l'astio del malessere.
Se il problema fosse di facile soluzione qualcuno avrebbe già provveduto
a risolverlo. Non essendolo, sarebbe il caso che le persone responsabili di
qualcosa (dal ministro all'insegnante al poliziotto al prete al politico
all'assistente sociale al genitore allo psicologo al giornalista) prendessero
atto della severità dei tempi. E se non hanno buoni consigli da dare,
almeno non diano il cattivo esempio.
1 — Nessuno appioppi il peso della violenza sulle spalle di chi violento
non è. Uno studente che manifesta per avere soldi per la scuola pubblica
non c'entra niente con i casseur. La libertà di manifestare è vitale per la
democrazia. Considerarla un pericolo, un portatore di infezione, è
mortale per la democrazia. La Polis va salvata dai saccheggiatori e va
salvata dai repressori e dai censori.
2 — Nessuno si illuda che la chiusura (delle frontiere, delle città) serva a
qualcosa. Non ci si protegge mettendo le sbarre alle finestre, prendendo
il porto d'armi, incriminando i minori. Ci si protegge includendo quante
più persone possibili, provando a renderle partecipi. La sicurezza è
partecipazione (parafrasando Gaber). E l'inclusione non è demagogia: è
prassi. Investimenti. Scuola pubblica. Politica.
3 — Nessuno gongoli per la rabbia degli esclusi, illudendosi che sia la
politica che ritorna. La rabbia è come la benzina, dentro un motore
diventa energia e velocità, se scola lungo le strade può innescare un
incendio e ridurre tutto in cenere. Non c'è niente di promettente nel
saccheggio di un negozio, c'è solo la triste soggezione dei poveracci al
baluginio delle merci. Bisogna disperatamente continuare a dire che la
vita è molto di più delle scarpe o della felpa che puoi mostrare nello
struscio del sabato. Poi se ti ascoltano, bene. Se non ti ascoltano, ripeti
daccapo.