Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 8 febbraio 2026
L'Amaca
Mancano le truppe
di Michele Serra
La goffa telecronaca olimpica di Petrecca non aggiunge né toglie nulla alla situazione della Rai sotto questo governo: per occupare militarmente un territorio tutto sommato vasto come l'informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità.
Per produrre una mole così notevole di giornalismo, di spettacolo, di divulgazione intellettuale, di informazione popolare, non basta arrivare freschi freschi da una militanza politica spesso molto periferica, e dire "adesso qui comandiamo noi". Bisogna, poi, saperlo fare, tenendo conto che la Rai ante-Meloni, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, era comunque una fabbrica di contenuti spesso decenti, a volte buoni, qualche volta ottimi.
Perché la lottizzazione era sicuramente uno sgradevole criterio di carriera, ma intanto era estesa a molti, dunque plurale; e poi non era sempre ostativa del merito e delle capacità professionali.
L'occupazione militare è ben altro, in tutti i sensi: intollerante politicamente, desolante professionalmente.
Dispiace far notare, tra gli altri evidenti segni di decadenza, il romanesco sciatto che dilaga anche a Radiorai, un tempo scuola indiscussa di buona dizione italiana. Non lo si sottolinea per fare speach shaming, ognuno parla come sa e come può. Lo si dice perché conferma la striminzita e compatta provenienza delle truppe di occupazione meloniane.
Si fanno scoprire, insomma. Simulino, almeno, la compresenza di truppe ausiliarie venete o calabresi o piemontesi. Dicano "ocio", ogni tanto, o "neh", almeno per confondere le carte.
Leggermente controcorrente
Attaccati al tram
Gonfi di ardore patriottico, apprendiamo dalla Stampa-Eiar-Stefani che il presidente Mattarella (sempre sia lodato) è stato accolto alle Olimpiadi più care e disorganizzate del mondo da ben tre “boati”. Il primo “quando appare. E come appare? Nessun effetto speciale, nessun elicottero, non la scorta di James Bond… ma un tram, un vecchio tram arancione”. E già sono soddisfazioni. Un “geniale tram”, non come quelli un po’ tonti che prendiamo noi comuni mortali: questo ha il master alla Bocconi (del resto “al banco di manovra c’è Valentino Rossi. Tranviere in cravatta”). “Un tram multietnico e simbolo di italianità”, ecco. “Un tram che racconta l’integrazione”, perché parla pure. “Un tram pieno di bambini, cioè di futuro”. Chiamiamo il Telefono Azzurro? No, anzi, “i bambini sono al riparo accanto al presidente della Repubblica italiana. Possono giocare, possono sorridere: stanno viaggiando”. E meno male che è arrivato Lui: finora non giocavano mai e piangevano sempre. Lui “è un presidente umano al tempo della disumanizzazione totale”, “è un presidente in tram. Prossima fermata San Siro. Ecco: sta arrivando Mattarella. Un altro boato”. E due. Perché “il presidente è un uomo che prende il tram, come tutti prendono il tram”, così come ai tempi del Covid era un “presidente spettinato quando tutti gli italiani erano spettinati”. Poi è stato “il presidente dottore, in camice e mascherina”. Insomma: “il corpo del presidente sempre come argine allo sprofondo” (qualunque cosa significhi). “Sergio, il nonno di tutti”, s’è meritato “il terzo boato, il più grande – ‘Sergio! Sergio!’ – allo stadio”. Perché intanto “era già sceso da quel tram numero 26, era già sceso come un cittadino”: con le gambe.
Tra una fermata e l’altra, il nonno in tram ha avallato un dl Sicurezza che fa inorridire pure La Russa. E ieri, non sappiamo a bordo di quale mezzo di trasporto, ha sentito al telefono la Meloni per autorizzarla a mettersi sotto i piedi le 550 mila firme del Comitato del No e a infischiarsene della legge che garantisce 50-70 giorni di campagna elettorale sul nuovo quesito appena validato dalla Cassazione, lasciando intatta la data del referendum al 22 e 23 marzo (appena 44 giorni). Tant’è che persino Nordio aveva ritenuto inevitabile un rinvio del voto di “due o tre settimane”. Invece Nonno Tram ha fulmineamente firmato il Dpr “giuridicamente ineccepibile” che se ne frega della Cassazione, della legge, della Costituzione e di oltre mezzo milione di cittadini, inclusi quelli che prendono il tram. E lì è partito il quarto boato, stavolta dall’intero centrodestra riconoscente. Così tutti hanno finalmente capito il messaggio subliminale del mezzo di locomozione: “Attaccatevi al tram”.
sabato 7 febbraio 2026
O Capitano mio Capitano!
L’emozione m’ha agguantato quando ti ho visto,
mentre Andrea, Tenore — guarda il fato — cantava quel “tramontate stelle” che a te, giammai, s’addice, o mio Capitano!
Reduce dall’ennesima battaglia — questa volta contro un subdolo nemico della malora — hai attraversato, assieme allo Zio Beppe, oggi commentatore televisivo mai di parte, il tuo epico campo delle mille battaglie pallonare: tu, Sovrano della difesa, Condottiero eroico nel Milan delle Meraviglie.
O Capitano, mio Capitano!
Sappiamo bene che ti ergerai vincitore anche dinanzi a questa avversità.
Che continuerai, con la tua eleganza, con quella mitezza — antitesi del tuo essere indomito a battagliar sull’erba — ad istruirci nel silenzio, nel retropalco, negli anfratti a te concessi.
Indomito come nessuno, mio Capitano!
Sensazioni olimpiche
Ho avvertito, nel corso della Cerimonia, una sensazione del tipo: «Guarda come saremmo bravi se non avessimo a che fare con questi cialtroni!».
Cialtroni spaparanzati nella super tribuna, voracissimi trangugiatori di visibilità. Non li nomino, ma l’identità è chiarissima — tranne Sergio Presidente, naturalmente.
Il Bulbarelli che è in noi, punito per aver svelato il viaggio in tram del Presidente, condotto da Valentino, certifica la nostra atavica smania del «so ma non posso parlarne!»: autentico cammeo italico, infarcito dai vari «conosco un amico che c’ha un cugino al ministero!».
Sfoderando l’Arte riusciamo a sbalordire chicchessia, pure quelli che arrivano con quarantacinque macchine di scorta e trecento guardie del corpo e che, al massimo, nelle loro terre — rubate a Toro Seduto — possono ammirare lo sciacquone di G. Washington.
Se non ci fossero i cialtroni, vivremmo di rendita, essendo compagni di strada del Bello.
Il telecronista preso all’ultimo momento, al posto del punito, che scambia Matilda De Angelis con Mariah Carey, sembra dire al mondo: «Benvenuti nel pressappochismo italico!».
Dicevamo l’arte: le duecento modelle vestite dalla buonanima di Giorgio Armani, coi colori della bandiera, validano davanti al globo l’unicità dei nostri prodotti, inarrivabili.
E poi le immagini dei luoghi incantati di cui siamo portatori sanissimi, con quel retrogusto amaro dovuto alla loro trasformazione in enclavi inaccessibili ai più: forbici sociali mefitiche che confermano l’agire imbelle dei cialtroni di cui sopra.
E quelle strisce di neve, tristissime, che urlano la dabbenaggine globale, con idioti al potere contenti per le nuove rotte mercantili aperte dallo scioglimento dei ghiacci.
Le nazioni che sfilano, gli arabi — che cazzo ci fanno gli arabi? — quel paese del Boia, fischiato giustamente, che pone un quesito: perché i russi fuori e loro no?
Sergio Mattarella che dice quindicesima al posto di venticinquesima — cavolo, l’emozione non conosce età.
Pierfrancesco Favino che interpreta alla grande L’Infinito di Giacomo Leopardi.
La sopracitata Mariah Carey, sponsor dello stoccafisso norvegese, che canta il must di Mimmo Nel blu dipinto di blu con la stessa intensità che avrei io nel tentare di battere il record del salto con l’asta di Armand Duplantis.
Bignamicamente: siamo sempre italiani, nel bene e nel male, circondati da cialtroni.


