mercoledì 16 settembre 2026

Inadatti costituzionalmente

 

Bandiera bianca


di Marco Travaglio 

Se volete spendere bene un’ora del vostro tempo, riguardatevi sul nostro sito o sul canale Youtube l’incontro alla festa del Fatto “Pane e bombe. L’Europa va alla guerra”, con Lucio Caracciolo, Gian Andrea Gaiani e Andrea Riccardi. Un breve tour nella follia di chi annuncia e prepara una guerra che non è in grado di vincere, ma neppure di combattere, dunque dovrebbe provarle tutte per evitarla con la diplomazia e la cooperazione: quella contro la Russia, prima potenza atomica mondiale, con 6.200 testate nucleari e missili ipersonici che nessuno può intercettare. Chi vaticina attacchi russi entro 2 o 3 anni, chi aumenta i letti negli ospedali e i loculi nei cimiteri, chi scava bunker, chi distribuisce manuali e kit da guerra atomica, chi mina i confini (Finlandia e Baltici), chi (in Spagna) fa scorte di carta igienica nel comprensibile timore di farsela sotto, chi (il governo svedese) annuncia che ogni notizia di una resa andrà considerata falsa (quindi Stoccolma non potrà mai arrendersi). Intanto i vertici militari e spionistici Nato fanno sapere a Politico che non risultano piani russi per attaccarci. Ergo dovremmo attaccare per primi, anche se la propaganda tenta di convincerci che saremmo i secondi perché Putin già ci attacca con la mitica “guerra ibrida” (che però fanno tutti da sempre).

I più bellicosi sono Baltici (10mila soldati in tre), Finlandia (17mila), Svezia (6mila) e Polonia, che almeno ha un esercito vero, ma non è solo anti-russa: è pure anti-ucraina, non avendo mai digerito lo scippo di Galizia e Volinia. In caso di guerra convenzionale, l’Italia rischierebbe non gli 86 caduti in vent’anni fra Afghanistan e Iraq, ma migliaia, senza contare i feriti e i prigionieri: perdite che nessuna società europea potrebbe sopportare per una settimana. Ma un attacco di Paesi Nato alla Russia, per le rispettive dottrine militari, innescherebbe una risposta nucleare che neppure Stati atomici come Francia e Uk potrebbero fronteggiare. E non c’è riarmo Ue né 5% di Pil alla Nato che possa colmare il gap: già oggi i paesi Ue spendono in difesa il triplo della Russia, ma hanno munizioni per 2 o 3 settimane, avendo per giunta svuotato gli arsenali per Kiev. Siccome poi la propaganda europea (Putin combatte con pale, tossici, ciechi e sordi, ma sta per invaderci) è meno credibile di quella russa (siamo il Paese più grande del mondo: perché dovremmo invadervi?), crescono fra gli europei i No al riarmo e alle armi a Kiev (in Italia i Sì sono rispettivamente il 28 e il 18%), figurarsi a un arruolamento: i politici che non vogliono chiudere bottega sanno cosa fare. Si spera che si avveri la profezia di Caracciolo: “Se entrassimo in guerra, non potrebbe durare più di qualche minuto: il tempo necessario per arrenderci”.

martedì 15 settembre 2026

L'Amaca

 


Non solo nero al cinema Europa


DI MICHELE SERRA


La famosa "onda nera" non è un fantasma, esiste per davvero. Ma esiste

anche il resto del mondo, e si organizza, pensa, parla, si presenta alle

elezioni e qualche volta le vince. L' avanzata delle nuove destre radicali

in tutta Europa viene spesso raccontata come se il resto della politica e

della società fosse una specie di materia inerte dentro la quale il nuovo

fascismo penetra come il coltello nel burro. C'è un attore malvagio

(l'onda nera, appunto) e c'è una massa di comparse che assistono

impotenti e inette. Piagnucolano e parlano quasi solo del loro spavento.

C'è un protagonista nuovo (l'onda nera) e tutto il resto è vecchio e

risaputo.

Poi i numeri (vedi in Svezia, vedremo altrove, Italia compresa) dicono che

la gara è apertissima, e l'esito tutt'altro che scontato. C'è vita anche a

sinistra, tra i conservatori democratici, tra i centristi liberali, i verdi, gli

europeisti, c'è vita e c'è una società organizzata, non ancora disarticolata,

che ha non solamente le sue leggi costituzionali, ha anche le sue

convinzioni etiche e culturali. Per esempio sulla questione dei diritti


delle persone, che i neri affrontano con ottusità e violenza: è sul quel

terreno che il baratro di civiltà si spalanca ed è impossibile non notarlo.

Ci cadranno dentro in parecchi, ma in tantissimi no, se ne guarderanno

bene.

I loro leader se la passano, tutti quanti, da "grandi comunicatori", ma

capita che comunicare cose ripugnanti non porti necessariamente

consenso, perché capita che "il popolo" sia composto anche da persone

con una loro storia politica non indegna, da cittadini muniti di qualche

idea in proprio. Sarebbe bello e utile che le prossime puntate della lunga

e drammatica serie Onda Nera prevedano, dunque, anche riflettori accesi

sul resto della scena, non solamente sui leader malvagi che vogliono

espugnare la democrazia. La democrazia non è solo un insieme di regole,

è anche un insieme di persone.


Tipico

 



Natangelo

 



Scanzi

 


La nostra pazienza messa a dura prova dal “Campo largo”


di Andrea Scanzi 

Dopo quattro anni di governo semplicemente disastroso, quando non patetico, il cosiddetto Campo largo non riesce a guadagnare consensi. E già questo è notevole. Tale stasi elettorale dipende da vari fattori, compreso il fatto che nelle ultime settimane il centrosinistra sta perdendo tempo straparlando di primarie. Due giorni fa, alla festa del Fatto Quotidiano, Giuseppe Conte ha spiegato – dal suo punto di vista – come stiano le cose. I Cinque Stelle erano disposti a scegliere un terzo nome, un po’ come capita sempre quando il Campo largo si presenta alle Comunali o alle Regionali. Stando al racconto di Conte, il Pd ha opposto ferma resistenza, rispondendo che l’unica maniera per scegliere il candidato presidente del Consiglio è quella di scegliere il nome del segretario del partito più forte all’opposizione. Ovvero Elly Schlein. Il M5S ha detto no, chiedendo le primarie e ricordando agli alleati (?) che è proprio il Pd che fa sempre le primarie, e quindi non si capisce perché le facciano sempre ma stavolta no (o forse si capisce benissimo).

Apriti cielo: i Cinque Stelle si impuntano, il Pd si impunta e lo stallo è totale. Daje! Schlein accetterebbe l’opzione primarie, ma solo con due nomi: lei e Conte, perché qualsiasi terzo e quarto nome (tipo Salis, Onorato, un candidato Avs, eccetera) indebolirebbe lei e avvantaggerebbe il rivale. I Cinque Stelle vorrebbero pure il voto online (giustamente), mentre il Pd molto meno. Sia come sia, con quella schifezza di legge elettorale chiamata “Melonellum”, la scelta preventiva del candidato leader è obbligatoria. Quindi un modo va trovato. Ricordiamo a lorsignori gli scenari possibili. E anche quelli impossibili.

Opzione 1: terzo nome. Ci si chiude in una stanza e si sceglie un nome che piaccia tanto a Pd quanto a Cinque Stelle e Avs (Renzi non va neanche contemplato), ma che non sia né Schlein né Conte. Tale nome esiste? No. A meno che qualcuno non voglia suicidarsi con Silvia Salis. Quindi?

Opzione 2: primarie. È un tema che non appassiona nessuno, ma allo stato attuale è l’unica strada percorribile.

Opzione 3: se proprio non piacciono le primarie, si potrebbe organizzare un duello o singolar tenzone, come nell’Ottocento, magari al tramonto, in diretta streaming, utilizzando delle spade o simili. Veder duellare Conte e Schlein in un parossismo di scimitarre, in effetti, sarebbe una scena mitologica.

Opzione 4: ci si trova tutti d’accordo per perdere preventivamente e si sceglie il tonitruante Bonelli. Così il disastro è assicurato.

Opzione 5: si sceglie il candidato premier sorteggiandolo. Potrebbe uscir fuori un Riccardo Ricciardi, e ci andrebbe bene; oppure un Filippo Sensi, e ci andrebbe malissimo.

Opzione 6: si fa scegliere il candidato da uno di quegli editorialisti renziani che pontificano sempre e non ci indovinano mai. Ci si potrebbe affidare per esempio a Stefano Cappellini, attuale direttore (sic) di Repubblica. La Meloni apprezzerebbe tantissimo.

Opzione 7: si evita direttamente di presentarsi alle elezioni, così la vittoria del destra-centro è sicura e non stiamo neanche a perdere troppo tempo.

Opzione 8: si fanno le primarie, però poi chi perde non rispetta l’esito del voto e comincia a litigare già prima di andare a votare. (A margine, questa ci sembra per distacco l’opzione più probabile).

Opzione 9: si emigra tutti in Uganda. Agili e in scioltezza.

Opzione 10: si guarda ventiquattr’ore su ventiquattro, per un mese di fila, un comizio qualsiasi di Giovanni Donzelli. Ci si rincoglionisce fino in fondo. E a quel punto si va a votare chiunque si opponga a uno come Donzelli, facendo poco gli schizzinosi. Parafrasando Cicerone: “Caro Campo largo, quanto ancora abuserete della nostra pazienza?”.


Fregnacce belliche

 

Chi “sfiora” e chi spara 


di Marco Travaglio 

Il Partito della Guerra ha capito tutto del voto sempre più anti-europeista degli europei. Infatti parla solo di riarmo e lo giustifica con famosi “attacchi russi” all’Europa. Possibilmente quotidiani. Ma, non trovandone di veri, è costretto a inventarli. Il famoso “attentato a Zelensky” col “drone russo” che “sfiora il suo aereo in Moldova” è rapidamente sparito dalle cronache perché smentito da Moldova, Russia e Ucraina, ma soprattutto perché il drone sfiorante ha mancato il presunto bersaglio di 160 km. Allora la Lituania ha lanciato un allarme droni (ovviamente russi) e chiuso l’aeroporto di Vilnius, mentre i caccia Nato si alzavano in volo per abbatterli: purtroppo era uno stormo di uccelli, non si sa se russi o ucraini, ma ora basterà interrogarli. Poche ore dopo, in Ucraina, un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno per Varsavia senza fare morti né feriti, ma costringendo a fermarsi il convoglio retrostante con a bordo i consiglieri militari di Italia, Germania, Francia e Regno Unito, l’ex capo Cia Petraeus e l’ex premier Johnson. Un normale atto di guerra contro consiglieri e spioni che aiutano militarmente Kiev e contro i treni che portano armi per colpire obiettivi civili e raffinerie in Russia, senza cambiare di un iota le sorti del conflitto, ma facendo morti e danni (specie alle nostre economie: infatti Trump ha intimato a Zelensky di piantarla). Ma, siccome non si butta via niente, la stampa guerrafondaia ne approfitta per gridare alla “guerra ai confini dell’Europa” (Corriere e Stampa) e all’“avvertimento alla Ue” perché “i droni di Putin sfiorano il treno dei diplomatici” (Rep). Ora, che ci sia una guerra in Ucraina, da sempre ai confini dell’Ue, si sa dal 2014. E il fatto che l’attacco russo sia avvenuto a 2 km dal confine polacco non significa che sia contro la Polonia o l’Ue: l’Ucraina, anche a 2 km dalla Polonia, è sempre Ucraina. Se poi i consiglieri militari vanno a Kiev per aiutarla ad attaccare la Russia, sono legittimi bersagli e il minimo che possa accadere è che rischino la pelle. Il che peraltro non è avvenuto, perché il loro treno è rimasto intatto. Però – dicono i trombettieri – è stato “sfiorato”: concetto piuttosto elastico, visto che il drone che ha “sfiorato” Zelensky s’è schiantato a una distanza superiore a quella fra Torino e Milano.

Intanto, mentre i presunti droni russi (uccelli inclusi) “sfiorano” a destra e a manca, i killer dei servizi ucraini si ammazzano fra loro, piazzano bombe a Montecarlo, trucidano rivali in affari a Bali, uccidono politici dissidenti, giornalisti, generali e ragazze in Russia, fanno esplodere gasdotti, bombardano petroliere nei nostri mari, sempre con danni, morti e feriti. Coi nostri soldi e le nostre armi. Ma che sarà mai: l’importante è che non “sfiorino” nessuno.