lunedì 14 settembre 2026

Ritorna l'oro nero

 

Torna l’èra del petrolio: sfida tra gli appetiti Usa e i “verdi” Opec e Cina


di Giuliano Garavini 

Titoli sul greggio che supera i 100 dollari al barile, bombardamenti ad oleodotti, gasdotti, petroliere e raffinerie dalla Russia al Golfo Persico, carenza di diesel, inflazione dovuta allo strangolamento energetico e, se non bastasse, il rischio che la spirale inflattiva spinga al rialzo i rendimenti dei titoli del debito pubblico. La nuova centralità mediatica e geopolitica del petrolio non va data per scontata: nel quinquennio seguito agli accordi sul clima di Parigi del 2015, la giovanissima Greta Thunberg era salita alla ribalta con la sua lotta al cambiamento climatico, la Commissione Ue l’aveva adottata facendone la bandiera di un Green Deal che avrebbe reso l’Unione una superpotenza verde; il principale think tankenergetico occidentale, l’Agenzia internazionale dell’energia, iniziava a pubblicare il rapporto “Net Zero” in cui delineava un tracollo dei consumi di petrolio, gas e carbone e un’impennata delle rinnovabili.

Prima la ripresa post-Covid, poi la guerra in Ucraina del 2022 e infine la guerra in Iran hanno seppellito l’ottimistica fiducia in una rapida e felice transizione, rilanciando la preoccupazione per gli approvvigionamenti di idrocarburi e per il loro prezzo. Nel 2025 il mondo ha consumato più petrolio che in tutta la sua storia passata e il petrolio resta la prima fonte di energia primaria al mondo, seguita dal carbone (i cui consumi continuano a crescere) e dal gas naturale. Le fonti fossili rappresentano ancora oltre l’80% dei consumi energetici del pianeta.

L’economia basata sulle fonti fossili è un treno in corsa che è assai difficile fermare. Alla testa del convoglio, con la mano sulla leva dell’acceleratore, c’è il capo treno Donald Trump, con i suoi alleati dell’internazionale reazionaria (da Milei a Meloni) e del capitalismo fossile. Ad agire sui freni ci sono i paesi dell’Opec e, soprattutto, la Cina, che sta promuovendo un impressionante processo di transizione energetica.

Trump ha annunciato una strategia di “energy dominance” che si fonda sul potenziamento della produzione nazionale di petrolio e gas e sul controllo dei flussi. Sul fronte della produzione, grazie alla “rivoluzione dello shale”, a partire dalla presidenza del (teoricamente) verde Obama gli Stati Uniti sono passati dal produrre 4 milioni di barili al giorno a quasi 15, diventando di gran lunga il principale produttore mondiale (non esportatore). Sempre grazie allo shale, gli Stati Uniti sono di gran lunga anche il primo produttore mondiale di gas naturale e il primo esportatore di Gnl. Siccome hanno riserve relativamente scarse di idrocarburi, l’amministrazione Trump, nel contesto della nuova “dottrina Donroe” rivolta ai paesi dell’America Latina, ha messo nel mirino il Venezuela, detentore delle maggiori riserve di petrolio al mondo. Dopo aver prelevato con un’operazione illegale l’illegittimo presidente venezuelano Maduro, e installato come fantoccio la di lui (ancora più illegittima) vicepresidente Rodriguez, la Casa Bianca ha nell’ordine: sequestrato i proventi dalle venite di petrolio venezuelano, deciso chi può comprare e vendere questo petrolio, imposto una nuova legge degli idrocarburi che privatizza il settore in favore di multinazionali estere e, dulcis in fundo, ha annunciato un nuovo accordo che assegna direttamente agli Usa il 20% delle riserve venezuelane facendone ufficialmente un protettorato.

Da dove vengono invece i freni alla “energy dominance” americana? Il primo ostacolo sono i grandi esportatori di petrolio riuniti nell’Opec+ nata nel 2016, con in testa Arabia Saudita e Russia (rispettivamente il primo e secondo esportatore di petrolio al mondo). L’Opec è stata indebolita dall’uscita formale quest’anno degli Emirati Arabi (il maggiore alleato di Stati Uniti e Israele tra le monarchie del Golfo), nonché dall’uscita di fatto del Venezuela, paese fondatore dell’Opec ma oramai, come si è detto, protettorato Usa. Come se non bastasse l’Iran e l’Arabia Saudita sono di fatto in guerra l’uno con l’altro.

I grandi esportatori non hanno però alcun interesse a massimizzare la produzione, favorendo una troppo rapida diminuzione delle riserve petrolifere nazionali, nonché a rinunciare al controllo dei flussi e degli stretti in favore della marina statunitense. Oggi il prezzo del petrolio incorpora un “war premium” dovuto alla destabilizzazione militare di due cruciali aree petrolifere come la Russia, dove vengono colpite raffinerie e centri logistici, e il Golfo Persico, dal quale proveniva il 20% degli idrocarburi mondiali. Se (un grande se) queste crisi trovassero una soluzione diplomatica i grandi consumatori inizierebbero prima a riempire le scorte (la riserva strategica Usa è ai livelli più bassi dall’82) e, una volta compiuto il processo, si troverebbero davanti a una sovrabbondanza di offerta che innescherebbe un tracollo dei prezzi con tanti saluti agli investimenti verdi. A subirne le conseguenze sarebbero certo anche i produttori di shale americani, ma anche per i Petrostati sarebbe una minaccia esistenziale dalla quale proteggersi in tutti i modi.

L’altro ostacolo per Trump è la Cina. In primo luogo perché Pechino si pone come il leader mondiale della transizione dal petrolio attraverso una massiccia elettrificazione del sistema energetico e un’impressionante espansione della mobilità elettrica e della produzione da fonte rinnovabili.

La Cina produce il 70% delle auto elettriche, l’80% delle batterie e una quota simile dei pannelli fotovoltaici del mondo. Per la prima volta nella sua storia questo quadrimestre i consumi di petrolio cinesi sono calati del 9% grazie alla mobilità elettrica. Pechino possiede poi una grande capacità, detenendone le maggiori riserve strategiche al mondo, di stabilizzare il mercato del petrolio e intrattiene con alcuni grandi esportatori, come l’Iran e la Russia, rapporti privilegiati incardinati su pagamenti in valute nazionali. Pechino è un pilastro di una possibile e progressiva “dedolarizzazione” del sistema dei pagamenti internazionali che passa anche per un ridimensionamento del ruolo dei petrodollari. In ultima analisi, per chi cerca soluzioni alla crisi climatica, Trump e la sua energy dominance sono un nemico, mentre i “nemici dell’Occidente”, dall’Opec alla Cina, andrebbero considerati interlocutori privilegiati.

Progetto e processione

 



Sfottò

 



Scenari allarmanti

 

Arma il tuo nemico 


di Marco Travaglio 

Chissà quanto si divertono gli sciiti yemeniti Houti a diffondere i video in cui sfilano a bordo di blindati Mrac made in Usa e mezzi leggeri targati Emirati dopo aver occupato roccaforti e porti sauditi, strozzando l’oleodotto che doveva bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Occidente li chiama “ribelli” e “pirati in ciabatte” anche se combattono con l’Ia dell’americana Anthropic. E, come scrive Francesco Vignarca sul manifesto, capita ormai in tutte le guerre di Usa&C. che il nemico usi contro di loro armi fabbricate da loro e fornite agli amici prima di finire fuori controllo: o perché gli amici diventano nemici, o perché gli amici perdono le guerre e abbandonano mezzi e armamenti alla mercé dei vincitori. Lo Yemen, diviso fra il Nord controllato dagli Houthi e il Sud in mano al regime filosaudita, è da anni teatro e vittima di una guerra per procura fra Riad (con dietro l’Occidente) e Iran. E, siccome oggi le guerre si sa quando iniziano ma non quando finiscono (tendenzialmente mai), lo sterminio israeliano a Gaza e la guerra di Netanyahu-Trump a Teheran hanno riattivato, rilegittimato e ringalluzzito gli Houthi, che bloccano i traffici nel mar Rosso mentre l’Iran paralizza Hormuz. Già nel 2015, sotto Obama, il Pentagono ammise di non avere più notizie di aiuti militari forniti al regime yemenita per oltre mezzo miliardo di dollari: erano finiti agli Houthi e al Qaeda. Del resto gli Usa, che avevano riempito di armi gli afghani contro l’Armata Rossa negli anni 80, se le videro poi puntare contro nel 2001, quando i buoni mujaheddin diventarono i cattivi talebani. Idem in Iraq, dove le armi fornite dall’Occidente all’amico sunnita Saddam per combattere i cattivi sciiti iraniani furono poi usate dai sunniti dell’Isis contro gli Usa e i loro neoalleati sciiti iraniani tornati buoni (e ora di nuovi cattivi); e anche i nostri Carabinieri si ritrovarono sotto il fuoco incrociato di pistole Beretta made in Italy.

Il prossimo paradosso, almeno per chi non conosce le dinamiche della guerra, lo vivremo nell’Ucraina che da 13 anni la Nato riempie di armi, scordandosi ciò che accadde dopo l’indipendenza del 1991, quando Kiev dovette restituire alla Russia l’arsenale militare (e anche atomico) che aveva in prestito: politici e oligarchi ucraini corrotti si rivendettero enormi quantità di armamenti al mercato nero, dall’Africa ai Balcani. Nei prossimi mesi, se e quando scatterà il cessate il fuoco, sarà ben difficile far tacere le armi e riprenderci quelle gentilmente offerte alla “resistenza”, visto che una buona parte è già passata nelle mani di milizie mercenarie, mafie internazionali e bande terroristiche. Che le punteranno addosso a chi pensava di armare l’amico e invece, come al solito, si preparava a spararsi nei piedi.

domenica 13 settembre 2026

Se si chiamasse...

 



L'Amaca

 


La legge impossibile


DI MICHELE SERRA


Non mi ricordo più se sono favorevole al maggioritario o al

proporzionale, e a pensarci bene, a furia di parlarne, ormai avrei

difficoltà anche a definire con qualche precisione i due sistemi. Una

specie di sfinimento rassegnato ha avuto la meglio, lungo gli anni, sul

mio già moderato interesse per la questione "sistema elettorale".

Credo, del resto, che nemmeno il politologo più secchione sarebbe in

grado di fare un riepilogo delle varie leggi elettorali italiane, quelle

andate in porto e quelle bocciate, quelle emendate e quelle ritoccate, in

un guazzabuglio infinito che ha un solo merito evidente: quello di

chiarire, una volta per sempre, che la mancanza di senso dello Stato non

è solo un problema dei cittadini. È anche un vizio di molti politici, che

dei cittadini sono, per altro, i degni rappresentanti. Dico questo perché

se c'è una legge che, per natura, avrebbe l'insolito potere di mettere

d'accordo tutti, perché non riguarda interessi di classe, o aspetti

ideologici, o singoli partiti, questa è proprio la legge elettorale. Serve a

tutti e vale per tutti allo stesso modo. È una legge funzionale. Tecnica.

Non di indirizzo politico. Super partes.


Perché dunque su quella legge ci si accapiglia da decenni? Perché in

troppi (quasi tutti) cercano di modellarla a seconda del momento

immediato e a seconda della propria convenienza. Per fregare

l'avversario. L'interesse pubblico, l'interesse collettivo, valgono zero. Non

fosse così, di legge elettorale non si parlerebbe più da un bel pezzo.

Andrebbe bene quella che c'è, perché disegnata nell'interesse della

democrazia, non dei singoli partiti. Questa qui di Meloni non solo non fa

eccezione: ma aggrava la penosa sensazione appena descritta.

Valide ragioni

 

AfD e Vannacci sono figli del capitalismo globale 


di Daniela Ranieri 


Seconda puntata sulla vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. Il cavallo di battaglia del programma del partito filonazista è la “remigrazione”, un’insidiosa parola neutra e tecnico-burocratica con cui le ultra-destre occidentali indicano la deportazione forzata di immigrati che si trovino già sul suolo patrio e dei loro discendenti, inclusi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza.

Al diavolo il diritto internazionale, i cui capisaldi sono il diritto d’asilo stabilito dall’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del ’51 e, in Italia, il diritto d’asilo garantito allo straniero a cui nel proprio Paese sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche (art. 10 della Costituzione). Del resto, il “diritto internazionale vale fino a un certo punto”, come affermò l’impeccabile Tajani commentando gli attacchi di Israele contro la Flotilla che voleva portare aiuti a Gaza. Forse questo intendeva il cancelliere tedesco Merz, quando disse che “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”: alterare la tara dell’accettabile, violando la dignità dell’essere umano in nome della “democrazia” e del “diritto di Israele a esistere”, specie se quell’essere umano è povero, di pelle scura e non europeo. La remigrazione, su cui si è avventato Vannacci come soluzione rapida e pulita al problema della mancata integrazione degli stranieri, è cresciuta dentro un brodo culturale i cui primi responsabili non sono stati i neonazisti, ma i rispettabili governanti sedicenti democratici. Lo hanno fatto applicando scientemente i principi del neoliberismo occidentale, la cui naturale evoluzione porta alla povertà di intere masse di cittadini e alla ricerca di un capro espiatorio facile e inerme.

Il programma economico di Afd è basato su un neoliberismo radicale: meno tasse, meno Stato, aiuti alle imprese, deregolamentazione e taglio della spesa pubblica. Non sono questi, forse, i principi con cui ci hanno governato finora? È il dogma che appare salvifico all’establishment europeo che idolatra i suoi sacerdoti come Mario Draghi. È stato nei nostri Paesi cosiddetti democratici che i meccanismi di regolazione, compresa l’immaginaria autoregolazione dei mercati, sono stati smantellati in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation). Solo così si è potuto far credere a fasce di popolazione sempre più povere che l’ostacolo principale a una più equa distribuzione della ricchezza non fosse la riduzione della spesa sociale a vantaggio delle imprese e, negli ultimi anni, del complesso militare-industriale, ma la concorrenza di miserabili che pretendevano un tozzo di pane. È su questa base ideologica che il governo Meloni, col giubilo dei centristi e di tutto l’apparato mediatico benpensante e liberale, ha potuto togliere il Reddito di cittadinanza, introdotto dal M5S, a milioni di famiglie ridotte alla fame. Gli ultimi saranno gli ultimi: è il credo della civiltà occidentale di marchio Usa. Afd esplicita che i diritti assistenziali sono rivolti solo alla popolazione autoctona (“noi, il popolo”) con l’esclusione degli stranieri, e questo evidentemente rassicura parte dell’elettorato più debole.

Le ricette di Meloni-Salvini-Tajani – millantare di poter chiudere i porti (in un Paese fatto per 3/4 di coste); “esternalizzare” i migranti, trasferendoli a caro costo in container prefabbricati in Albania (salvo poi doverli riportare indietro ex lege); creare nuove fattispecie di reati per criminalizzare la povertà e aumentare la percezione d’insicurezza dei cittadini – si son rivelate velleitarie.

I giornali della borghesia ex progressista fingono di non ricordare il rimedio agli sbarchi ideato dal governo Gentiloni nella persona dell’allora ministro dell’Interno Minniti, da cui la dottrina omonima: il Memorandum Italia-Libia (2017), stilato col governo di Tripoli per finanziare, addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica affinché bloccasse i barconi dei trafficanti prima che lasciassero le acque territoriali, incarcerando i migranti in centri che l’Onu ha definito “lager”. La Guardia libica fa il lavoro sporco per noi; dacché il gioco s’è rivelato anche inefficace, alla gente immiserita non resta che l’ultima carta: votare per chi promette di radicalizzarlo.

La globalizzazione e la flessibilità del mercato del lavoro hanno spezzato la solidarietà di classe, sfruttando la forza-lavoro straniera per abbassare i salari ed erodere diritti. I governi del capitalismo neoliberista, di destra e di centrosinistra (chi ha fatto il Jobs Act? Chi ha eliminato l’art.18?), hanno fomentato la competizione, esaltando il “merito” e indicando gli stranieri poverissimi ai salariati poveri come causa della loro miseria. Quella di AfD è solo la ferocia dei liberal-capitalisti resa esplicita. AfD, Vannacci e le altre destre razziste sono figli loro.