Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 3 settembre 2026
La verità che ti fa putiniano
Poteva andarci peggio
Per usare un paradosso, c’è da sperare che il governo tedesco dica eccezionalmente la verità, quando accusa Putin di aver inviato un russo e un bielorusso a piazzare un drone esplosivo che non è esploso all’aeroporto di Lipsia accanto a un Antonov ucraino che trasportava mezzi militari pesanti di Ue e Nato. Intanto perché così la Germania darebbe un’occhiata ai suoi formidabili sistemi di sicurezza che, dopo anni di allarmi sulla guerra ibrida, consentono a due presunti terroristi di andarsene a zonzo fra aerei tedeschi e ucraini con droni e bombe. Ma soprattutto perché avremmo la prova che, fra le due tipologie di leader mondiali su piazza – i criminali irresponsabili che mirano alla terza guerra mondiale nucleare e i criminali responsabili che puntano a scongiurarla –, Putin appartiene ancora alla seconda. Facciamo finta che il drone l’abbiano piazzato quei due e, soprattutto, che li abbia mandati Putin e non qualche gruppo di opposizione foraggiato da un Paese Nato o da Kiev per un’operazione sotto falsa bandiera, o i falchi russi ostili alla gestione blanda della guerra e ansiosi di ricorrere all’atomica o solo di indebolire Putin alla vigilia delle elezioni parlamentari. Vorrebbe dire che Putin, per ora, non può o non vuole spingere la guerra con Ue e Nato oltre qualche innocuo buffetto. Basta confrontare le azioni occidentali e le reazioni russe. Da un lato l’allargamento della Nato a Est (da 16 a 32 Paesi in 27 anni); la rivolta ucraina pilotata nel 2014 per instaurare un regime-fantoccio e inglobare Kiev nell’Alleanza; e, dopo l’invasione, la guerra per procura alla Russia camuffata da “difesa dell’Ucraina” con missili e droni occidentali in territorio russo su obiettivi civili, energetici e strategici; 21 pacchetti di sanzioni; il sequestro di 200 miliardi di asset privati russi che ora qualcuno vuole pure rapinare; campagne russofobe contro artisti, intellettuali, atleti russi; un gigantesco piano di riarmo unidirezionale (contro la Russia); il tutto per spalleggiare il Paese invaso che però, piccolo particolare, non fa parte dell’Ue né della Nato; e senza neppure il fastidio di dichiarare guerra a Mosca.
Visto con le lenti occidentali, è tutto normale: anche avallare le aggressioni di Usa e Israele all’Iran, miglior alleato di Mosca in Medio Oriente insieme alla Siria, e quella degli Usa al Venezuela, miglior alleato di Mosca in Sudamerica. Ma, visto con gli occhi del popolo russo, si chiama minaccia esistenziale. E quando una o più potenze s’infischiano delle conseguenze dei propri atti sulle altre, scoppiano le guerre mondiali. Se finora la Russia ha reagito alla nostra guerra non dichiarata con qualche drone senza morti né feriti né danni, è una buona notizia. Poteva pure farci esplodere un paio di gasdotti, per dire.
mercoledì 2 settembre 2026
Da un momento all’altro!
Pensa che mi aspettavo una manina che lo accarezzasse in testa dicendogli “Si ok! Ora andiamo dai! Sei birichino però, quante volte ti ho detto di prendere le caramelline bianche che ti fanno tanto bene! Forza, si va al centro con gli amichetti a colorare le barchette!”
L'Amaca
I poeti degli altri
di Michele Serra
Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio. È un poco, all'ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l'opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.
Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) i versi rodariani contro la guerra: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.
Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell'educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall'infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?
Raggelante
In Sassonia l'Afd punta a far dimenticare il nazismo: "Basta con arte e memoria"
di Tonia Mastrobuoni
Mary Pünjer fu arrestata a luglio del 1940 perché «lesbica»; due anni dopo un medico la assegnò al «trattamento speciale 14f13». Un eufemismo: i nazisti erano maestri delle figure retoriche, delle «soluzioni finali», come ci insegna Viktor Klemperer. E quel programma dal nome innocuo nascose per anni una colossale operazione di annientamento di persone considerate «incapaci di lavorare» perché down o epilettiche, cieche o sorde, schizofreniche o depresse. Oppure, diverse. Mary Pünjer fu trascinata in una delle sei «Tötungsanstalten», delle «cliniche della morte» distribuite nel Terzo Reich. Arrivò il 28 maggio del 1942 nell'istituto psichiatrico di Bernburg. Il giorno stesso fu gasata e cremata nella cantina della clinica. Era un «Ballast», una «zavorra», era «indegna di vivere»: i nazisti definivano così le persone fuori dai canoni, che fossero disabili o irrequiete o omosessuali.
In tutto furono 14mila gli «indegni» massacrati a Bernburg, in Sassonia-Anhalt. E ad oggi la camera a gas è praticamente intatta. Fa ancora rabbrividire: c'è tutta l'efficienza delle macchine della morte hitleriane, la stessa di Treblinka o Birkenau. C'è la finestrella che consentiva ai medici di osservare lo stato di avanzamento dei soffocamenti; il pavimento a scacchi bianchi e neri leggermente in discesa verso l'ingresso per una pulizia più rapida dopo la rimozione dei cadaveri. E il fumo dei morti «indegni» e dei pazienti «normali» dell'ospedale accanto passavano per un'unica, gigantesca ciminiera che ancora torreggia accanto alla clinica.
Migliaia di studenti vengono a Bernburg ogni anno dalle scuole di tutta la Sassonia-Anhalt, ma anche da altre regioni tedesche. «Siamo già prenotati per tutto il 2027», racconta Judith Gebauer, direttrice del Memoriale. «È importante per i ragazzi conoscere la storia della persecuzione delle persone disabili o di chi veniva etichettato come "incapace". È una storia della crudeltà dei nazisti diversa, per molti nuova, che si aggiunge allo sterminio degli ebrei o dei Sinti e Rom. E chi viene qui, rimane spesso molto colpito».
Ma in vista delle elezioni di domenica, la direttrice del Memoriale di Bernburg è «preoccupata», confessa. Perché l'Afd potrebbe vincere le elezioni e andare al potere. E ha già scritto nero su bianco che luoghi come Bernburg rischiano grosso: l'ultradestra vuole cancellare l'istituto che finanzia le visite scolastiche nei memoriali, il Landesinstitut für politische Bildung. Il partito, del resto, diffama chi visita i campi di sterminio come «Nazi-Zombies», come «zombi del nazismo», come se fosse un culto malato e non un'esperienza fondamentale per milioni di ragazzi che toccano con mano l'inferno della disumanizzazione hitleriana.
Da quando è nata, l'Afd ha sviluppato un'ossessione per relativizzare e minimizzare il nazismo. Del resto, ne mutua il linguaggio e persino le idee. Attraverso i suoi maggiorenti più estremisti come il leader dell'ala völkisch, Björn Höcke, puntano a «una svolta a 180 gradi» nell'approccio al Terzo Reich. E se i nazisti chiamavano «Ballast» (zavorra) i disabili e li sterminarono, Höcke li ha definiti tre anni fa «Belastung»: un peso.
Analogie e assonanze volute. Del resto, l'ex leader Alexander Gauland disse che il dodicennio hitleriano andava considerato «una cacata d'uccello» nella millenaria storia tedesca. E la Sassonia-Anhalt, dove uno dei più radicali esponenti del partito è in predicato di fare il ministro dell'Istruzione e della Cultura, Hans-Thomas Tillschneider, dovrà essere l'avanguardia di questa mostruosa mistificazione storica e purificazione etnica.
L'Afd urla da anni «basta con il culto della colpa», un termine mutuato dai teorici della Nuova destra che vuole trasformare i tedeschi da carnefici in vittime. E il filorusso ammiratore di Putin Tillschneider ha creato già uno slogan che la dice lunga, che dovrà valere per i musei come per le scuole, per le istituzioni culturali come per i teatri: «Più Bismarck, meno Hitler». Soprattutto, ha partorito un hashtag che lascia poco spazio alla fantasia: #deutschdenken (#pensaretedesco). Viene dritto dal nazismo, è la citazione di un celeberrimo discorso del 1938, quando il Führer si rivolse alla Gioventù hitleriana e tuonò che quella gioventù non doveva imparare altro che pensare tedesco, agire tedesco, sentire tedesco. Nell'autunno del 2023, a Schnellroda, quartier generale del «papa» della Nuova destra tedesca, Götz Kubitschek, Tillschneider disse che «il nostro passato non deve essere più un peso per noi ma un desiderio».
Il settimanale Spiegel ha rivelato che nel 2017 Tillschneider aveva intenzione di presentare una mozione per abolire, tout court, la Fondazione regionale dei memoriali. Poi accadde che Björn Höcke disse la sua frase più famigerata: «Il Monumento all'Olocausto di Berlino è una vergogna». La bufera che travolse il leader della Turingia convinse il collega della Sassonia-Anhalt a seppellire la proposta. Ma l'Afd presentò comunque una mozione per creare un memoriale delle vittime dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quelli degli Alleati, ça va sans dire.
La guerra alla cultura, in ogni caso, è più ampia, più spaventosa. Tillschneider ha definito il Bauhaus, uno dei più importanti movimenti artistici della storia, «una strada sbagliata della modernità», una scuola «priva di identità». È appena il caso di ricordare che la scuola fondata da Walter Gropius fu costretta a lasciare Weimar negli anni Venti, durante il primo governo in Turingia appoggiato dai nazisti. Era considerata arte «degenerata», troppo ebrea ed espressione di uno spirito «decadente». Gli artisti si spostarono in Sassonia-Anhalt, a Dessau. E nel desiderio di riportare «le usanze», il «Brauchtum» germanico nei musei e nelle istituzioni, un partito di estrema destra minaccia — di nuovo — un monumento della modernità come il Bauhaus.
Sembra uno scherzo di cattivo gusto. Non lo è. Tanto che insieme a decine di istituzioni tra cui il Memoriale di Bernburg, il Luthermuseum, il Theater Magdeburg, Ferropolis, l'Associazione dei musei della Sassonia-Anhalt, il Bauhaus di Dessau ha firmato un appello in cui si mette in guardia dalla «politica culturale patriottica» annunciata dall'Afd, che «vuol essere solo l'espressione di una comunità etnicamente omogenea», che mostra inquietanti tratti «völkisch-nazionalisti». Che punta a distruggere l'arte come «spazio aperto, pluralistico». E ammette solo «l'identità tedesca». Un inquietante déjà vu.


