mercoledì 2 settembre 2026

Preparativi elettorali

 



Fatta a misura

 

Ballottaggio. Il sogno di avere i voti di Vannacci, però senza Vannacci 


di Alessandro Robecchi

La legge elettorale è quella cosa di cui si discute animatamente prima delle elezioni per cercare di non perderle. È una tradizione italiana, come la pastasciutta e la festa del patrono, perché scandalizzarsi? Il bello della legge elettorale è che viene formulata, studiata e cucita sui sondaggi: a seconda di quello che si pensa voterà la gente, si fabbrica uno strumento apposito per indirizzare il voto dalla parte di chi fa la legge elettorale, cioè il governo. Quindi ogni legge elettorale che uscirà dalle votazioni delle prossime settimane sarà uno strumento della maggioranza per restare al governo, indipendentemente dal voto, o meglio modellando il voto sulle nuove regole.

Ora che il problema per la destra è l’ultradestra, il miglior barbatrucco è quello del ballottaggio: un ragionamento basico ed elementare. Le truppe littorie del generale (ammesso che dopo le manfrine non entri in coalizione) voteranno il generale, e vabbè; e poi, dopo i risultati del primo turno, correranno a votare per la destra perché alla fine penseranno che è meglio Meloni con i suoi famigli che i pericolosi “comunisti” (Ossignùr, ndr). In questo modo, dicono i sostenitori del nuovo marchingegno, si avranno i voti degli arditi di Vannacci senza avere tra i piedi Vannacci, cosa può andare storto?

La faccenda del ballottaggio spunta dalle liti su altre questioni, dopo che la nuova legge elettorale ha fatto morti e feriti sul campo, tra franchi tiratori, preferenze, parità di genere e i famosi cespugli. Un mega-premio per chi prende il 42 per cento, è la sostanza, per poi scoprire che il 42 per cento Meloni non lo prenderà, e allora si propone il ballottaggio se le due coalizioni superano il 40. Ma poi rifanno i conti e decidono che anche il 40 per cento è un obiettivo difficile, con la Lega che conta come il due di picche e Forza Italia in caduta libera, e allora ecco un altro emendamento per fissare il ballottaggio sopra il 38 per cento. Tutto questo nell’attesa che i sondaggi si muovano ancora, come la terra a Pozzuoli, e allora forse si scenderà di nuovo, una rincorsa senza fine che farà delle elezioni una specie di sudoku inestricabile, purché una maggioranza a pezzi, che non ha più la fiducia del Paese, riesca a vincere lo stesso.

Una cosa si sa già: metà del Paese non vota, e nulla indica che lo farà la prossima volta, quindi una maggioranza del 38 per cento – poniamo – sarà espressa da una minoranza della metà del corpo elettorale, il che significa un Parlamento eletto da una relativamente piccola élite di italiani, con un oggettivo restringimento dell’idea di democrazia.

Si aggiunga al polpettone un ingrediente che dà sapore: il partito che spera nel pareggio, un’élite nell’élite, che ha il sogno dichiarato che non vinca nessuno per essere chiamata, insieme a qualche Draghi di turno, se non addirittura il Draghi vero, a salvare la baracca dall’alto delle sue indiscutibili eccellenze, tipo Calenda, per intenderci. Di solito, sono i più accesi sostenitori del riarmo, quelli che un giorno sì e l’altro pure seminano paura e timore di essere invasi da chissà chi pur di comprare bombe e missili. Gli stessi che mettono in guardia: occhio che le elezioni saranno disturbate dalla guerra ibrida, da qualche direttore d’orchestra russo, o dai famosi hacker su TikTok. Immagino che gli italiani siano molto appassionati da queste questioni, che non pensino ad altro, magari per distrarsi con qualcosa di divertente mentre fanno la spesa a prezzi newyorkesi, ma con stipendi italiani.

Scomoda precisazione

 

Putin fa cose


di Marco Travaglio 


A leggere i media che la sanno lunga, nei tre mesi estivi Putin è riuscito in una serie di misfatti che uno normale faticherebbe a perpetrare in 30 anni (anche perché intanto devasta l’Ucraina e avanza in quel che resta del Donbass). L’ultima è stata truccare il referendum islandese sull’Ue (Riotta su Rep: “Spot e notizie false sui social: l’ombra lunga del Cremlino sul trionfo dei No”). Ma questo è niente. Ha spedito droni in tutto il Nord Europa, camuffandoli così bene che non s’è trovata mezza prova, ma si sa che erano russi, specie quelli ucraini. Ha piazzato un drone esplosivo che però non è esploso all’aeroporto di Lipsia e Merz dice che è suo, anche se pure oggi le prove le porta domani (invece per i gasdotti fatti esplodere per davvero dagli ucraini, Kiev va premiata con più soldi e più armi). E chi ha lasciato lì “un deposito d’armi in un bosco vicino Berlino”? “Sospetti sugli 007 di Mosca” (Rep). Ha incendiato “fabbriche d’armi tra Estonia, Bulgaria e Italia”, a Colleferro, dove Crosetto esclude i russi, ma Iacoboni li sgama: “Il Cremlino assolda gang locali per non lasciare impronte” (Stampa). E ha pure scatenato la “disinformazione per influenzare le elezioni in Sassonia-Anhalt con l’Operazione Matrioska” e screditare “Glucksmann, candidato in Francia” (Foglio), che crolla nei sondaggi non perché è una pippa al sugo detestata dai francesi, ma perché non piace a Putin.

Ha infiltrato in Slovenia una tal “Viktorija Krivolucka, nata in Russia e amica della presidente Musar”. Ha fatto una capatina a Vagli di Sotto (Garfagnana, 843 abitanti) per apporre una “targa in memoria di Daria Dugina”, simpaticamente assassinata a Mosca dagli ucraini, fra le proteste di Filippo Sensi per lo “scempio” (non l’omicidio: la targa). Ora prepara “attacchi ibridi” su “Isole Svalbard, Isole Aland, Estonia, Gotland e Corridoio di Suwalki” (Corriere), l’invasione dei “Paesi Baltici, la preda più facile per lo Zar”, della Norvegia “cruciale per Putin” (Domani) e della Gran Bretagna (“Londra si prepara a un attacco russo: ‘Lo faranno, è inevitabile’. Scorte d’acqua e cibo in scatola, in arrivo nuovo ‘manuale’, Corriere). Lì, per portarsi avanti, ha già “rubato i dati di 9 milioni di passeggeri” (Rep). Nei ritagli di tempo, “arruola spie-escort da Hollywood alla rete di Epstein” (Iacoboni), senza dimenticare “le falle del sistema Infantino e la rete dai sauditi a Putin per impadronirsi del calcio” (Rep) dopo aver fallito d’un soffio l’operazione Pirlo. Last but not least, ha riempito Ceuta di marocchini coi “canali russi e la macchina delle fake” (Foglio), ma senza avvisare Calenda, che accusa Meloni di “perder tempo su cinque migranti invece di capire cosa fare se Putin attacca l’Europa”. A proposito: ma non era moribondo?


martedì 1 settembre 2026

Nel 2026

 


Felpatamente questa scioccante notizia scongela sentimenti ondivaghi, scatenando fondamentalmente vergogna, triste vergogna, per come abbiamo tradito valori essenziali riconducibili alla dignità comune, dovuti alla Vita.

Già, la Vita! Quella che questa famiglia ha deciso di lasciare perché sopraffatta dalla solitudine, dal probabile scantonamento di molti, dall'indifferenza gelata e globale attanagliante.

Hanno deciso scientemente di farla finita, tutti, e si sono portati via pure il cane. La bimba soffriva di problematiche che non mi permetto di scandagliare, sviscerare. Agli occhi di tutti era diversa, come diversi sono molti, moltissimi, per chi discrimina. Era diversa perché quaggiù un tempo li nascondevamo agli occhi degli altri, oggi sulla carta si tenderebbe a normalizzare, ma il rischio di emarginarli assieme ai familiari è ancora alto.

Perché avere una figlia diversa alle feste dei bimbi, al ristorante, in spiaggia... dai, non facciamo finta di non capire! E la famiglia introita questi sentimenti, li ingigantisce nella solitudine. Poi il problema del futuro: chi si curerà di lei, come l'accoglieranno gli altri?

E ancora sulla solitudine, antitesi della compartecipazione: i servizi sociali, sempre più blandi per mancanza di risorse, destinate a comprare armamenti — Dio vi strafulmini, balordi infami! — la salita quotidiana per aspettare la sera, per chiudere gli occhi con la fobia dell'Aurora — che diceva il saggio dalle dita rosate — e tutto il companatico delle amarezze, sbocconcellato a tavola, le occhiate d'intesa, la preparazione meticolosa della "partenza" pur se i cellulari vibrassero ancora, le idee di andare da qualche parte, la consapevolezza che la diversità, se non la si ama, la si nota. Ho contezza di questo: lo vissi in giovinezza, vedendo bimbi e bimbe accostarsi ai cosiddetti "diversi della società" in semplicità, senza nulla notare, perché quando si parlano i cuori non esistono barriere, confini, evidenziatori di sorta.

Questa famiglia ha quindi deciso di andarsene, ha organizzato il passaggio, non disturberà più, è nella pace.

Resta il disagio, il silenzio, la consapevolezza che questa società, così com'è attualmente organizzata, prima o poi dovrà essere abbattuta, sviscerata, ribaltata.

Non possiamo considerarci degli esseri umani pensanti se continueremo a spargere indifferenza, gelo, noncuranza, apatia, ignavia.

Giuro che, mentre li saluto con tanto affetto, provo vergogna smisurata e corresponsabilità.

Perdonateci!

Forse è meglio così!

 



Dialoghi veri?

 



L'Amaca

 


La cultura come antidoto

di Michele Serra


La promozione della «cultura patriottica» e dell'identità nazionale è una fissazione comune di tutte le nuove destre. Ne fa parte la grottesca decisione della Rai meloniana di sostituire Rai Scuola con una rete che si chiama Italiana, e si sa già come andrà a finire: la promozione del caciocavallo e il corteo degli sbandieratori potranno finalmente prendere il posto delle pedanterie tendenziose dei professori di sinistra. Per non dire della campagna dei fascisti tedeschi di Afd contro il glorioso Bauhaus, che fu culla del modernismo europeo e in quanto tale viene giudicato «non tedesco». Già il nazismo aveva inserito Bauhaus nel lungo elenco dell'«arte degenerata», quasi un secolo dopo si deve prendere atto che qualcuno ci riprova.

Perché mai arte e cultura debbano essere «patriottiche» è una domanda che non prevede risposta. È insensata in partenza. Da sempre, ma tanto più nel mondo incredibilmente rimpicciolito dal web e dalla continua contaminazione culturale, le gabbie nazionali stanno molto strette alle attività intellettuali. Basta dire «università» per capirsi, anche etimologicamente parlando. E basta pensare alla ricerca scientifica per considerare le identità nazionali come irrilevanti.

Non c'è materia più cosmopolita della cultura, che per sua natura va oltre le angustie, il già noto, il già digerito. Mettere sotto controllo intellettuali e artisti è l'ossessione di tutti i regimi, tanto più se quei regimi nascono speculando sulla paura del nuovo, del diverso, dell'impuro. Il mito della Tradizione che ci salva da tutto ciò che sta fuori dall'uscio di casa fa colpo su chi, non avendo potuto studiare, ha meno cultura: appunto. La cultura fa respirare. È il principale antidoto all'idea claustrofobica di Patria che i nuovi patrioti cercano di somministrare al popolo.