Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 30 agosto 2026
L'Amaca
La parola terrorista
di Michele Serra
Terrorista, per chi come me è nato e cresciuto nella seconda metà del Novecento, è una parola importante. Definiva chi metteva le bombe sui treni e nelle piazze facendo strage di innocenti (terrorista nero) e chi freddava un essere umano inerme a revolverate davanti al portone di casa o mentre andava al lavoro (terrorista rosso). C'era un ingresso netto e ben definito che portava al terrorismo abbandonando la vita civile. Un varco ben distinguibile, non equivocabile.
Ora, grazie al nuovo potere paranoico che vede in Trump il suo campione (con parecchi emuli in giro per il mondo), terrorista è diventata una parola fasulla, un abuso lessicale. È quasi sinonimo di dissidente, o di antagonista, o di radicalmente differente. Per essere definito terrorista non serve progettare attentati o usare violenza allo scopo di sovvertire l'ordine sociale. Basta non omologarsi, non obbedire, non rigare diritto di fronte all'autocrazia finanziaria e politica che si crede sola regola del mondo. Così la piccola vicenda del sito «Autistici/Inventati», oscurato dagli americani perché «terrorista», ha un grande significato. Provate a organizzare dissenso, o a diffondere pensiero antagonista, anche senza alcuna intenzione o azione violenta: sarete terroristi, e perseguiti per esserlo.
Incredibilmente, provò a chiamare «terroristi», l'amministrazione americana, anche le innocenti e pacifiche vittime dell'Ice. Dovette ingoiare la bugia perché troppo smaccata, troppo ignobile perfino per l'ignobile bolla del trumpismo. Ma di qui in poi, quando sentiamo dire «terrorista», prima di pensare al destinatario di quella definizione sarà meglio pensare al mittente.
Dice proprio la verità!
I dem le studiano tutte contro Conte premier
O partigiano portalo via”, potrebbe cambiare la prima strofa di Bella (anzi, bello) ciao, nella edizione riveduta e corretta su misura per Giuseppe Conte.
Non v’è chi non veda come nel Pd e derivati regni letteralmente il terrore per i sondaggi che danno (darebbero) vincente il capo del M5S in caso di corsa a due con Elly Schlein.
Da qui l’alluvione di proposte tese a cancellare le primarie per la scelta del leader del centro-sinistra (“Pericolo ordalia”, “resa dei conti”, “autogol” , “bagno di sangue” “Una sciagura, non fatemi votare”, implora Francesco Piccolo sulla prima pagina di Repubblica).
Appelli strappacuore mirati unicamente – inutile girarci attorno – a evitare la possibile vittoria dell’ex premier. Considerata questa, evidentemente, la conseguenza più catastrofica della cosiddetta scelta “dal basso”. Peggio ancora, si lascia sfuggire qualcuno, di un possibile bis della Meloni.
Quelle stesse primarie citate con enfasi una ventina di volte nello statuto dei Dem e popolarissime quando catapultarono, contro ogni previsione, Elly Schlein al vertice del Nazareno. Invece, questa volta, Conte lo hanno visto arrivare, e con largo anticipo, e dunque urge escogitare delle soluzioni, anche le più scombiccherate, per scacciare l’incubo.
Si va dal recupero della figura dell’“anziano partigiano”, purtroppo, per ragioni di anagrafe, trapassata a miglior vita (preferibile, in alternativa, un tenero virgulto diciottenne, possibilmente vivente) evocata speranzosamente da Roberto Speranza, e prontamente rilanciata da Angelo Bonelli. Al “nome simbolico” di Dario Nardella.
Senza contare le terze opzioni (Salis, Gualtieri, Manfredi): numero fatale il tre (Terza via, eccetera) che al centrosinistra non ha mai portato benissimo.
Insomma, pur di evitare la iattura Conte, si resuscita lo iettatorio “comitato dei garanti” (ma si potrebbe anche “aprire un tavolo”), rovistando in un armamentario che fa parte, a pieno titolo, del progressismo differito e fancazzista.
E allora, perché non estrarre a sorte il nome del candidato premier, ’ndo cojo cojo, dalle Pagine Gialle. O Bianche. O dalla Guida Monaci? Oppure lanciare una monetina per aria come fanno gli arbitri di calcio (ahi, sul nome dell’arbitro si aprirebbero sicuramente altri contenziosi)? O anche indicare il prescelto (a) al termine di una sfida sui cento metri, o al ping-pong, o al karaoke.
Sconsigliato invece un referendum al Cefalù bistrot di Lavitola, tra le menti raffinatissime appassionate di vongole sgusciate.
Resta il fatto che all’interno di una coalizione che dovrebbe, per l’appunto, coalizzarsi per vincere le prossime elezioni, il vero problema consiste nell’azzoppare un possibile candidato alla premiership. Altro che leggendario programma! Altro che sconfiggere Giorgia Meloni! “O partigiano, portalo via”.
Sfacciataggine
Roma provincia di Kiev
Siccome pensa di averci ormai mitridatizzati a ogni veleno, il nostro sgoverno ha pensato bene di arruolare come consulente per la guerra a non si sa bene chi l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Un mese fa Zelensky l’aveva licenziato: non, come si usa da quelle parti, perché fosse agli arresti o stesse per finirci; ma perché tentava di bonificare gli appalti militari, che hanno portato in galera decine fra ministri, viceministri e funzionari per aver rubato montagne di soldi nostri. Quindi era diventato molto popolare, come Zelensky nel 2019, quando fu plebiscitato al posto di Poroshenko, oligarca corrottissimo e fantoccio Nato, perché prometteva guerra al malaffare e pace con Mosca, salvo poi fare l’opposto. E chi dà ombra al democratico Zelensky deve sparire. Prima il generale Zaluzhny, poi Fedorov. Questi ha spiegato l’epurazione con la sua battaglia per la trasparenza e con la gelosia del presidente. Che lui accusa di non volere le elezioni malgrado sia scaduto da 27 mesi (“La democrazia non è un lusso da tempo di pace”) e di coprire il sistema corrotto (“Dovrebbe rispondere a molte domande sulle indagini”). Infine ha rotto il tabù della propaganda ucraino-europea ammettendo che “Kiev sta lentamente perdendo la guerra”. Poi è anche un furbetto che cerca sponde Usa dai soliti Musk e Thiel e illude il popolo sulla “guerra dei droni” che dovrebbe sostituire quella delle truppe in trincea e alleviare pure i reclutamenti forzati: invece è proprio la penuria di “carne da cannone” ucraina che ha segnato fin dall’invasione del 2022 le sorti del conflitto a vantaggio della Russia.
La domanda a questo punto è semplice: che è saltato in mente a Meloni e Crosetto di ingaggiarlo? Vogliono trasformare l’Italia nella discarica di Zelensky? O condividono che la scommessa sulla vittoria ucraina era una baggianata e che il regime che continuano a foraggiare e armare è ben poco democratico e corrotto fino al vertice? Il fatto che Fedorov non costi (per ora) altri soldi ai contribuenti italiani significa che darà qualche parere quando capita fino alle elezioni ucraine: un advisor più di facciata che altro. Ma le supercazzole di Crosetto esaltano le sue “significative esperienze nel campo dell’innovazione digitale applicata alla Pa e alla difesa”, come se le nostre università non avessero esperti d’eccellenza (addirittura premi Nobel) e dovessimo importarli da uno dei Paesi più falliti, mal governati e corrotti d’Europa. E come se già non fossimo (purtroppo) all’avanguardia sul mercato della morte. Fedorov, forse scambiando Roma per Kiev, promette di “assistere l’Italia nell’adozione di tecnologie di guerra moderna”. Qualcuno, magari il “garante della Costituzione”, dovrebbe spiegargli che l’Italia ripudia la guerra: moderna e pure antica.



