mercoledì 26 novembre 2025

L'Amaca

 

Bambini nell’attico
di Michele Serra
È lecito lasciare soli in casa per tre ore, e con la tata che abita nello stesso stabile, tre bambini di 7, 9 e 11 anni, senza essere accusati di abbandono di minore, come è capitato al calciatore Totti e alla sua compagna? Leggendo la notizia ho ripensato a quando, dagli otto anni in poi, andavo a scuola a piedi, da solo, idem per il rientro. E quando, più o meno alla stessa età, i miei uscivano la sera (lasciandomi il numero di telefono della casa o del ristorante dove andavano a cena: se hai bisogno, chiama) e per me era una pacchia: televisione a gogò mangiando ogni porcheria possibile.
Non so se esista un limite anagrafico “ufficiale” prima del quale lasciare un bambino solo in casa è abbandono. Ci sono persone inaffidabili anche a quarant’anni, e persone serenamente autonome già a dieci. Ma sospetto fortemente che nell’Epoca dell’Ansia (la nostra) la tendenza sarebbe spostare quel limite attorno ai diciotto anni, età nella quale è sperabile che il pupo, la pupa, sappiano sopravvivere soli in casa senza papà e mammà (fuori casa, magari, sono già alla prima rapina).
Capisco che l’argomento è delicato, in fin dei conti siamo nella stessa area della vicenda “bambini nel bosco” che sta facendo discutere mezza Italia. Ma “bambini nell’attico”, magari, meriterebbe un diverso sguardo, un poco meno agitato: le occasioni di ansia motivata sono parecchie, forse è il caso di alleggerire il fardello. A undici anni, un minore è in grado di gestire benissimo tre ore di solitudine, in una casa ben riparata e ben munita, molto meglio di quanto la più ansiosa delle madri, il più apprensivo dei padri, possa sospettare. Anzi: sentirsi libero, oltre a trasmettere una leggera euforia, può perfino indurre a una certa assunzione di responsabilità. Responsabilità: più rara delle terre rare.

martedì 25 novembre 2025

Lectio

 





Il nuovo libro della Tomassini

 

‘’Scrivere dà tormento, mentre la vita è adatta solo agli sconsiderati’’: il nuovo libro di Veronica Tomassini
DI VERONICA TOMASSINI
Anticipiamo uno stralcio di “Roveto ardente. Poetica di una vita tra la ferita e la rivelazione”, il nuovo pamphlet di Veronica Tomassini, in libreria da domani con Transeuropa.
Ho usato troppo sentimento nella vita. Ed è un distacco se vogliamo, un solco ancor più profondo che conferisco, similmente a un trofeo, consapevolmente, alla stessa mia idea di socialità, di mondo finanche. La scrittura andava a nutrirsi di un tale distacco, che però era la mia centralità, il primate sull’esistenza, l’incapacità di aderirvi e intanto esservi dentro, ignara o delusa, perché all’uomo non corrispondeva quasi mai la perfezione di un’illusione. Illusione che la mia scrittura non chiamerà utopia, pessimisticamente. La scrittura per sua natura è sorgiva e tende dunque alla speranza. La speranza è uno sguardo affidato, fiducioso. La scrittura così diventa un travalico verso l’altrove da cui tornare, da dove ci raggiungono consapevolezze spalancate improvvisamente sul nostro avanzare, oppresso, restio o affaticato.
La grande arte ce lo insegna. In fondo non è altro che una ricerca senza requie, fino all’ultimo giorno, all’ultimo tratto, olio, tempera, all’ultima chiusa. L’ultimo degli offesi è l’alabarda, il rio cristallino anche dove dissetarsi. La stoltezza alimenta moti dello spirito, i più elevati, vi dimora una possibilità di transustanziazione. La pochezza diremmo nel linguaggio elementare delle cose, non affidabili perché attagliano un confine, un termine, come per tutte le cose del mondo. In realtà, prevedono un dopo, che la speranza o la fede definisce: oltre. O ancor meglio e audacemente: Dio.
La scrittura, la mia, dimora preferibilmente nell’errore, nella fragilità, teme il sentimentalismo, ne utilizza la radice più vergine. Spera, certo, spera nel dopo, il prato verde, il viaggio di luce, la promessa eterna. Non mi si è rivelata ad ogni modo se non quando ero già nel folto bosco della ricerca, non di una qualche verità, ribadisco, dell’unica e sola. Non lo sapevo ancora in via ragionevole o programmatica. Eseguivo il compito, vivendo male, di scarto o fuori la porta. Prediligendo quelli come me, gli stolti con più coraggio tuttavia. Van Gogh incontrava la miserevole prostituta, “nostra amica e sorella”; gli uomini su cui il sole pareva dimenticarsi di sorgere, su cui pareva persino la Misericordia dimenticarsi di perfezionare i loro spasimi, talmente ributtanti, l’insensato non previsto dal tribunale borghese. Borghesia come parametro del pensiero morto, del binario su cui anfana la locomotiva in marcia verso il capolinea irreparabile. Preferivo gli stolti, anche io, considerandoli non tanto fratelli come appuntava Van Gogh, piuttosto l’unico riflesso dentro cui riconoscermi o riconoscere un luogo dove stare, senza altro che stare. Possiamo chiamarla: pace? Una vaga verosimiglianza con la pace a cui sarà destinato il nostro patire, deduco.
La mia scrittura è stata il tormento. O il tormento esistenziale, ingenerato da una natura fobica e insieme esigente, ha naturalizzato la scrittura?
La somma di tutti gli errori lo è stata. Niente di più, niente di meno.
Stamane camminando lungamente sul viale della stazione, a Massa, luogo in cui questo pamphlet sta affiorando alla stregua di un ciclamino timido eppur fecondo di intuizioni, verificavo, come fosse un brano esclusivo di verità, che la vita è davvero un esercizio adatto ad individui che hanno sviluppato una naturale abilità al qualunquismo o ragionevole sconsideratezza, posti a scudo, e valorosamente dedicata a individui gettati concretamente nei giorni, quand’anche fossero abbastanza volgari, motivassero risate senza gaudio, senza una comprensibile contentezza, quand’anche il fatto necessitasse la capacità di ingoiare tonnellate di stoppa. Certe trattative umane, la scaltrezza, non so come altro definirla, la possibilità di indossare la pusillanimità in ordine di una manciata di opportunismi, o il desolante grigiore di un travet, forse sono i tratti distintivi di chi, in una ipotetica estinzione della razza, sarebbe in grado di sopravvivere. I salvati: sono migliori, i più forti davvero? O i sommersi hanno semplicemente rifiutato ogni cosiddetta trattativa? Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? C’entra nel momento in cui la scrittura è una sospensione, momentanea perdurante, della pena, il castigo di sceglierlo, poterlo fare: qui o là. Vivi o scrivi. Di solito non si fanno entrambe le cose. Scrivo perché ho vissuto?
O è l’esatto contrario? Temo che lo sia, l’esatto contrario. Non sapendo fare altro, ho vissuto male, ma ho vissuto affinché ne potessi scrivere. E allora mi domando perché una tale urgenza: vivere per scriverne?
Qual è la ragione profonda di dover esistere in luogo della parola. Cosa restituisce nel gesto finale. Il gesto in sé: cosa traduce, promette, cosa?
Talvolta mi raggiunge una specie di tregua, i pensieri diventano pacifici, quasi innocui, il dolore, sottile, nascosto, desto comunque all’occorrenza senza che per questo si presenti con decisione e mi dica cosa voglia. La tregua mi spiega che può darsi io non sia fatta per questo mondo, liquidiamo la questione frugalmente, con una sorta di slogan: non sei fatta per questo mondo.

Chi salta è...

 

Salta che ti passa
DI MARCO TRAVAGLIO
La lunga partita delle sei Regionali del 2025 si chiude col 2-1 per il centrosinistra in Campania, Puglia e Veneto. Che, col precedente 2-1 per il centrodestra in Calabria, Marche e Toscana, porta il risultato finale sul 3-3 (l’autonomista Val d’Aosta fa storia a sé). Ogni schieramento mantiene le posizioni. Con una novità e una sorpresa: il centrosinistra in Campania vince con un candidato 5Stelle, Fico, dopo il lungo regno del pidino sui generis De Luca; e il centrodestra in Veneto vince col salviniano Stefani dopo il lungo regno del leghista sui generis Zaia, ma la Lega data in caduta libera doppia FdI (che va malissimo anche in Campania). Trarre da questo quadro una “lezione nazionale” sul governo Meloni e i suoi oppositori è arduo, ma soprattutto inutile. I distacchi sono così abissali, anche nell’unica regione – la Campania – che i Melones ritenevano contendibile, da rendere ancor più ridicolo del solito l’agitarsi delle mosche cocchiere centriste per accreditarsi come decisive. Gli elettori (quei pochi che continuano a esserlo) cambiano testa a seconda che sia in ballo il Comune, la Regione o il Parlamento. E chi – in questo caso la Meloni in Campania – prova a nazionalizzare il voto con sei condoni edilizi per comprare voti last minute e di politicizzarlo con imbarazzanti balletti al grido di “chi non salta è comunista” e ridicole campagne sulla barchetta di Fico, ne esce scornato. Per il resto, i veneti confermano in gran parte il centrodestra per il buon ricordo che (almeno loro) hanno di Zaia. E la maggioranza dei pugliesi premia l’ex sindaco Decaro e anche il presidente uscente Emiliano.
Più interessante è l’esperimento campano: sia dal lato etico-antropologico, perché Fico è l’antitesi di De Luca; sia dal lato politico, perché lì il M5S era sempre stato all’opposizione del Pd deluchiano, mentre ora s’è alleato con quel che ne resta. Si pensava che avrebbe pagato un prezzo altissimo sia per i sì sia per i no detti da Fico, e certo diversi voti li ha persi, soprattutto verso l’astensione. Ma, fra lista M5S e lista Fico, resta sopra il 15% in una delle regioni più “grilline” d’Italia. E la lista De Luca esce ridimensionata rispetto alle attese, confermando una regola aurea dell’italico trasformismo: quando il ras esce di scena, i topi ballano e si cercano altri ras. Ora starà a Fico selezionare i topi capaci e perbene da tenere con sé e quelli incapaci e permale da mandare a casa. Ma è indubbio che il nuovo presidente, grillino della prima ora, parta rafforzato: molti dei voti della coalizione li ha portati lui, con i suoi sì e i suoi no, e adesso sarà più difficile per chiunque prenderlo in ostaggio. Se c’è un elemento che può tornare utile per le Politiche, è questo: per battere Meloni&C. servirà dire dei sì, ma anche dei no.

L'Amaca

 

Problemi di traduzione
di Michele Serra
Non si sa se definirlo eccesso di sicurezza o stupidità (due concetti che spesso si toccano). Ma la faccenda del "piano Trump" per l'Ucraina che potrebbe sembrare o addirittura essere stato scritto in russo e poi tradotto un poco alla carlona dagli americani; e così goffamente presentato ai suoi (e al mondo) dal ministro degli Esteri Rubio, che l'ispirazione putiniana di quel piano ne esce rafforzata: è al tempo stesso una cosa da ridere e da piangere.
Va bene che gli americani, in politica estera, non hanno mai avuto fama di essere avveduti o astuti: sono certi di non averne bisogno, male che vada si manda qualche portaerei e si incarica la Cia di rovesciare il governo che intralcia. Ma qui sarebbero bastati, per non farsi scoprire, un buon traduttore dal russo; qualche sapiente ritocco a mo' di maquillage per far sembrare — almeno sembrare — che quel piano, come tutti i piani di pace, punti a un minimo di equanimità di facciata; e una riunione di un'oretta (bene anche su Zoom o Teams) per mettersi d'accordo su cosa dire in pubblico: lo chiamiamo "piano americano" o diciamo che è la lista delle priorità dei russi?
Niente di tutto questo, come se non ci fosse più nessuna forma da salvare, nessuno scrupolo da osservare. Fare e dire la prima cosa che salta in mente — fosse anche una fesseria o una volgarità — è la regola di Trump, e in genere è la qualità che il populismo esalta nei suoi boss. Lo ha ribadito la portavoce di Trump dopo che il presidente ha definito «porcellina» una giornalista che lo importunava con le sue domande. Si sa che il presidente è molto schietto, ha detto. Ma non è dimostrato che la schiettezza generi intelligenza.

lunedì 24 novembre 2025

Il cattivo esempio

 

di Claudio Paglieri 

Il riscaldamento globale porterà alla fine del mondo, ed è colpa vostra, che andate in auto e non siete ancora passati all’elettrico, che riscaldate le case con il metano, che vi affollate in città inquinate ed energivore, che prendete gli aerei low cost per fare il week end a Ibiza, che volete sciare anche se la neve non c’è e ci costringete a sparare quella artificiale. È colpa vostra che non riciclate la plastica, non disinfettate le scatolette di tonno prima di gettarle nel bidone giallo, che mangiate animali allevati in orribili macelli e riempiti di antibiotici per non farli ammalare, che poi quando vi ammalate voi non sono più efficaci e finite a intasare i pronto soccorso. 

Ed è colpa vostra se c’è la guerra, che non sapete vivere senza l’aria condizionata e volete mangiare i pomodori a dicembre e le zucchine a gennaio, invece di scegliere prodotti a chilometro zero.

Voi che siete diventati stanziali e obesi e drogati di zuccheri e di telefonini e non ricordate più quando noi homo sapiens, bei tempi, eravamo cacciatori e raccoglitori, felici e snelli e resilienti. 

E però se in Italia scegliete di vivere in un bosco, senza plastica né corrente elettrica, riscaldandovi con la legna, usando l’acqua del pozzo, mangiando i prodotti dell'orto e le uova delle vostre galline, se insomma decidete dopo tutte le nostre reprimende di prenderci sul serio e vivere come milioni di persone nel mondo e provare a salvarlo, vi toglieremo i figli per insegnargli a vivere come noi.

domenica 23 novembre 2025

Vicini vicini!

 

Non ci vuole molto per comprendere che ci estingueremo presto, molto presto!