martedì 18 marzo 2025

Scanzi

 

IDENTIKIT
di Andrea Scanzi
Euronani e ballerine: un po’ Ztl e un po’ bar di Guerre stellari
Manifestare democraticamente è sempre cosa nobile, e in quella piazza c’era gente meravigliosa, ma l’“Adunanza Larghissima” voluta da Michele Serra si è rivelata così onnicomprensiva da risultare fatalmente velleitaria e inesorabilmente ambigua. Serra ha provato a risolverla così: “Una piazza che unisce idee diverse è considerata scandalo. Questo scandalo ha un nome, si chiama democrazia”. Sintesi sin troppo autoassolutoria: una piazza dove possono stare (senza parlarsi, altrimenti si accoltellavano) Fratoianni e Calenda è sì democratica, ma è pure qualcosa che somiglia più al vecchio Bar di Guerre stellari che non alla nuova Ventotene. È forzato anche il rimando ai Girotondi, periodo a cui molti si sono rifatti sin da quel “non perdiamoci di vista” di nannimorettiana memoria. In quella piazza c’era sì (sul palco) lo stesso côté borghese e benestante, ma chi manifestava per i girotondi sapeva benissimo perché scendeva in piazza. Sabato proprio no, e non si è forse mai vista in Italia una manifestazione così vaga e dunque annacquata, “maanchista” e cerchiobottista.
Antonio Scurati, con la consueta umiltà e l’ancor più consueta allegria rutilante che lo caratterizza, ha scomodato Montale: “Sappiamo quello che non siamo, che non vogliamo”. Bello. Ha invece convinto meno la sua rilettura paradisiaca e disinvoltamente antistorica dell’Europa, Eden senza difetti che non massacra e tortura i civili (vero: paga Libia e Turchia per farlo), non rade al suolo le città (ma se ne frega quando accade, vedi Gaza), non invade i paesi confinanti (i bombardamenti su Belgrado del ’99 erano gesti d’affetto) eccetera. È vero che in quella piazza c’erano anche molti pacifisti (gli stessi che Calenda-Friedman, in piena fase da “erezione continua da napalm”, chiama con compiaciuto disgusto “pacifinti”). Parevano però lodevoli “foglie di fico” in mezzo a una maggioranza (sul palco) collocata politicamente nella Ztl (ops) del Pd anti-Schlein e pro-Von der Leyen. Il Pd dei presunti “padri nobili”, categoria così ampia da inglobare tanto Prodi quanto Letta e Zanda (aiuto!). Se quella piazza aveva un messaggio politico chiaro, era il seguente: “Conte è come Salvini, torniamo con Renzi”. Un bell’esempio di gattopardismo, dove il M5S è uguale alla Lega, ma – chissà perché – il Pd delle Annunziata non è uguale a Tajani e Meloni. Pure la Schlein, che all’intellighenzia è piaciuta da matti finché ha fatto la Bonaccini, ora è diventata indigesta perché sta cominciando a fare ciò per cui ha vinto le primarie: trasformare radicalmente il Pd.
Ormai vale tutto, e capita persino di rivedere in prima fila il peggio del peggio del renzismo. Gente tipo Filippo Sensi e Sandro Gozi, tra i primi a firmare l’appello lanciato da Pina Picierno (non è una battuta), e già solo l’idea che esista al mondo qualcuno pronto a firmare qualcosa pensato (sic) dalla Picierno mette più tristezza di un fan club dedicato al semolino scondito. In mezzo a siffatto variegato mondo – più vicino al Foglio che non a Repubblica – non poteva mancare Parsi: ovvero il Fassino Tronfio della geopolitica, colui che da tre anni sull’Ucraina non ne prende mezza, ma che – cionondimeno – non smette mai di sfoggiare quell’aria adorabile da “io so’ stocazzo”. Sabato mattina, nel simposio ameno dei picierniani, ha pure detto che Marco Travaglio “crede di essere l’erede di Scalfari, ma al massimo è il nuovo Pecorelli”. Wow, che battutista! Non si sa se dirgli bravo per il garbato (e beneaugurante) riferimento a un giornalista morto ammazzato, o se invece consigliargli di cambiare pusher dopo avere sostenuto che Marco si ispira a Scalfari (con cui non ha mai lavorato, anzi ha spesso fatto a sportellate). La pazzia è totale, e se il Pd tornerà renzista scenderà al 4% (rimandando il M5S al 20). Tanto vale citare pure noi Moretti, così qualcuno è contento: “Continuiamo così, facciamoci del male”.


A lezione

 

All’università dell’agnolotto dove si impara la religione del Plìn
DI MAURIZIO CROSETTI
RODDINO(CUNEO)
L’Osteria di Gemma Boeri diventa scuola di tradizione: qui si tramanda la specialità delle Langhe
L’Università del Plìn è un tavolo in legno sbiancato di farina, dove la Magnifica Rettrice Gemma Boeri (anni 76) osserva le titolari di cattedra, cioè Alfa Vivalda di anni 87 e Carla Olivero di anni 83, esercitare il misterioso magistero del “ghëddo”. Non si finisce mai di imparare, ma soprattutto di insegnare.
Qui si narra il rito del pizzicotto di Langa (i turisti dicono “andiamo nelle Langhe”, i locali invece “andiamo in Langa”, perché la Langa è femmina…), celebrato ogni giovedì mattina nella “sala della pasta” dell’Osteria da Gemma, creatura pressoché mitologica della cucina piemontese. Prima di cominciare, breve glossario, altrimenti non si capirà nulla. “Plìn” in dialetto vuol dire pizzicotto, “ghëddo” è il tocco, lo stile in senso esteso e non solo manuale. È l’avere quel qualcosa in più che fa la differenza: la prosa di Gadda, il tocco di Del Piero, cose così.
Allora: alle 8 di mattina di tutti i giovedì, arriva da Gemma un gruppo di pensionate amiche della titolare, c’è anche qualche maschio, adibito più che altro a mansioni servili, per fare gli agnolotti del plìn, quelle meraviglie ripiene, piccole e morbide, da accompagnarsi al sugo di carne con un sospiro di fegatini di pollo e pomodoro, oppure al burro e basta. In Langa li chiamano “raviole”, ma non complichiamo troppo.
La stanza con le mattonelle bianche e verdi sta in cima all’osteria, che ha vetrate aperte su colline lussuriose e montagne ancora bianche in punta, laggiù dove finisce l’orizzonte. Le signore e i signori si mettono subito all’opera, stendendo sui tavoli i fogli di pasta preparati prima da Gemma, e pescando con la punta del coltello dal “grilletto” (insalatiera) dove c’è il ripieno. Urla, nelle loro dita, il sangue delle trisavole cuciniere. La “professoressa” Alfa Vitali, un memorabile donnino color fucsia — in piemontese, “dunìn”: se la Langa è femmina, il donnino è maschio — ci spiega il segreto: «Bisogna fare gli agnolotti tutti uguali e tutti diversi. Io ero contadina: mi hanno insegnato la mamma e la nonna. Qui è proprio bello perché si sta in compagnia ». Se volete calarvi nell’atmosfera, rileggete Fenoglio più di Pavese. Tra l’altro, Roddino è Alta Langa fenogliana.
Undicimila agnolotti mignon assemblati in quattro ore, stivati in venti sacchi e congelati per la settimana, con 40 chili di ripieno, 360 uova e svariati decametri di pasta tirata a mano. Tra i tavoli della stanza, l’Università del Plìn è quello a sinistra, il più grande, dove le novizie e soprattutto i seminaristi del pizzicotto vengono a imparare. «Le vede come sono piccole, le raviole? Gioiellini! Le cose piccine sono le più preziose, lo sanno tutti», sussurra Carla Olivero, altra esimia docente. «Tutto il buono viene dal ripieno, e intanto i ragazzi tagliano. Per i pizzicotti giusti, vanno meglio le mani delle donne. E quando abbiamo finito, ce la raccontiamo». C’è fervore e meccanica dei corpi, in questa catena di montaggio fordista dell’agnolotto. Si sente il tàc tàc della rotella che il ragazzoLuigi Adriano, di anni 83, usa per separare gli agnolottini l’uno dall’altro. «Noi qui in Langa lo chiamiamo il rubilìn, la rotellina… Conosco Gemma da quando eravamo bambini. Io nella vita ho fatto l’impiegato e vengo qui il giovedì da una quindicina d’anni, cioè da quando sono andato in pensione. A casa? Lì non cucino, lì io mangio».
Passa Gemma con una torta di mele e una manciata di amaretti del Sassello per rifocillare i lavoratori. Tutto gratis, sia chiaro: la ricompensa sarà il pranzo insieme, con un menù diverso da quello dei clienti che aspettano quattro o cinque mesi per avere la grazia di un tavolo. «Il mio segreto è non cambiare mai», dice Gemma. «Il menù fisso è sempre lo stesso, perché i clienti vengono apposta». Ovvero i fortunati che nei “click day”, e ce ne sono appena tre all’anno, riescono a prendere la linea e prenotare. L’ultima volta, dalle ore 10 alle ore 10 e quaranta secondi del 30 novembre 2024, se ne sono andati tutti i tavoli del sabato e della domenica per i quattro mesi a seguire.
La signora Irma Adriano racconta di mamma Delfina che le insegnò il plìn ma non i tajarìn, le tagliatelline al coltello («Poverina, morì che io avevo undici anni e non fece in tempo» ), mentre la signora Donatella Straneo dice che qui stacca il cervello: «Il giovedì mando via i pensieri e ascolto le storie degli altri, i matrimoni, le medicine, la vita. È come andare in analisi, però gratis».
C’è anche un novizio, che è un omone e si chiama Luigi Battaglino. «Sono in pensione anch’io, prima facevo lo pneumaturgo». Prego? «Il gommista, a Castellinaldo. Avevo questo desiderio di venire qui da Gemma, non è stato mica facile: ho chiesto, ho aspettato il giusto e adesso eccomi. Ci sono persone gentili e si passano ore belle, spero mi facciano ritornare». Chissà che pizzicotti, le dita di un gommista.

Emergono galleggiando

 

I veri putiniani
di Marco Travaglio
Magari la telefonata Trump-Putin andrà malissimo, il negoziato di Gedda fallirà e la guerra in Ucraina continuerà a oltranza. Ma poniamo il caso che invece si arrivi a una tregua e poi a una pace stabile, fondata su un nuovo ordine mondiale che rispetti le esigenze di sicurezza di tutti e delle rispettive aree d’influenza. Cioè che si torni a rispettare le linee rosse di ciascuno e non solo degli Usa, com’è avvenuto da quando – caduti il muro di Berlino, l’Urss e il Patto di Varsavia – gli americani si sentirono gli unici gendarmi del mondo. È o non è una prospettiva auspicabile da tutti, dopo tre anni passati nel terrore che un missile o un drone vagante cada nel posto sbagliato e faccia scattare l’articolo 5 del Trattato Atlantico della Nato, cioè la terza guerra mondiale, la prima tutta nucleare? Dovrebbe augurarsela non solo chi lo fa da sempre: i famosi “pacifinti” e “putiniani”, che pagano tuttora il fio di averle azzeccate tutte con insulti, diffamazioni e calunnie. Ma anche i guerrafondai che dipingono Putin e Trump come i nuovi Hitler: se a Mosca e a Washington ci sono due Führer, a noi europei che stiamo in mezzo conviene che quelli si parlino e si accordino, o che si bombardino?
E invece no. Mentre tutte le persone normali sperano che la telefonata Trump-Putin porti buone notizie, le classi dirigenti, intellettuali e giornalistiche europee si augurano che fallisca. Sono tutte in lutto perché si rischia la pace e fanno di tutto per sabotarla con risoluzioni e piani di riarmo che parlano solo di guerra: se questa dovesse disgraziatamente finire, ne preparano subito un’altra. Inventano invasioni russe in Ue senza senso né movente, fingono che la Nato sia stata abolita, parlano di riarmo come se l’Europa fosse disarmata (invece spende in armi il 38% più della Russia e pullula di testate atomiche americane, francesi e inglesi). E quella svalvolata della Kallas, nell’ora X del negoziato, vuole inviare altri 40 miliardi di armi a Zelensky per spingerlo a non trattare e a continuare a combattere. Cioè a perdere altri uomini e altri territori. Il tutto a nome nostro, anche se nessuno dei cittadini europei che nel giugno scorso ha votato per cambiare l’Ue ha mai pensato di affidare il proprio destino a una estone russofoba per motivi famigliari. I “pacifinti” pro-negoziato sono sempre caricaturati come anime belle con i fiorellini al posto dei cannoni: invece sono i veri realisti e i veri amici degli ucraini, che da oltre due anni passano da una disfatta all’altra perché hanno contro il fattore tempo. Resta da capire quale alternativa proponga chi teme e sabota il negoziato: a parte continuare a finanziare il suicidio assistito dell’Ucraina e dell’Europa. Cioè a fare il gioco di Putin fingendo di attaccarlo. I veri putiniani sono loro.

L'Amaca

 

La parola grazie
di MICHELE SERRA
Faccio uso privato di spazio pubblico, lo so, ma mi sento in obbligo di ringraziare (anzi, mi sento felice di ringraziare) almeno alcune delle tante persone che hanno dato vita, dal nulla, alla manifestazione romana di sabato. A partire dai tanti artisti, musicisti, scrittori, intellettuali, giornalisti, registi, autori televisivi che hanno portato il loro lavoro, gratuitamente e per pura adesione ideale, sopra quel palco.
Le cinquantamila persone in piazza (e le centinaia di migliaia che hanno seguito in streaming) hanno ascoltato con eroica attenzione, per quasi quattro ore, ciò che purtroppo è sfuggito a molti dei giornalisti presenti, troppo impegnati a raccogliere le dichiarazioni dei politici. L’elenco dei partecipanti è troppo lungo e per la paura di dimenticare qualcuno cito solo i più giovani, il Quartetto Indaco, che ha aperto la giornata con una orchestrazione inedita dell’Inno alla Gioia scritta per l’occasione da Fabio Vacchi.
Ringrazio i tre senatori a vita Renzo Piano, Elena Cattaneo e Liliana Segre. I giovani rifugiati (una afgana, una ucraina, un georgiano) che hanno spiegato a noi europei ciò che rischiamo di dimenticare. Andrea Riccardi e la comunità di Sant’Egidio, Franco Vaccari e i suoi ragazzi della comunità Rondine, i giovani delle Acli, i tre leader sindacali una volta tanto nella stessa piazza, i vecchi commoventi europeisti come Guy Verhofstadt, che invocano la federazione degli Stati europei, inascoltati, da una intera vita.
Ringrazio il Comune di Roma che ha organizzato tutto, e le centinaia di sindaci italiani presenti, dei quali temevo l’aplomb protocollare e invece hanno fatto una allegra caciara sul palco e dietro il palco. Ringrazio Renata Colorni, che è l’Europa in persona.
David Sassoli, che non c’era ma c’era.
Ringrazio, in chiusura, le due donne che hanno tenuto assieme, con una tenuta intellettuale e fisica non alla portata di noi maschi, la titanica sequenza di parole e immagini: Giovanna Zucconi e Silvia Barbagallo. Se mai ci sarà un bis, io sarò in mezzo al pubblico ad applaudire.

lunedì 17 marzo 2025

Riassumendo

 

Ecco i crimini di “noi buoni” oscurati da Scurati in piazza
SABATO A ROMA - Le omissioni e le contraddizioni dell’“intervento perfetto” dello scrittore dal palco della manifestazione per l’Europa
DI FRANCESCA FORNARIO
Ringrazio Enrico Mentana per aver postato “L’Intervento perfetto di Antonio Scurati alla manifestazione di Roma”, quella con le bandiere dell’Ue che dice che non ci sono i soldi per pensioni, sanità o scuola ma li trova per “riarmare” gli eserciti dei singoli Paesi pure se non hanno mai smesso di armarsi. A ogni riga ho fatto un salto così alto che ho sbattuto la testa contro un satellite di Musk. Propongo un’analisi del testo perché Scurati parla di “Noi” chiamandoci tutti in causa.
1) Noi non siamo gente che invade Paesi confinanti!
Non li invadiamo perché quei Paesi sono già comodamente in Europa quando li bombardiamo senza autorizzazione dell’Onu. Tipo Belgrado, per le guide turistiche “tra le più antiche città d’Europa”, bombardata dai caccia italiani e quelli partiti dalle basi italiane nel 1999 con l’ok del governo D’Alema, vicepremier con delega ai Servizi tal Sergio Mattarella, ministri del calibro di Amato, Fassino, Ciampi, Dini, Letta (Enrico, ma poteva essere Gianni che era uguale). Morirono almeno 2.500 persone, 89 bambini. Quanto agli altri Paesi invasi, come correttamente rivendicato da Scurati, non sono confinanti. Se li invadiamo è per difendere la nostra civiltà dai barbari fin dai tempi de “L’Impero Romano distrutto dagli immigrati”, come ricorda il titolo del saggio del ministro dell’Istruzione Valditara. Non possiamo quindi considerare “invasioni” quelle di Iraq, Afghanistan né l’invio di truppe in Libia, Libano, Somalia, Niger (dove il nostro è l’unico contingente militare che ancora resiste: rosicate francesi!): noi si va a esportare la democrazia, sconfiggere il terrorismo terrorizzando i civili e altre incombenze che ci assumiamo da quando proteggevamo il sepolcro di Gesù, deportavamo schiavi in catene, stupravamo per diritto militare le minorenni nelle colonie (ma “questo è il passato”, dice Scurati, al presente ora ci arriva).
2) Noi non siamo gente che rade al suolo le città!
Eccolo, il presente, dove Gaza si è rasa al suolo da sola e non grazie al sostegno dell’Ue a Israele – accusato dall’Onu di occupazione illegale e “deliberati atti di genocidio” – e all’impunità che garantiamo al suo premier, per il quale la Corte penale internazionale chiede l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità. Noi civilizzati, il diritto internazionale quando ci fa comodo lo applichiamo e quando non ci va no: mica come quei selvaggi che credono ciecamente alla Sharia.
3) Noi non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico!
Paghiamo altri per torturare per noi. Torturare i migranti nei centri di detenzione in Libia e Turchia, denunciano gli ispettori Onu. E siamo così grati ai torturatori che, se ne becchiamo uno, lo rispediamo comodo in Libia con un volo di Stato, per evitare di consegnarlo alla Corte penale internazionale che vuole processarlo per stupro di minorenni e altre violenze. Per non dire di Stefano Cucchi morto cadendo dalle scale; di quegli esagitati che si sono menati da soli al G8 di Genova e in centinaia di successive manifestazioni scagliandosi con violenza contro i manganelli di poliziotti sprovvisti di numeri identificativi sulla divisa; o di quelle esibizioniste delle ambientaliste che in caserma si denudano e fanno squat. Tralascio i maltrattamenti su chi è in carcere perché se l’è cercata: mica stai in albergo. Che infatti in Italia ci abbiamo messo 30 anni per ratificare la Convenzione Onu contro la tortura, scrivendo in punta di diritto una norma che consenta di farla franca al maggior numero possibile di guardie carcerarie e affini.
4) Noi non deportiamo i bambini usandoli come riscatto!
Lo lasciamo fare all’unico Paese al mondo che persegue i minorenni nei tribunali militari, processando e imprigionando ogni anno tra i 500 ai 700 palestinesi tra i 12 e i 17 anni e che, in vista dello scambio di ostaggi con Hamas, ha intensificato quelli che chiamiamo arresti ma sono rapimenti, trattandosi di minori prelevati a forza, accusati di alcun crimine, trattenuti in carcere in “detenzione amministrativa”, senza cioè diritto alla difesa, imputazione e altri fronzoli della democrazia che non si addicono ai guerrieri. Noi europei, al contrario, i bambini li lasciamo morire in Grecia: con le misure di austerità imposte dal Memorandum di Bruxelles, la mortalità infantile aumentò del 43%, scopri l’economista Federico Fubini, spiegando di non averlo rivelato perché sarebbe scoppiata una cagnara populista contro il patto di stabilità che impone tagli alla spesa sociale ma – scopriamo oggi – non a quella militare.
5) Noi non siamo gente che deporta i clandestini in catene a favore di telecamere!
Questa non posso credere che l’abbia detta davvero. Forse intendeva che non ci sono telecamere in fondo al Mediterraneo.
6) Noi non tagliamo finanziamenti ad associazioni umanitarie!
Nove Paesi tra i quali Italia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Finlandia hanno congelato per mesi i finanziamenti all’Unrwa, l’agenzia Onu che soccorre i profughi palestinesi, lasciando morire i civili di fame, freddo e malattia. Del resto, sapete quante volte è stata ricordata la condizione dei palestinesi dal palco di Piazza del Popolo? Vabbè, questa è facile.
7) Noi non neghiamo la scienza.
Nell’Europa funestata da eventi meteorologici estremi legati al surriscaldamento – per il 99 per cento degli scienziati dovuto all’attività umana – l’Ue sta letteralmente accantonando la transizione ecologica per produrre armi. Mi preme citare un altro dei molti casi di mancata negazione della scienza da parte dell’Ue: la scienza a servizio della geopolitica per la quale con i vaccini a pagamento americani o inglesi “Non contagi e non vieni contagiato”, spiegò il premier europeista Draghi istituendo il Green pass, e con il vaccino gratuito cubano o cinese o russo sì. Lo ricordo per il legame che lega Scurati a Draghi al quale indirizzò un toccante appello sul Corriere pregandolo di restare al suo posto (quello voleva andarsene perché non lo avevano fatto presidente della Repubblica): “Esimio Presidente Draghi, mi scuso in anticipo di queste mie parole. Le sto, infatti, scrivendo per chiederle di umiliarsi (…). Scendere a patti con la miseria morale che spesso, troppo spesso, accompagna la condizione umana dei politicanti è mortificante per chiunque. Eppure, sicuro di interpretare il sentire di moltissimi italiani, è proprio questo che le chiedo di fare”. Se non è affetto per la democrazia rappresentativa questo, allora tenetevi Mussolini per gli amici “M” che scioglie le camere.
😎 Noi non umiliano in mondovisione il leader di un Paese che combatte per la propria sopravvivenza!
Povero Zelensky, prima amico dell’Occidente e poi scaricato. Mi ha ricordato Gheddafi, il cui esercito fu addestrato dall’Italia. O era Saddam, nostro laico alleato contro il fanatismo islamico dell’Iran? O Bin Laden, nostro fanatico islamico alleato contro i sovietici?
9) Ripudiare la guerra non significa essere vigliacchi.
Non trovo esempio più calzante di vigliaccheria del costringere, dal divano del Parlamento Europeo, i giovani ucraini coscritti a combattere in trincea con le nostre armi. Forse, lamentarsi della mancanza di guerrieri europei quando si è troppo vecchi per fare il servizio militare?

domenica 16 marzo 2025

Tradizione



Tradizione rispettata e per fortuna ipocalorica - farina acqua uova e frutta in vetta - il tutto eseguito secondo un antico canovaccio ritrovato a Biassa, datato 1743 di cui riporto qualche straccio: 

- Zeppulam est bona et va majata secundum ferrem regulis: optimo numerum est ugualem at partecipantim descum plus duo unitade. E se matronam se incacchias per abgiunta, servem fingeris idiotia pronunciandum magicae formula: “oh glandes! Credevit fossimum in sex! Mannaggiam!” 
- in momento de inoculazionem in fauce, claudere oculos per recevit Dei battuffolantes bacios. Indi intonarem cantico creatures et manificentare naturae per ovum benedicto et magna cremae et favolosa coctura!

È arrivata



Come il primo maglioncino infilato tra inni del cuore preannuncia ad ottobre l’inizio della vera bella stagione - volete mettere quei meriggi uggiosi e già ombrosi novembrini trascorsi in lettura tra sogghigni compiaciuti in compagnia di un sigaro? - così il notturno vagitoronzio della bastarda t’incunea l’insano presentimento che giungerà a breve il tempo, solo parzialmente accettabile, della cosiddetta bella stagione, bella sino a quando i primi rivoli di sudori irroranti la schiena non ti faranno già agognare le luci intermittenti del meraviglioso dicembre; e senza contare il corollario, l’addendum, composto da sbraitanti ciurme di posseduti fotografanti pure ‘sta ceppa, prostrati alla pazzia di questo mondo la cui traduzione agghiaccia il core normodotato, ovvero: fai la coda per tutto nell’afa, paga tre volte i surgelati, sgomita e ansima per fotografare cose che un giorno forse, nel riguardarle, ti faranno dire “ma che razza di coglione ero?” mentre su un’amaca di un poggio anonimo ti gusti beltà letterarie e granite casalinghe.
Insomma quel ronzio della prima bastarda preannuncia la ritirata degli indigeni dai propri lidi conosciuti e rinomati ma, soprattutto, l’arrivo dei “taac”, dei “uè figa!”, delle “cisate” codaiole, dei fritti accompagnati da cappuccini che farebbero inorridire Dario Argento, di cui non sentivamo minimamente la mancanza.