martedì 16 giugno 2026

Scanzi sul generale

 

L’Italia di Vannacci, tra l’accappatoio leopardato e Pucci 


di Andrea Scanzi 

Vannacci brilla sempre più per pochezza. A molti fa paura. Nella realtà è un “politico” così vuoto, retrogrado e politicamente analfabeta (con rispetto parlando) che più che altro fa ridere.

Citazionismo. Vannacci è il classico tipo che nella vita ha letto sì e no un libro (quindi un libro in più di chi lo vota) e se ne vanta. Al tempo stesso, avverte però il bisogno di darsi un tono quando parla in pubblico. Da qui i riferimenti a Giulio Cesare, von Clausewitz e Almirante. Dei primi due conosce (forse) i luoghi comuni, del terzo conosce il fascismo e la spiccata propensione all’antidemocrazia. Ritenendole entrambe delle caratteristiche di pregio.

Povero Dalla. Come inno, Vannacci ha scelto Futura di Lucio Dalla. Così, a caso. E a spregio.

Terza persona. Vannacci parla di sé in terza persona: non accadeva dai tempi di Alberto Tomba. “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”; “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali”. Chiamare la neuro, no?

Retorica bellicista. La retorica di Vannacci è intrisa di patria, guerra (“Siamo in trincea”), “preghiere del paracadutista francese” e altre banalità tipiche di un Sergente Maggiore Hartman figlio di un regista minore (per Vannacci e vannacciani: il Sergente Maggiore Hartman era uno dei protagonisti di Full Metal Jacket). Vannacci è il classico destrorso non più giovanissimo che ostenta coraggio e machismo, sapendo di difettare oltremodo in entrambi.

Feccia. “Siamo figli di nessuno, la feccia, lo scarto, e siamo orgogliosi di esserlo”. In apparenza, quello di Vannacci sembra un autoritratto troppo brutale. Poi però uno pensa a quelli che sta raccattando – Ravetto, Bergamini, Pozzolo, Rinaldi, Borghezio, Furgiuele – e pensa che tutto sommato anche in Vannacci esistono stille di realismo politico.

“Voglio la tormenta e la rissa”. La tormenta (ai nostri zebedei) l’ha già ottenuta. Quanto alla rissa, se ci fosse sarebbe il primo a scappare. In accappatoio leopardato.

“L’Italia agli italiani”. E poi “lotta all’islamizzazione”, “alla dittatura Lgbtq+” e altre menate. Vannacci parla come parlavano Meloni e Salvini prima di inginocchiarsi all’establishment. Pari pari. E una volta al potere, Vannacci seguirà la stessa strada. Pari pari. Uomo politicamente pavidissimo, noiosissimo e prevedibilissimo.

Sestante. “Eventualmente saremo il sestante della coalizione, che dà la rotta”. Lo ha detto davvero. E la cosa notevole è che nessuno gli ha riso in faccia.

Remigrazione. Che cos’è? “L’allontanamento di elementi esogeni alla nostra cultura”. Ed è subito Goebbels Time!

Giornalisti boia. Vannacci adora attaccare i giornalisti, rei di spiarlo (?) neanche fosse il Colonnello Kurtz (??). Troppa grazia: nel film di Coppola, quel personaggio era interpretato da Marlon Brando. Per uno come Vannacci, basterebbe Jerry Calà. O al massimo Pucci.

Dizionari. “I gay non sono normali, lo dice anche il dizionario Zingaretti”. Invece il Devoto-Schlein ne dà una definizione diversa.

“Il femminicidio non esiste”. E ormai neanche più la decenza.

Parole di troppo. “Hanno detto che siamo gli utili idioti della sinistra”, si è lamentato Vannacci. Se non ci fossero state quattro parole di troppo (le due prima e le due dopo della settima), sarebbe parsa una frase quasi perfetta.

Io so’ io. “Perché dovrei riuscire dove Meloni ha fallito? Perché io sono Vannacci”. Ma vai a letto, bischero!

Concludendo. Voi direte: uno così caricaturale e disastroso non prenderà mai voti. Al contrario: proprio perché così caricaturale e disastroso, prenderà vagonate di voti. Viva l’Italia!

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