mercoledì 15 settembre 2021

Così, tanto per dire...


 

Gran bel pezzo!

 

Lavoro 2.0 Altro che salario minimo, sembra lo Spotify dello sfruttamento
di Alessandro Robecchi
Il Reddito di cittadinanza è ormai un genere letterario, credo che dovrebbero istituire dei premi appositi. La prima cosa che si fa nei giornali quando c’è una notizia di reato (rapina in banca, furto con scasso, spaccio, sequestro di persona, furto di cavalli) è andare a controllare se il colpevole prende il Reddito di cittadinanza, in modo da completare la facile equazione: delinquente uguale sussidiato. È solo la punta dell’iceberg, il resto è garrula narrazione diffusa: non hanno voglia di lavorare, meglio il divano, è diseducativo alla fatica (Renzi), è diseducativo alla fatica (Salvini, la ripetizione non è mia, ndr), eccetera eccetera.
Come dicevo, un vero genere letterario. Lo dico subito a scanso di equivoci: chi prende il Reddito di cittadinanza e non ne ha diritto va sanzionato, in primis perché magari lo toglie a chi ne ha più diritto e bisogno e in secondo luogo perché ricorda le vecchie storie di quelli che congelano il cadavere della nonna per continuare a prendere la pensione (non è che per questo si chiede l’abolizione delle pensioni).
C’è però un altro genere letterario che meriterebbe attenzione, e che riguarda sempre il mondo del lavoro: quello delle offerte di impiego. Basta sfogliare uno dei tanti portali di annunci per assaggiare meravigliosi stralci di prosa italiana del XXI secolo, roba che dovrebbe entrare nelle antologie. Tipo il barista per dieci ore al giorno, ma ve ne pagano quattro, il banconista a due euro l’ora, la commessa “stagista con esperienza”, eccetera eccetera. Lettura ricca di colpi di scena, per cui ognuno potrà farsi la sua top ten dell’annuncio più spericolato. Il mio preferito – me l’ero segnato a suo tempo – era un’inserzione per banconista in un negozio di autoricambi a Messina: dieci ore al giorno per sei giorni alla settimana, più la mattina della domenica: totale 66 ore settimanali per 400 euro al mese (ve lo faccio io, il conto: fa 1 euro e cinquanta all’ora). Ma non voglio consigliarvi la mia playlist preferita, fatevi la vostra, tra baristi, commessi, addetti alle pulizie, eterni stagisti, avrete un campionario infinito, una specie di Spotify dello sfruttamento, un pozzo senza fondo.
Trattandosi di annunci di lavoro, c’è sempre un riferimento, un contatto, un numero da chiamare o una mail a cui scrivere, e ci si chiede come mai, ogni tanto, non risponda l’ispettorato del lavoro: è lei che cerca un commesso a un euro e cinquanta l’ora? Venga con noi. Non sarebbero indagini difficili, ma non le fa nessuno, peccato (lo dico anche per i giornali, sarebbe una fonte inesauribile di spigolature divertenti).
Intanto, in Europa, ventuno Paesi su ventisette hanno un salario minimo garantito. Traduco: se lavori non puoi prendere meno di una certa cifra. E sono, in certi casi, cifre da capogiro 1.555 euro mensili in Francia, 1.626 in Belgio, 1.685 in Olanda, per non dire del Lussemburgo, dove nessuno, per legge, può lavorare per meno di 2.202 euro mensili. Per chi vuole guardare oltreoceano, negli Stati Uniti siamo a 1.024 euro, niente male.
Qui no. Qui il salario minimo era in una bozza del famoso Recovery plan, che sciccheria, ma poi è sparito – puff! – quando il testo è arrivato in Parlamento. Mistero: chi sarà stato? Come mai? Come si dice in questi casi, le indagini sono ferme, si brancola nel buio, si seguono tutte le piste. C’è evidentemente un caso di sordità selettiva, perché un salario minimo, a ben vedere “ce lo chiede l’Europa”, ma da quell’orecchio, chissà perché, l’Italia non ci sente.

martedì 14 settembre 2021

Chiedo venia Steve!

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa! Come ho potuto dubitare della beltà della mela morsicata? Dove ho trovato l'ardire di non considerare il mare placido riservato agli eletti seguaci di Steve? La sconsideratezza è nata dalla scomparsa del cavetto ricaricante il telecomando dell'Apple TV, di colore nero, corto, insignificante. Il nero che non s'addice alla casa madre m'ha offuscato la mente, al punto che non ho neanche lontanamente preso in considerazione il fatto che la moltitudine dei cavi per iPhone e iPad, sparsi ovunque in magione, potessero andare bene. Stolto! Come non introiettare tale dogma? E senza provare mi son diretto al centro commerciale, portandomi dietro il telecomando. Trovato un ragazzo con lo stemma della casa, festeggiato con torcida l'evento, visto la rarità degli addetti, ho iniziato un discorso in modalità cazzo&campana, stordendo il poveretto che ha iniziato a guardarmi compassionevolmente. Dopo il diluvio di frasi scorticanti la sua pazienza giobbiana, il poveretto mestamente mi ha chiesto: 

"scusi ma lei ha per caso un iPhone?"

"Certamente!"

"E allora usi quello no, che l'attacco è uguale!" 

Sono uscito camminando sui ceci, in penitenza, per non aver compreso che la semplicità è il nettare della grande casa bianca.

Tristemente

 


Posso dirlo? Notizie come questa, mi generano malinconia, tristezza. Non tanto per lei, che fa il suo mestiere e lo fa pure bene, secondo le attuali regole del mercato; ma per noi, collettività. Mi spiego: se siamo arrivati a quello che considero un capolinea, ovvero che basta un'occhiata, un sorriso di influencer come Ferragni, per acquistare le cianfrusaglie brillanti a cui corriamo dietro, ciò vuol significare lo smarrimento della propria identità a scapito del gregge ansimante in questa valle consumistica. 

Ferragni oggi fa balzare in borsa Safilo e i suoi occhiali. Regole di mercato si dirà. Ma la signora Fedez non molto tempo fa vendeva acqua, lo ripeto: semplice acqua, di una rinomata casa molto amata tra i riccastri, addobbata con la firma di Chiara e venduta, immaginate un po', alla modica cifra di 8 euro al litro! Ed è pure andata esaurita in battibaleno! 

Ora, premettendo che auspicherei il Tso per gli acquirenti, perché se paghi l'acqua otto euro al litro non solo sei un imbecille, ma non meriti di vivere in una società normodotata. 

Ma il lato triste di tutto ciò è un altro: ci manipolano come vogliono, siamo dei pupazzetti senza spina dorsale, dei molluschi flaccidi, acquosi, delle amebe in balia della corrente. Possono propinarci ciò che vogliono, agevolarci specchietti per allodole, senza alcuna ritrosia o fermento muovente coscienze oramai insonorizzate. 

Non ascoltiamo più noi stessi, gongolando esclusivamente del vuoto d'aria persuadente ad accatastare eterea chincaglieria.   

Acqua ad otto euro! Ma vaff....!

lunedì 13 settembre 2021

Eclatante esempio

 


L'utilità della campagna elettorale romana consiste consiste in special modo nel verificare tutto quanto la cattiva informazione riesca ad alterare per ossequiare le smanie ed i diktat di "lor signori." 

Intendiamoci: Virginia, sindaco uscente, di errori ne ha fatti, numerosi. Altrettando eclatante però è la manipolazione, la miriade di attacchi folli e sconsiderati che l'hanno accompagnata in tutti questi anni di gestione del Campidoglio: Raggi ha dato fastidio ai potentati da sempre a braccetto con la malavita organizzata; quando entrò la comune della capitale la situazione era drammatica, ma nessuno ce lo ricorda. Il bilancio lasciato dai precedenti sindaci, compreso Pappagone Uolter Veltroni, sfiorava il nauseante; le ere del fascistone Alèmagno, le sue folli assunzioni di parenti ed amici, i latrati amministrativi dei predecessori confezionarono un verminaio di intoppi e sforamenti da far impallidire chiunque. La sindaca Raggi si rimboccò le maniche e, soffrendo, ha permesso di affievolire sensibilmente il bilancio negativo della capitale. Ricordiamoci che prima di lei i contratti venivano stipulati sulla carta delle brioches, con untuose strette di mano tra compari di crimini contro la collettività. 

I giornaloni come quello in foto appartenente alla monarchica famigliuola sabauda tutt'ora elargente i tributi in altri stati, canaglia, stanno subissando la pubblica opinione di sterco mediatico per obnubilare cervici e coscienze: le buche a Roma sono un problema serio e pericoloso, come i contratti stipulati una volta per sfamare orchi e gnomi culturali; i trasporti sono pessimi, come il disastro della partecipata romana, coacervo di raccomandati, di figliocci, di picciotti dei tempi preistorici butterati dalla malavita; per i rifiuti il discorso è semplice: le discariche le deve cercare ed aprire la Regione, non il Comune; il fratello di Montalbano non Virginia. 

Il fagocitare la verità, arte primaria di molti media di proprietà dei soliti noti, è, da sempre, il problema principale per risanare la disastrata nostra democrazia. Persone come Virginia agevolerebbero, al meglio, questo processo. Daje Virgì!