venerdì 10 settembre 2021

Travaglio!


Bianchi a rotelle

di Marco Travaglio

Mercoledì Draghi ha esautorato Andrea De Pasquale, neo-sovrintendente dell’Archivio di Stato, dalla guida del comitato per la desecretazione degli atti sulle stragi. L’ha fatto dopo la campagna dei familiari delle vittime, di intellettuali come Tomaso Montanari e del Fatto, contro l’ex presiedente di quella Biblioteca nazionale che aveva tessuto le lodi del neofascista Pino Rauti. In due mesi è il terzo “impresentabile” segnalato dal nostro giornale, dopo Farina e Durigon, che perde il posto per indegnità. La decisione fa onore a Draghi, anche se queste improvvise sparizioni meriterebbero una parola di motivazione. Ma dimostra anche che una stampa libera e dunque critica aiuta i governi a sbagliare meno e, ogni tanto, a rimediare ai loro errori. Ai governi Conte la stampa non perdonava nulla (neppure i meriti), dunque i ministri si sentivano ogni minuto sotto esame. Al governo Draghi perdona tutto, dipingendolo apoditticamente come una covata di fenomeni, di cui peraltro sfuggono le imprese memorabili. Così i ministri, a furia di sbagliare senza l’ombra di una critica, si credono infallibili. E sbagliano ancor di più.

Oltre agli imbarazzanti Cartabia, Cingolani e Brunetta, c’è il catastrofico Bianchi, l’ectoplasma che chiamiamo “ministro dell’Istruzione”. Quello che “la scuola sarà la prima a riaprire” (invece è la prima a richiudere). Quello che “l’anno scolastico durerà di più per recuperare” (invece è durato meno). Quello che “scuole aperte tutta l’estate” (sì, buonanotte). Quello che “non faremo sanatorie” (ha fatto quella dei precari). Quello che “ho immesso 59mila nuovi insegnanti” (ma 53mila sono merito della Azzolina). Quello che “nelle classi con tutti vaccinati si possono togliere le mascherine” (ma il vaccino non esclude il contagio). Quello che “abbiamo fatto un lavoro titanico per far ripartire la scuola in sicurezza”. E invece ha fatto poco o nulla: le aule sono più o meno le stesse di un anno fa, quando l’Azzolina in pochi mesi ne trovò 40mila in più e non bastavano ancora per evitare l’effetto “pollaio” e garantire il distanziamento di un metro. Ma la Azzolina, essendo 5Stelle, era pessima per definizione: una “ministra a rotelle” a causa dei 400mila banchi a seduta innovativa (su 2,4 milioni) ordinati non da lei, ma dai dirigenti scolastici. Ora si scopre che, dopo un anno, le classi-pollaio sono ancora una su dieci, anche se Bianchi le chiama “soprannumerarie” (non riuscendo a cambiare le cose, cambia i nomi). Infatti la sua inerzia ha costretto il Cts a imporre comicamente la “distanza interpersonale di almeno un metro” solo “qualora logisticamente possibile”. La scuola come la Casa delle Libertà di Corrado Guzzanti: “Fate un po’ come cazzo vi pare”.

mercoledì 8 settembre 2021

Sempre in fiera

 


Nulla è immutabile tranne il comportamento brigantesco della nostra vergogna nazionale! Covid o no Covid, lockdown, vaccinazioni, Green Pass, scuole che riaprono, morti in gran numero, milioni di persone in difficoltà: nulla può scalfire il comportamento mefitico del pagatore di tangenti alla mafia. Coadiuvato da una pletora di avvocatoni, amico intimo di luminari eccelsi, tra cui quello che un anno fa dichiarò che il virus era morto, allupato come non mai con vista Quirinale - se questa sciagura si realizzasse, prometto a me stesso di cercare una residenza a San Marino perché l'infausto non potrebbe mai essere il mio presidente - il pregiudicato per antonomasia che qui ad Alloccalia molti stan tentando da tempo immemore di sdoganare affinché babbei e disastrati in cervice riescano ad accostarlo ai padri della patria, somma ed indecente idiozia questa, tra un ricovero lussuoso e l'altro persegue, con diabolica volontà, di ritardare il processo in cui è imputato; non potendo trovare scuse da impedimento politico, visto che non ha da fare una mazza, si è completamente indirizzato verso i dorati ricoveri, nella speranza di riuscire a sfangare l'ennesima, probabile, condanna. 

Mi vergogno di vedere un tale energumeno sulla martoriata terra italica! Mi vergogno ad assistere a queste sceneggiate oramai sdoganate dal pensiero comune, basti pensare ai molti che addirittura reclamano e protestano per la persecuzione giudiziaria a cui Al Tappone è sottoposto, a parer loro naturalmente!

Tutto questo deriva dallo sdoganamento pluri decennale agevolato all'erotomane; se penso allo stratosferico conflitto d'interesse che abbiamo ingurgitato, la proprietà delle tv commerciali rese nazionali dai miliardi fagocitati dall'amico e defunto Cinghialone, le cene eleganti, le barze sulla mela al sapor di culo, le leggi ad personam, lo sfanculamento della prescrizione, i servi, gli sguatteri, mi chiedo: che abbiamo fatto di male per meritarci sì tanta disgrazia?     

Anche oggi



L’omuncolo di oggi, ma anche di ieri, dell’altro ieri, di tre giorni fa…

L'Amaca

 

Una battuta di spirito
di Michele Serra
Ci sono, nelle liste elettorali del centrosinistra, candidati nostalgici delle Brigate Rosse, o inneggianti ai gulag?
Non risulta. Ce ne sarà qualcuno, magari, in qualcuna delle marginalissime mini-liste dell’estremismo vecchio e nuovo, che corre e inciampa per conto suo. Certo non nelle larghe coalizioni che puntano a eleggere i nuovi sindaci.
Ci sono, nelle liste elettorali del centrodestra, candidati antisemiti, fascisti, nazisti? Sì, ce ne sono. Lasciano grevi tracce sui social e i leader delle loro liste, quando qualcuno gli chiede come mai, cadono dalle nuvole: non sapevamo, non credevamo, chi l’avrebbe mai detto, comunque si tratta di brave persone molto legate al territorio.
Queste brave persone sono, da anni, politicamente organiche alla destra italiana: dunque è del tutto "naturale" trovarle in liste di larga coalizione. La Lega e Fratelli d’Italia hanno in pancia un numero non quantificabile, ma certamente notevole, di fascisti. Non Forza Nuova e Casa Pound: la Lega e Fratelli d’Italia, che costituiscono i quattro quinti della coalizione detta "centrodestra".
Se fossimo al bar e dovessi tirare le conclusioni un poco alla carlona, ma neanche troppo, direi che il comunismo è stato trattato come un problema, in questo Paese, anche dagli stessi comunisti. Il fascismo no. Ammesso che lo sia mai stato, non è più un problema, non lo è per i fascisti, non lo è per i "moderati" che candidano in grande souplesse camerati da stadio e da birreria, o signorine che dicono che il Covid è un complotto degli ebrei.
Quando qualcuno vi parla di «egemonia culturale della sinistra», siete autorizzati a considerarla una battuta di spirito.

martedì 7 settembre 2021

Buongiorno

 


Parole povere

di Mattia Feltri 
In un impeto di temerarietà, il ministro Andrea Orlando ha accusato Giorgia Meloni, secondo la quale il reddito di cittadinanza è metadone di Stato, di non sapere che sia la povertà. Non vorrei indagare le biografie dell'uno e dell'altra: forse, per farsi un'idea su chi abbia più o meno sintonia coi poveri, basta notare i sondaggi di Fratelli d'Italia nelle periferie, la fama di partito da Ztl del Pd, e pure l'evaporazione dei Cinque Stelle, quelli che la povertà l'avevano abolita. Io, fossi Orlando, non sarei sicurissimo che siano tutti in attesa di un sussidio, probabilmente la stragrande maggioranza preferirebbe un lavoro dignitosamente pagato. Preferirebbe, in un ristorante, non essere retribuita a norma per un terzo delle ore e a nero per i restanti due terzi (il 73 per cento dei ristoranti italiani vive di irregolarità). Preferirebbe non vedersi offrire un lavoro stagionale a 3-4 euro l'ora, sette giorni la settimana. Preferirebbe non fare i conti con la concorrenza disperata degli immigrati schiavi nei campi a dieci euro al giorno. Preferirebbe non portare le pizze in casa altrui per una media di ottocento euro al mese. Preferirebbe vivere in un Paese nel quale tre milioni di lavoratori, un milione sotto i trent'anni, non fossero pagati meno del salario minimo di nove euro lordi l'ora. Preferirebbero una politica che, invece di cavarsela distribuendo sovvenzioni, si decidesse a traslocare nel Terzo millennio per affrontare con strumenti nuovi i problemi nuovi sorti con la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. Non so se questo significhi conoscere i poveri, di sicuro significa conoscere gli uomini.

domenica 5 settembre 2021

Barbero e le foibe

 

lo storico interviene sul caso aperto da tomaso montanari

Sulla «Stampa»

Barbero: la mia verità sulle foibe


L'Italia è un Paese meraviglioso, dove succedono cose che a sentirle raccontare uno non ci crederebbe. Un esempio: c'è una canzone italiana, popolarissima, conosciuta anche all'estero, dove molti la sanno cantare in italiano, cosa che dovrebbe fare molto piacere a chi ha a cuore l'immagine del nostro Paese. Questa canzone racconta di un italiano che una mattina si sveglia e trova il paese invaso dallo straniero, e decide di andare a morire combattendo contro l'invasore. Uno dice: chi in Italia rivendica con forza l'identità, la nazione, la patria e i suoi valori, e proclama con orgoglio di essere italiano, dovrebbe essere entusiasta di questa canzone. Invece no, è tutto il contrario: chi pretende di difendere l'italianità e la patria, questa canzone non la può sopportare, perché Bella Ciao è comunemente associata alla Resistenza. E ai difensori della nazione, della patria e della religione l'idea che un giorno una moltitudine di italiani, rivoluzionari e conservatori, operai e nobiluomini, comunisti e monarchici e cattolici, civili e militari, si siano sollevati contro un invasore straniero e contro gli avanzi di un regime in cui molti di loro avevano creduto in buona fede e che aveva portato l'Italia alla vergogna e alla rovina, be', ai nostri odierni difensori della nazione, della patria e della fede questa idea dà fastidio, non riescono proprio a non dimostrare la loro istintiva ostilità verso quei ribelli.


È bene ricordare che questo è il Paese surreale in cui viviamo, per capire l'attuale dibattito sulle foibe e sul loro ricordo. Che non è affatto, sia chiaro, un dibattito sui fatti, ma sul modo in cui lo Stato italiano di oggi s'è incaricato di organizzarne ufficialmente il ricordo. Sui fatti non c'è alcun dubbio, perché i fatti hanno questa caratteristica positiva, di essere roba solida, più solida delle distorsioni che l'ideologia o anche solo la memoria possono produrre. E così è un fatto che ai confini orientali d'Italia si è consumata una tragedia: tra il 1943 e il 1945 i partigiani jugoslavi, via via che occupavano i territori dell'Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia, hanno compiuto stragi di italiani, e molti altri ne hanno deportati in campi da cui la maggior parte non sono tornati, facendo molte migliaia di vittime, spesso uccise in modo atroce e gettate, morte o vive, nelle foibe. Il numero dei morti è, inevitabilmente, oggetto di una controversia non puramente scientifica; le stime più alte danno fino a 11.000 morti, quelle degli storici che personalmente a me paiono più scrupolosi e attendibili arrivano a 5000. Cifre spaventose per un'area geografica così circoscritta, paragonabili a quelle dei caduti della Resistenza, uccisi dai nazisti o dai fascisti di Salò: 5800 solo in Piemonte.


La vicenda delle foibe è senza alcun dubbio unica nella storia recente d'Italia. Il Paese, nella Seconda guerra mondiale, era stato invaso da altri due eserciti stranieri, quello degli Alleati, che dal 1942 si definivano ufficialmente le Nazioni Unite, sbarcato in Sicilia nel luglio 1943, e quello tedesco che dopo l'8 settembre si assicurò fulmineamente il controllo di quasi tutta la parte continentale d'Italia. L'occupazione tedesca produsse un numero enorme di vittime civili, tra deportati, caduti della Resistenza e vittime delle rappresaglie; quella alleata ne fece molte meno, ma al bilancio vanno aggiunte le vittime dei bombardamenti aerei alleati lungo l'intero arco della guerra. Tedeschi e angloamericani sono responsabili della stragrande maggioranza dei 153.000 civili caduti e dispersi per cause belliche, calcolati dall'Istituto Centrale di Statistica. E tuttavia la vicenda delle foibe è, ripetiamolo, unica, perché solo in quel caso quello che allora era territorio nazionale è stato invaso da un esercito straniero che ha compiuto ovunque stragi sistematiche, indirizzate specificamente contro il personale del regime fascista ma che hanno finito per coinvolgere in generale la popolazione italiana, determinando contemporaneamente l'esodo drammatico di una parte dei superstiti.


E dunque è bene che la tragedia delle foibe sia pubblicamente ricordata: perché è una vicenda unica nella storia italiana, e un esempio terribile dei risultati a cui può portare l'odio accumulato per anni, in un territorio dove da secoli convivevano un popolo imperiale, dominatore e portatore d'una civiltà assai sofisticata, e altri popoli tenuti per tanto tempo in condizione subalterna; dove il risveglio del nazionalismo caratteristico dell'Ottocento aveva portato anche quei popoli finora assoggettati a rivendicare la propria lingua, la propria cultura, la propria indipendenza; dove negli ultimi venticinque anni il popolo imperiale, in seguito a una schiacciante vittoria militare, era tornato a imporre con molta più intransigenza la propria supremazia, la propria lingua, il proprio regime politico, liberale prima e poi dittatoriale, senza lesinare il bastone, la deportazione e la galera; e dove negli ultimissimi anni una nuova guerra aveva visto il popolo imperiale allargare ancora il suo dominio in compagnia di un alleato ancora più feroce, e tentare di difenderlo senza lesinare, stavolta, le rappresaglie e le stragi, i villaggi bruciati e i civili fucilati.

L'odio accumulato in quegli anni - che non fu soltanto etnico, ma venne accentuato come avveniva ovunque nel Novecento dallo scontro di opposte ideologie che s'erano abituate a prevedere la morte come unica pena da infliggere al nemico - produsse le atrocità delle foibe, travolgendo indistintamente chi aveva contribuito a creare quell'odio, e chi non aveva nessuna colpa se non di essere italiano. Guai a dimenticare una vicenda del genere, e quello che ci insegna sul modo in cui i nostri nonni hanno creato le condizioni perché le foibe accadessero.


E dunque, benvenuta l'istituzione della Giornata del ricordo, in cui tutti possiamo ricordare con sgomento ciò che accadde tra il 1943 e il 1945 a migliaia di italiani, e ragionare sul perché ciò accadde, e imparare a non riprodurre più i comportamenti che portarono a quella tragedia: il nazionalismo cieco, il disprezzo per l'altro, la certezza che noi abbiamo sempre ragione a tutti i costi, il «right or wrong, my country», l'educazione basata sulla propaganda anziché sullo spirito critico, l'attitudine alla minaccia, all'insulto e alla bastonata anziché alla discussione anche con chi non la pensa come noi. —