mercoledì 8 settembre 2021

Anche oggi



L’omuncolo di oggi, ma anche di ieri, dell’altro ieri, di tre giorni fa…

L'Amaca

 

Una battuta di spirito
di Michele Serra
Ci sono, nelle liste elettorali del centrosinistra, candidati nostalgici delle Brigate Rosse, o inneggianti ai gulag?
Non risulta. Ce ne sarà qualcuno, magari, in qualcuna delle marginalissime mini-liste dell’estremismo vecchio e nuovo, che corre e inciampa per conto suo. Certo non nelle larghe coalizioni che puntano a eleggere i nuovi sindaci.
Ci sono, nelle liste elettorali del centrodestra, candidati antisemiti, fascisti, nazisti? Sì, ce ne sono. Lasciano grevi tracce sui social e i leader delle loro liste, quando qualcuno gli chiede come mai, cadono dalle nuvole: non sapevamo, non credevamo, chi l’avrebbe mai detto, comunque si tratta di brave persone molto legate al territorio.
Queste brave persone sono, da anni, politicamente organiche alla destra italiana: dunque è del tutto "naturale" trovarle in liste di larga coalizione. La Lega e Fratelli d’Italia hanno in pancia un numero non quantificabile, ma certamente notevole, di fascisti. Non Forza Nuova e Casa Pound: la Lega e Fratelli d’Italia, che costituiscono i quattro quinti della coalizione detta "centrodestra".
Se fossimo al bar e dovessi tirare le conclusioni un poco alla carlona, ma neanche troppo, direi che il comunismo è stato trattato come un problema, in questo Paese, anche dagli stessi comunisti. Il fascismo no. Ammesso che lo sia mai stato, non è più un problema, non lo è per i fascisti, non lo è per i "moderati" che candidano in grande souplesse camerati da stadio e da birreria, o signorine che dicono che il Covid è un complotto degli ebrei.
Quando qualcuno vi parla di «egemonia culturale della sinistra», siete autorizzati a considerarla una battuta di spirito.

martedì 7 settembre 2021

Buongiorno

 


Parole povere

di Mattia Feltri 
In un impeto di temerarietà, il ministro Andrea Orlando ha accusato Giorgia Meloni, secondo la quale il reddito di cittadinanza è metadone di Stato, di non sapere che sia la povertà. Non vorrei indagare le biografie dell'uno e dell'altra: forse, per farsi un'idea su chi abbia più o meno sintonia coi poveri, basta notare i sondaggi di Fratelli d'Italia nelle periferie, la fama di partito da Ztl del Pd, e pure l'evaporazione dei Cinque Stelle, quelli che la povertà l'avevano abolita. Io, fossi Orlando, non sarei sicurissimo che siano tutti in attesa di un sussidio, probabilmente la stragrande maggioranza preferirebbe un lavoro dignitosamente pagato. Preferirebbe, in un ristorante, non essere retribuita a norma per un terzo delle ore e a nero per i restanti due terzi (il 73 per cento dei ristoranti italiani vive di irregolarità). Preferirebbe non vedersi offrire un lavoro stagionale a 3-4 euro l'ora, sette giorni la settimana. Preferirebbe non fare i conti con la concorrenza disperata degli immigrati schiavi nei campi a dieci euro al giorno. Preferirebbe non portare le pizze in casa altrui per una media di ottocento euro al mese. Preferirebbe vivere in un Paese nel quale tre milioni di lavoratori, un milione sotto i trent'anni, non fossero pagati meno del salario minimo di nove euro lordi l'ora. Preferirebbero una politica che, invece di cavarsela distribuendo sovvenzioni, si decidesse a traslocare nel Terzo millennio per affrontare con strumenti nuovi i problemi nuovi sorti con la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. Non so se questo significhi conoscere i poveri, di sicuro significa conoscere gli uomini.

domenica 5 settembre 2021

Barbero e le foibe

 

lo storico interviene sul caso aperto da tomaso montanari

Sulla «Stampa»

Barbero: la mia verità sulle foibe


L'Italia è un Paese meraviglioso, dove succedono cose che a sentirle raccontare uno non ci crederebbe. Un esempio: c'è una canzone italiana, popolarissima, conosciuta anche all'estero, dove molti la sanno cantare in italiano, cosa che dovrebbe fare molto piacere a chi ha a cuore l'immagine del nostro Paese. Questa canzone racconta di un italiano che una mattina si sveglia e trova il paese invaso dallo straniero, e decide di andare a morire combattendo contro l'invasore. Uno dice: chi in Italia rivendica con forza l'identità, la nazione, la patria e i suoi valori, e proclama con orgoglio di essere italiano, dovrebbe essere entusiasta di questa canzone. Invece no, è tutto il contrario: chi pretende di difendere l'italianità e la patria, questa canzone non la può sopportare, perché Bella Ciao è comunemente associata alla Resistenza. E ai difensori della nazione, della patria e della religione l'idea che un giorno una moltitudine di italiani, rivoluzionari e conservatori, operai e nobiluomini, comunisti e monarchici e cattolici, civili e militari, si siano sollevati contro un invasore straniero e contro gli avanzi di un regime in cui molti di loro avevano creduto in buona fede e che aveva portato l'Italia alla vergogna e alla rovina, be', ai nostri odierni difensori della nazione, della patria e della fede questa idea dà fastidio, non riescono proprio a non dimostrare la loro istintiva ostilità verso quei ribelli.


È bene ricordare che questo è il Paese surreale in cui viviamo, per capire l'attuale dibattito sulle foibe e sul loro ricordo. Che non è affatto, sia chiaro, un dibattito sui fatti, ma sul modo in cui lo Stato italiano di oggi s'è incaricato di organizzarne ufficialmente il ricordo. Sui fatti non c'è alcun dubbio, perché i fatti hanno questa caratteristica positiva, di essere roba solida, più solida delle distorsioni che l'ideologia o anche solo la memoria possono produrre. E così è un fatto che ai confini orientali d'Italia si è consumata una tragedia: tra il 1943 e il 1945 i partigiani jugoslavi, via via che occupavano i territori dell'Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia, hanno compiuto stragi di italiani, e molti altri ne hanno deportati in campi da cui la maggior parte non sono tornati, facendo molte migliaia di vittime, spesso uccise in modo atroce e gettate, morte o vive, nelle foibe. Il numero dei morti è, inevitabilmente, oggetto di una controversia non puramente scientifica; le stime più alte danno fino a 11.000 morti, quelle degli storici che personalmente a me paiono più scrupolosi e attendibili arrivano a 5000. Cifre spaventose per un'area geografica così circoscritta, paragonabili a quelle dei caduti della Resistenza, uccisi dai nazisti o dai fascisti di Salò: 5800 solo in Piemonte.


La vicenda delle foibe è senza alcun dubbio unica nella storia recente d'Italia. Il Paese, nella Seconda guerra mondiale, era stato invaso da altri due eserciti stranieri, quello degli Alleati, che dal 1942 si definivano ufficialmente le Nazioni Unite, sbarcato in Sicilia nel luglio 1943, e quello tedesco che dopo l'8 settembre si assicurò fulmineamente il controllo di quasi tutta la parte continentale d'Italia. L'occupazione tedesca produsse un numero enorme di vittime civili, tra deportati, caduti della Resistenza e vittime delle rappresaglie; quella alleata ne fece molte meno, ma al bilancio vanno aggiunte le vittime dei bombardamenti aerei alleati lungo l'intero arco della guerra. Tedeschi e angloamericani sono responsabili della stragrande maggioranza dei 153.000 civili caduti e dispersi per cause belliche, calcolati dall'Istituto Centrale di Statistica. E tuttavia la vicenda delle foibe è, ripetiamolo, unica, perché solo in quel caso quello che allora era territorio nazionale è stato invaso da un esercito straniero che ha compiuto ovunque stragi sistematiche, indirizzate specificamente contro il personale del regime fascista ma che hanno finito per coinvolgere in generale la popolazione italiana, determinando contemporaneamente l'esodo drammatico di una parte dei superstiti.


E dunque è bene che la tragedia delle foibe sia pubblicamente ricordata: perché è una vicenda unica nella storia italiana, e un esempio terribile dei risultati a cui può portare l'odio accumulato per anni, in un territorio dove da secoli convivevano un popolo imperiale, dominatore e portatore d'una civiltà assai sofisticata, e altri popoli tenuti per tanto tempo in condizione subalterna; dove il risveglio del nazionalismo caratteristico dell'Ottocento aveva portato anche quei popoli finora assoggettati a rivendicare la propria lingua, la propria cultura, la propria indipendenza; dove negli ultimi venticinque anni il popolo imperiale, in seguito a una schiacciante vittoria militare, era tornato a imporre con molta più intransigenza la propria supremazia, la propria lingua, il proprio regime politico, liberale prima e poi dittatoriale, senza lesinare il bastone, la deportazione e la galera; e dove negli ultimissimi anni una nuova guerra aveva visto il popolo imperiale allargare ancora il suo dominio in compagnia di un alleato ancora più feroce, e tentare di difenderlo senza lesinare, stavolta, le rappresaglie e le stragi, i villaggi bruciati e i civili fucilati.

L'odio accumulato in quegli anni - che non fu soltanto etnico, ma venne accentuato come avveniva ovunque nel Novecento dallo scontro di opposte ideologie che s'erano abituate a prevedere la morte come unica pena da infliggere al nemico - produsse le atrocità delle foibe, travolgendo indistintamente chi aveva contribuito a creare quell'odio, e chi non aveva nessuna colpa se non di essere italiano. Guai a dimenticare una vicenda del genere, e quello che ci insegna sul modo in cui i nostri nonni hanno creato le condizioni perché le foibe accadessero.


E dunque, benvenuta l'istituzione della Giornata del ricordo, in cui tutti possiamo ricordare con sgomento ciò che accadde tra il 1943 e il 1945 a migliaia di italiani, e ragionare sul perché ciò accadde, e imparare a non riprodurre più i comportamenti che portarono a quella tragedia: il nazionalismo cieco, il disprezzo per l'altro, la certezza che noi abbiamo sempre ragione a tutti i costi, il «right or wrong, my country», l'educazione basata sulla propaganda anziché sullo spirito critico, l'attitudine alla minaccia, all'insulto e alla bastonata anziché alla discussione anche con chi non la pensa come noi. —

Giannini

 

LA PANDEMIA E IL FANTASMA DI FOUCAULT

di Massimo Giannini 
Sull'estensione del Green Pass e sul vaccino obbligatorio "la Ue sta con Draghi", dice il commissario Paolo Gentiloni. Vorrei che fosse chiaro, a scanso di equivoci e in tempi di violenze No Vax-No Pass-No Brain: anche noi stiamo con Draghi. Come l'Europa, alla quale dal Forum Ambrosetti di Cernobbio, lancia l'ennesimo, accorato appello, Sergio Mattarella. E stiamo con Draghi non perché veneriamo il "governo dei Migliori" o siamo subalterni "ai Poteri Forti". Questo sciocchezzaio luogocomunista lo lasciamo al pensiero debole delle destre populiste e alla vista corta degli orfanelli della Resistibile Armata gialloverde. Stiamo con Draghi perché, con molta fatica e molti errori, sul virus sta facendo oggi quello che a suo tempo chiedevamo a Conte. Libertà e salute marciano insieme: non c'è l'una senza l'altra. Economia e pandemia viaggiano all'opposto: la prima non riparte se la seconda non si ferma. 
È in virtù di queste evidenze riconosciute in tutto il mondo che tolleriamo sacrifici personali e obblighi sociali mai sperimentati nella nostra convivenza quotidiana. E, come dimostra il sondaggio di Alessandra Ghisleri che pubblichiamo oggi, sta con Draghi anche la maggioranza degli italiani, che condivide le ulteriori misure annunciate dal presidente del Consiglio. È la conferma di quanto sia scellerata e miope la linea "Ni-Vax" seguita da Lega, FdI e quel che resta del M5S. Se mai esiste, la posta in palio è un miserabile "pugno" di voti, plasticamente materializzato prima dalla vergognosa aggressione contro un videomaker del nostro gruppo editoriale, poi dal clamoroso flop della crociata "No-Laqualunque" (come l'ha ribattezzata il divino Altan). Parafrasando Pietro Nenni: social pieni, piazze vuote. Ci pensi bene, soprattutto Salvini: vale la pena di perdere la faccia.
E magari pure il governo, per vellicare uno scampolo di middle-class impaurita e un branco di leoni da tastiera invelenito? E ci pensi bene anche Landini: vale la pena di fare questa battaglia di retroguardia contro il Green Pass nel pubblico impiego e nelle aziende private, per tutelare una minoranza sindacalizzata mettendo a rischio la sicurezza della maggioranza disciplinata?
Personalmente dico sì ai nuovi "doveri", e non temo per i miei diritti. Già alla fine dello scorso anno, in una diretta a "Porta a Porta" su Raiuno, chiesi all'allora premier Conte perché, invece di uno stillicidio di raccomandazioni parziali e confuse, non varasse una legge sul vaccino obbligatorio per tutti. La risposta fu evasiva. Oggi ci stiamo arrivando, ed è giusto così. Anche Draghi ha compiuto a tratti scelte poco lineari: sui criteri di somministrazione, sulle fasce d'età. E anche Draghi si presenta con colpevole ritardo all'inizio dell'anno scolastico: non siamo ai banchi a rotelle, ma troppi prof non si vaccinano, e la app per i controlli ricorda il disastro della famosa "Immuni". Ma la strada, ancorché tortuosa, è in ogni caso giusta.
Detto questo, qualche domanda possiamo pur farcela. Sul grado di coscienza e conoscenza che abbiamo su questa malattia e sulla sua cura. Sul rapporto tra Scienza e Politica. Sul bilanciamento dei nostri valori costituzionali. Sulla torsione del nostro ordinamento giuridico. Sono questioni serie, che sul nostro giornale ha rilanciato l'altroieri Massimo Cacciari. Alcune ampiamente condivisibili (come la scarsità di informazioni scientifiche di cui noi cittadini disponiamo). Altre chiaramente opinabili (come le restrizioni legate al Green Pass che configurerebbero una "sospensione tout court di principii costituzionali"). Ieri Vladimiro Zagrebelski ha risposto magistralmente a questi interrogativi. E non c'è altro da aggiungere, sul piano giuridico. Ma riconosco che il tema affascina, sul piano filosofico.
Se vi capita, riprendete in mano un grande "classico": Michel Foucault, il filosofo di Poitiers scomparso nel 1984. Le pagine di "Sorvegliare e punire", scritte nel 1975, sono di straordinaria e abbacinante attualità. "Alla peste risponde l'ordine; la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male, che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell'individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene… La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come corrispettivo medico e politico la disciplina. Dietro i dispositivi disciplinari si legge l'ossessione dei contagi…".
Risalendo ancora indietro nei secoli, Foucault ragiona sui "rituali di esclusione" indotti dal controllo delle pandemie. Riflette sulla "situazione d'eccezione". "Contro un male straordinario, si erge il potere: esso si rende ovunque presente e visibile; inventa nuovi ingranaggi: ripartisce, immobilizza, incasella...". In "La volontà di sapere", pubblicato nel 1978, il filosofo francese teorizza con decenni di anticipo il concetto di "biopolitica" di cui oggi si nutre il nostro discorso pubblico: "Un potere che ha il compito di occuparsi della vita avrà bisogno di meccanismi continui, regolatori e correttivi… Non voglio dire che la legge scompaia, o che le istituzioni della giustizia tendano a scomparire, ma che la legge funziona sempre più come una norma… un continuum di apparati (medici, amministrativi) le cui funzioni sono soprattutto regolatrici". La conclusione è inequivocabile: "È la vita, molto più che il diritto, che è diventata la posta in gioco delle lotte politiche".
Perdonate le troppe citazioni. Ma è solo per dire che se si sostituisce "la peste" con il Covid; il "potere onnipresente" con il governo; "il potere onnisciente" con il Cts; i "dispositivi disciplinari" con il lockdown; la "situazione d'eccezione" con lo stato di emergenza; i "rituali di esclusione" con i divieti imposti a chi non ha il certificato verde; i "meccanismi continui, regolatori e correttivi" con i Dpcm; ebbene, il gioco è fatto. Foucault aveva capito tutto già 46 anni fa. E, in quel solco tracciato, Cacciari e Agamben cercano legittimamente un senso a questo complesso divenire che ci incalza, ci interroga, ci inquieta. Dobbiamo discutere su come gestiamo questo passaggio d'epoca. Proprio per non dover riconoscere, magari tra altri 46 anni, che quella volta i "chierici" non tradirono, ma avevano ragione.
Ma anche ammettendo tutto questo, bisognerà pur dare un briciolo di fiducia alle nostre stanche democrazie. Bisognerà pur credere che, nonostante il disincanto o addirittura il nichilismo di questa stagione, un po' di anticorpi per accettare qualche limite senza temere il liberticidio li abbiamo comunque sviluppati. Scusate se semplifico, e i filosofi autorevoli che animano il nostro dibattito mi perdoneranno. Ma mi torna spesso in mente una vignetta agrodolce che circola da giorni sul web. Ritrae due donne affiancate. A sinistra c'è una giovane signora con una bella massa di ricci rossi e una Ffp1 verde calata sotto il mento, che protesta indignata: "Mascherine, Green Pass, tracciamenti… Viviamo in una dittatura!". A destra c'è un'afghana nuovamente prigioniera del suo burqa viola, che dalla fessura per gli occhi la guarda basita e replica: "Ma vaffanculo!". Non voglio banalizzare. Ma al fondo è un po' anche questa la morale della favola. —

sabato 4 settembre 2021

Insuperabili

 



Complice l'ovatta del duepercento, ammetto di essermi quasi perso la fantastica esibizione del comico per eccellenza, che a Ponte di Legno - si proprio quello: il paese simbolo del bossismo leghista, d'altronde un fuoriclasse è un fuoriclasse sempre, giusto? - ha tentato di insegnare a centinaia di giovani - ma non avevano altro da fare? Han pagato pure 100 euro! - coadiuvato dalla Mnemonica Innamorata, come far politica! Genio assoluto, uno dei migliori comici degli ultimi decenni! 
Reduce dalla, per fortuna, oramai lontana Era del Ballismo, ove grazie al duo oggi insegnante, si ridicolizzarono, facendole scomparire, idee tramandate dagli antichi padri, per l’opera distruttrice degli stessi, capaci di blaterare alla luna ed essere pure ascoltati, agevolati dall'allocchismo imperante in questo povero paese, capaci di adeguarsi, come il placton e le alghe, ad ogni trasformazione di potere, pur di rimanere in tolda, che avrebbero dovuto abbandonare, come promesso, il giorno dopo la disfatta referendaria, questo duo promette miracoli e spunti comici inauditi. Li ringrazio di cuore! Mi fanno scompisciare come pochi! Una scuola di politica! Loro due! Meravigliosi!

Il giorno e la Storia

 


Ogni giorno su Rai Storia una rubrica eccellente - Il giorno e la storia - agevola in sinapsi accostamenti e approfondimenti utili per comprendere, per capire, per dimensionare la nassa in cui siamo caduti, causa menefreghismo culturale, attorno al giudizio sulle vicende storiche, a volte storpiate, liofilizzate, addomesticate in nome della famigerata, perché edulcorata, "libertà"

Prendiamo oggi, 4 settembre: due episodi, tra loro lontani, fanno emergere quello che a volte s'avverte, in special modo oggi, attorno all'impalpabile imperialismo americano, alla sua dannata smania di controllo, di dittatura soft mascherata in democrazia, di fobia attorno agli staterelli che, poveri creduloni, pensavano - pensano - penseranno, alla propria autonomia. Male comune questo, delle grandi potenze, basti pensare a Cina e Russia. Ma al contrario delle stelle e strisce, almeno gli altri non si ergono a baluardi della democrazia. 

Ed oggi ecco spuntare due grandi figure: Geronimo, capo assoluto dei natii Apache, che il 4 settembre 1886 appunto, si arrende al generale Nelson Miles, dopo anni di battaglie, di aggressioni, di spietata violenza in nome di quel tipo di liberà che prevedeva - prevede - prevederà che i diritti dei più deboli debbano necessariamente essere immolati in nome del bene comune, dei gargarismi gutturali convincenti masse circa le insane trasformazioni di violenza in bontà, e chissà perché istantaneamente m'aggradi accostare le vicende di Geronimo alle benamate "missioni umanitarie" degli ultimi decenni, dove "premi nobel" all'Obama, o sguatteri dell'oil alla Bush, per arrivare sino al Biondastro e al sonnecchiante zio Joe, in nome della Pace compirono e compiono scempi, devastazioni e, ahimè, migliaia di morti, e qui ci metto dentro pure gli sfigati dei cosiddetti "effetti collaterali", piccole increspature tecnologiche sterminanti bambini ed inermi. 

Geronimo combatté per la libertà, per le proprie terre, per il sacrosanto diritto universale di esistere. Ma sia Hollywood, John Wayne su tutti - e io che pure lo ammiravo ai tempi! - con la becera propaganda degli indiani cattivi, che la creduloneria, il convincimento popolare, ne agevolarono l'ecatombe, la prigionia dentro spazi imposti - le chiamarono, tentando di farle apparire concessioni umanitarie - riserve, che accosto alle tremebonde Strisce di Gaza con i coloni tra i coglioni a rompere gli zebedei degli oppressi - agli indiani d'America. 

E sempre il 4 settembre del 1970, inopinatamente, inaspettatamente, Salvator Allende diventa leader del Cile grazie al voto, libero, del popolo; il primo presidente di uno stato dell'America del Sud apertamente marxista, con una visione speciale su diritti e doveri dei popoli, nemico delle ribalderie capitalistiche, uomo dei sogni per molti, ancora oggi.

Il fato, perennemente bastardo, volle che sul trono a stelle strisce, fosse insediato uno dei binomi peggiori dei peggioro imperialismi: Nixon - Kissinger, ovvero tutto quello che la politica non dovrebbe fare per buonsenso, spessore e ricerca del bene comune. 

In tre anni Allende, per mano statunitense, fu annientato e sostituito da uno dei peggiori bastardi degli ultimi secoli, Augusto Pinochet - a proposito: se a quel tempo ci fosse stato l'Argentino, col piffero che si sarebbe affacciato assieme a quel fascistone benedicendo pure la folla! E oggi tremo per la visita di Francesco in Ungheria: non affacciarti con Orban, Francesco! Fallo per noi! - Augusto Pinochet: un generale che Allende aveva scelto dopo il primo tentativo di golpe andato all'aria, e che gli aveva giurato fedeltà, tradita in quattro e quattr'otto come il manuale del buon fascista suggerisce. 

Salvator Allende allorché comprese che sarebbe finito nelle mani del tiranno agevolato del duo mefitico statunitense, preferì il suicidio dentro il palazzo presidenziale piuttosto che finire nelle mani del fascistone cileno. 

Accadde tutto il 4 settembre, ma lo scempio continua quotidianamente, in nome della libertà democratica. A stelle e strisce.