sabato 1 dicembre 2018

Rigurgito



Da indossare solo dopo una ciclopica fagiolata con alta probabilità di produrre “vestite”...

Meditativo


sabato 01/12/2018

LA STORIA - MORIRE PER 20 EURO

Uomini e cani tra pietre e ulivi


di Enrico Fierro inviato a Guglionesi (Campobasso)


Rafla cammina a testa alta per le strade di Guglionesi. Con i suoi occhi profondi come lo Chott el Jerid – il grandissimo lago di sale del suo Paese, la Tunisia – fissa chi sa e non parla, chi c’era e non ha mosso un dito, chi ha mentito sapendo di farlo. E quelli abbassano lo sguardo e vanno via. Rafla è la sorella senza pace di Saifeddine Chaffar, giovane uomo di trent’anni, ucciso a calci e pugni in questo lembo del Molise solo perché reclamava il diritto di essere pagato dopo una giornata di lavoro. Rafla vuole giustizia, non si rassegna e da anni una serie di domande le tormentano il cervello e tutti i giorni che il suo dio manda in terra. Quanto vale la vita di un uomo sfruttato, umiliato, preso a calci e pugni e ridotto per anni immobile e muto in un letto, senza più memoria, né controllo del suo corpo? Morto dopo un calvario fatto di ospedali, tubi che penetrano e ti permettono di respirare, alimentarti, mordere attimi di una vita che non è più tale, degradanti pannoloni. Vale zero. Meno di zero. Lo percuoti fino a ucciderlo perché tu sei il padrone, l’uomo che in paese sa come farsi valere, e rischi niente. Male che vada cinque anni di galera. Afflizione presunta, perché la legge è legge e quando vuole sa essere benevola e comprensiva e sa tener conto dei ravvedimenti tardivi e delle buone condotte assunte fuori tempo massimo.

Questa è la storia di Saifeddine Chaffar, giovane tunisino approdato in Italia, in Molise per raggiungere sua sorella Rafla, alla ricerca del suo pezzo di pane da guadagnare con onestà. Viene da al-Qayrawan, quarta città dell’Islam: e, nel suo Paese, il suo nome significa “la spada di Dio”. Ma quella sera del 4 novembre 2007, più di dieci anni fa, non c’è nessun dio a proteggerlo. Sono da poco passate le cinque di sera e a Guglionesi, 5mila anime a una ventina di chilometri da Termoli, c’è la vita di sempre. Poca gente per strada, pochissimi giovani, qualche vecchio a giocarsi una birra al bar. Saifeddine attraversa a passi rapidi il “lungomare”, il corso principale, che in paese chiamano così anche se del mare non c’è traccia. Entra deciso nel bar Renzetti per parlare con Rosario, il proprietario. Per giorni ha lavorato nei suoi terreni a raccogliere le olive, si è rotto la schiena e lo ha fatto perché gli servono i soldi. Poche decine di euro. Regolarmente in nero. Senza tutele, senza diritti, senza rispetto. Guglionesi non è la Puglia della “Pummarola Valley”, né Rosarno del ghetto per i dannati delle clementine: qui si raccolgono le olive. Ma grandi e piccoli proprietari usano manodopera in nero e a basso costo. Perché così si fa da sempre. Saiffeddine entra e chiede di essere pagato. Rosario gli dice che non c’è un euro, lo invita a ripassare il giorno dopo. E ride. E ridono a crepapelle i pochi avventori aggrappati alle loro “Peroni”, quando – così raccontano in paese – Rosario fa sventolare sotto il naso del tunisino una ventina di euro: “Salta, salta… prendili se li vuoi!”. Anche Cezar Florinel Hongu aveva raccolto le olive per Rosario Renzetti. Anche lui voleva i soldi e anche lui fu minacciato: “Che cazzo vuoi, vedi che qui siamo in Italia, non in Romania. Non mi guardare in cagnesco”.

Saifeddine si sente umiliato, fatica a trattenere lacrime di rabbia. Esce dal bar, ma prima tira un calcio alla porta a vetri. Va in strada e prende il cellulare per fare una telefonata. Forse a un amico, o alla sorella maggiore Rafla, che abita a pochi metri dal bar. Non ha il tempo di comporre numeri, perché Rosario, il barista, un uomo grosso, lo colpisce con un pugno. “Vattene via che ti ammazzo”. Saifeddine cade, batte la testa, tenta di rialzarsi. Ma viene colpito ancora. Calci e ancora calci. Dati con forza. Il suo corpo viene ridotto come quello di un uomo investito da un tir. Lo dicono le perizie mediche che parlano di “danno assonale e vascolare diffuso, fondamentalmente quello tipico che si può ritrovare in vittime della strada e nei pugili che subiscono una lesività del distretto encefalitico tale da essere anche mortale”. Saifeddine non viene investito da un’auto, né è un pugile sfortunato, il suo ring mortale è il marciapiedi sul quale è riverso e dove riceve ancora colpi. Da quante persone? “Da tutti, contro uno solo”, è la triste risposta di Giuseppe D’Urbano, l’avvocato della famiglia Chaffar. “Saifeddine – scrivono nei loro rapporti i carabinieri – si limitava a subire. Non si tratta di colluttazione”. A colpire è certamente Rosario, ma ci sarebbero anche Michele, suo fratello, di mestiere guardia carceraria, e anche l’altro fratello, Vincenzo, militare della Guardia di Finanza. Quest’ultimo verrà liberato da ogni accusa con una sentenza di non luogo a procedere. Michele, invece, viene riconosciuto da alcuni testimoni e indicato dalle prime indagini dei carabinieri come l’uomo che avrebbe sferrato uno o due calci, con uno stivale con la punta in ferro, al giovane tunisino. Saiffedine stesso lo riconosce il 4 ottobre 2011 in una drammatica udienza davanti al Gup. Il giovane è uscito da un lungo coma, il suo corpo è devastato, riesce appena a parlare, ma la memoria di quella maledetta sera è ancora viva. Indica Rosario come l’uomo che l’ha picchiato, poi anche Michele. “Guardalo bene, è lui, sei sicuro?”, gli chiede il magistrato. Saifeddine è stanco, provato ma sicuro. In primo grado Michele viene condannato a sette anni. Sarà assolto in Appello. Ora è in pensione e di questa storia non vuole più sentir parlare.

Quella sera del 4 novembre di undici anni fa, il giovane bracciante tunisino Saifeddine Chaffar si rialza da terra, si asciuga il sangue che gli riga il volto e va da solo alla guardia medica. Cammina a fatica a gambe allargate. Quei 450 metri che separano il luogo dell’aggressione dall’ambulatorio gli sembrano una eternità. Piange, deve svuotare la vescica, ma non riesce a raggiungere il bagno. Il medico capisce di trovarsi di fronte a una situazione drammatica. Alle 18,20 arriva un’ambulanza: Saifeddine viene portato a Termoli, entra in coma “da trauma cranico con ematoma epidurale”. Lo trasferiscono al reparto di rianimazione dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Lo dimetteranno 166 giorni dopo, il 18 aprile 2008. Altri sette anni li passerà a casa della sorella Rafla. Sempre inchiodato a letto. Paralizzato, affetto da “grave compromissione motoria e sensitiva”. I muscoli facciali fermi, immobili, la saliva che gli cola, non può più deglutire. Vede poco e non sente. Soffre di incontinenza urinaria e sfinterica. “È incapace di compiere gli atti quotidiani della vita e bisognevole di assistenza continua”, scrivono i medici.

Nel piccolo centro, in pochi in giro. Tanti gli occhi che invece quella sera videro. Ma regna non omertà, solo indifferenza

In tanti hanno assistito al suo massacro. Pochi parlano. Tanti mentono. Le indagini sono difficili, perché, ammettono i carabinieri, “c’è stata molta reticenza da parte delle persone che abbiamo sentito: era palese che non volessero dirci effettivamente la verità”. Molti testi cambiano versione rispetto a quelle rese a caldo. “Non ho visto chi ha colpito quella persona, sono stato tirato in ballo dai carabinieri per testimoniare solo per conoscenza…”. E poi mille “non ricordo”. “Non ho visto”. “Mi avete capito male”. Fino all’offesa più umiliante nei confronti di Saifeddine, quella scritta nera su bianco nelle perizie di parte. Il tunisino era un ubriacone, “affetto da etilismo acuto”, aveva “generali disturbi della personalità, atteggiamenti autolesionistici”. Cose escluse fin dal primo momento, come nelle analisi successive. “Non c’era assolutamente la puzza di alcol. Io l’ho visitato, l’ho toccato a distanza ravvicinata, si sarebbe sentito”, fa mettere a verbale il medico che per primo lo ha soccorso.

“Quella sera non la dimenticherò mai”, racconta Rafla, la sorella che lo ha accudito e curato fino alla fine. “Lui non rientrava a casa e io ero preoccupata. Scendo in strada e la gente mi guarda in modo strano. Il giorno dopo incontro un vecchio professore di francese che mi chiede se mio fratello fosse uscito dal coma. Rimango raggelata. Mi avvicina Rosario Renzetti e mi dice che ha dovuto dare due schiaffi, proprio così, a Saifeddin perché si era comportato male e gli aveva rotto un vetro. Gli ho sputato in faccia”. Rafla vive da anni in Italia. Ha sposato un italiano dal quale è divorziata, parla e scrive benissimo, e ha due figli, uno a Pescara e l’altra in Francia. “Mio fratello è una vittima senza giustizia. Chi ne ha causato la morte sconterà pochi anni di galera, se li farà. Certo, faremo la causa civile, ma so già che avremo solo un risarcimento formale, visto che il condannato risulta nullatenente e senza reddito. Povero Saifeddine, lo abbiamo portato in Tunisia, è sepolto nella sua terra”.

Safeddine Chaffar muore il 7 aprile 2015. Per la sua morte c’è un solo colpevole, Rosario Renzetti, barista e “utilizzatore” di braccianti in nero. Condannato il 20 novembre 2018, 12 anni dopo quella maledetta sera, dalla Corte d’Assise e d’Appello di Campobasso a 5 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Un anno in meno rispetto alla sentenza di primo grado. Si chiude così una storia che a Guglionesi, paese di montagna che guarda il mare, nessuno vuole più ricordare. Solo Rafla, la sua sorella-mamma, che ha un unico desiderio. “Andar via da questo posto”. Il resto è il benzinaio che avviciniamo e che ci liquida frettolosamente. “I morti lasciamoli in pace, pensiamo ai vivi, a Rosario che ha i figli e che mo’ si deve fare la galera”. Il barista che ci serve un caffè e ha la tv a tutto volume sul talk dove i soliti figuri si accapigliano sulla sicurezza. “In giro c’è troppa violenza, droga… anche qui da noi. Un barista come me ha picchiato un marocchino – era tunisino, ndr – e gli stanno facendo causa. Vogliono i soldi. Tu vai in galera e loro sono liberi e pretendono!”.

Saiffedine Chaffar, ucciso perché chiedeva solo i pochi euro che gli spettavano dopo una giornata passata a raccogliere olive, e morto senza giustizia, ora ha trovato la sua pace. Voleva lavorare e portare sua moglie in Italia. Riposa nella sua città, all’ombra della grande moschea di al-Qayrawan.


venerdì 30 novembre 2018

Il Termometro



Non mi ritengo intelligente sopra la media, né moralmente in grado di insegnare nulla a nessuno. Per fortuna, o per passione, leggo almeno tre quotidiani al giorno (a proposito: sono abbonato da almeno dieci anni al Secolo XIX ma visto il suo accanimento ossessivo al nuovo, basta leggere il commento di Feltri ogni mattina, in virtù della nuova proprietà, Agnelli-De Benedetti, sto seriamente pensando di disdirlo) e una parvenza di opinione che definirei provvidenziale me la sono fatta. 
Perché ho postato la foto di tal Corona, di cui cerco di non interessarmi mai, cambiando canale ogniqualvolta appaia in video, saltando le pagine che lo riguardano nei giornali propri e specialistici dell'attesa dal barbiere, e della Totta? 
Perché costoro hanno inscenato una commediola, spacciandola per vera, all'interno di quella macelleria della ragione che chiamano qui in Alloccalia, "Grande Fratello Vip." 
Se ne sono dette di santa ragione, ho tememariamente letto ora che da quella cloaca del pensiero è emerso il vero motivo scatenante la rissa: lo share. 
Ed è venuto a galla solo per un motivo: tal Corona, rischiando di tornare in galera, ha presentato un documento sminuente l'attacco mediatico, dichiarando che il diverbio è stato fatto solo per seguire il copione, tendente a rialzare il seguito di babbani, infervorati da questo cocktail di idiozie. 
Ora, a mio parere, il problema è uno ed uno solo: questi spettacoli indecorosi per la ragione, retti da soubrette scaltre e mai sazie di popolarità, coadiuvate da tale Signorini che sta alla cultura come Martina all'indipendenza di pensiero, costituiscono la subliminale azione per depressurizzare critica e pensiero libero in una nazione. Due, tre milioni di persone s'appassionano a questa tipologia di merda in video, appassendo cerebralmente, divenendo un tutt'uno con il sistema che esige, pretende tale scadimento di sinapsi per continuare a perpetrare danni alla collettività. 
Sono armi in mano a pochi, suadenti nel far ammuffire libri, nell’usard i quotidiani solo per incartar uova. 
Tutto è programmato affinché l'attenzione rimanga dentro i confini dell'adiposi mentale, per un gregge mite e sdolcinato in grado di digerire scorribande brigantesche con leggiadria ed assenza totale di sani principi. 
Ci vorrebbero così, spasimano per ridurci in uno stato larvale nel quale le caramelle, i bon bon ogni tanto elargiti, sviano le nostre menti, i nostri ragionamenti, dalla naturale retta via, sostanzialmente di per sé rivoluzionaria. 
Diffidate amici di tali obbrobri! Per il bene vostro. E per il nostro.  

Faccia tosta



Impegno


Lo prendo come impegno: ogni fine mese pubblicherò questo elenco per agevolare le menti di chi vede in quel per fortuna canuto pagatore di tangenti alla mafia, una speranza, un riparo da questi inetti del M5S. Come il Bomba che da sempre sta cercando d’inculcare, sublimare, fa accettare a menti sofferenti l’idea che alla fin fine il proprietario di gran parte dei media nazionali, alla fin fine non sia poi così malaccio. 
Grazie al Fatto Quotidiano ecco un vademecum per tentare di espatriare da Alloccalia:

PROMEMORIA

Le 41 leggi ad personam che Matteo vorrebbe condonare al Caimano
PER NON DIMENTICARE - PROCESSI AZZERATI, REATI CANCELLATI, PRESCRIZIONE RADDOPPIATA E CONDONI À GO GO

Ecco un breve prontuario (incompleto) di norme ad personam che (non) valgono le scuse a B. 

1. Decreto Biondi (1994). Vieta le manette per i reati di Tangentopoli alla vigilia degli arresti in casa Fininvest per le tangenti alla Gdf.
2. Legge Tremonti (1994). Detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese. Mediaset risparmia 243 miliardi.
3. Condono fiscale (1994). Consente agli evasori di “patteggiare” una modica multa.
4. Condono edilizio (1994). Riapre i termini del condono Craxi.
5. Rogatorie (2001). Cancella le prove giunte dall’estero, comprese quelle sulle sentenze comprate da Previti per Fininvest.
6. Falso in bilancio (2002). In parte il reato è depenalizzato, in parte le pene vengono abbassate. I 5 processi a B. per falso in bilancio vengono cancellati.
7. Mandato di cattura europeo (2001). Il governo B. rifiuta di ratificarlo per i reati finanziari e contro la PA. Per Newsweek, B. “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per Telecinco.
8. Giudice trasferito (2001). Il ministro Castelli, su richiesta di Previti, nega la proroga al giudice Guido Brambilla del processo Sme-Ariosto (per azzerarlo).
9. Legge Cirami (2002). Reintroduce la “legittima suspicione” per trasferire i processi, come chiesto da Previti e B. da Milano a Brescia.
10. Patteggiamento allargato (2003). Qualsiasi imputato può chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno. Previti annuncia che userà la nuova legge.
11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, delle Camere, della Consulta e del Consiglio (cioè i processi a B.).
12. Legge ex Cirielli (2005). Dimezza la prescrizione per gli incensurati (decimando i processi a B.) e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli over 70 (Previti li ha appena compiuti e B. sta per compierli).
13. Condono fiscale (2002). Sanatoria tombale per gli evasori. Mediaset ne approfitta per sanare evasioni di 197 milioni di euro pagandone appena 35. B. cancella con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire.
14. Condono ai coimputati (2003). Infila nel condono anche chi ha “concorso a commettere i reati”, anche se non firmò la dichiarazione fraudolenta. Così B. salva i 9 coimputati nel processo Mediaset.
15. Legge Pecorella (2006). L’on. Pecorella, avvocato di B., abolisce l’appello del pm contro assoluzioni o prescrizioni, ma non quello dell’imputato contro le condanne. Ciampi respinge la legge in quanto incostituzionale. B. la riapprova tale e quale. La Consulta la boccerà in quanto incostituzionale.
16. Legge ad Legam (2005). Depenalizzati l’attentato alla Costituzione e l’attentato all’unità e all’integrità dello Stato, di cui sono imputati a Verona una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega per la Guardia nazionale padana (fra cui Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli).
17. Legge Frattini (2002). Dovrebbe risolvere i conflitti d’interessi, invece li legalizza e li santifica: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è solo il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non deve cederle. Unica conseguenza per B.: deve lasciare la presidenza del Milan.
18. Legge Gasparri-1 (2003). Per la Consulta, entro fine 2003 Rete4 dev’essere spenta, passare sul satellite e cedere le frequenze a Europa7. Ma il 5 dicembre la legge Gasparri le concede una proroga sine die “ancorché priva di titolo abilitativo”. Ciampi però non la firma: è incostituzionale.
19. Decreto salva-Rete4 (2003). A due settimane dallo spegnimento di Rete4, B. firma un decreto salva-Rete4 che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
20. Legge Gasparri-2 (2004). Assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché il digitale terrestre avrà centinaia di canali. Europa 7, che ha vinto la concessione, resta senza frequenze.
21. Decoder di Stato (2004). Contributi pubblici a chi acquista il decoder del digitale. Fra i principali distributori c’è Paolo Berlusconi.
22. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero: il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni e 30 milioni di multa la pena per le smart card fasulle da pay tv.
23. Salva-Milan (2002).I club di calcio, quasi tutti indebitatissimi, possono spalmare su 10 anni la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni.
24. Salva-diritti tv (2006). FI blocca un ddl che riforma il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare i club minori. Il sistema resta “soggettivo”, a tutto vantaggio di Juve, Inter e ovviamente Milan.
25. Tassa di successione (2001). Abolita anche sopra i 350 milioni di lire (sotto, l’ha già abolita l’Ulivo). B. ha 5 figli e beni per 25 mila miliardi.

26. Autoriduzione fiscale (2004). Ridotte le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti. B. risparmierà 764.154 euro di tasse all’anno.

27. Plusvalenze esentasse (2003). Detassate le plusvalenze da partecipazione. B. nel 2005 cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi e risparmia 340 milioni di imposte.

28. Sondaggi a spese nostre (2005). Stanziati 6 milioni per sondaggi sulle “politiche pubbliche adottate dal governo”. B. paga con soldi pubblici i sondaggi di FI.

29-30-31. Condoni alla villa abusiva (2004). Tre condoni bloccano le indagini sugli abusi edilizi a Villa Certosa.

32-33. Due scudi fiscali (2001-2003). Chi vuol far rientrare (riciclare) capitali guadagnati e/o detenuti all’estero illegalmente paga un misero 2,5%, con garanzia di anonimato. B. è imputato per 1.500 miliardi di lire in nero su 64 società estere Fininvest.

34. Lodo Alfano (2008). Sospende i processi ai presidenti della Repubblica, delle Camere e del Consiglio sino al termine della carica. Cioè i processi Mills e Mediaset. Riprenderanno quando la Consulta boccerà la legge.

35. Scudo fiscale-3 (2009). Funziona come gli altri due, però con un obolo del 5%.

36. Legittimo impedimento (2010). Bocciato il lodo Alfano e ripresi i processi, ecco una nuova legge Alfano per bloccarli per 18 mesi: quella che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per il premier e i ministri. E non solo per le attività di governo, ma anche per quelle “preparatorie e consequenziali, nonché comunque coessenziali alle funzioni”. La Consulta e un referendum bocceranno anche quello.

37. Più Iva per Sky (2008). Raddoppia l’Iva a Sky, principale concorrente di Mediaset, dal 10 al 20%.

38. Meno spot per Sky (2009). Un decreto Romani obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.

39. Più azioni proprie (2009). Aumenta dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere. Norma subito usata da Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.

40. Legge pro Mondadori (2010). L’Agenzia delle entrate contesta a Mondadori 173 milioni di euro di tasse evase nel 1991. Mondadori ricorre in I e II grado, vince la causa, ma il fisco ricorre in Cassazione. B. fa un decreto che consente a chi ha vinto due gradi di giudizio di chiudere il contenzioso in Cassazione versando solo il 5%. Così, invece di 173 milioni (350 con gli interessi), Mondadori se la cava con 8,6.

41. Legge pro Lega-2 (2010).Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge (gli altri due reati sono stati depenalizzati nel 2005), ecco un codicillo nascosto in un decreto omnibus di 1085 norme, che abolisce pure quel reato. Al giudice di Verona non resta che prendere atto della depenalizzazione e prosciogliere tutti gli imputati.

Nefaste sensazioni travagliate


Spero non sia vero, che il Fatto oggi abbia preso una cantonata. Quello che ho sempre sospettato sarebbe un duro colpo per gli indomiti aficionados del bulletto rignanese. Sembrerebbe infatti che abbiano avuto in casa un nano puttaniere in formato tascabile, senza essersene mai accorti! Coraggio!

venerdì 30/11/2018
Silvio, sei tutti loro

di Marco Travaglio

Quella di Renzi che riabilita ufficialmente B., dopo averlo ammirato di nascosto e imitato a cielo aperto per cinque anni, non è né una gaffe estemporanea né l’ultimo reflusso gastrico di un leader alla frutta, anzi al caffè (corretto grappa). È la premessa culturale (parlando con pardon) essenziale di un progetto politico condiviso da tutto l’Ancien Régime, che sta lavorando alacremente per conservare il potere in barba alla maggioranza degli italiani che il 4 marzo aveva deciso finalmente di levarglielo. Lo dimostra quotidianamente il gioco sporco dei suoi trombettieri sparsi nei giornaloni: quelli che dedicano due pagine al giorno a una minuscola impresa edile di Pomigliano solo perché appartiene al padre di Di Maio; quelli che riservano il primo titolo dei loro siti web a qualche capanno e quattro laterizi sequestrati da uno dei Comuni più abusivi del mondo; quelli che nascondono i veri scandali politici dietro quelli finti (confrontare gli spazi su Di Maio padre e su Salvini e la legge Pd che salvano Bossi). È in cantiere, in vista delle elezioni europee e dell’auspicato ribaltone italiano, un’Union Sacrée dei vecchi poteri affaristico-politici per buttare fuori dal governo il primo partito che ha il torto di aver vinto le elezioni e sostituirlo con quelli che le hanno perse. Possibilmente in tempo utile per salvare i tre capisaldi del Paese del Gattopardo minacciati dai 5Stelle: la Santa Prescrizione, patrona dell’impunità per i colpevoli ricchi e potenti; le Grandi Opere con relativi grandi sprechi e grandi mazzette (dal Tav Torino-Lione in giù); e le Benedette Concessioni di beni pubblici ai privati (da Autostrade in giù).

Mentre i gonzi vengono dirottati appresso a falsi obiettivi – il ritorno del fascismo, i contratti e i non contratti in casa Di Maio, le madamine in marcia a Torino, la procedura d’infrazione europea per un paio di decimali di deficit – chi bada al sodo sa dove guardare. E sa pure che, per quanto malconcio e rintronato, B. è decisivo per la Grande Ammucchiata, insieme al Pd renziano e alla Lega (o a una parte di essa). Mentre ancora ci si balocca sull’antico asse destra-sinistra, o addirittura sul decrepito fascismo-antifascismo, lorsignori sanno benissimo che oggi la guerra è fra vecchio e nuovo. E naturalmente scelgono il vecchio. Nel 2013, complice il premio incostituzionale del Porcellum, bastò ammucchiare Pd, FI e centrini vari per tener lontano il nuovo: Napolitano si fece rieleggere apposta per garantire al sistema che nulla cambiasse (pussa via Rodotà), prima con Letta jr. e poi con Renzi. Stavolta Pd, FI e centrini vari non arrivano al 25%.

Bisogna imbarcare anche un po’ di Lega, che già nel “governo del cambiamento” si è assunta la preziosa missione di garantire il vecchio e fermare il nuovo. E naturalmente bisogna riabilitare B., che nel 2013 era ancora incensurato (8 prescrizioni, ma nessuna condanna definitiva), invece oggi è pregiudicato e ulteriormente sporcato – ove mai fosse possibile – dalla sentenza per mafia, che ha portato in galera Dell’Utri, e da quella sulla trattativa Stato-mafia, che indica il Caimano come il ricettore del ricatto di Cosa Nostra e il finanziatore della medesima anche da premier (sino alla fine del 1994). Renzi non è il solo a pensare che B. non fosse poi così male, e non è neppure il primo a dirlo. Il primo, dal centrosinistra, fu Eugenio Scalfari alla vigilia delle elezioni. Il secondo, con l’aria di dissentire mentre in realtà condivideva, fu De Benedetti. Ieri, intervistato dalla radio di Repubblica, è arrivato anche il bravo scrittore Sandro Veronesi: “Se mi chiedete di firmare per far tornare Berlusconi e il suo governo domani, io firmo, e firmo col sangue. Meglio lui di quelli di oggi, non c’è dubbio. Era arrogante, strafottente, con il conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. E sapeva che stava trasgredendo le etichette quando prendeva in giro la Merkel. Questi non sanno quello che fanno… possono tirarci giù non solo economicamente ma anche filosoficamente, culturalmente”.

Nelle democrazie normali, gli intellettuali sono i custodi della memoria e gli stimoli al pensiero critico. In Italia sono più smemorati e più conformisti dell’uomo da bar sport. In fondo, a loro, B. che problema dava? Bastava parlar d’altro e si viveva felicissimi. Anzi, se eri di sinistra, B. era il nemico perfetto, lo spaventapasseri ideale per terrorizzare gli elettori e trascinarli, volenti o nolenti, a votare centrosinistra turandosi il naso. Che poi B. fosse un delinquente naturale, direttamente o indirettamente corruttore di giudici, di testimoni, di finanzieri, di politici, di senatori, di minorenni e di maggiorenni, che finanziasse la mafia, che l’avesse portata in casa sua e poi in casa nostra, chi se ne importava: meglio non pensarci, sennò poi ti scappava detto e finivi bandito dalle tv, dai giornali, dall’editoria, dal cinema e sepolto di cause civili per miliardi. Fateci caso: prima Renzi e poi Veronesi ricordano B. esattamente come lui vorrebbe essere ricordato, rimuovendo esattamente ciò che lui vorrebbe fosse rimosso. Un simpatico vecchietto (anzi “pischello”, dice Renzi) che sì, avrà avuto dei conflitti d’interessi, sarà stato un po’ arrogantello e politicamente scorretto, si sarà fatto qualche leggina, ma ci sapeva fare, perbacco. Mica come “questi”, che ci portano al disastro. Pazienza se, anziché fare decine di leggi contro la giustizia e il codice penale, “questi” ne han fatta una contro la corruzione e la prescrizione. Pazienza se, per superare i 550 miliardi di debito pubblico accumulati dai suoi tre governi, “questi” dovrebbero vivere dieci vite. Gaber temeva, “più che il Berlusconi in sé, il Berlusconi in me”. Renzi, Veronesi e gli altri nostalgici dell’Ancien Régime ce l’hanno in sé da una vita. E non c’è esorcista che possa liberarli.