Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 23 novembre 2018
Un dubbio, una possibilità
Gino Castaldo analizza una possibilità, triste: la morte del rock.
Che ne pensate?
di Gino Castaldo
C'era una volta il rock. Cominciò col bacino roteante di Elvis a infiammare i sovversivi ormoni dei ragazzi nati nel dopoguerra, esplose col luminoso verbo beatlesiano, prese forza e consapevolezza con le parole incendiarie di Bob Dylan, con le visioni dei Pink Floyd e di Frank Zappa, celebrò riti estremi con Jimi Hendrix, Rolling Stones, Doors, continuando per almeno un altro paio di decenni a raccontare le trasformazioni del mondo. Ma oggi, cosa è diventata questa irripetibile favola della cultura contemporanea? Il nulla, un enorme e fragoroso vuoto. Il rock è morto, amici e compagni, assente, latitante, travolto da ondate di pop e hip hop, schiacciato sulle proprie antiche responsabilità e incapace di reagire al nuovo. Eppure molti fanno fatica a prenderne atto. Fate la prova: ditelo ad alta voce e vi troverete ancora oggi in pochi secondi circondati da gente con la t-shirt dei Metallica che vi insulta.
A scrivere un possibile epitaffio ci ha pensato il solito incorreggibile Kanye West che per i Grammy del prossimo anno ha proposto un suo pezzo, Freeee (Ghost town Part 2), nelle categorie miglior canzone rock e miglior performance rock. Come dire: il rock oggi sono io, fatevene una ragione, e del resto se andiamo a vedere l'edizione passata i fatti sembrano dargli ragione: i protagonisti sono stati Jay-Z, Kendrick Lamar, Bruno Mars. Il rock, relegato nelle sue categorie, si è aggrappato ai mastodonti tipo i Mastodon, appunto, Foo Fighters e Queens of the stone age, le regine dell'età della pietra, nome che oggi suona piuttosto beffardo, e la miglior performance l'ha vinta Leonard Cohen col suo ultimo pezzo pubblicato in vita, You want it darker. Sembrano metafore della fine. Per trovare cose che avessero un sapore contemporaneo bisognava andare nella categoria Best Alternative music album, per la quale infatti non si usa neanche più il termine rock. La verità è che ai Grammy ormai il rock sembra piuttosto il nonno che alle feste comandate non si può non invitare, ma dal quale certo non ci si aspetta il glam dei tempi migliori. "Il rock è morto, o è solo vecchio?", titola infatti Bill Flanagan sul New York Times, ed è un altro modo di vedere la questione: magari è solo fuori moda, ripetitivo, legato a stereotipi logori ma di sicuro non è più musica per ragazzini. Le nuove generazioni guardano altrove, anche perché a cercarlo bene di rock buono ne circola, ma gira nei bassifondi delle minoranze, è troppo discreto o troppo estremo per superare la soglia di massa.
Basta dare un'occhiata alle classifiche. In questo momento quella inglese degli album più venduti è stupefacente. Tra i primi dieci posti ci sono Andrea Bocelli e il duo Aled Jones e Russell Watson, anche loro di impostazione tenorile, ben due colonne sonore, ovvero quelle di The greatest showman e A star is born, e al colmo del paradosso il White album dei Beatles, ovvero un disco di incomparabile bellezza ma che è stato pubblicato 50 anni fa, e lo stesso vale per la Platinum collection dei Queen, tornata in classifica grazie alla spinta del film Bohemian Rhapsody. Uniche presenze vagamente contemporanee e in odore di rock sono i Muse al primo posto e gli Imagine Dragons al nono. In America la situazione non è molto diversa. Ai primi posti ci sono Beatles e Queen, la colonna sonora di A star is born, ma in cima trionfa l'eroe country Kane Brown, al terzo posto Trippie Redd seguito da Lil Peep e da una lunga schiera di rapper e trapper.
Ma ovviamente non è solo una questione numerica, casomai di forza, di presenza, di attaccamento al presente. Riesce il rock a raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere, riesce a mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo? In giro ci sono ancora i vecchi soloni. Dylan fa ancora concerti, Springsteen continua a sembrare in missione per conto di cause superiori. A dire il vero il rock è già morto tante altre volte, è morto il giorno in cui Elvis partì per il servizio di leva, è morto il giorno in cui precipitò l'aereo con a bordo Buddy Holly, è morto quando è arrivato il punk, ma per ogni assassinio c'era un nuovo re pronto a ripartire. Ora di giovani in grado di assumersi quel ruolo non se ne vedono, oppure sono come i Greta Van Fleet, copia conforme dei Led Zeppelin o, in Italia, i Måneskin che infiammano i ragazzi ma usano un linguaggio in fin dei conti classico.
Forse a uccidere il rock è proprio il peso dello stereotipo. Se diciamo rock oggi pensiamo a un cliché: quattro accordi sparati, chitarre elettriche, batteria in quattro con cassa e rullante in evidenza, un cantante che strilla. Ma il rock non è nato per essere questo. Era la musica più varia e fantasiosa mai apparsa sul pianeta. E per questo forse è morto. In realtà si è reincarnato e oggi vive in tutte le altre musiche. Basta non chiamarlo rock.
Ah Martina!
Personalmente lo ritengo una persona tutto sommato perbene, anche se la sua sudditanza, l'ossequiosità eclatante nei confronti del Distruttore della Sinistra, ne ha fatto praticamente una macchietta: "e smettila di dire sempre si che sembri un Martina!" - "Guarda che se non ti irrobustisci finisci per divenire un Martina."
E' in quest'ottica che va letta la sua decisione, sua e di nessun altro come decidere se il sole si alzi o no questa mattina, di candidarsi alla segreteria del partito, chiamiamolo ancora così per misericordia, democratico.
Lo squallore del piano progettato dal Bomba non ha riscontro alcuno in questa era del post Ballismo: il menefreghismo sfrenato che porta codesta pletora di diversamente pensanti ad infischiarsene di qualsiasi ideale di dignità, di amor patria, di lealtà, non ha eguali su questo suolo. Continuare nella dabbenaggine di credere che gli allocchi siano la maggioranza, è quanto di più insalubre si possa immaginare. Il giochetto gigliato di sparpagliare voti al fine di non far raggiungere il quorum del 51% a nessuno dei candidati per poter poi successivamente, come da statuto, delegare l'Assemblea del partito, a trazione pacchianamente renziana, alla nomina del segretario nazionale, è vomitevole, stucchevole, quanto farsi eleggere in un seggio sicuro nel lontano Trentino. Infischiandosene allegramente della mannaia del 4 marzo, questo coacervo di rancorosi, illiberali, inadeguati, ha già iniziato a tramare, confabulare, patteggiare per proseguire nell'agghiacciante trasformazione di un partito progressista in reazionario, capeggiato da un rigonfio di sé senza scrupoli, fermamente convinto di essere l'Unto, teorizzante l'abbraccio mortale con un pagatore seriale di tangenti alla mafia, un losco individuo che non lascerei da solo neppure in cantina, ammesso di averla.
Ma come in tutte le tragedie epiche e non, per perpetrare un delitto democratico, un gesto illiberale e sguaiatamente vergognoso, necessita la fortuna di avere nei dintorni un esile fuscello senza alcun nerbo, un pavido inconsistente, uno gnomo masticante carrube e politichese, che, al solito, s'accovacci, s'accucci nel caldo anfratto alla destra del capo, perennemente pronto a scattare allorché il suo signore pretenda l'inimmaginabile, lo scavalcamento del confine tra ciò che è dignitoso e quello che ahimè affranta la speranza in un mondo migliore, leggasi di sinistra.
Marco forever
venerdì 23/11/2018
Garantismi e gargarismi
di Marco Travaglio
Avete notato quanto sono diventati simpatici i Casamonica, ora che la Raggi gli fa svuotare e abbattere i villini? Qualche estate fa, dopo il vistoso e fastoso funerale in stile Padrino per il loro patriarca, parevano la più pericolosa organizzazione criminale del mondo. Ora che la sindaca e i vigili di Roma fanno ciò che avrebbero dovuto fare da 21 anni i loro tremebondi predecessori, i giornaloni la menano sulla “passerella”, lo “spot”, il “défilé” di Raggi, Conte e Salvini, come se non fosse una buona notizia che le massime autorità della capitale e del Paese mettano la faccia sulla restituzione di un pezzo di territorio nazionale ai cittadini onesti. La legalità non è più un valore in sé, ma un principio intermittente, da applicare ai nemici e ignorare per gli amici. Se Mimmo Lucano, sindaco di Riace, usa i pubblici poteri per violare la legge, e i giudici lo bloccano, è un martire e un eroe, perché certe leggi non vanno rispettate. Quali, lo decidono lui e i suoi amici. Se la benemerita Ong (francese) Medici senza frontiere scarica nei porti (italiani) 24 tonnellate di rifiuti tossici, infettati da vari virus e dunque pericolosi per la salute pubblica, come fossero bucce di banana, e i giudici la bloccano, l’indagine diventa “accanimento” e la legge “cavillo” (Repubblica) anche per chi vorrebbe imporre l’obbligo vaccinale pure contro le unghie incarnite.
L’altra sera abbiamo appreso dall’autorevole Bruno Vespa che le manette sono una brutta cosa, soprattutto in mano a un giudice tipo Davigo, così come il bisturi in mano al chirurgo e il volante all’autista (a proposito: indovinate che mestiere fa la moglie di Vespa). Arrestare chi commette reati, o auspicare che ciò avvenga, non significa schierarsi dalla parte della legge: ma essere “giustizialisti” e dunque poco “garantisti”. Infatti il Foglio spiega che l’emendamento infilato nell’Anticorruzione (ribattezzata per l’occasione Procorruzione) da Lega, Pd e FI per depenalizzare il peculato nei processi di Rimborsopoli, è “benedetto” perché “ci salva da una legge manettara” e “giustizialista”: cioè dal Codice penale che incredibilmente, dopo tanto “garantismo”, punisce ancora il peculato e l’abuso d’ufficio, cioè chi deruba lo Stato o usa i pubblici poteri per farsi i cazzi propri. Intanto non gli avvocati (ce ne sono di serissimi), ma le loro lobby delle Camere penali e di altre sigle sindacali, scioperano per difendere la prescrizione, definita nientepopodimenoché “diritto costituzionale” e “conquista di civiltà” in nome della “ragionevole durata dei processi” (che in Italia è irragionevole anche grazie alla prescrizione).
Siamo così abituati a sentire spacciare l’impunitarismo per “garantismo” da aver dimenticato il significato del termine. Cesare Beccaria teorizzava un insieme di regole per tutelare il diritto dell’imputato a difendersi nel processo per essere giudicato equamente, non dal processo per farla franca. Le garanzie devono valere per tutti, ma andrebbero modellate su misura degli innocenti, non dei colpevoli. L’innocente vorrebbe uscire al più presto dal processo: invece i processi sono eterni. L’innocente indagato ingiustamente vorrebbe spiegare subito al pm le proprie ragioni: invece il pm non è obbligato a sentirlo durante l’indagine e può chiederne il giudizio senza averlo mai visto. L’innocente, se viene archiviato o assolto, vorrebbe almeno che l’avvocato glielo pagasse lo Stato o chi l’ha denunciato ingiustamente: invece le spese legali deve pagarsele lui. Se i “garantisti” lo fossero davvero, invocherebbero queste norme di ordinaria civiltà. Invece difendono la prescrizione, riservata ai colpevoli: per gl’innocenti c’è l’assoluzione (in caso di prescrizione, l’innocente può rinunciarvi per farsi assolvere nel merito oltre i termini: il che è consigliabile a tutti per i reati infamanti).
Ho appena messo le mani sulla seconda sentenza del Tribunale civile di Firenze che mi ha visto soccombente contro Tiziano Renzi per una banale frase del tutto veritiera sul caso Consip. Il giudice l’ha ritenuta diffamatoria perché ha dato ragione all’unica parte presente al processo: l’“attore” Renzi sr., mentre io, il “convenuto”, ero contumace. Il postino, non trovandomi in casa, mi aveva lasciato nella buca delle lettere un avviso di giacenza (dell’atto di citazione) che, evidentemente, s’è perso. Così non l’ho ritirato e il processo è partito senza di me. Nel civile pare che sia normale: non ti avvisano neppure una seconda volta, come per le multe per divieto di sosta prima che scatti la maggiorazione. E, se sei contumace, non c’è né un pm che indaghi anche per te né un avvocato d’ufficio che ti difenda. Conta solo la parola dell’“attore”, che ovviamente sa del processo. Così, ignaro di tutto, non ho potuto mandare il mio avvocato con le carte che dimostrano la veridicità della mia frase. Perciò sono stato condannato a 50 mila euro. Lo scrive il giudice: “È financo intuitivo che, a fronte dell’allegazione di… affermazioni astrattamente diffamatorie, compete al convenuto invocare l’esimente del diritto di cronaca o critica e provare, tra l’altro, la veridicità del fatto narrato… Il convenuto non si è costituito, così rinunciando a spiegare le proprie difese e, quindi, a far valere una eventuale causa di giustificazione ed a provare che i fatti riferiti nella trasmissione televisiva fossero veri… A fronte della contumacia del giornalista, questo giudice non deve né può chiedersi… se operi o meno la scriminante del diritto di cronaca o di critica”. Avete mai visto un “garantista” battersi contro questo abominio, cioè chiedere una prima notifica brevi manu e le successive allo studio del difensore (per evitare le fughe di chi non si fa più trovare)? Questi “garantisti” all’italiana parlano di Cesare Beccaria e pensano a Cesare Previti.
giovedì 22 novembre 2018
Lo stupefacente regno Distorto
Come gli ingiusti prigionieri che dimenticandosi della perdita della libertà s'azzuffano, litigando, sulla quantità di riso concessagli dagli aguzzini, anche nelle nostre lande europee il niet alla manovra di bilancio italiano fa scomparire dagli orizzonti, scientemente, il fulcro, il succo, il nettare della socialità, dell'abbattimento, o almeno della relativa riduzione, delle disparità sociali.
Abbiamo pertanto digerito, inglobato in psiche, addomesticato l'idea dettataci, insufflataci dai grandi economisti che personalmente ritengo ribaldi, che per far funzionare le cose, per far girare un motore già logoro, occorra mantenere disparità economiche, non volgendo minimamente lo sguardo verso coloro che, in pratica, furono necessariamente abbandonati alla stazione precedente.
L'indignazione dei "giornaloni di lorsignori" in queste ore è eclatante: l'attuale maggioranza ha sbagliato la manovra, ha esposto il nostro paese al pubblico ludibrio europeo. E nel concreto ha toppato perché tentando di rivolgersi agli sconfitti, a coloro cioè che dal tempo della più grande presa per i fondelli mai perpetrata dal potere, quando cioè Monti predicava ai quattro venti la spudorata ed indegna frase "è tempo di sacrifici per tutti", una menzogna sgualdrinata perché, come abbiamo successivamente constatato, i soliti noti hanno continuato ad accumulare, coadiuvati dalle spelonche finanziarie comunemente chiamate banche, le quali in primis imprestarono soldi ad amichetti senza garanzie per poi accollarcele sotto il nobile appellativo di "sofferenze", e subitaneamente imbrogliando in perfetto stile "Alì Babà" ignari ed onesti risparmiatori, ha probabilmente scalfito il totem innalzato ad hoc dai riccastri in cravatta, meglio cravattari.
E' inglobato nella nostra comune psiche il concetto che un saldatore, un lavoratore edile, un addetto al versamento in fornace di metallo, debbano lavorare fino a 67 anni. E' opinione comune che un pensionato con minima, accetti di vivere con meno di seicento euro al mese. E' normalità vedere un giovane affannarsi inutilmente alla ricerca di un lavoro, è lampante consuetudine accettare che boiardi, leccaculi, paraculi, menefreghisti, spregiudicati conigli, ricevano due, tre, pensioni superiori ai quattromila euro.
E' culturalmente accettata la mentalità di questo periodo storico, il rapto-tecno-finanziario, un coacervo di differenze sociali riportante l'orologio della dignità umana a periodi che credevano sconfitti, come la peste ed il vaiolo.
Guardiamoci attorno: bande armate arzigogolanti hanno modificato il diritto in un inverecondo scansamento di responsabilità, creando un sistema giudiziario al servizio di coloro che, infrangendo regole una volta punite, non solo non accompagnano a marcire giustamente in galera evasori e nobili ladri, ma addirittura agevolano questi miracolati e prescritti ribaldi ad insegnare, commentare, criticare politiche tendenti a bonificare una società pregna di storture, dalla quale ricevono periodicamente privilegi, affossamenti di concetti costituzionali, per scorribande finanziarie degne dei più grandi banditi di epoche passate.
Siamo stati così perfettamente storditi che, deponendo sano livore, proteste ed affini, riusciamo ancora a credere che la normalità, la giustizia, l'equanimità, siano di casa su questo suolo, che il famigerato "ce lo chiede l'Europa" possa costituire il vademecum del nostro vivere attuale, incastonato nella mercificazione di valori che dovrebbero essere di tutti.
Leggere che il disavanzo eccessivo di riferisca non al 2019 ma al 2017 conferma l'ipotesi sopra descritta.
Nel 2013 l'Italia uscì dalla procedura d'infrazione e ritornò nei paesi corretti, alzando l'avanzo primario, quello che rimane dopo aver pagato tutte le spese e prima di aggiungere gli interessi sul debito al 2% del Pil.
L'anno seguente, nel pieno dell'Era del Ballismo del Bomba, l'avanzo primario scese al 1,4%, il costo per finanziare il debito rimase attorno al 2,4% mentre il Pil era all'1,6%.
Nel 2016 l'Italia era lontana anni luce dai parametri europei, 5,2% dal rapporto debito/Pil, una cifra pari a 80 miliardi.
Tra il 2015 e il 2018 l'Italia ha beneficiato di circa 1,8% di Pil, una flessibilità autorizzata, una quarantina di miliardi serviti al Bomba a elargire gli 80 euro in busta, ad evitare l'aumento dell'Iva e facendo altre misure specchietto per allodole (fonte Fatto Quotidiano)
Oggi invece la cara ed amata, da pochi, Burocrazia Europea si è scocciata di continuare ad elargire flessibilità ed il pensiero che accosta tale nervosismo ad una mossa politica in grado di sbeffeggiare la compagine governativa è chiaro come che Moscovici sia un pagliaccio, visto che quando era nel governo francese contribuiva a creare deficit attorno al 3%.
Questa mossa europea altro non è che l'ibernazione, la marmorizzazione di uno status di società imparziale, artificiale, scompaginante politiche un tempo chiamate di sinistra, che cercavano una solidarietà, un'attenzione particolare ai meno abbienti.
L'abbiamo quindi istituzionalizzata, senza rendercene conto. Abbiamo sdoganato un circo ingiusto fondato sull'accaparramento di pochi, sulla distribuzione imparziale di risorse, sull'inamovibilità delle immarcescibili caste da vent'anni regnanti senz'apparire.
Sul disprezzo di pochi, sovrasta il silenzio dei tanti addolciti dal gelido vento impetuoso, irrorato da giornali finanziati dai grandi gruppi industriali, in grado di spargere fregnacce, fake news, stravolgimenti di verità per il bene del dogma come già detto insinuatosi dentro le coscienze di tutti: sacrifici, teste chine, silenzi e obbedienza in nome e per conto di questa Europa, lontana anni luce da Ventotene.
mercoledì 21 novembre 2018
Travaglio
mercoledì 21/11/2018
Il bacio della morte
di Marco Travaglio
La Caporetto di Salvini nella campagna campana sugli inceneritori è stata ovviamente oscurata dai giornaloni, dei cui padroni il Cazzaro Verde è l’idolo incontrastato. E infatti la dice lunga su di lui e sulla cosiddetta informazione. Dal crollo del ponte di Genova e poi ancor più chiaramente dalla marcetta di madamine e umarell Sì Tav a Torino, si è ricomposto attorno alla Lega quel partito trasversale degli affari che per vent’anni aveva puntato tutto su B. e negli ultimi quattro su Renzi. Rovinandoli entrambi. Non il partito degli imprenditori, che sono gente seria, ma quello dei prenditori all’italiana, quei questuanti straccioni che non hanno mai avuto un’idea né rischiato un euro in vita loro. E infatti sono sempre lì con la mano tesa sotto i palazzi della politica a chiedere elemosine sotto forma di appalti, sussidi, provvidenze, grandi opere, Tav, inceneritori, discariche, cliniche convenzionate, giornaletti assistiti, purché sia tutto a carico dello Stato tranne i guadagni (nella migliore tradizione del “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”). Ora questi parassiti della società, dopo l’estinzione dei loro santi patroni Pd&FI, si aggrappano a Salvini come all’ultima àncora di salvezza. E lui gli dà corda, immemore della fine miseranda di chiunque li abbia assecondati. B. li prese sul serio con la famigerata Legge Obiettivo e il Ponte sullo Stretto, e finì seppellito da un’omerica risata. Renzi raccolse il testimone, diventando il trombettiere di Confindustria, Confcommercio, Confqua e Conflà, tagliando su misura per loro il decreto SbloccaItalia e la controriforma costituzionale, che dovevano velocizzare le procedure e velocizzarono solo il suo tramonto.
Ora il bacio della morte tocca a Salvini che, non avendo alcun progetto di gittata superiore alle 24 ore, si fa dettare la linea da questi amorevoli portajella nella speranza che la gente ci caschi. Soprattutto da quando s’è accorto che i migranti non tirano più. Così frena sulla revisione delle concessioni pubbliche, da Autostrade in giù. Poi delira di “completare la Tav Torino Lione”, senza sapere bene cos’è (un treno merci: il Tav) e che non c’è nulla da completare, perché i lavori non sono neppure iniziati (se avesse interpellato i suoi deputati piemontesi Alessandro Benvenuto ed Elena Maccanti, l’uno presidente della commissione Ambiente e Lavori pubblici e l’altra capogruppo in commissione Trasporti, gli avrebbero ripetuto ciò che han detto un mese fa: “Vanno sospesi i bandi di gara per l’appalto del tunnel di base in attesa dell’analisi costi-benefici: se dimostrerà che i costi superano i benefici, ne trarremo le conseguenze”).
Infine i suoi ultimi acquisti in Campania, tutta brava gente che stava con Giggino ’a Purpetta e Cosentino, gli raccontano che c’è un’emergenza rifiuti e va risolta in quattro e quattr’otto con nuovi inceneritori (che, anche cominciando subito i lavori, sarebbero pronti fra 7-8 anni). E lui ripete a pappagallo, citando il modello di Brescia (il più grande e più cancerogeno inceneritore d’Italia) e scordandosi il contratto di governo che s’ispira al modello opposto di Treviso. Lì nel 2010 il primo consigliere dei 5Stelle in un capoluogo, David Borrelli, fece approvare alla Lega un ordine del giorno anti-inceneritori. Con risultati strepitosi. Treviso ha chiuso i due termovalorizzatori e produce 386 kg di rifiuti pro capite (contro una media italiana di 497 ed europea di 477), con una differenziata dell’85% e una tassa rifiuti di 185 euro pro capite (la media nazionale è 304). Merito della Lega, che seguì sulla strada dei “rifiuti zero” i neonati 5Stelle, quando la Provincia era guidata da Luca Zaia, ora governatore del Veneto. E anche di Laura Puppato, allora sindaca Pd di Montebelluna, e della sua consulente Paola Muraro (poi assessore della giunta Raggi, costretta alle dimissioni da una campagna di stampa oscena e da un’inchiesta della Procura di Roma basata sul nulla).
Ieri, sul Fatto, Ferruccio Sansa ha rinfrescato ai leghisti la loro memoria corta. Ancora il 10 marzo 2017 Salvini elogiò pubblicamente i suoi consiglieri regionali umbri Fiorini e Mancini, che si battevano “contro l’inceneritore di Terni voluto da Renzi”, con mega-manifesti (“Ambiente e salute, non mandiamoli in fumo”); “Grazie per quello che state facendo dentro il palazzo, da fuori mi arrivano tante testimonianze di fiducia e solidarietà. Grazie Lega, perché sulla salute non si scherza, ci sono in ballo posti di lavoro, c’è in ballo la salute di tanti figli”. Lo stesso accadeva l’anno prima in Lombardia, dove l’assessore all’Ambiente, la leghista Terzi, si batteva non solo contro la costruzione di nuovi termovalorizzatori, ma addirittura per smantellarne di già esistenti (“rivedere tutta l’impiantistica”). Idem in Toscana, col no dei leghisti agli inceneritori di Firenze e Grosseto. E pure in Liguria, dove Edoardo Rixi, oggi viceministro delle Infrastrutture, tuonava contro il progetto dell’inceneritore Scarpino a Genova: “La decisione dei politicanti di centrosinistra sul termovalorizzatore vuole aiutare i compagni Bassolino e D’Alema a risolvere i problemi delle discariche sature nel Mezzogiorno. Ma non tiene conto delle decine di migliaia di cittadini che subiranno danni alla salute”. Naturalmente negli ultimi giorni, mentre Salvini cancellava dieci anni di battaglie, nessuno di questi impavidi combattenti ha fiatato. Ma l’han fatto per loro migliaia di militanti, tempestando di proteste i suoi social. I suoi bravi comunicatori gliel’han fatto notare. E lui, che ne è succube, ha prontamente rinculato, cedendo a Di Maio e Conte e tornandosene a Roma con la coda fra le gambe. Il che dimostra che non bisogna mai sopravvalutare nessuno, neppure Salvini. E che gli elettori sono sempre più avanti degli eletti, persino nella Lega.
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