sabato 17 novembre 2018

Confusione


Ribollio, eterno e perpetuo ribollio m'offuscano sinapsi, per altro già di per sé lente e latentemente rinsecchite. 
Cerco il bandolo ma la matassa nel contempo s'ingigantisce: Moscovici e compari stanno per iniziare una battaglia apparentemente legale, come i patti firmati a suo tempo convalidano. Rigurgiti ancestrali però s'insinuano nelle pieghe del mio essere, scatenando una lotta pregna di dubbi e di domande: se è vero, lo dovrebbe, che una manovra rivolta ai cosiddetti ultimi stia per essere rigettata, conseguentemente dovrei essere portato a cogitare che questa non rappresenti una necessità primaria. Se Bruxelles, come mai prima d'ora, richiamerà l'Italia ufficialmente, innescando la procedura d'infrazione, è chiaro e lampante che coloro che attualmente sono in difficoltà, per mancanza di lavoro ed per altre tragedie affini, dovranno definitivamente ristagnare, silenti, nella miserrima condizione. Perché ce lo chiede anzi, lo pretende l'Europa, che siamo anche noi. 
Come dicevo, qualcosa non mi torna: se le proiezioni, i calcoli, gli scenari degli anni che verranno incutono già fin d'ora apprensione, se il ritorno a galla è previsto tra cinque, sei, forse sette anni, domando a non so chi: "scusatemi, perché la taratura di questa economia non è ad altezza uomo?" 
Mi spiego: dice un verso dei salmi che gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti. E' vero che immediatamente dopo, quel passo biblico preannuncia pure una granitica verità: "ma quasi tutti sono fatica, dolore." Ma è nel finale che si srotola quello per cui mi vien ora da scrivere: "passano presto e noi ci dileguiamo." 
Sono fatica, sono dolore, questi anni, anche se non per tutti; passano però in fretta, lo spazio temporale è tremendamente ristretto ed infine ci polverizzeremo tutti. Ecco la cresta, il raggio insufflante un'amara verità: abbiamo, meglio hanno, tarato le regole su una scala temporale che non ci appartiene, dove non entriamo con la nostra biologica esistenza. Progetti, percorsi finanziari sono rivolti al domani lontano, ad un futuro probabilmente vissuto da un terzo della popolazione. Gli esclusi da un decoroso agio, da una svolta per un miglioramento di esistenza non gli appartiene, non è cioè rivolto a coloro che hanno superato i cinquanta, men che meno per gli anziani, termine che puoi anche posticipare dai settanta in giù, ma non che modifica lo sfondo: l'architettura umana insita nella forma attuale di finanza globale, non si confà assolutamente al ritmo umano, alle sue aspettative ristrette nel tempo, all'avvicendarsi fulmineo delle stagioni, guardate il calendario per crederci: siamo nuovamente a Natale. Sembra un'oscura ricerca e convalida della voglia di pochi, che definirei "riccastri", all'immortalità, riposta nella pantagruelica e vergognosa smania di accaparrar risorse di pochi, scatenante soprusi su molti. 
Che cavolo fai programmi a lustri, che minchia confabuli e prospetti progetti di ristrettezze se in una manciata di giorni passa la gloria e la vita da questo mondo? 
Certo, la vita è adesso, al massimo domani! Devi operare nel breve, devi sparigliare gli abusi, le gogne rapto-finanziarie, auscultare il lamento di tanti, troppi, che vedono sfrecciare treni senza la possibilità di salirvici sopra. Devi ri-tarare, ri-distribuire, ri-valutare, ri-calibrare. Quante vite abbiamo visto lasciare questa terra senza averne vissuto dignitosamente neppure un giorno? Quanti respiri abbiamo udito impregnati di desolazione, abbandono, solitudine? Possibile che non sia chiara a nessuno di lorsignori che su questo pianeta, su questa penisola sono presenti, e si accentuano di ora in ora, eclatanti disparità sociali? 
Che mi frega che il fondo monetario sia preoccupato per questo tentativo, maldestro che sia, di riportare un rivolo di brezza, un impercettibile ristoro, in coloro che affacciandosi nell'alba di un nuovo giorno, maledicono la propria nascita, il continuo girovagare attorno al nulla? 
Non so come si possano definire questi pensieri. Ritengo siano distanti anni luce da parole oramai démodeè come comunismo, lotta proletaria e quant'altro. Nascono e m'avviluppano solo al pensiero che in fondo in fondo diciottomiladuecentocinquanta giorni, riempiono quasi esattamente mezzo secolo. Puff!     

Processi e sentenze



Il Bomba festeggia la seconda condanna di Travaglio. Travaglio oggi spiega. Resto alla finestra, meditando...

Il prezzo della verità

di Marco Travaglio

Avrei voluto parlarvi anche oggi di ciò che accade nel mondo reale. Ma ieri ho trascorso il pomeriggio a correr dietro a un post di Matteo Renzi su Facebook con la notizia di una sentenza del Tribunale di Firenze che, per la seconda volta in un mese, mi vede soccombente con suo padre Tiziano per un risarcimento di 50 mila euro. Solite geremiadi sulle “ingiustizie, le falsità, le diffamazioni”, il “mare di fango” che lui e i suoi genitori plurinquisiti hanno dovuto “sopportare”. Solito elogio ai magistrati che (al momento) gli danno ragione (“ci sono dei giudici in Italia”: soprattutto a Firenze). Solito auspicio che “torni il tempo della serietà” e della “verità” (cioè il tempo dei Renzi). E minaccioso avvertimento ai tg (“sono curioso di vedere come daranno la notizia”, come se fossero usi occuparsi di processi per diffamazione). Il bello è che non so letteralmente di quale sentenza o processo stia parlando, perché né a me né ai miei avvocati risultava quella causa. Forse la busta verde con l’atto di citazione si è persa tra le tante per colpa mia o dell’ufficiale giudiziario, o è andata smarrita nella trasmissione dalla nostra segreteria allo studio legale, chissà. Sta di fatto che ero contumace e non ho potuto difendermi. Poi, in serata, una giornalista molto addentro alle cose della famiglia Renzi – in un’intercettazione depositata agli atti di Consip, Tiziano ne elogia la performance in una puntata di Otto e mezzo con il sottoscritto e Matteo ridacchia: “L’abbiamo mandata noi” – cita sul sito del Foglio brani della sentenza e soprattutto la frase che mi è costata 50 mila euro. La pronunciai proprio nella puntata di cui parlano babbo e figliolo: quella del 9 marzo 2017. Eccola: “Il padre del capo del governo si mette in affari o s’interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo”. Il minimo sindacale della cronaca del momento, e anche di oggi: com’è universalmente noto, Tiziano Renzi era ed è indagato dalla Procura di Roma (con richiesta di archiviazione non ancora valutata dal gip) per traffico d’influenze illecite con la Consip: società controllata dal governo, ai tempi in cui il premier era il figlio Matteo, che aveva nominato l’ad di Consip Luigi Marroni. Non solo. Tiziano Renzi si era messo in affari con un’altra società partecipata dal governo, Poste Italiane, ottenendo per la sua “Eventi 6” un lucroso appalto per distribuire le Pagine Gialle nel 2016, quando Matteo sedeva a Palazzo Chigi. Affare legittimo, a parte la puzza di conflitto d’interessi, e mai sfiorato da indagini. Ma totalmente vero e verificato. Ricapitolando: quella sera, dalla Gruber, dissi la pura, semplice e anche banale verità. E la ripeterei identica oggi. Purtroppo, non so ancora perché (la sentenza non la posseggo), ero contumace, nessuno mi ha avvertito che si stava procedendo in mia assenza e non ho potuto dimostrare di aver detto la verità. Nel processo civile non c’è un pm che conduce le indagini (se ci fosse stato, avrebbe acquisito le carte dell’inchiesta Consip e dell’affare Poste-Eventi6, e subito archiviato il caso): c’è solo un giudice che esamina le “memorie” legali del denunciante e del denunciato e su quelle decide, senza nemmeno tener conto dei fatti notori. Ma in questo processo i miei legali non c’erano, dunque il giudice ha deciso su quel che gli raccontavano gli avvocati di Renzi sr. E ha concluso – almeno secondo ilfoglio.it – che le mie parole “hanno connotazioni oggettivamente negative, alludendo ad un contesto di malaffare e ad un intreccio di interessi privati, economici e politici ad elevati livelli… L’offesa è tanto più grave in quanto si mettono in relazione gli affari personali dell’attore (Tiziano Renzi, ndr) con l’ascesa politica del figlio che, all’epoca dei fatti, … era stato capo del governo e, quindi, figura istituzionale dalla quale tutti si attendono attenzione e sensibilità per gli interessi dello Stato”. Cioè avevo addirittura insinuato un’inchiesta su Tiziano Renzi per Consip e un legame diverso dall’omonimia fra il Renzi che s’interessava a Consip e prendeva appalti da Poste, e il Renzi che guidava il governo azionista di Consip e di Poste. Quanto all’importo di 50 mila euro, meglio non commentare.

Un caso simile mi era già accaduto vent’anni fa. Nel ’95 Cesare Previti mi denunciò perché l’avevo definito sull’Indipendente “cliente di procure e tribunali” (e lo era eccome: era indagato a Brescia per un ricatto a Di Pietro, per cui sarebbe stato poi rinviato a giudizio e infine assolto). Durante il processo, l’Indipendente chiuse i battenti. L’avvocato, non più pagato dall’editore in liquidazione, pensò bene di smettere di difendermi. Così nel ’99 mi ritrovai condannato dal Tribunale di Roma allo sproposito di 79 milioni di lire per non aver prodotto le carte che provavano quanto avevo scritto: cioè l’atto di iscrizione di Previti sul registro degli indagati, di cui tutti i giornali parlavano, ma che il giudice non poteva conoscere perché poteva basarsi solo sulle carte prodotte dalle parti (e la mia non aveva prodotto nulla: il mio fascicolo era vuoto, così come la sedia del mio difensore). Siccome non avevo 79 milioni sull’unghia, Previti mi pignorò per due anni il quinto dello stipendio. Poi la Corte d’appello ribaltò la sentenza, ma non del tutto, perché le prove già disponibili in primo grado non erano più ammissibili in secondo: i giudici ridussero il danno alla somma che avevo già pagato (una ventina di milioni). Vedremo se stavolta andrà meglio. Ma me la vedrò io. Se ve l’ho fatta tanto lunga, cari lettori, è perché ne sentirete come sempre di tutti i colori. Ma mi preme dirvi ciò che vi ho già detto in occasione dell’altra causa alla fiorentina persa con babbo Renzi: ho detto la pura verità, quindi – se volete – potete continuare a fidarvi di me e del Fatto . Ci vuole ben altro per intimidirci.

Le madamin e Daniela Ranieri


sabato 17/11/2018
Sì-Tav, le nuove rivoluzionarie per gli umarell

di Daniela Ranieri

Abbiamo l’impressione che Repubblica e Corriere si stiano accorgendo che il (da loro) pompatissimo fenomeno delle cosiddette madamine Sì-Tav di Torino non regge all’impatto con la realtà, specie da quando le suddette hanno incominciato ad andare in Tv togliendo al Paese ogni dubbio circa la loro competenza in fatto di treni. Da giorni, dopo aver salutato nelle sei signore le levatrici di un “nuovo femminismo” (Repubblica), ma che dico: le timoniere della “marea arancione del popolo del Sì” (Corriere), sui due quotidiani non c’è un trafiletto che dia conto della tabella di marcia per il progresso partita da piazza Castello. Dispiace, perché onestamente ci stavamo affezionando alla saga fantasy su questa nuova “internazionale femminile” (Repubblica) creata da sei donne “così tanto coraggiose da sfidare il potere costituito” (come da comunicato “Siamo tutte madamine” a firma delle Pari opportunità del Pd) che ricordano un po’ “le donne dei manifesti al tempo di Stalin, rocciose contadine, temibili operaie con fazzoletto rosso, la zappa in mano, o il Kalashnikov (Repubblica), in effetti la prima cosa a cui abbiamo pensato apprendendo che fanno lavori come l’art director, la pr, la copy e la cacciatrice di teste (tutti veri lavori proletari). Fortuna che c’è La Stampa, pulsante organo della sempreverde razza padrona, a insufflare nei lettori aria di rivoluzione. Ieri, mentre pensavamo con nostalgia alle magnifiche sorti e progressive forse sfumate, il quotidiano che abbracciò l’impresa della marcia dei (delle?) 40 mila ha intervistato una delle madamine, segnatamente la cacciatrice di teste, la quale col linguaggio stringato dei fucilieri ha comunicato che lei e le altre tetragone eredi di Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj sono pronte “ad aprire la fase 2” dell’operazione “Sì Torino va avanti”. Su questa fase 2 la compagna Ghiazza è chiara: “La fase uno è stata la spontaneità”; adesso “è ora di essere meno tenerine, sempre educate, ma più assertive. Meno garbate”. Che vogliano davvero imbracciare il Kalashnikov? A domanda tremante del cronista: “Volete essere il motore di un nuovo movimento?”, la sub-comandante Ghiazza risponde: “Vorremmo contagiare, portare questa scintilla altrove”; indi rivendica il ruolo sovversivo della competenza in quest’epoca di barbarie: “Abbiamo sempre aspettato di avere tutti 30 e lode prima di alzare la mano”, ed è la stessa che dalla Gruber aveva candidamente ammesso: “Non siamo tecnici, non conosciamo le problematiche che riguardano la Tav, ci fidiamo di quello che hanno detto i governi precedenti”.
Insomma per La Stampa l’onda che tra le sue leader conta una presidente del Rotary Torino Est può fare l’opposizione. È inutile fermare il progresso. Al Corriere che le chiede: “Allora, al contrario di quel che dice Grillo, la Tav esiste?”, madama Castellina risponde: “La Tav c’è. C’è una galleria geognostica”, che è come dire che dal momento che hai fatto una Tac al cervello tanto vale che si proceda alla lobotomia. Anche se “contagiare” è verbo rivelatore di quel pisapismo da zona C o quadrilatero romano che impedisce alla sinistra di fare la benché minima paura ai padroni, forse perché alla lotta di classe preferisce il reciproco vezzeggiamento, c’è un passaggio dell’intervista alla Marcos di Porta Palatina che ci provoca un’extrasistole di puro fervore. Quando il cronista chiede se “le piacerebbe avere degli uomini del Sì”, Ghiazza ammette: “Spero succeda presto”, e basta spostare gli occhi in cima alla pagina, dove campeggia la foto del corteo, per rendersi conto che il 98% dei 30 mila Sì-Tav è composto da maschi ultrasettantenni, tutti chiaramente umarell che non vedono l’ora che apra un cantiere qualunque e saprebbero consigliare gli ingegneri su quali materiali, scavatori e tecniche usare per costruire la Torino-Lione.
Mattarella si sbrighi a incontrare le madamine, prima che in casa Sì-Tav comincino a volare i foulard di Hermes.

Interessante


Una delle aziende fiore all'occhiello del nostro ingegno, sottoposta a decenni di rapine a cravatta armata, con un giro di inchiappettamenti senza precedenti. Sergio Rizzo riepiloga oggi su Repubblica al meglio la triste storia. 


Da Prodi a Beppe Grillo vent’anni inconcludenti Così torna il piano Rovati

SERGIO RIZZO,

ROMA
Fosse ancora vivo, Angelo Rovati oggi avrebbe la sua riscossa. Perché il piano per scorporare la rete telefonica da Tim altro non è che il suo. Il famoso piano Rovati: che a quell’omone alto 1,94 con un passato da giocatore di basket in serie A costò, incolpevole, il posto da consigliere del premier e una tiratona d’orecchi dal suo grande amico Romano Prodi. Il documento con su scritto "riservato" che aveva mandato a Marco Tronchetti Provera finì sui giornali e lui fu crocefisso. «Siamo tornati ai tempi di Stalin», inveì Forza Italia. Mentre i leghisti chiedevano le dimissioni di Prodi accusato, correva l’anno 2006, di voler rimettere le mani su una società privata. Così il piano imboccò la strada del cestino. E pensare che Rovati l’aveva concepito per risolvere i problemi di Telecom Italia, come si chiamava allora. Dopo la privatizzazione del 1997 la scalata dei coraggiosi capitanati da Roberto Colaninno e la successiva vendita alla cordata guidata da Tronchetti Provera l’avevano rimpinzata di debiti. Chi comprava facendosi prestare i soldi dalle banche poi li scaricava sulla società comprata, e con molti debiti gli interessi si mangiavano risorse per investimenti sempre più necessari. Un handicap che finiva per gravare pure sulla rete, sempre più vecchia e obsoleta.
Dunque per Rovati non c’era che una strada: scorporarla con l’intervento della Cassa depositi e prestiti e metterla in una nuova società da quotare in Borsa. Il "modello Terna". Ovvero, lo schema seguito per separare dall’Enel la rete di trasmissione con la creazione di una società a controllo pubblico, però aperta al mercato. L’uovo di Colombo: Telecom si sarebbe alleggerita dei debiti, e grazie ai canoni pagati indirettamente dagli utenti la società della rete avrebbe potuto finalmente investire. Di sicuro il piano non era tutto farina del sacco di quell’ex giocatore di basket che in quelle settimane affrontava i due passaggi cruciali e opposti della sua vita: il più bello, il matrimonio con la stilista fiorentina Chiara Boni; il più brutto, la lotta contro un tumore che se lo sarebbe portato via anni dopo. Lui ammise di aver "parlato a lungo" con esperti del calibro, per esempio, di Franco Bernabè e Francesco Caio. Ma è impossibile che non si fosse confrontato con la politica, sempre ipersensibile ai destini di Telecom.
La questione della rete è antica come la privatizzazione. Fin dall’inizio c’era chi proponeva di scorporarla e lasciarla allo Stato, privatizzando solo il gestore. La rete telefonica era stata pagata dagli utenti con il canone e trattandosi di un monopolio naturale come la rete elettrica la vendita a un privato avrebbe dato a costui un ingiusto vantaggio competitivo rispetto agli altri operatori. C’era solo un problema: che servivano un sacco di soldi per entrare nell’eurozona, e i privati mai e poi mai avrebbero investito in una compagnia di Stato senza avere anche la rete. Però l’Agcom insisteva, e i consumatori fremevano. Anche il governo Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino. Mentre della questione aveva cominciato a occuparsi anche un certo Beppe Grillo. Memorabile il suo primo intervento all’assemblea della Stet (1995), preludio di un crescendo rossiniano in anni di invettive, culminato nel 2006 in una clamorosa richiesta al ministro delle Comunicazioni: scorporare la rete. «Bastava un comico mediamente informato, sono anni che grido contro un caso macroscopico di delinquenza telefonica…». Ministro era allora un certo Paolo Gentiloni, che si arrampicò sugli specchi. Ma Grillo non si rassegnava e due anni dopo affrontò l’amministratore delegato di Telecom Bernabé, sentendosi rispondere picche. E dopo aver rivendicato l’accesso gratuito a internet «per diritto di nascita» (2013), eccolo pronto (2015) a un frontale con il governo di Matteo Renzi incolpato di voler favorire i privati con la banda ultralarga a scapito dell’infrastruttura pubblica. Nel frattempo non si fermavano le chiacchiere, ma neppure i debiti di Telecom. Con il risultato di sbriciolare pian piano ogni tabù sulla rete. Nel 2013 Bernabé confermò «la volontà di procedere celermente nello scorporo dell’infrastruttura di accesso».

Mentre il viceministro delle Comunicazioni Antonio Catricalà, ex presidente dell’Antitrust avvertiva: «Lo scorporo si può imporre per legge». E se ancora nel 2014 il presidente di Telecom Giuseppe Recchi giurava «non esiste alcun dossier», era chiaro che prima o poi si sarebbe arrivati a questo punto. Quanti miliardi ci sono in ballo per la compagnia telefonica? Dieci? O perfino venti, come dice qualcuno? Sono comunque la differenza fra il Calvario e la salvezza. In questi mesi quel dossier è stato messo a punto e definito nei dettagli: con piena soddisfazione di chi non aveva mai smesso di pensare a quella soluzione, come il presidente di Open Fiber Franco Bassanini. Che già quando era a capo della Cassa depositi e prestiti avrebbe volentieri cavalcato l’operazione. Al punto che oggi qualcuno sussurra che dietro tutto ci sia anche il suo zampino…

venerdì 16 novembre 2018

Daniela e Recalcati


venerdì 16/11/2018
DOCUMENTARIO
Recalcati legge Recalcati (cioè la storia d’Italia)
A LIBRO APERTO - SU LA EFFE È ANDATA IN ONDA LA POETICA AUTOBIOGRAFIA DELLO PSICANALISTA RENZIANO

di Daniela Ranieri

Come i lettori sanno, nutriamo una predilezione scostumata per lo psicoanalista Recalcati, almeno da quando partecipò da par suo ai fasti dell’era renzista (senza peraltro mai trovare una cura per il narcisismo del rignanese). Recalcati stava a Renzi come Hegel stava a Napoleone; nel baldo giovane a cavallo di una Smart lo psico-guru ha visto lo Spirito del Tempo, tanto da prestare la sua expertise per una scuola politica del Pd – che tanto ha fatto per la salute della politica, autodistruggendosi – intitolata al povero Pasolini, riavendone in cambio nulla, manco uno straccio di ministero della Cultura, affidato poi alla non scolarizzata Fedeli.

Da tutto ciò, lo specialista pare non aver conseguito danni morali o reputazionali e gode anzi di gagliarda salute mediatica. Mercoledì in prime time presentava il suo nuovo libro sul canale La Effe di proprietà dell’editore che pubblica il libro di Recalcati in un poetico documentario su Recalcati intitolato a A libro aperto. Ad essere onesti, non proprio un biopic sulla persona di Recalcati, quanto una specie di storia d’Italia sub specie Recalcatis: a letture di libri cari a Recalcati e filmati di repertorio tratti dalle epoche in cui Recalcati si formava, andava all’università, diventava padre, si alternano immagini di Recalcati che parla, legge, sottolinea un libro, cammina in un parco, siede su una panchina, si mette una mano sotto il mento, guarda i riflessi sull’acqua di uno stagno, calpesta foglie cadute, sposta una lampada nel suo studio, contempla le orchidee sulla consolle del soggiorno. Il feticismo minimale che forse cita Godard lascia spazio a illuminazioni da intellettuale engagé: “Il mio primo ricordo”, dice Recalcati con una voce diaframmatica da far svenire le casalinghe, “è mio nonno che ammazzava i conigli sbattendo la loro testa contro il muro e poi scuoiandoli. Io mi identificavo col coniglio. Ecco, per me la lotta di classe era schierarmi con tutti i conigli del mondo”. Ecco, noi saremmo già paghi così, con Marx e Lenin accoppati dalla metafora leporide, ma una poeticità implacabile insuffla il racconto. “I miei amici si erano persi chi nel terrorismo, chi andando alla deriva in India (sic), chi bruciandosi nell’eroina”. E lui? Un attimo di tregua la pubblicità, annunciata da un jingle con Recalcati a braccia conserte tipo Raffaele Morelli dei benestanti.

Ora Recalcati siede sul muretto sotto le arcate di un chiostro (scarpe di ottima fattura italiana, calze in filo di Scozia): storditi, percepiamo lo svolgersi della biografia in frammenti di cultura maiuscola: “Kierkegaard, Nietzsche, Sartre… il clinamen… il mistero della soggettivazione…”, risuona la voce di Recalcati mentre scorrono immagini di Recalcati che gioca col cane, guarda l’orizzonte, sfiora la tela di un quadro coi polpastrelli, sistema i libri nella libreria. Apprendiamo che il suo maestro gli ha “fatto incontrare libri come se fossero mari”.

Dopo i Vangeli, Ungaretti, Sartre e Lacan, la voce legge Recalcati: è Il complesso di Telemaco, vero saggio di formazione del renzismo (noi spiegammo come Renzi fosse semmai il capo dei Proci che devastano il palazzo di Ulisse), mentre Recalcati, sdraiato su chaise longue da 6 mila euro, dice frasi profonde e torride, come “Ogni figlio è il figlio giusto in quanto sforzo di poesia”, “Ogni libro ha un modo di camminare e di esistere” e “Essere e tempo di Heidegger è pieno di grumi teorici”.

Ci torna in mente come in un sogno quel passo di Thomas Bernhard: “Ho visto delle fotografie di Heidegger… Heidegger scende dal letto, si rimette a letto, dorme, si risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, contempla l’orizzonte, intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto, cammina davanti a casa, cammina dietro la casa, si dirige verso casa, legge, mangia, si taglia una fetta di pane (fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro (scritto in casa), si china, si stiracchia… Roba da vomitare. È sempre stato comico, un megalomane… Un imbecille delle Prealpi”. Ed era Heidegger.

giovedì 15 novembre 2018

Detto




Ligure ingombrante



giovedì 15/11/2018
IL PERSONAGGIO
Ruspe, burqa, corsi di boxe: com’è umana la Pucciarelli
SALVINIANA - LA CARRIERA POLITICAMENTE SCORRETTA DELLA NUOVA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PER I DIRITTI DELLE MINORANZE

di Tommaso Rodano

Salviniana al cubo, devota alla sacra effigie della ruspa, paladina della destra nera ligure che si è data una tinta di verde ed è salita sul carro della Lega, nazionalista e vincente. È il ritratto della senatrice Stefania Pucciarelli, nuova presidente della commissione per la Tutela dei diritti umani. Una carica che nella passata legislatura era di Luigi Manconi, e che fino a ieri le è stata contesa da Emma Bonino.

Invece tocca a Pucciarelli, malgrado una biografia ruspante e politicamente scorretta. Non c’è solo l’episodio che ora ricordano tutti: il “Mi piace” a un post su Facebook che suggeriva l’uso dei “forni” per i migranti. La frase, per la precisione, era questa: “Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria. E poi vogliono la casa popolare. Un forno gli darei”. Pucciarelli all’epoca era una semisconosciuta consigliera regionale: il suo “like” le diede improvvisa fama, ma le costò una denuncia dall’Associazione 21 luglio (che si occupa dei diritti delle minoranze rom e sinti) e una convocazione al Tribunale di La Spezia, lo scorso 3 ottobre, per propaganda di idee “fondate sull’odio razziale” (reato per cui è stata archiviata). Lei si difese sostenendo che non aveva letto bene quella frase.

Su Facebook d’altra parte la sua attività è incessante. Giusto una settimana fa pubblicava la foto delle ruspe in azione in un campo rom nell’amata provincia spezzina, accompagnata dalle allegre emoticon dei caterpillar e da un severo richiamo alla legalità. Nessuna incoerenza: migranti, nomadi e islamofobia sono i temi a cui Pucciarelli si dedica dal principio della sua cavalcata politica.

Nel 2016 la nostra si presentò in consiglio regionale ligure in burqa (per chiedere la messa al bando del velo) e fu espulsa dall’aula per l’abbigliamento “non consono” dal collega di partito Francesco Bruzzone. Ad aprile 2017 lanciò una proposta di legge per negare “i contributi regionali alle strutture ricettive che ospitano i migranti”. Sempre in quel mese se la prese con il Pd che esprimeva la sua costernazione dopo la scoperta di cellule neonaziste alla Spezia. Questo il ragionamento dell’impeccabile Pucciarelli: perché i dem si preoccupano dei nazi visto che “nulla hanno proferito contro il vile attacco subìto dai giovani di CasaPound la scorsa settimana in centro città”?

Altre meritorie battaglie della leghista in consiglio regionale: un ordine del giorno per chiedere al ministero della Difesa di impiegare l’esercito sui treni Cinque Terre Express, infestati dagli extracomunitari; la protesta contro i corsi di boxe per migranti organizzati dalla Caritas a Santo Stefano Magra (La Spezia) e la contestuale organizzazione di un corso di autodifesa per le donne nella piazza del paese; la censura dello stesso comune di Santo Stefano Magra per aver coinvolto i migranti ospitati sul territorio in lavori di pubblica utilità, investendo la bellezza di 17 mila euro.

Questo costante impegno per la tutela delle minoranze l’ha portata all’apice (finora) della sua carriera politica: la presidenza della commissione Diritti umani. Un premio alla lunga militanza leghista, iniziata anche prima della svolta destrorsa salviniana. Alla quale Pucciarelli si è adeguata senza particolari disagi: tra la sua Sarzana e La Spezia – in quella zona ex rossa che ha mutato rapidamente pelle negli ultimi anni – la senatrice fa da chioccia a una generazione di giovani leghisti dalle idee non proprio democratiche. Come il 23enne Luca Spilamberti, che sui social ha pubblicato con disinvoltura scritte e immagini dedicate al Duce e a Predappio. O Cesare Crocini – che Pucciarelli si è portata a Roma come portavoce – che sul profilo whatsapp fa bella mostra di una bandiera nera.