Quel fascio-satanello sgovernatore di celle finito come la bistecca
Era probabilissimo, anzi scontato che Andrea Delmastro, il fascio-futurista di Biella che per quasi quattro anni da sottosegretario alla Giustizia ha sgovernato il disastro delle carceri italiane tanto quanto la personale sciagura dei suoi affari a cena, stavolta non poteva farla franca. E che la sponda del referendum, come a biliardo, gli avrebbe mandato le palle colorate delle sue giustificazioni a rotolare molto lontano dalle buche dove voleva nasconderle per poi nascondersi, se il cartello del Sì avesse vinto contro “le toghe rosse cancerogene”, garantito come prima da Meloni che lo avrebbe protetto fino a fine legislatura, come suo personale bimbo nel bosco, avvocato di fiducia, camerata.
Dimissioni “per leggerezza” ha detto Delmastro. Ma è vero il contrario. Era pesantissima quella rivelazione di essersi infilato in società – e che società, intitolata nientemeno che “Le Cinque Forchette” – con un prestanome del Clan Senese, camorra in purezza. Tutte e due le mani infilate nelle braciole della Bisteccheria, il ristorante romano di via Tuscolana che all’apparenza risultava in capo alla figlia del prestanome, una ragazzina di 18 anni. Con tanto di fotografie (rivelate dal Fatto) e testimonianze dei commensali che partecipavano a quelle cene di frontiera, insieme con altri esponenti di Fratelli d’Italia, dirigenti del Dap, la direzione dell’amministrazione penitenziaria, e persino la celebre Giusi Bartolozzi, la zarina di via Arenula, dimissionata anche lei in tutta fretta, e che fino a ieri l’altro imbracciava in pubblico il Sì al referendum come fosse un suo personale sfollagente, e dichiarava: “Così ci togliamo dalle palle la magistratura”, che è sintassi da Banda Bonnot col mitra in mano.
Celebrato per il ringhio delle sue faccette, al militante Delmastro aveva sempre sorriso la fortuna dei cattivi. In gioventù, a Biella, gli andò bene una faccenda di guida in stato di ebbrezza, reato estinto per oblazione. Altrettanto gli andò bene – alla fine di un comizio del Fronte della gioventù – la brutta storia di una rissa e di un clochard finito all’ospedale con la mandibola rotta. Gli andò bene persino quella grottesca vicenda degli spari a Capodanno 2025, coinvolti nelle indagini lui, il suo caposcorta e quel tale Pozzolo Emanuele, deputato di FdI e ora di Vannacci, così intelligente da andare in giro con una mini-pistola carica, farla vedere ai camerati, vantarsene, fino a che un colpo accidentale non andava a conficcarsi nella coscia di uno dei commensali, un poveraccio risarcito con trenta denari. E senza che nessuno dei coinvolti ammettesse il misfatto, ma rimpallandoselo da una bugia all’altra, come una qualunque banda di maranza, altro che uomini di Stato. Per non dire della condanna, in primo grado, incassata lo scorso anno per avere rivelato documenti coperti da segreto sul caso dell’anarchico Cospito detenuto al 41-bis, al suo coinquilino Giovanni Donzelli, detto “Minnie”, che se li è rivenduti in Parlamento per accusare la sinistra di intendersela con l’anarchico e addirittura con la mafia. Una panzana che ora gli ricasca proprio dentro casa, nella cameretta accanto.
Inverosimili fin dal primo istante sono apparse le giustificazioni di Delmastro. Troppo persino per gli standard della falange di Palazzo Chigi, Meloni, Fazzolari, Mantovano, che hanno uno stomaco di ferro, in grado di digerire per 40 mesi la ghiaia giudiziaria di Daniela Santanchè, (ex) ministra di Stato indagata per truffa allo Stato. Ma indisponibili, ora che sono finiti dentro la trincea degli assediati, a sopportare le guaste polpette difensive di Delmastro. Il quale s’è discolpato a forza di “no, non sapevo”.
Non sapeva chi fosse il padre della ragazzina. Non sapeva da dove venissero i soldi per aprire il ristorante. Non sapeva come mai una diciottenne potesse avere un malloppo in tasca da investire. Non sapeva che quel locale veniva da aziende sequestrate alla criminalità. E senza sapere niente di niente, si era fatto socio, pensa l’astuzia, pensa la verosimiglianza, intestandosi il 25 per cento della società romana e firmando l’atto nello studio di un commercialista di Biella che è pure assessore di Fratelli d’Italia. Per poi festeggiare l’affare a cena con tanto di fotografie e brindisi, dove compare abbracciato a Mauro Caroccia, il babbo che non conosceva, della bimba che non conosceva. Il tutto senza mai avvertire la Camera dei deputati della società appena costituita, prassi obbligatoria per regolamento, ma chissenefrega del regolamento.
Andrea Delmastro Delle Vedove, detto “Satanasso” e pure “Satanello” per via del carattere incendiario, è nato nell’anno 1976 a Gattinara, Vercelli, e ha biografia adeguata al personaggio. Viene dalla Fiamma tricolore del Movimento sociale, come il padre Sandro, deputato missino negli anni 90. Studia a Biella e a Torino. Laurea in Giurisprudenza. Carriera da avvocato penalista. Militante spalla a spalla con la generazione maggiore di Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Tommaso Foti, Francesco Lollobrigida, tutti affetti dalle identiche frustrazioni, dagli identici rancori, accumulati durante le rispettive giovinezze trascorse nei sotterranei degli Underdog. Dunque aggressivi a prescindere. Non per nulla le cronache lo segnalano per un rogo di “libri di sinistra” davanti al liceo classico di Biella. Per zuffe ricorrenti contro le zecche rosse. Per un convegno intitolato “Mussolini uomo di pace”.
Illuminato dall’ascesa di Giorgia Meloni, entra a Montecitorio nel 2018: “Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano”. Nel suo caso la mascella protesa in avanti. Diventa sottosegretario e avendo la delega alle carceri, si vanta di occuparsi solo del benessere della polizia penitenziaria. Non riconosce il reato di tortura, né l’evidenza dei pestaggi in carcere. Al punto da chiedere in Parlamento l’encomio solenne per gli agenti di custodia indagati per avere massacrato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. E lo ha fatto quando le immagini del pestaggio erano diventate scandalo pubblico e nazionale, cioè una vergogna per tutti, tranne che per lui. È un cattivista a tutto tondo. Con l’aggravante di attribuirsi “il cuore puro” e “l’alto ideale”. Compreso l’odio per i detenuti che gli fanno provare “una intima gioia”, quando li vede “soffocare dentro ai cellulari” in transito. Chissà se ora – in transito lui medesimo dalla braciola alla brace – immagina per se stesso l’identica porcheria.
Nessun commento:
Posta un commento