lunedì 16 marzo 2026

Settimana cruciale

 

Un trionfo del Sì darebbe il via all’era dell’arbitrio 


di Tomaso Montanari 

La negazione dell’evidenza, perseguìta attraverso un uso smodato e sistematico della menzogna: ecco la linea della campagna governativa per il Sì al referendum costituzionale. Una linea possibile solo perché i suoi promotori possono esercitare il controllo o contare sulla compiacenza della maggior parte del sistema mediatico.

Il governo e i suoi ascari negano soprattutto una cosa: che questa “‘riforma” sia il primo, decisivo passo per l’abolizione della divisione dei poteri e per l’affermazione di una dittatura dell’esecutivo, cioè della maggioranza. Eppure, è tutto squadernato sotto il sole: il premierato, con la definitiva marginalizzazione del potere legislativo del Parlamento e con il controllo maggioritario su Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale; e poi l’accumulo di misure liberticide: contro libertà di espressione, libera stampa; Università.

Per quanto riguarda il referendum, la negazione riguarda soprattutto una cosa: la volontà di mettere il pubblico ministero sotto il controllo del governo. Una negazione che resiste nonostante Meloni, Nordio, Mantovano abbiano in più occasioni detto l’ovvio: e cioè che tutto questo si fa perché i magistrati non possano più contraddire le scelte politiche del governo. Il dibattito ruota, dunque, intorno a ciò che succederebbe dopo un’eventuale vittoria del Sì: il governo metterebbe il guinzaglio alla pubblica accusa, o no? Una risposta difficile da contraddire sta nella proposta di legge costituzionale 2710, presentata l’8 settembre (potere delle date…) del 2020 al fine di modificare l’articolo 112 della Costituzione. Esso oggi recita così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Un dettato limpido e secco, che impedisce al potere di salvare gli amici e i complici, e di perseguitare i nemici e gli oppositori. Ecco come quelle parole dovrebbe cambiare, secondo quella proposta: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo. Il Governo, su proposta del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”. Una involuzione madornale, che lega le mani dei pubblici ministeri a una catena tenuta direttamente dal governo. Fosse vigente oggi, sarebbero Nordio e Piantedosi a decidere i criteri e le priorità delle procure: uno scenario da brividi. Tutto questo rappresenta una colossale smentita alla strategia negazionista del governo: perché quest oscena proposta di riforma costituzionale è stata presentata da Giusi Bartolozzi, allora deputata di Forza Italia e oggi ben nota come capa di gabinetto del ministero della Giustizia. Nell’introduzione all’articolato della riforma, Bartolozzi esibisce senza remore il suo movente: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è, invece, un supremo compito che spetta alla politica”. Laddove per politica intende la maggioranza parlamentare, cioè il governo: come chiarisce poi il testo, che non prevede maggioranze qualificate che possano coinvolgere l’opposizione in decisioni condivise, ma appunto renderebbe costituzionale una decisione diretta dei ministri, ratificata dalla maggioranza parlamentare. È questo il contesto che chiarisce la sostanza della esternazione televisiva di Bartolozzi sul famigerato: “Votate sì, e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Ce la “toglieremmo di mezzo“’”perché la seconda mossa, dopo un’eventuale vittoria del Sì, sarebbe esattamente quella della legge che la stessa Bartolozzi ha già presentato, e che la maggioranza si è rifiutata di ritirare nonostante le esplicite richieste dell’opposizione. George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”: esattamente lo sforzo che è richiesto al popolo italiano il 22 e il 23 marzo. Quello che abbiamo sotto il naso è una maggioranza politica a traino esplicitamente illiberale: il cui scopo è riportare l’Italia a un’epoca pre-costituzionale, quella in cui sussisteva di fatto solo il potere esecutivo. È ciò che i costituenti vollero evitare, reagendo a “venti anni di arbitrio del potere esecutivo” (così Aldo Moro, in Costituente). Nel suo ultimo discorso parlamentare, Giacomo Matteotti disse ai fascisti che lo avrebbero assassinato: “Voi volete ricacciarci indietro!”, alludendo a una regressione a prima del regime costituzionale. Oggi assistiamo allo stesso tentativo regressivo: ed è esattamente su questo che si vota. Vogliamo mantenere, a tutela delle nostre libertà personali, le forme e i limiti del costituzionalismo, o vogliamo tornare all’arbitrio di chi comanda?

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