venerdì 27 marzo 2026

L'Amaca

 


Il sacrifizio di Santanchè

di Michele Serra

Se le dimissioni di Santanché erano dovute per ragioni etiche, non si vede perché il governo le abbia pretese solo dopo la sconfitta di Nordio: qual è il nesso? Era un referendum sulla giustizia, mica sulle concessioni balneari. Identico ragionamento varrebbe se il governo, in sintonia con Santanché, fosse convinto che quelle dimissioni non erano dovute: non è certo una sconfitta elettorale a renderle tali. Sarebbe, in teoria, il senso dello Stato, e una certa idea di che cosa significhi servirlo "con disciplina e onore", come chiede l'articolo 54 della Costituzione.

Non esiste un prima e un dopo, nel caso Santanchè, c'è solo un lungo "durante", del tutto estraneo alla vicenda referendaria, durante il quale Meloni ha omesso di chiedere a un suo ministro ciò, nella sua ormai lunga carriera politica, ha chiesto con intransigenza tutt'altro che garantista ai suoi avversari politici. Il frettoloso repulisti che la presidente del Consiglio ha messo in atto, nella speranza di sembrare lucida e determinata anche in mezzo alla tempesta, ha l'effetto opposto. Sembra l'offerta al suo elettorato di un capro espiatorio, unita al tentativo di dimostrare che la sua leadership è intatta, basta mettere fuori squadra qualche giocatore gravato da cartellino giallo e si ricomincia come nuovi.

Il punto è che il rilievo di partenza che venne mosso a questo governo, cioè di non disporre di una classe dirigente degna di questo nome e di avere dunque promosso amiche e amici, molto alla rinfusa, ovunque ci fosse una stanza pubblica da occupare, era obiettivamente giusto. Santanchè è il classico nodo (tra i molti) che viene al pettine. E dire che è la meglio pettinata delle donne politiche, come ebbe anche modo di ribadire in Parlamento.

Nessun commento:

Posta un commento