Il mestiere di vivere della nuova fotografia e la sindrome dell’IA
DI LORENZO SANSONETTI
Il 2025 può essere considerato l’anno nero per la fotografia. La scomparsa di alcuni tra i più grandi autori del Novecento è uno spartiacque non solo simbolico. Il bianco e nero epico di Sebastião Salgado, la provocazione civile di Oliviero Toscani, il rigore umanista di Gianni Berengo Gardin, lo sguardo ironico di Martin Parr, la memoria viva di Mimmo Jodice hanno ridefinito la grammatica della fotografia del dopoguerra. Dagli storici reportage nelle fabbriche e nei manicomi alla critica sociale dell’overtourism, dall’Amazzonia alle campagne pubblicitarie di impegno civile. Si chiude quindi un capitolo di storia o finisce l’era della testimonianza, degli scatti iconici e del fotogiornalismo?
Nel 2026 l’interrogativo non è più se una foto sia bella, efficace o disturbante, ma se ciò che vediamo riprodotto sia realmente accaduto. Quel gesto, che dal 1839 ha cambiato il modo di osservare e raccontare il mondo, oggi è di fronte a una crisi di credibilità senza precedenti. Nel 2025 – secondo il rapporto AI Index – oltre il 70% delle aziende ha integrato l’Intelligenza Artificiale generativa nei propri flussi di produzione visiva, le immagini generate da IA nell’anno appena trascorso sono state oltre 25 miliardi, quasi 3 milioni ogni ora. Per fronteggiare la diffusione incontrollata di immagini e notizie false le principali agenzie (Reuters, AP, AFP) hanno adottato standard crittografici, per cui ogni scatto contiene metadati indelebili. Ma la fotografia è ancora viva o rischia davvero di morire in questa guerra algoritmica? Già nel 2016 il teorico e artista catalano Joan Fontcuberta, nel suo libro La furia delle immagini (Einaudi), aveva introdotto la categoria di “Post-fotografia”, per indicare il passaggio alla smaterializzazione del digitale. Una bulimia visiva in cui l’immagine perde il valore di conservazione della memoria, diventando un’effimera geolocalizzazione emotiva. Un qui ed ora che dura anche solo le 24 ore delle stories di Instagram o TikTok.
L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale generativa segna tuttavia un passaggio ulteriore di paradigma. Il termine “fotografia” – sempre per Fontcuberta – non è più sufficiente a descrivere il complesso di immagini in cui siamo immersi quotidianamente (Oltre lo specchio, Einaudi 2024). Ma la fotografia è, o è mai stata, uno specchio che riproduce la realtà? “La verità con l’analogico era un’ossessione, nel digitale è un’opzione” – sintetizza lo stesso teorico catalano – che nel 1996 con Il bacio di Giuda (Mimesis) aveva messo in discussione il binomio foto-verità. L’argomentazione arriva a coinvolgere due mostri sacri della fotografia del Novecento: Robert Capa, per “Il miliziano che muore” (1936) e Robert Doisneau per il “Bacio dell’Hotel de Ville” (1950). Su entrambi gli scatti – tra i più celebri della storia – si è sviluppato un lungo processo di analisi di veridicità, fatto anche di accuse e notizie false. Entrambi hanno dimostrato l’autenticità delle immagini. Capa in un’intervista in cui ha raccontato di aver scattato nascosto in una trincea senza guardare, mentre Doisneau, per rispondere a una falsa denuncia, ha ammesso di aver chiesto ai due fidanzati semplicemente di ripetere quel bacio che lo aveva così colpito. Ma per Fontcuberta non è questo il punto. Utilizza i due capolavori per sostenere un paradosso: anche se fossero foto del tutto costruite – come da un regista in un film – questo non toglierebbe nulla alla credibilità e al valore iconico delle due immagini, perché “la falsità è connaturata alla fotografia”.
Il dibattito sulla funzione e il ruolo della fotografia ha radici antiche e ha coinvolto grandi dell’arte e della letteratura, da Calvino a Sciascia, da Baudelaire a Susan Sontag. Per Alessandra Mauro, storica della fotografia e direttrice editoriale di Contrasto, il rischio oggi è la perdita dello statuto di verità e di “originalità di visione e sguardo personale”. E in Aprire lo sguardo (Garzanti 2025), si concentra sul valore storico, antropologico e politico di quindici foto dei grandi maestri della fotografia italiana (da Patellani a Berengo Gardin, da Mulas a Jodice, da Battaglia a Scianna). Un viaggio utile a comprendere quanto la funzione della fotografia abbia modificato nel profondo la cultura e l’identità del paese.
Su questa traccia insiste anche l’ultimo saggio di Silvia Camporesi, Una foto è una foto è una foto(Einaudi, 2025). L’artista sostiene che “la fotografia non sia morta, ma si sia dissolta nei suoi infiniti travestimenti”. Per Camporesi non dobbiamo temere l’IA ma “addestrarla”, non confondendo l’intrattenimento con l’informazione. Così può essere una risorsa per indagare l’ambivalenza della fotografia che “è da sempre uno strumento di rappresentazione della realtà, ma anche una forma di invenzione”. E quindi non è detto che “la fluidità digitale in cui siamo immersi non diventi un alleato, contribuendo alla nostra educazione visiva” sostiene Alessandra Mauro.
La questione è non vivere l’IA come una sindrome, ma esercitare lo sguardo critico e curare la cultura visuale. Mantenere i piedi nel fango, dentro i conflitti e vicino alle contraddizioni umane può garantire una lunga vita a quelle immagini – per dirla con Robert Capa – “leggermente fuori fuoco”. A quell’imperfezione che nessun algoritmo può autonomamente riprodurre. Come dimostrano gli oltre trecento giornalisti e fotografi uccisi a Gaza in due anni e i lavori premiati di Mohammed Salem e Samar Abu Elouf, tra le macerie c’è sempre e ancora un bisogno vitale di immagini che rompano il muro del silenzio.
Nessun commento:
Posta un commento