giovedì 8 gennaio 2026

Lucida analisi

 

E Trump diventò il pirata dei Caraibi

La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.

A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.

Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.

L’Unione europea è cieca a simili collassi, dunque irrilevante. Come se ci fosse ancora qualcosa da salvare, nelle relazioni transatlantiche e in particolare nel dispositivo Nato. Come se le guerre Usa fossero problematiche solo a partire da Trump. Non è più l’America che amavamo, si lamentano intellettuali e giornalisti mainstream, come se l’assalto al palazzo presidenziale di Caracas non fosse stato preceduto da guerre di regime change scatenate in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria nel dopo-Guerra fredda: tutte foriere di caos e morte. Come se Trump il “pacificatore” non avesse già ordito aggressioni militari su sette fronti – Somalia, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Iraq, oggi Venezuela – a dispetto degli sforzi fatti per un accordo di pace con Mosca e per scaricare sull’Europa la disfatta atlantica in Ucraina, dopo un’invasione russa che tutto l’Occidente ha provocato con gli allargamenti a Est della Nato.

Trump non pare propenso a fermarsi qui. L’ondata dei neo-conservatori lo trascina, la politica in America Latina è affidata per intero a un figlio di rifugiati cubani piuttosto sinistro, il ministro degli Esteri Marco Rubio, che da una vita cova rivincite e sogna una seconda invasione della Baia dei Porci, non più fallimentare come quella di Kennedy. Rubio incita Trump a punire Cuba, Colombia, Messico. John Bolton, neo-conservatore influente ai tempi di Bush jr e nel primo mandato Trump, smette le critiche al presidente ed elogia il sequestro terroristico di Maduro.

Comincia a Caracas l’offensiva contro i Brics, l’associazione che riunisce Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa: i non allineati. Il Venezuela ha chiesto di farne parte. Obiettivo della Casa Bianca: prendere il controllo dei minerali preziosi e del petrolio venezuelano (la più grande riserva nel mondo) e venderlo con la moneta egemonica nel commercio energetico – il dollaro – che Trump vede minacciata dai propositi e dalle pratiche dei Brics.

La novità è che diversamente dai suoi predecessori, Trump non dissimula le mire coloniali, non le presenta come Esportazione della Democrazia o difesa dell’“ordine internazionale basato sulle regole”. È del tutto indifferente alle regole, promuove più selettivamente le Rivoluzioni Colorate alimentate ieri da Usa e Ue. Non gli importa chi governa il Venezuela: il regime madurista gli va bene se si allinea e permette a Washington di riprendersi il “petrolio rubato alle compagnie Usa” a seguito delle prime nazionalizzazioni degli anni 70 e poi di quelle di Chávez che hanno aiutato il Venezuela a uscire dalla povertà e dalla dipendenza.

Quando Washington adopera gli argomenti del regime change e definisce Maduro un presidente illegittimo, è perché solo così può processarlo a New York e negargli l’immunità cui ha diritto. Lo stesso avvenne con l’invasione di Panama e l’incriminazione di Manuel Noriega, prima asservito alla Cia e poi condannato per narcotraffico negli Stati Uniti. Anche Chávez temeva la cattura.

In realtà neanche il traffico di droga è in cima ai pensieri di Trump: altrimenti non avrebbe graziato – il 28 novembre mentre tramava il sequestro di Maduro – l’ex presidente dell’Honduras Hernández, condannato per commercio di stupefacenti a 45 anni di carcere da una Corte Usa. Il presidente non ignora che il Venezuela ha un ruolo secondario nel narcotraffico, come spiegato su questo giornale da Pino Arlacchi. Nell’incriminazione di Maduro non figura l’accusa d’aver diretto il Cartel de los Soles, l’inesistente entità denunciata dalla Cia e anche dal Parlamento europeo.

La favola del regime change è una tenda dietro la quale stanno in agguato gli appetiti reali dell’amministrazione Usa: la predazione e il saccheggio coloniale delle risorse venezuelane, il dominio sull’intero emisfero occidentale, Groenlandia compresa, e l’estromissione della Cina e della Russia da nazioni che Trump e neocon ritengono loro proprietà, dal Sud America fino alle porte dell’Artico. Il motto rapace di Trump è: “Ci serve”. Anni di sanzioni preparano in Sud America il colpo finale e imprimono un marchio sui puniti: è una politica che accomuna Stati Uniti e Ue, e si applica a Stati e singole personalità dissidenti (Francesca Albanese, l’ex colonnello svizzero Jacques Baud).

Se le cose stanno così, si capisce la riluttanza del Cremlino a scendere a patti sull’Ucraina, in assenza di trattati vincolanti che escludano irrevocabilmente ogni minaccia al proprio territorio, e con Parigi e Londra decise a schierare soldati dopo la tregua. Le mosse Usa in America Latina sono un segnale inviato a Pechino e anche a Mosca, specie per quanto riguarda la Groenlandia (“ci serve!”). La Strategia di Sicurezza Nazionale del 4 dicembre parla chiaro: non saranno tollerate nel continente panamericano, Groenlandia compresa, presenze che scalfiscano il dominio statunitense. Viene rievocata proditoriamente la Dottrina Monroe. Allora il colonialismo rivale in Sud America era europeo, ma Monroe prometteva in cambio la non ingerenza in Europa.

Quel che impressiona, in Europa, è il tetro perdurare di una fede atlantista che muore a Washington, e che impedisce la costruzione paziente di un sistema di sicurezza europeo non contro, ma assieme alla Russia. Intanto Trump s’allontana da Kiev e Medio Oriente, perché gli Usa in quegli scacchieri sono perdenti. Hanno l’avamposto israeliano in Medio Oriente, dunque accettano la continuazione del genocidio a Gaza e non escludono altri attacchi all’Iran scosso dai tumulti. Ma prima o poi Teheran si doterà dell’atomica: nel caos mondiale è l’unica via per divenire inattaccabili.

Invece di far rinascere le proprie grandi tradizioni diplomatiche, i Volonterosi europei proclamano, compiaciuti: la Groenlandia è nella Nato, l’articolo 5 la difenderà. Ma l’articolo scatta solo se c’è l’unanimità, dunque son balle: cos’è la Nato, senza e anzi contro gli Stati Uniti? E chi ha detto che la Groenlandia, colonizzata nel ’700 dalla Danimarca e uscita dall’Ue nell’85, invocherà i soldati degli ex colonizzatori?


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