mercoledì 7 gennaio 2026

Robecchi

 

Solidarietà. Ursula è vicina al popolo venezuelano: infatti adora il guacamole 


di Alessandro Robecchi 

I venezuelani sono 30 milioni, seduti sul 17 per cento delle riserve petrolifere mondiali. L’Iraq, per dire, di abitanti ne ha più di 47 milioni e le sue riserve petrolifere sono l’8 e mezzo. Per Baghdad si mise in piedi una bella commediola, con una boccetta di borotalco sventolata all’Onu, l’antrace, le armi di distruzione di massa, eccetera eccetera. Per Caracas sono bastati tre barchini bombardati in mezzo al mare e l’accusa di narcoterrorismo. Spoiler: quelli che oggi dicono “Eh, però, Maduro cattivo!”, sono gli stessi che ieri dicevano “Eh, però Saddam, con quell’antrace!”.

Ma lasciando stare il passato, e anche un po’ il presente, portiamoci avanti col lavoro. È probabile che Donald Trump non si fermerà a Caracas. Vorrà andare all’Avana, prima o poi, e ha già fatto un po’ di territorial pissing su Colombia e Messico, nel senso che ha detto che si occuperà di loro, bisognerà fare qualcosa, insomma, sia chiaro che è roba sua. Non sarà una cosa facilissima: la Colombia è uno Stato molto geloso della sua indipendenza, e i messicani guardano gli yankee più o meno come i liguri guardano i milanesi: prepotencia y dolares. Quel che possiamo ipotizzare è la reazione della granitica Europa. Già ci vediamo le illuminanti dichiarazioni di Von der Leyen: “Siamo vicini al popolo messicano, io adoro il guacamole!”. Variante: “Siamo vicini al popolo cubano, ma basta con le malinconie, amici! Balliamo! Un mojito!”. A ruota tutti gli altri, atlantisti un po’ per forza e un po’ per passione, per tradizionale servilismo, per convenienza, o perché sei sovranista e sai bene che il tuo sovrano abita alla Casa Bianca. L’immane sforzo dei tifosi ultras dell’Occidente è sempre stato quello di far coincidere gli interessi americani con quelli europei, anche contro ogni evidenza, e adesso viene al pettine un nodo grosso come la Groenlandia. Donald ha detto che gli serve, che la vuole, che la prenderà in un modo o nell’altro, quindi la faccenda si complica.

I groenlandesi sono 57 mila, più o meno due grossi condomini di Città del Messico, e si ritrovano seduti su un immenso giacimento di tutto quanto (dalle terre rare al gas), perdipiù in un posto strategico perché ora che i ghiacci sono meno cattivi, le rotte artiche diventano importanti. Sono una colonia europea che lavora per l’indipendenza dai colonizzatori danesi – e fanno bene, perché i danesi li hanno trattati come sudditi e angariati in vari modi – ma non hanno nessuna intenzione di diventare americani. In pratica, essendo la Groenlandia della Danimarca e la Danimarca della Nato, davanti a un’azione ostile dovrebbero alzarsi in volo gli F-35, dovremmo mobilitare gli eserciti e scatenare l’inferno, combattendo l’invasore. Dettaglio: andremmo a combattere un invasore che tiene le chiavi di centinaia di ordigni nucleari, basi, soldati, attrezzature, radar e tutto il resto sul nostro territorio. Altro dettaglio: potremmo fare come in Ucraina, cioè spedire ai groenlandesi miliardi e miliardi di armi che però continueremmo a comprare dall’invasore, e intanto aumentare le spese militari per 27 paesi, cioè 27 burocrazie e 27 caste militari. Il tutto, lo dico per agevolare l’ottimismo, con la classe dirigente europea più ridicolmente inetta che si sia mai vista, quella che ha pure sostenuto un genocidio in Palestina e si è fatta ricevere dall’imperatore su un campo da golf. Dichiarazione di Von del Leyen: “Sono vicina al popolo groenlandese, ho tutti i dischi di Björk”.

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