giovedì 8 gennaio 2026

Nel dolore

 

Quel lutto senza parola

DI MATTEO BUSSOLA

Come si sa, nella lingua italiana, non esiste una parola per definire un genitore che ha perso un figlio. Esistono “vedovo” o “vedova” per un lutto coniugale, esiste “orfano” per un figlio che perde un genitore, mentre per il contrario, no. Lì, una parola non c’è. Forse non c’è per pudore, forse non c’è mai stata perché si tratta di un dolore innaturale. Una sofferenza così lancinante, insostenibile, che perfino le parole, davanti a quella, si fermano un attimo prima.

Davanti alla tragedia di Crans-Montana, che ha visto 40 ragazze e ragazzi perdere la vita, più vari feriti o ustionati gravi, c’è chi invece, un attimo prima, non si è fermato. Le abbiamo viste tutti, nei giorni passati, le parole scorrere a caldo sui social: chi non è riuscito a tenere per sé opinioni inutili, analisi evitabili, chi si è improvvisato esperto di schiume poliuretaniche, chi ha scritto senza mezzi termini che i ragazzi che filmavano l’incendio erano degli stupidi, chi si è avventurato perfino in ignobili speculazioni sul comportamento dei genitori delle vittime, proprio mentre stavano attraversando il dramma più grande per un essere umano.

Non si è trattato tanto di cattiveria, quanto di negazione. Perché chi, davanti alla morte di un ragazzo, si spinge a fare paragoni con i propri figli (“A sedici anni mia figlia era a casa con me, non in giro per locali nella notte!”, mi è capitato di leggere da più parti), non lo fa per sentirsi più giusto, più savio o inappuntabile. Lo fa soprattutto per tenere lontana la paura. Quante volte, in passato, abbiamo infatti assistito allo stesso meccanismo pavloviano, e davanti all’ordinarietà del terrore è stato posto, come primo filtro, la faciloneria di giudizio.

La tragedia alla “Lanterna Azzurra” di Corinaldo ha seguito anni fa lo stesso copione. I ragazzi morti perché “ascoltavano musica di merda”. Per non dire di quei casi in cui, ad alcuni genitori, è capitato di scordare il figlioletto sul seggiolino dell’auto, a volte purtroppo con esiti drammatici. Anche in quel caso, la virulenza delle superficiali conclusioni aveva un leggibilissimo sottotesto: io non sono così. A me non succederebbe mai.

Stavolta, invece, in mezzo ai belati da social, a un certo punto è accaduto qualcosa. La prima crepa è stata aperta dalle lacrime del giornalista in collegamento durante il Tg de La 7. E si è allargata quando di questi ragazzi e ragazze abbiamo cominciato a conoscere meglio le storie, i comportamenti, i caratteri. I sogni.

Quando abbiamo scoperto che c’è chi si era salvato, ma poi è tornato dentro per provare a tirare fuori una ragazza. Trovando la morte mentre cercava di salvare l’amore. O chi si è ustionato tentando fino all’ultimo di spegnere le fiamme con un maglione, in assenza di altro. O quando gli esperti ci hanno spiegato che filmare con il cellulare, perfino durante un incendio, non significa che questi ragazzi fossero degli sciocchi sprovveduti, o dei cinici privi di senso della realtà, ma vuol dire solo che sono adolescenti, non abituati a gestire il panico.

E che, a volte, inquadrare una minaccia attraverso uno schermo è un modo per depotenziarla, per tenerla a bada. E che, magari, certo, non hanno avuto una percezione concreta del pericolo. Ma, forse, non l’hanno avuta perché erano in un locale considerato sicuro. Perché nei locali ci sono gli estintori. Perché gli spazi aperti al pubblico hanno dei sistemi antincendio, del personale adulto per facilitare l’evacuazione in caso di necessità, sono costruiti con materiali ignifughi e hanno uscite di sicurezza segnalate e disponibili.

E invece, a Crans-Montana, l’agghiacciante verità è emersa presto incontrovertibile: non c’era niente di tutto questo.

Ecco, forse è stato allora che quello sgomento, quel dolore, hanno drasticamente mutato temperatura emotiva. Quei ragazzi e quelle ragazze sono morti soprattutto perché chi doveva prevedere un ambiente sicuro non ha adempiuto al suo compito. E non è mai stato giusto chiedere a loro di essere più attenti, o più affidabili, quando le mancanze erano altrove.

È stato lì che siamo stati tutti messi di fronte a un’amara consapevolezza, che ogni genitore si ostina a celare: che, nonostante i nostri sforzi affettivi o educativi, non possiamo tenerli al riparo da niente. Perché se si muore a sedici, a diciassette anni, perfino nella (presunta) iper-sicurissima Svizzera, durante la notte di Capodanno, in un locale alla moda, allora significa che non esiste rifugio, che siamo tutti esposti, tutti a rischio. Sempre.

Quel dolore è diventato il nostro quando abbiamo smesso di parlare di colpe, e abbiamo iniziato a ragionare di responsabilità. Quando abbiamo smesso di trinciare giudizi, e abbiamo optato per un rispettoso silenzio. Scoprendoci finalmente una comunità in cui nessuno voleva sentirsi migliore. Quando ci siamo resi conto che il ritorno a casa di un figlio, o di una figlia, per quanto sia agghiacciante pensarlo, può essere spesso questione solo di fortuna, certo non di merito.

Nella lingua italiana non esiste una parola per definire un genitore che ha perso un figlio. Ne esistono però molte altre che, davanti a una tragedia del genere, si sarebbero potute evitare. In eventuali futuri, che ci auguriamo di non essere costretti a ripetere, speriamo di ricordarcele tutte.

Nessun commento:

Posta un commento