Abbiamo riscoperto il tempo della guerra basta parlar bene della natura umana
Maurizio Maggiani
Il sottoscritto, il Maggia, il Gancio, Barolo e Fabri, siamo un quartetto di lunga durata; da dieci anni ormai, ma non ci ricordiamo bene e forse sono nove o forse undici, ci vediamo ogni settimana, il mercoledì salvo cause di forza maggiore e passiamo assieme la serata. No, non siamo un circolo culturale, non stiamo lì ore e ore a raccontarci la fava e la rava, ma ci facciamo una partita a carte, quello che è diventato un torneo senza fine di cirulla bugiarda. La cirulla bugiarda è un gioco di carte molto particolare; innanzitutto è di esclusiva tradizione ligure, ne esiste una variante argentina porteña frutto della massiccia emigrazione genovese, dopodiché è una scopa a cui vengono applicate molteplici complicazioni e, soprattutto, viene giocata a carte coperte, ovvero la presa viene effettuata sulla parola e la coppia avversaria deve decidere se credere o dubitare, se vedere o lasciar correre, se, vedendo, cogliere un'opportunità di fare punti o rischiare di perderne. Sembra cosa da poco ma non lo è, è gioco di azzardo psicologico, una riserva protetta di pura paranoia, mentire con destrezza, sincerità travestita da menzogna, bluff, controbluff, controcontrobluff, acume nell'interpretazione dei pur minimi movimenti involontari e rivelatori, una conoscenza profonda dell'avversario e del compagno di gioco. Per questo le coppie si uniscono per sempre, io e Fabri contro il Gancio e Barolo, per non disperdere il patrimonio di conoscenze delle nostre più intime e subdole pulsioni dell'animo, e quando, per ragioni di salute, gravi, un giocatore viene sostituito dalla Punta, la nostra riserva, un pio lavoratore del sociale tutto cuore e sentimento, l'azzardo si fa caccia alla strega, perché il più buono tra noi si rivela il più maligno.
Perché sì, siamo tutti brave persone, e senza farci su una teoria abbiamo deciso in piena età adulta di prenderci una sera alla settimana per dare il peggio di noi, quello che ci rifiutiamo di cavar fuori nella nostra vita corrente, nel lavoro, negli affetti, nella vita sociale, nella politica. La cirulla bugiarda è lo spazio, il ring, diligentemente e severamente circoscritto dove ci prendiamo la libertà di scaricare la zavorra delle infami pulsioni che ci portiamo sulle spalle vivendo una vita civile e dignitosa che ne esclude la pratica e persino l'esistenza. Oh, non è quella gran genialata, il nostro quartetto, con rincalzo, non opera le sue catarsi che nel solco di un'antica, ancestrale tradizione di giochi, squisitamente maschili, di teatralizzazioni, persino di pratiche religiose che neutralizzano ritualizzandole le pulsioni pericolosamente asociali. Naturalmente parte essenziale del ring della cirulla è il turpiloquio, anche questo nel solco di un'onesta e universale tradizione; risparmio qui di riportarne il dizionario, ma il lettore che abbia messo piede in un'osteria, in un circolo, in qualunque occasione di una, vera, partita a carte ne è ampiamente edotto. Sì, ce ne diciamo di tutti i colori, rivolti all'avversario e anche all'amato compagno colto in errore, ma, non detto, e forse neppure immaginato, poniamo un limite e il limite è l'insulto.
Ci abbiamo ragionato su l'ultima volta che ci siamo visti noi del quartetto, abbiamo cercato di ricordare, ma no, non è mai capitato, neppure in una delle partite più epicamente combattute, che uno di noi abbia osato l'insulto. E ci siamo dati una risposta piuttosto semplice, l'insulto non può far parte del nostro gioco, l'insulto è una selvaggia pratica di violenza e pretende l'odio, e noi ci vogliamo bene. L'etimo latino di insultare è saltare addosso, colpire, sopraffare; l'insulto è efferatezza perché il suo scopo è colpire fino all'annientamento, che sia fisico, morale, psicologico non importa, che l'arma dell'insulto sia materiale o verbale o giudiziaria o digitale, l'esito è sempre aggressione intenzionalmente annientatrice; e sappiamo fin troppo bene come possa essere anche quella verbale un'aggressione mortale; l'ultima vittima dell'insulto verbale digitalizzato, al momento, è il ragazzo in transizione sessuale che si è suicidato lasciando come ultimo messaggio, perché c'è questo bisogno di insultare?Già, perché?
È ora di finirla di parlar bene della natura umana. Intanto perché la natura umana non esiste; siamo viventi appartenenti al regno animale, tra gli animali, forse, i più evoluti, talmente evoluti da essere tra loro un'unicità, abbiamo mangiato del frutto del bene e del male, e la nostra è la storia di un conflitto continuo e mai risolto di quanto male e di quanto bene siamo portatori e agenti. E in un senso o nell'altro siamo capaci di tutto l'immaginabile, l'Eden lo abbiamo lasciato per sempre; per darci una regolata ne abbiamo inventate di ogni, la religione, la filosofia, lo stato, li usiamo come grandi macchine consolatorie, li usiamo come feroci macchine belliche. Oh, sì, la guerra, il potere della sopraffazione e del dominio, l'instaurazione del regno della morte; quanto profonde nella storia umana siano le radici della guerra, questo è il nostro grande rimosso, di noi che ci sentiamo sinceramente delle brave persone dedite alla vita e ci guardiamo attorno smarriti ora che la guerra ce la siamo portati in casa. Questo è il tempo della guerra, e la guerra non ha aggettivi diminutivi; ci abbiamo provato a esorcizzare, rimuovere, abbiamo inventato ossimori fantasiosi, la guerra umanitaria, la guerra chirurgica, abbiamo escogitato fantasiose teorie, la fine della Storia, il mercato globale come antidoti alla guerra, ma quello che ci accade sotto il naso in Ucraina, a Gaza, in Sudan, nel Kiwu, per citare solo quello che non possiamo non vedere, è solo la solita, vecchia guerra, il massacro, l'esercizio del potere assoluto di vita o di morte su chiunque capiti sotto tiro. E l'insulto ne fa parte, è arma di cecchino, e ognuno di noi brava gente è capace anche di questo, vogliamo solo ricordare quante persone per bene, onesti padri di famiglia hanno scelto la carriera di cecchino durante le guerre nell'ex Jugoslavia? Come possiamo stupirci se l'insulto si è consolidato come arma politica, se la politica si è ridotta a pratica dell'annientamento dell'avversario? Nell'età dei Cesari, l'assassinio dell'avversario non era permesso ma era largamente consentito, oggi la cosa creerebbe qualche problema in più, ci siamo fatti più cauti nell'uso del pugnale e del veleno, ma l'insulto li sostituisce con evidente efficacia, e l'insulto non permesso è ampiamente consentito. Esibire della povera gente in catene per essere deportata è sputarle addosso un insulto mortale, annientamento dell'umanità, privazione della dignità, riduzione a schiavitù, nessuno degli insultati ne potrà sopravvivere illeso, la ferita nel suo animo non cicatrizzerà mai, ma questo nella bocca dell'insultante è vittoria nella dura battaglia contro il nemico. E avrà grande apprezzamento tra gli elettori che hanno scelto il male nel tempo che il male ha la meglio sul bene, il bene è dei deboli nel tempo della guerra, e piace, dà gioia essere tra i forti. I soldati sghignazzanti sopra i corpi dei nemici martoriati, torturati, non sono solo un insulto a quei corpi, ma all'intera umanità, insultano persino sé stessi, e se sopravviveranno lo saranno solo da superstiti invalidi in eterno, la spada ferisce da entrambe le parti, ribadiva Simone Weil. Ma dove e come è diverso il tiktoker sghignazzante sul corpo del ragazzo che sta uccidendo mentre domanda disperato perché c'è questo bisogno di insultare? Forse nella quantità? Possiamo forse stupirci se avendo scelto la guerra ci facciamo governare da degli assassini? Possiamo stupirci se nel tempo della guerra pullulano gli aspiranti assassini? E, sia chiaro, la guerra non ce l'abbiamo sulla punta delle dita e della lingua da sei mesi o tre anni, ma da un bel pezzo, e è da un bel pezzo che i pacifisti che si ritrovano sul ring della cirulla bugiarda volendosi bene e volendone al mondo sono insultati con l'appellativo così caro ai cultori della sopraffazione, buonisti.
Nessun commento:
Posta un commento