domenica 18 ottobre 2026

Il Male a stelle e strisce

 

Usa e pena di morte: un macabro show


di Pino Corrias

Dai tempi dei linciaggi e del patibolo eretto davanti al saloon, l’America ordinaria e selvaggia ha sempre esibito in pubblico il misfatto della pena di morte. Nell’Ottocento, davanti alle urla della folla e al soddisfatto segno della croce dei puritani.

Oggi nel neon ovattato delle Camera della morte, dove il detenuto viene crocefisso con le cinghie strette alle braccia oscenamente spalancate, davanti al vetro dei testimoni, dove sono seduti i funzionari del penitenziario, il cappellano, lo sceriffo, due o più giornalisti incaricati della cronaca, e in prima fila i familiari della vittima, a cui il rito dell’iniezione letale offre lo spettacolo di un assassinio lentamente eseguito, a risarcimento del loro parente assassinato.

L’idea di trasmettere il prossimo 3 dicembre, in diretta streaming, la fucilazione dell’ex maggiore dell’esercito Nidal Malik Hasan, che nel 2009 ha ucciso 13 commilitoni, annunciata dall’ex alcolista Pete Hegseth, oggi segretario alla Guerra, era troppo persino per il suo Comandante in capo Donald Trump che ha fatto retromarcia, dopo le proteste di metà del mondo, soprattutto dopo il responso negativo dei sondaggi, revocando la diretta digitale, non la fucilazione.

Il rito resta nella tradizione, a conferma che l’America non si è mai affrancata dai due secoli e mezzo del suo passato. E che le icone colorate del suo Novecento, da Elvis Presley a Marylin Monroe, dalle Cadillac lucenti fino allo scontroso Bob Dylan, hanno solo ripulito la sua superficie, il suo permanente spettacolo, senza mai intaccare la sua anima nera e profonda, nata con lo sterminio di 14 milioni di nativi, lo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni, l’uso sistematico della violenza nella vita quotidiana. Moltiplicata mille volte in tutte le guerre nel mondo. Sempre issando sulla piramide di Hollywood e di Wall Street le bandiere della democrazia e della libertà, ma con il monito, mai uguagliato nella storia, di Hiroshima e Nagasaki, 200mila arsi vivi in una manciata di secondi, supremo sigillo del proprio comando sul secolo.

La telecamera digitale con cui eternizzare la fucilazione del maggiore Hasan sarebbe stata solo un aggiornamento tecnologico della sua cultura fondata sulla vendetta, la santa e sacra vendetta d’Antico Testamento, che insieme al dollaro, alle armi, all’hamburger, è il motore della sua politica in pace e in guerra, della sua morale e di tutte le storie che ci racconta, di tutti i suoi film, di tutte le sue vecchie e nuove religioni che intossicano di adrenalina la sua missione messianica.

Un bel po’ di anni fa, era il 1996, ho viaggiato dentro al sole verticale del Texas, dove a ogni semaforo rosso ti affianca un pick-up che ti ronfa accanto, e quando parte ti offre l’inquadratura del fucile a pompa Remington che sta appeso al finestrino di dietro.

Stavo laggiù per raccontare la storia di Joseph Paul Jernigan, detenuto numero 699, reo confesso di assassinio, giustiziato dalla giustizia americana, nel mattatoio statale di Huntsville, il carcere dove l’iniezione letale lavora più che altrove e ha fatto fuori oltre 600 detenuti, dopo che la direzione del braccio della morte aveva mandato in pensione la vecchia sedia elettrica, detta affettuosamente Old Sparky, “vecchia scintilla”, che l’amministrazione del penitenziario ha messo al centro del museo cittadino, invece di nasconderla.

J.P. Jernigan, 39 anni, una ventina passati nelle galere, gli ultimi 12 nel Death Row, il Braccio della morte, aveva donato il corpo alla scienza e l’Università del Colorado lo aveva congelato, tagliato a fette un millimetro alla volta, fotografato, digitalizzato, in modo che, man mano che il corpo spariva nel mondo reale, ricompariva in quello virtuale, fino a diventare il più completo atlante del corpo umano maschile, adottato dalle università di Medicina americane. Sapevamo tutto sul suo corpo congelato per sempre nel web, nulla della sua biografia. Ero partito per restituirgliela, e raccontarla nel libro Ghiaccio blu.

A Huntsville – come in tutti i bracci della morte – le esecuzioni sono sempre state pubbliche. Allestite per una platea selezionata che assiste alla liturgia dell’esecuzione, travestita da trattamento sanitario, la vena preparata dal medico, i tubi che portano il veleno, l’attesa, con l’unica interferenza, qualche volta, di piccoli gruppi abolizionisti che protestano, con le candele accese, di fronte al carcere, nell’indifferenza generale.

La novità pretesa da Hegseth era insieme rumorosa e marginale. Intendeva eliminare il limite fisico della platea. Trasformare il vetro di Huntsville in uno schermo planetario con milioni di potenziali spettatori convocati dal fragore della fucilazione militare. Hegseth pretendeva che fosse una lezione per il mondo intero. Una dimostrazione pubblica delle conseguenze del delitto. Trump si è vantato dell’effetto annuncio per poi revocarlo a malincuore, ma confermando l’esecuzione di Hasan, nello stesso luogo del massacro, Fort Hood, alla stessa ora, secondo una geometria della vendetta che vuole far coincidere la punizione con il crimine. Come se le 13 vittime possano essere risarcite dal quattordicesimo cadavere. Sangue che reclama altro sangue da offrire al pubblico, affinché impari. Ma impari cosa? Che la vita umana è sacra, assistendo alla sua fucilazione? Che uccidere è il peggiore dei delitti, guardando lo Stato che uccide? Che la violenza è inammissibile, quando è la legge stessa a organizzarla?

Insieme con quella di Papa Leone, molte voci nel mondo hanno protestato. Compresa l’America, dove esiste una tradizione di lotta per i diritti. Trump, le ha ignorate per una settimana intera. Poi ha letto il resoconto dei sondaggi. Il contraccolpo negativo che avrebbe avuto sulle imminenti elezioni di Midterm. Per una volta ha desistito, rinunciando alla sua missione quotidiana di smantellare gli ultimi pudori della sua Casa Bianca, usata per arricchirsi in pubblico, rapire il presidente venezuelano, affamare Cuba, bombardare Teheran, fare affari con Putin, annettersi un pezzo di Groenlandia. Trump rinuncia alla telecamera, non al patibolo. Accetta che anche la crudeltà deve essere misurata dai sondaggi. Ma si tiene stretto il potere di immobilizzare un uomo e chiamare giustizia la procedura scelta per ucciderlo.

Non fa una piega!

 

Missili ballistici 


di Marco Travaglio 

Mentre festeggiamo con Guido Crosetto la lieta novella che ha finalmente trovato casa a canone calmierato al Comando dei Carabinieri e non dovrà unirsi alla protesta degli altri senzatetto nelle tende contro il suo governo, ci incuriosisce la sua intervista alla Bbc. Lì rivela che “Putin non si fermerà all’Ucraina”, anzi “prepariamoci ad altre follie” perché “la maggior parte del bilancio russo è ormai investita in armi e spese militari. Se la guerra finisse domani, cosa farebbe Putin con un milione e mezzo di soldati?”. Infatti. Peccato che, come ex presidente dei costruttori di armi e superconsulente di Leonardo, Crosetto abbia passato la vita a ripetere che le armi non servono solo a scatenare guerre, ma anche a difendersi da guerre scatenate da altri o a spaventarli affinché non ne scatenino (la famosa “deterrenza”). Vale solo per le nostre o anche per quelle russe? E poi l’anno scorso i Paesi europei hanno speso in armi e difesa oltre 450 miliardi (prima di iniziare a finanziare i piani di riarmo Ue&Nato), contro i 150 della Russia: se la propensione a scatenare guerre dipendesse dall’entità delle spese militari, i timori russi per un attacco dall’Europa dovrebbero essere tripli rispetto ai timori europei di un attacco dalla Russia. Tantopiù che negli ultimi due secoli gli europei – italiani inclusi – hanno invaso la Russia quattro volte (con Napoleone, con la guerra di Crimea, con le truppe a sostegno degli zaristi contro i bolscevichi e con Hitler e Mussolini), senza esserne mai stati invasi.

Crosetto è affranto perché i popoli europei non vogliono più buttare miliardi in armi e aiuti all’Ucraina a causa della “disinformazione russa” che li suborna con “narrazioni volte a indebolire il clima politico ostile alla Russia”. E, di grazia, chi ha deciso che creare un clima politico ostile alla Russia è cosa buona e giusta? Per noi ciascuno è libero di creare climi politici ostili o favorevoli a chi gli pare. Ma, visto che le leggi italiane puniscono chi crea un clima politico ostile agli altri popoli (vedi legge Mancino e ddl Antisemitismo), va punito anche chi lo fa contro i russi. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a buttare soldi per il riarmo e per Kiev non per le balle che le racconta Putin, ma per quelle che le raccontano i capi di Ue&Nato. L’altroieri il comandante Nato Grynkevich ha annunciato che “siamo pronti a combattere con la Russia e a vincere anche subito”. Ottima notizia, ma allora perché dovremmo riarmarci fino al 5% del Pil (oggi siamo poco sopra l’1,5%), che per l’Italia significa passare da una trentina a oltre 100 miliardi l’anno? E, in base all’Equazione Crosetto “riarmo=guerra”, quando arriviamo a 100 miliardi che facciamo: invadiamo la Svizzera?

sabato 17 ottobre 2026

Carezza in testa

 

Se fosse una semplice persona con disturbi acclarati, ad Elena Donazzan basterebbe una semplice ed affettuosa carezza sulla martoriata nuca. Ma la Donazzan è europarlamentare di Fratelli d’Italia, da noi pagata una decina di migliaia di euro al mese. E questa poveretta se ne esce così: 

“🏔️ Il Monte Bianco cresce di quasi due metri e nessuno grida all’emergenza climatica.

Immaginate se fosse successo il contrario: titoloni, allarmismi e ambientalisti pronti a indicarci l’ennesima catastrofe imminente.

E invece la nuova misurazione registra 4.807,47 metri, ben 1,88 metri in più rispetto al 2023. Eppure, silenzio.

La realtà è che il Monte Bianco è un sistema naturale complesso, la cui altezza varia anche per effetto di fenomeni meteorologici e dell’accumulo di neve. E non ogni variazione può essere ricondotta automaticamente al cambiamento climatico.

Io, intanto, festeggio la nostra montagna e mi tengo stretta una convinzione: quando i fatti vengono piegati per alimentare allarmismi, più che di scienza si finisce per parlare di ideologia.

🌿 Perché la natura non ha bisogno di propaganda. E la verità non dovrebbe dipendere da quale narrazione fa più comodo.”

Questo per così dire ragionamento, semplificandolo, vuole dirci: sono un’idiota ma devo far vedere, attraverso delle mastodontiche supercazzole, di essere politicamente viva. 

Coraggio Elena. Ti giungano le nostre più fraterne carezze in cervice. Se vorrai continuare nella tua missione, sarà sufficiente che ci invii il disegno dei punti uniti da penna della Settimana Enigmistica. Anche se potrebbe essere troppo per una come te.

Da che pulpito

 


Viene giù tutto!

 


Refrattari alla pace

 

L’utile e il dilettevole


di Marco Travaglio 

Siccome l’astensionismo tracima, mentre in Europa le urne si riempiono di voti all’estrema destra e le piazze di giovani vogliosi di impegnarsi, contare e farsi ascoltare, le meglio firme del bigoncio stanno stilando un prontuario di pratiche virtuose per risolvere tutti e tre i problemi in un colpo solo.

1) Evitare accuratamente le primarie, non sia mai che a scegliere il candidato premier siano gli elettori. Meglio un sinedrio di saggi che individui un terzo nome fra Schlein e Conte, detto “federatore” perché – basta tendere l’orecchio alle piazze – i giovani e gli esclusi bramano “federatori” come se piovesse. Guai se venissero chiamati a decidere: potrebbero financo farsi l’idea che votare serva a qualcosa, recarsi ai gazebo o cliccare un nome online (sempreché questa diavoleria chiamata Pc giunga all’orecchio dei signorini grandi firme) e poi votare anche alle elezioni. Dio non voglia.

2) Trovare un posto purchessia al politico più odiato d’Europa (senza false modestie, ce l’abbiamo solo noi: quello che lasciò la politica nel 2016) e al suo clone biondo Salis, autrice di un libro pieno di nulla citato da tutti, che trincia giudizi a destra e manca perché l’hanno convinta di essere una leader in quanto brava a lanciare martelli. Questo reclamano a gran voce i giovani e gli astenuti: politici bugiardi e lanciatrici del martello (ma anche, potendo, del disco e pure del giavellotto).

3) Mai dire “pace”, “disarmo” e “diplomazia” perché – nota l’acuto Cappellini su Rep – già “un pezzo di opinione pubblica progressista si è convinto” che “la Russia abbia reagito a un accerchiamento Nato”, che quella in Ucraina sia una “guerra per procura” e “sarebbe già finita se qualcuno avesse teso una mano alla Russia per concordare una soluzione diplomatica”, per la precisione continuando a trattare a Istanbul nella primavera del 2022 anziché alzarsi e abolire i negoziati per decreto. Cioè la pura verità storica. Quindi, siccome quel “pezzo di opinione pubblica progressista” ormai la conosce, “non è pensabile chiedere alle primarie un mandato per candidarsi alla guida del Paese” su quella base, che “Conte ha scelto di riassumere nella parola ‘pace’”, sennò poi si crea un pericoloso precedente, peraltro già sancito dall’articolo 11 della Costituzione del 1948. Meglio chiedere direttamente a Cappellini e morta lì.

4) Mieli, che è un po’ lo zuzzurellone del gruppo, estrae dal mazzo sul Corriere una carta a sorpresa per sparigliare: il giovine virgulto Paolo Gentiloni, preclara figura di “una sinistra che assomigli alle altre socialdemocrazie del continente” (quelle in via d’estinzione), imperdibile per “giocare la partita del ‘voto utile’”. Ma soprattutto del voto dilettevole. Sempreché qualche elettore riesca a rimanere sveglio.