martedì 15 settembre 2026

Scanzi

 


La nostra pazienza messa a dura prova dal “Campo largo”


di Andrea Scanzi 

Dopo quattro anni di governo semplicemente disastroso, quando non patetico, il cosiddetto Campo largo non riesce a guadagnare consensi. E già questo è notevole. Tale stasi elettorale dipende da vari fattori, compreso il fatto che nelle ultime settimane il centrosinistra sta perdendo tempo straparlando di primarie. Due giorni fa, alla festa del Fatto Quotidiano, Giuseppe Conte ha spiegato – dal suo punto di vista – come stiano le cose. I Cinque Stelle erano disposti a scegliere un terzo nome, un po’ come capita sempre quando il Campo largo si presenta alle Comunali o alle Regionali. Stando al racconto di Conte, il Pd ha opposto ferma resistenza, rispondendo che l’unica maniera per scegliere il candidato presidente del Consiglio è quella di scegliere il nome del segretario del partito più forte all’opposizione. Ovvero Elly Schlein. Il M5S ha detto no, chiedendo le primarie e ricordando agli alleati (?) che è proprio il Pd che fa sempre le primarie, e quindi non si capisce perché le facciano sempre ma stavolta no (o forse si capisce benissimo).

Apriti cielo: i Cinque Stelle si impuntano, il Pd si impunta e lo stallo è totale. Daje! Schlein accetterebbe l’opzione primarie, ma solo con due nomi: lei e Conte, perché qualsiasi terzo e quarto nome (tipo Salis, Onorato, un candidato Avs, eccetera) indebolirebbe lei e avvantaggerebbe il rivale. I Cinque Stelle vorrebbero pure il voto online (giustamente), mentre il Pd molto meno. Sia come sia, con quella schifezza di legge elettorale chiamata “Melonellum”, la scelta preventiva del candidato leader è obbligatoria. Quindi un modo va trovato. Ricordiamo a lorsignori gli scenari possibili. E anche quelli impossibili.

Opzione 1: terzo nome. Ci si chiude in una stanza e si sceglie un nome che piaccia tanto a Pd quanto a Cinque Stelle e Avs (Renzi non va neanche contemplato), ma che non sia né Schlein né Conte. Tale nome esiste? No. A meno che qualcuno non voglia suicidarsi con Silvia Salis. Quindi?

Opzione 2: primarie. È un tema che non appassiona nessuno, ma allo stato attuale è l’unica strada percorribile.

Opzione 3: se proprio non piacciono le primarie, si potrebbe organizzare un duello o singolar tenzone, come nell’Ottocento, magari al tramonto, in diretta streaming, utilizzando delle spade o simili. Veder duellare Conte e Schlein in un parossismo di scimitarre, in effetti, sarebbe una scena mitologica.

Opzione 4: ci si trova tutti d’accordo per perdere preventivamente e si sceglie il tonitruante Bonelli. Così il disastro è assicurato.

Opzione 5: si sceglie il candidato premier sorteggiandolo. Potrebbe uscir fuori un Riccardo Ricciardi, e ci andrebbe bene; oppure un Filippo Sensi, e ci andrebbe malissimo.

Opzione 6: si fa scegliere il candidato da uno di quegli editorialisti renziani che pontificano sempre e non ci indovinano mai. Ci si potrebbe affidare per esempio a Stefano Cappellini, attuale direttore (sic) di Repubblica. La Meloni apprezzerebbe tantissimo.

Opzione 7: si evita direttamente di presentarsi alle elezioni, così la vittoria del destra-centro è sicura e non stiamo neanche a perdere troppo tempo.

Opzione 8: si fanno le primarie, però poi chi perde non rispetta l’esito del voto e comincia a litigare già prima di andare a votare. (A margine, questa ci sembra per distacco l’opzione più probabile).

Opzione 9: si emigra tutti in Uganda. Agili e in scioltezza.

Opzione 10: si guarda ventiquattr’ore su ventiquattro, per un mese di fila, un comizio qualsiasi di Giovanni Donzelli. Ci si rincoglionisce fino in fondo. E a quel punto si va a votare chiunque si opponga a uno come Donzelli, facendo poco gli schizzinosi. Parafrasando Cicerone: “Caro Campo largo, quanto ancora abuserete della nostra pazienza?”.


Fregnacce belliche

 

Chi “sfiora” e chi spara 


di Marco Travaglio 

Il Partito della Guerra ha capito tutto del voto sempre più anti-europeista degli europei. Infatti parla solo di riarmo e lo giustifica con famosi “attacchi russi” all’Europa. Possibilmente quotidiani. Ma, non trovandone di veri, è costretto a inventarli. Il famoso “attentato a Zelensky” col “drone russo” che “sfiora il suo aereo in Moldova” è rapidamente sparito dalle cronache perché smentito da Moldova, Russia e Ucraina, ma soprattutto perché il drone sfiorante ha mancato il presunto bersaglio di 160 km. Allora la Lituania ha lanciato un allarme droni (ovviamente russi) e chiuso l’aeroporto di Vilnius, mentre i caccia Nato si alzavano in volo per abbatterli: purtroppo era uno stormo di uccelli, non si sa se russi o ucraini, ma ora basterà interrogarli. Poche ore dopo, in Ucraina, un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno per Varsavia senza fare morti né feriti, ma costringendo a fermarsi il convoglio retrostante con a bordo i consiglieri militari di Italia, Germania, Francia e Regno Unito, l’ex capo Cia Petraeus e l’ex premier Johnson. Un normale atto di guerra contro consiglieri e spioni che aiutano militarmente Kiev e contro i treni che portano armi per colpire obiettivi civili e raffinerie in Russia, senza cambiare di un iota le sorti del conflitto, ma facendo morti e danni (specie alle nostre economie: infatti Trump ha intimato a Zelensky di piantarla). Ma, siccome non si butta via niente, la stampa guerrafondaia ne approfitta per gridare alla “guerra ai confini dell’Europa” (Corriere e Stampa) e all’“avvertimento alla Ue” perché “i droni di Putin sfiorano il treno dei diplomatici” (Rep). Ora, che ci sia una guerra in Ucraina, da sempre ai confini dell’Ue, si sa dal 2014. E il fatto che l’attacco russo sia avvenuto a 2 km dal confine polacco non significa che sia contro la Polonia o l’Ue: l’Ucraina, anche a 2 km dalla Polonia, è sempre Ucraina. Se poi i consiglieri militari vanno a Kiev per aiutarla ad attaccare la Russia, sono legittimi bersagli e il minimo che possa accadere è che rischino la pelle. Il che peraltro non è avvenuto, perché il loro treno è rimasto intatto. Però – dicono i trombettieri – è stato “sfiorato”: concetto piuttosto elastico, visto che il drone che ha “sfiorato” Zelensky s’è schiantato a una distanza superiore a quella fra Torino e Milano.

Intanto, mentre i presunti droni russi (uccelli inclusi) “sfiorano” a destra e a manca, i killer dei servizi ucraini si ammazzano fra loro, piazzano bombe a Montecarlo, trucidano rivali in affari a Bali, uccidono politici dissidenti, giornalisti, generali e ragazze in Russia, fanno esplodere gasdotti, bombardano petroliere nei nostri mari, sempre con danni, morti e feriti. Coi nostri soldi e le nostre armi. Ma che sarà mai: l’importante è che non “sfiorino” nessuno.

lunedì 14 settembre 2026

Gioia conviviale

 





Ritorna l'oro nero

 

Torna l’èra del petrolio: sfida tra gli appetiti Usa e i “verdi” Opec e Cina


di Giuliano Garavini 

Titoli sul greggio che supera i 100 dollari al barile, bombardamenti ad oleodotti, gasdotti, petroliere e raffinerie dalla Russia al Golfo Persico, carenza di diesel, inflazione dovuta allo strangolamento energetico e, se non bastasse, il rischio che la spirale inflattiva spinga al rialzo i rendimenti dei titoli del debito pubblico. La nuova centralità mediatica e geopolitica del petrolio non va data per scontata: nel quinquennio seguito agli accordi sul clima di Parigi del 2015, la giovanissima Greta Thunberg era salita alla ribalta con la sua lotta al cambiamento climatico, la Commissione Ue l’aveva adottata facendone la bandiera di un Green Deal che avrebbe reso l’Unione una superpotenza verde; il principale think tankenergetico occidentale, l’Agenzia internazionale dell’energia, iniziava a pubblicare il rapporto “Net Zero” in cui delineava un tracollo dei consumi di petrolio, gas e carbone e un’impennata delle rinnovabili.

Prima la ripresa post-Covid, poi la guerra in Ucraina del 2022 e infine la guerra in Iran hanno seppellito l’ottimistica fiducia in una rapida e felice transizione, rilanciando la preoccupazione per gli approvvigionamenti di idrocarburi e per il loro prezzo. Nel 2025 il mondo ha consumato più petrolio che in tutta la sua storia passata e il petrolio resta la prima fonte di energia primaria al mondo, seguita dal carbone (i cui consumi continuano a crescere) e dal gas naturale. Le fonti fossili rappresentano ancora oltre l’80% dei consumi energetici del pianeta.

L’economia basata sulle fonti fossili è un treno in corsa che è assai difficile fermare. Alla testa del convoglio, con la mano sulla leva dell’acceleratore, c’è il capo treno Donald Trump, con i suoi alleati dell’internazionale reazionaria (da Milei a Meloni) e del capitalismo fossile. Ad agire sui freni ci sono i paesi dell’Opec e, soprattutto, la Cina, che sta promuovendo un impressionante processo di transizione energetica.

Trump ha annunciato una strategia di “energy dominance” che si fonda sul potenziamento della produzione nazionale di petrolio e gas e sul controllo dei flussi. Sul fronte della produzione, grazie alla “rivoluzione dello shale”, a partire dalla presidenza del (teoricamente) verde Obama gli Stati Uniti sono passati dal produrre 4 milioni di barili al giorno a quasi 15, diventando di gran lunga il principale produttore mondiale (non esportatore). Sempre grazie allo shale, gli Stati Uniti sono di gran lunga anche il primo produttore mondiale di gas naturale e il primo esportatore di Gnl. Siccome hanno riserve relativamente scarse di idrocarburi, l’amministrazione Trump, nel contesto della nuova “dottrina Donroe” rivolta ai paesi dell’America Latina, ha messo nel mirino il Venezuela, detentore delle maggiori riserve di petrolio al mondo. Dopo aver prelevato con un’operazione illegale l’illegittimo presidente venezuelano Maduro, e installato come fantoccio la di lui (ancora più illegittima) vicepresidente Rodriguez, la Casa Bianca ha nell’ordine: sequestrato i proventi dalle venite di petrolio venezuelano, deciso chi può comprare e vendere questo petrolio, imposto una nuova legge degli idrocarburi che privatizza il settore in favore di multinazionali estere e, dulcis in fundo, ha annunciato un nuovo accordo che assegna direttamente agli Usa il 20% delle riserve venezuelane facendone ufficialmente un protettorato.

Da dove vengono invece i freni alla “energy dominance” americana? Il primo ostacolo sono i grandi esportatori di petrolio riuniti nell’Opec+ nata nel 2016, con in testa Arabia Saudita e Russia (rispettivamente il primo e secondo esportatore di petrolio al mondo). L’Opec è stata indebolita dall’uscita formale quest’anno degli Emirati Arabi (il maggiore alleato di Stati Uniti e Israele tra le monarchie del Golfo), nonché dall’uscita di fatto del Venezuela, paese fondatore dell’Opec ma oramai, come si è detto, protettorato Usa. Come se non bastasse l’Iran e l’Arabia Saudita sono di fatto in guerra l’uno con l’altro.

I grandi esportatori non hanno però alcun interesse a massimizzare la produzione, favorendo una troppo rapida diminuzione delle riserve petrolifere nazionali, nonché a rinunciare al controllo dei flussi e degli stretti in favore della marina statunitense. Oggi il prezzo del petrolio incorpora un “war premium” dovuto alla destabilizzazione militare di due cruciali aree petrolifere come la Russia, dove vengono colpite raffinerie e centri logistici, e il Golfo Persico, dal quale proveniva il 20% degli idrocarburi mondiali. Se (un grande se) queste crisi trovassero una soluzione diplomatica i grandi consumatori inizierebbero prima a riempire le scorte (la riserva strategica Usa è ai livelli più bassi dall’82) e, una volta compiuto il processo, si troverebbero davanti a una sovrabbondanza di offerta che innescherebbe un tracollo dei prezzi con tanti saluti agli investimenti verdi. A subirne le conseguenze sarebbero certo anche i produttori di shale americani, ma anche per i Petrostati sarebbe una minaccia esistenziale dalla quale proteggersi in tutti i modi.

L’altro ostacolo per Trump è la Cina. In primo luogo perché Pechino si pone come il leader mondiale della transizione dal petrolio attraverso una massiccia elettrificazione del sistema energetico e un’impressionante espansione della mobilità elettrica e della produzione da fonte rinnovabili.

La Cina produce il 70% delle auto elettriche, l’80% delle batterie e una quota simile dei pannelli fotovoltaici del mondo. Per la prima volta nella sua storia questo quadrimestre i consumi di petrolio cinesi sono calati del 9% grazie alla mobilità elettrica. Pechino possiede poi una grande capacità, detenendone le maggiori riserve strategiche al mondo, di stabilizzare il mercato del petrolio e intrattiene con alcuni grandi esportatori, come l’Iran e la Russia, rapporti privilegiati incardinati su pagamenti in valute nazionali. Pechino è un pilastro di una possibile e progressiva “dedolarizzazione” del sistema dei pagamenti internazionali che passa anche per un ridimensionamento del ruolo dei petrodollari. In ultima analisi, per chi cerca soluzioni alla crisi climatica, Trump e la sua energy dominance sono un nemico, mentre i “nemici dell’Occidente”, dall’Opec alla Cina, andrebbero considerati interlocutori privilegiati.

Progetto e processione

 



Sfottò

 



Scenari allarmanti

 

Arma il tuo nemico 


di Marco Travaglio 

Chissà quanto si divertono gli sciiti yemeniti Houti a diffondere i video in cui sfilano a bordo di blindati Mrac made in Usa e mezzi leggeri targati Emirati dopo aver occupato roccaforti e porti sauditi, strozzando l’oleodotto che doveva bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Occidente li chiama “ribelli” e “pirati in ciabatte” anche se combattono con l’Ia dell’americana Anthropic. E, come scrive Francesco Vignarca sul manifesto, capita ormai in tutte le guerre di Usa&C. che il nemico usi contro di loro armi fabbricate da loro e fornite agli amici prima di finire fuori controllo: o perché gli amici diventano nemici, o perché gli amici perdono le guerre e abbandonano mezzi e armamenti alla mercé dei vincitori. Lo Yemen, diviso fra il Nord controllato dagli Houthi e il Sud in mano al regime filosaudita, è da anni teatro e vittima di una guerra per procura fra Riad (con dietro l’Occidente) e Iran. E, siccome oggi le guerre si sa quando iniziano ma non quando finiscono (tendenzialmente mai), lo sterminio israeliano a Gaza e la guerra di Netanyahu-Trump a Teheran hanno riattivato, rilegittimato e ringalluzzito gli Houthi, che bloccano i traffici nel mar Rosso mentre l’Iran paralizza Hormuz. Già nel 2015, sotto Obama, il Pentagono ammise di non avere più notizie di aiuti militari forniti al regime yemenita per oltre mezzo miliardo di dollari: erano finiti agli Houthi e al Qaeda. Del resto gli Usa, che avevano riempito di armi gli afghani contro l’Armata Rossa negli anni 80, se le videro poi puntare contro nel 2001, quando i buoni mujaheddin diventarono i cattivi talebani. Idem in Iraq, dove le armi fornite dall’Occidente all’amico sunnita Saddam per combattere i cattivi sciiti iraniani furono poi usate dai sunniti dell’Isis contro gli Usa e i loro neoalleati sciiti iraniani tornati buoni (e ora di nuovi cattivi); e anche i nostri Carabinieri si ritrovarono sotto il fuoco incrociato di pistole Beretta made in Italy.

Il prossimo paradosso, almeno per chi non conosce le dinamiche della guerra, lo vivremo nell’Ucraina che da 13 anni la Nato riempie di armi, scordandosi ciò che accadde dopo l’indipendenza del 1991, quando Kiev dovette restituire alla Russia l’arsenale militare (e anche atomico) che aveva in prestito: politici e oligarchi ucraini corrotti si rivendettero enormi quantità di armamenti al mercato nero, dall’Africa ai Balcani. Nei prossimi mesi, se e quando scatterà il cessate il fuoco, sarà ben difficile far tacere le armi e riprenderci quelle gentilmente offerte alla “resistenza”, visto che una buona parte è già passata nelle mani di milizie mercenarie, mafie internazionali e bande terroristiche. Che le punteranno addosso a chi pensava di armare l’amico e invece, come al solito, si preparava a spararsi nei piedi.