lunedì 7 settembre 2026

Tesi distorte

 

Femminicidi e maschilismi, le tesi fasulle di meloni 


di Tomaso Montanari 

“L’omicidio di Lorena ci stringe il cuore e ci ricorda che il femminicidio esiste, eccome. Combatterlo non significa dire che la vita di un uomo vale meno, ma riconoscere che nel femminicidio c’è un’aggravante: si uccide una donna perché ha osato essere libera, e questo nella società europea e cristiana non è previsto”. Non conoscendone l’autore, questa frase potrebbe essere letta in modi antitetici. E la distanza tra le due letture è la stessa che passa tra chi crede che il ‘mondo al contrario’ sia quello del cosiddetto woke, e chi crede che sia invece quello reale. Nella prima interpretazione, si intende dire che uccidere una donna perché vuol essere libera è un atto che in nessun modo può appartenere all’antropologia occidentale, europea, cristiana (con l’ovvia, sottintesa, polemica verso altri mondi culturali, a partire da quello islamico, in cui invece questo sarebbe previsto). Nella seconda interpretazione, si intende al contrario dire che il femminicidio non è l’atto di un malato mentale esterno alla cultura occidentale, europea, cristiana, ma anzi è l’atto di ‘un figlio sano del patriarcato’, quella cultura in cui non è previsto che una donna osi essere davvero libera. Sapendo che queste parole appartengono ‘al presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni’, non ci sono dubbi possibili: la prima interpretazione è quella giusta. Giusta per lei: che crede (e scrive in ogni sede possibile) che nel sistema dei valori ‘tradizionali’ della società ‘europea e cristiana’ non ci sia nulla da cambiare. La (sacrosanta, quanto ovvia) difesa del reato di femminicidio è pressoché l’unico connotato ideologico che separi Meloni da Vannacci, che nel resto dei ‘valori’ e nella visione del mondo concordano in tutto, come è facile dimostrare per tabulas. In particolare, concordano nel pensare che ‘il mondo al contrario’ sia la sovversione dei valori tradizionali (la donna si realizza davvero solo nella maternità; l’unica famiglia possibile è quella eterosessuale; le razze esistono eccome; la nazione è per via di sangue… etc etc) che sarebbe stata imposta da una fantomatica «dittatura delle minoranze». Nella stessa Firenze di Lorena Isceri, pochi giorni prima era successa una cosa incomparabilmente più piccola: un giovane marocchino irregolare era stato filmato mentre vilipendeva un tricolore. Nonostante gli evidenti problemi mentali, la conseguenza è stata l’immediata reclusione in un Cpr in attesa di remigrazione. La Lega ha subito cavalcato la cosa, dichiarando che “si tratta di un episodio gravissimo e intollerabile, che offende il nostro Paese, la nostra storia e uno dei simboli fondamentali della Repubblica” (si sono evidentemente dimenticati che Umberto Bossi, commemorato da Mattarella come un “sincero democratico, col tricolore aveva testualmente dichiarato di pulircisi il culo). Ed è intervenuto perfino il ministro degli Interni, per dichiarare solennemente che “in Italia … vanno rispettati e onorati i simboli che rappresentano i valori più profondi su cui si fonda la nostra democrazia”. Ecco, quali sono questi valori? Il discorso sul woke sta tutto qui: vale più la bandiera o una persona e la sua vita? E la risposta a questa domanda non dipende per caso dal colore della pelle di quella persona, e dal suo censo (due cose così spesso collegate)? E se il fondamento di tutto è la persona umana, allora davvero pensiamo che il mondo così com’è – il nostro mondo: quello europeo e cristiano – sia diritto, sia a posto così? Ciò che passa sotto l’etichetta woke suggerisce che no, non è per nulla a posto. E che, sì, non solo le parole ma perfino le statue andrebbero lette in modo diverso, contestate, ripensate. Messe per l’appunto al contrario. A Firenze, la città di Lorena Isceri, nella piazza della Signoria c’è da secoli un monumento allo stupro: il magnifico Ratto della Sabina di Giambologna. Il punto non è certo toglierlo di lì, ma separarlo dal suo significato. E un modo per farlo è per esempio insegnare a scuola che no, quella statua e tutto l’universo di forme e parole che le ruota intorno è cultura, ma è anche al tempo stesso barbarie (come diceva Walter Benjamin di tutto il patrimonio culturale appunto occidentale), e spiegare perché. Il momento in cui Vannacci urla contro il ‘mondo al contrario’ e Lorena Isceri viene gettata da un viadotto è il momento in cui abbia senso processare gli ‘eccessi woke’ contrapponendo ad essi l’eguaglianza sociale. Mai come oggi la diversità e l’eguaglianza non sono alternative: sono facce della stessa medaglia. Mai come oggi dobbiamo rovesciarlo tutto questo mondo cattivo e ingiusto, perché il dominio dei maschi sulle donne, dei bianchi sui neri, e dei ricchi sui poveri è uno solo. E va combattuto tutto insieme.


domenica 6 settembre 2026

Il Vice Psicopatico

 



Pesate

 


Cura per carogne

 



L'Amaca

 

Il linguaggio del tempo 


DI MICHELE SERRA


Può essere che "ondate di calore" non sia la definizione

corretta per l'afa quasi permanente di questa estate. Se la

cosiddetta ondata non è l'eccezione, ma la regola, allora

bisognerà parlare piuttosto di "ondate di fresco" quando si

rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.

È un po' tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte

all'esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui

cambia il clima. "Maltempo" per dire che piove e "bel tempo"

per dire che il sole splende implacabile non sono più termini

accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni

come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi

in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e

minaccia la malora e la fame.


Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo

quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche

dell'organizzazione – ormai decrepita – della società

industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima,

dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre

comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene

conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul

meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c'è la

prima comunione di mia nipote) assumono una valenza

fantozziana, dunque patetica e comica.

Se c'è una cosa buona e positiva, nell'angoscioso trascorrere di

questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non

siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è

più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni

materiali.


Forse si è convinto...

 



Spese pazze per privati

 

Cernobbio è nel panico: tra la fuffa e le Frecce c’è pure la guerra ibrida 


di Pino Corrias 

Appena passate, in addestramento, le Frecce Tricolore a scavallare il Monte Bisbino, dalla bella località di Cernobbio, in pieno territorio di guerra ibrida, mi telefona un amico, che ha fatto scorta di acqua potabile, tonno e fagioli in scatola per fare fronte alla segregazione imposta dal celebre appuntamento annuale organizzato niente di meno che dallo Studio Ambrosetti, specializzato in alte consulenze geopolitiche, strategie finanziarie, diplomazia economica e insonne produzione di così tanti “position papers” per governi e miliardari, da avvolgerci intere carriere e interi fallimenti.

Da luogo di aperitivi, chiacchiere e rimorchio, Cernobbio s’è voltato in fortino. Lo avvolge una fitta rete di posti di blocco, stesa per la sicurezza nazionale che è la posta in gioco, anzi la preda, di ogni guerra ibrida che si rispetti: russa, russofila, cinese, se non addirittura spagnola e Antifa.

Tre cinture di sorveglianza si allargano per cerchi concentrici. Le formano ingenti forze di polizia, drappelli di carabinieri: ogni incrocio è presidiato. Ogni parcheggio svuotato. Ogni cestino dei rifiuti è perquisito. Interdette finanche le graziose, ma infide rive del lago, dove da cinque giorni è proibito avvicinarsi a meno di 800 metri dalla riva. Transitano motoscafi e sommozzatori. Volano elicotteri e droni. Cani addestrati annusano. Microspie ascoltano. Telecamere registrano.

In attesa che il nemico minacci o agisca, nei sontuosi saloni di Villa D’Este – 1500 euro a notte la stanza più scamuffa, ma sono tutti in conto spese – s’addensano gli gnomi dell’alta finanza, i banchieri, i faccendieri, 200 manager a caccia di denari, la stampa ronzante. È arrivato a illuminare il dibattito Tajani Antonio che con Salvini Matteo guida il drappello di governo, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte scortano la marcia delle opposizioni. Ma ci sono anche star internazionali come il francese Jordan Bardella, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio e in collegamento il trilionario Larry Fink, quello di Black Rock, che dice una cosa inedita: “Europei svegliatevi!”. Ma persino lui passa in secondo piano quando s’avanza il legionario Vannacci, questa volta non a torso nudo, ma armato di sonanti “Me ne frego!” quando il mite senatore Monti lo avvisa: “Combatterò la sua retorica fascista”.

Importa a nessuno che siano già stati tutti in tv per l’intera estate, alla Versiliana, alla sagra del Porcino e in piazzetta a Capri a spacciare selfie. È Villa d’Este il luogo che conta, dall’anno 1975, anche se le molte chiacchiere transitate nei 52 incontri precedenti sono finite negli archivi delle “parole al vento”. Un po’ come capita al prestigioso Cnel guidato da Renatino Brunetta, lo sfortunato economista che meritava il Nobel e ora si accontenta di uno stipendio con autista.

Il Forum, a differenza del Cnel, è privato, ma gode di altrettante generose sovvenzioni, comprese quelle necessarie per il sorvolo delle Frecce Tricolore a segnalare “l’altissimo profilo dell’evento” che vale il saluto istituzionale e i 160 mila euro spesi dal ministero della Difesa per il carburante e i piloti. “Non ci credo!” strilla il mio amico al telefono da Cernobbio. “Io sono qui a mangiare tonno e fagioli, controllato a vista, mentre loro giocano con i Jet”.

Sorvolano lo spirito dei tempi e del Forum, gli dico. Sono armi da parata che evocano la guerra, quella che i ricchi non vedono l’ora di scatenare, mentre si addestrano con i fantasmi di quella ibrida. La sola cosa che contava, qui a Cernobbio, l’ha quasi detta il presidente Mattarella nel suo messaggio registrato: “Mentre una parte del mondo lotta per la vita”, nell’altro emisfero “si affaccia la pretesa predatoria delle risorse”. Solo la pretesa, presidente? E quale sarebbe l’emisfero? Il monito non lo dice, ma a Villa d’Este fischiavano le orecchie.