mercoledì 26 agosto 2026

Giusta analisi

 

Il record di Giorgia, che ha copiato B. per durare di più


di Pino Corrias 

Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.

Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.

Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.

Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.

Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.

D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.

Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.

La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.

Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.

Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.


Ok il regime è giusto!

 



Maledizione

 

Le vostre Erinni vi perseguitino per sempre, non vi lascino un attimo di pace. Possiate vivere una vita schifosa voi e tutte le merde che fanno finta di non vedere questo Genocidio!





Contro l'illiberal progetto

 

O la borsa o Lavitola


di Marco Travaglio 

Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari moventi, uno più demenziale dell’altro: dal favore dinamitardo per spingerlo a candidarsi a premier progressista al dono esplosivo per fargli potenziare le scorta. Ma su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai. L’ha detto il 12 agosto al gip: “Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato”. E ha squadernato il suo piano (folle, tanto per cambiare) di “sistemarmi economicamente” producendo Report con una società esterna, tipo quella che forniva a La7 Servizio Pubblico di Michele Santoro, per vendere poi il programma alla Rai. Lievissima contraddizione con il delirante progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi e se stesso al seguito come “suo Gianni Letta”. Ma tant’è.

Il 28 luglio 2024 la terza replica di Report batteva In onda di Aprile&Telese su La7 col 5,6% di sharecontro il 4,2, malgrado la concorrenza delle Olimpiadi. L’indomani Ranucci esultava, mentre Lavitola incalzava: “Sarebbe il momento di andarsene”. Ranucci non ne aveva alcuna intenzione, ma notava che malgrado gli ascolti – o proprio per quelli – la Rai e i suoi mandanti “stanno facendo di tutto per mandarmi via”. E Valterino: “Faresti bingo! Una buonuscita da botti. E tra due anni fai il Presidente”. Il 27 ottobre 2024, appena partita la nuova stagione di Report, il conduttore faceva il solito slalom fra attacchi, minacce, querele e dossieraggi, mentre il faccendiere li benediceva come manna dal cielo: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”. Quando poi scoppiò quel chilo di esplosivo distruggendo le due auto del giornalista e mettendo a rischio la vita sua, dei familiari e di eventuali passanti, si pensò che Ranucci e la sua squadra avrebbero lavorato in pace per un po’. E quando gli inquirenti scoprirono che il mandante era proprio Lavitola, tutti sorrisero per i suoi malauguri sull’imminente cacciata dell’amico: chi avrebbe mai osato toccare un giornalista che aveva appena subìto un attentato? Beata ingenuità. È bastata mezza estate di balle e fango a reti ed edicole unificate per trasformare la vittima in colpevole. Tant’è che oggi si dà per scontato che Ranucci non condurrà più Report. A saperlo prima, Valterino avrebbe risparmiato sull’esplosivo e si sarebbe risparmiato la galera: bastava lasciar fare alla Rai e ai suoi mandanti.

martedì 25 agosto 2026

Così è anche se non pare!

 



Velatamente

 


Compare e scompare come un fantasma, lieve, esile, evaporante, questo Jared Kushner, genero dell'attuale presidente malvagio a stelle e strisce, ebreo ortodosso moderno, marito di Ivanka convertitasi pur ella all'ebraismo, tre figli. Il dietro le quinte per lui è un vezzo costante e svolto alla perfezione; si dice che la coppia possegga tra i 250 e i 700 milioni di euro, tanto per gradire. 

Si muove da ebreo, senza alcuna remora né problematica, essendo ovunque giri moneta. E' la lunga mano del suocero imbelle, è colui a cui è affidato il compito di arraffare più risorse possibili. Investitore immobiliare, le cronache ne parlano così, capace di comprare 11mila appartamenti a New York a dimostrazione della sua infinita potenza, tipica degli ebrei. Capace di infilarsi come un foglio di velina in una porta, nei grandi affari del suocero, vedasi Gaza da trasformare in un immenso resort, o tutte le squallide operazioni malevole sfregianti l'ambiente a scapito dei riccastri come lui. 

Vien da pensare, senza alcuna prova, di come agisca allorché il padre di Ivanka sproloqui sul mondo intero, di come, suppongo, venga a sapere in anteprima le fregnacce di Donald che faranno a breve far impazzire le borse mondiali. Di come, ripeto: immagino, acquisti o venda azioni in base allo stato psicopatico ed umorale del Biondone, di come introiti dollari alla faccia dell'etica. 

Di come veda il mondo diversamente da tutti, o moltissimi, di noi.   

Ragogna!