martedì 9 dicembre 2025

L'Intervista fisica

 

Carlo Rovelli: “Chi non vuole armare Kiev è demonizzato: sia benedetto il piano Usa”
DI LORENZO GIARELLI
Riconosce che chi non si allinea sull’Ucraina viene “demonizzato”, ma avvisa: “Gli italiani sono ragionevoli, e la censura aumenta la visibilità degli eventi censurati”. Il fisico teorico Carlo Rovelli è tra i più noti uomini di scienza in Italia. Oggi avrebbe dovuto partecipare in video all’evento “Democrazia in tempo di guerra” organizzato a Torino dallo storico Angelo d’Orsi. I Salesiani hanno però revocato la sala all’ultimo minuto dopo le solite denunce di “propaganda filorussa”. Rovelli ne parla col Fatto mentre assiste ai colloqui dei leader europei con Zelensky: “La convergenza di Trump e Putin è un passo indietro rispetto alla terza guerra mondiale”.
Professor Rovelli, oggi avrebbe dovuto partecipare all’evento a Torino, ma i Salesiani si sono tirati indietro.
Sono grato ai Salesiani. Hanno portato l’attenzione sull’evento, aumentandone la visibilità. Quello che intendevo dire l’ho messo in un video su Facebook.
La preoccupa il clima intorno a temi e voci scomode?
Mi preoccupa la sudditanza della maggior parte dei media alle direttive di una intera classe politica, destra e sinistra, che non va nella direzione che vorrebbero gli italiani.
Però da quasi 4 anni sembra esserci una campagna di demonizzazione di chiunque si discosti dalla linea del sostegno militare a oltranza all’Ucraina.
Sì, non c’è dubbio. Anche quando queste persone sono invitate nelle televisioni, si mette loro intorno un recinto di critiche e risolini.
Da quando ha espresso pubblicamente le sue idee sul riarmo e sul conflitto in Ucraina, ha percepito un cambio di atteggiamento nei suoi confronti?
No, esprimo idee e proposte da sempre, e ho sempre ricevuto assenso e dissenso, come naturale. Partecipo come posso al dibattito civile.
I sondaggi ciclicamente confermano che gli italiani temono un’escalation e vorrebbero un ruolo di pace per l’Italia e l’Europa. Ha l’impressione ci sia ancora una società fermamente ancorata al pacifismo?
Gli italiani non vogliono il riarmo, non vogliono il sostegno alle guerre. Gran parte dell’Italia sinceramente cattolica, per esempio, non lo vuole.
Fa bene l’Ue a respingere il piano di Pace americano per tutelare i propri interessi?
È curioso che si parli di interessi europei, ora. Non eravamo in guerra contro la Russia, dando armi a Kiev, solo per una generosa e disinteressata difesa dei poveri ucraini? Cos’è successo? È cascato l’asino? Adesso quello che conta sono diventati i nostri interessi. I giovani ucraini devono morire per i nostri interessi.
Il tema dei territori è centrale: l’Ue teme che concedere troppo alla Russia adesso possa avere conseguenze nefaste per il futuro della nostra sicurezza.
Chi sarebbe l’Europa per “concedere”? Sono forse suoi, quei territori? Prima dell’invasione Russa, in quei territori c’erano abitanti in guerra civile, con migliaia di morti, perché lì molti volevano indipendenza da Kiev. La Russia mandava armi, come ora noi a Kiev. Facciamo, come la Russia, i nostri sporchi giochi di potere sulla pelle degli ucraini. Che il confine sia dieci chilometri più a destra o più a sinistra non ha alcuna importanza. Il margine fra l’influenza Nato e Russa si è spostato a Est di migliaia di chilometri. Per arrivare fin là, gli occidentali hanno organizzato un colpo di stato a Kiev. Non è certo una tragedia per l’Europa se la Russia ha impedisce qualche chilometro di questa avanzata.
Dunque ci sono colpe europee per come sono andate le cose?
Tutti giocano sporco. Era meglio quando con la Russia costruivamo una pacifica convivenza, come voleva Angela Merkel. Ad alterare l’equilibrio non sono stati i russi, ma gli occidentali, accecati dalla hubris di essere i totali signori del mondo, quelli che ora discutono se “concedere” territori altrui.
La spaventa la convergenza tra Putin e Trump sul piano americano?
Spaventarmi? Che sia benedetta dal Signore! È un passo indietro rispetto alla Terza guerra mondiale.
Crede che gli scandali ucraini incidano sui negoziati?
Non ne ho idea. Spero di sì.
Su di lei che effetto hanno fatto le notizie sugli scandali?
Nessuno. Basta guardare le vecchie statistiche delle organizzazioni internazionali, per sapere che l’Ucraina è fra i paesi più corrotti del mondo. Qualcuno pensava che fosse guarita perché l’hanno invasa i russi?
Il ministro Crosetto ha ammesso che l’Ucraina combatte per “guadagnare tempo”. Crede possa funzionare la tattica di prolungare il conflitto, confidando che la Russia debba trattare da una posizione peggiore di quella attuale?
Stanno morendo come mosche giovani ucraini e giovani russi, perché qualcuno fa tattiche o “guadagna tempo”.
Presto l’Italia dovrà decidere se mandare armi a Kiev anche per il 2026. La Lega minaccia di sfilarsi. L’Italia potrebbe dare un segnale diverso, rispetto al passato?
La nostra presidente del Consiglio potrebbe per una volta seguire gli Stati Uniti, ora che vanno nella direzione giusta, invece di farlo quando vanno nella direzione sbagliata.
Non ci sono dubbi invece sul riarmo italiano ed europeo. Necessario?
L’obiettivo dichiarato è il 5% del Pil. Ho i dati del 2022. Gli unici paesi nel mondo che spendono il 5% del PIL per spese militari sono Ucraina (in guerra), Arabia Saudita (in guerra), Qatar, Togo e Oman. La Russia spende il 4%, gli Stati Uniti il 3,45%, la Cina l’1,6%. Perché mai dovremmo spendere più di tutti i 200 paesi del pianeta? Più di tre volte la Cina, che accusiamo di destabilizzare il mondo perché si arma.

Ottusi

 

L’unica strategia Ue sono le armi e non esiste altro
DI GIANFRANCO VIESTI
In Italia si discute pochissimo della proposta di luglio della Commissione Ue per il bilancio del 2028-2034, su cui ora si tratta a Bruxelles. Una grave sottovalutazione. Perché il bilancio è cruciale: definisce le politiche che si faranno a livello europeo, e che hanno notevole influenza anche su quelle nazionali. E perché la proposta della Commissione è assai contestabile, per più motivi.
In primo luogo, la dimensione effettiva del bilancio rimane inalterata, minima (1% del Pil europeo) rispetto ai problemi da affrontare. I Paesi preferiscono usare ciascuno le proprie risorse, e non incrementare i contributi per azioni comuni. Non si propone alcuna forma di nuovo indebitamento europeo, come era stato fatto a seguito del Covid con il Next Generation Eu. Non si propone alcuna rilevante nuova “risorsa propria” (finanziamento diretto) dell’Unione, neanche collegata alle necessità di promuovere la transizione ecologica.
In secondo luogo, la frenesia bellicista che pervade le classi dirigenti europee e l’assurdo impegno preso in sede Nato di crescita esponenziale delle spese militari, si traducono in diffuse indicazioni di favore per queste ultime, all’interno delle grandi voci di bilancio. Sia all’interno delle politiche “di competitività” sia per quelle di coesione vi è una spinta a utilizzare le risorse europee per la difesa: cioè, a non utilizzarle per le fondamentali esigenze di rilancio tecnologico e di sostegno a tutti i territori. Solo con il tempo si potrà capire davvero quanto sarà destinato agli armamenti: ma sarà troppo tardi per intervenire.
Ancora, grandi risorse sono destinate all’Ucraina e ai futuri allargamenti. Tema assai spinoso. Dare per scontato un rilevante ampliamento a Est dell’Unione trascura problemi sostanziali: dall’effettiva connotazione democratica di quei Paesi (condizione giustamente imposta dai “criteri di Copenaghen” per l’ingresso nella Ue) al peso che essi eserciterebbero su tutte le spese dell’Unione. Dalle straordinarie difficoltà procedurali e decisionali già evidenti con 27 membri (che crescerebbero ancora, molto), alla questione dei Balcani, in fila da tempo per entrare.
Stesse risorse comunitarie, più spese per la difesa e per gli allargamenti. Chi paga? I tagli si scaricano sugli investimenti per la tenuta sociale e politica dell’Europa. Da un lato sulle politiche agricole; e soprattutto sulla dimensione dello sviluppo rurale. Tema di grande importanza, alla luce delle trasformazioni demografiche e del disagio e del risentimento che si manifestano nelle aree lontane dalle grandi città. E che si esprime sempre più chiaramente con il voto per formazioni di estrema destra. Dall’altro sulle politiche di coesione: la spina dorsale degli interventi comunitari, il principale canale di finanziamento degli investimenti pubblici e delle, pur modeste, politiche industriali; per impedire un ulteriore marginalizzazione delle regioni più deboli e sostenere l’evoluzione di quelle più forti. Anche a scala comunitaria le esigenze dell’“economia di guerra” vengono finanziate tagliando le risorse per la formazione e la ricerca, le infrastrutture economiche e sociali, gli interventi di creazione di nuova occupazione.
Per le politiche di coesione la proposta della Commissione fa però molto di più e molto di peggio. Scardina quell’insieme di indirizzi e di regole comuni a tutta l’Europa che sono maturate dagli anni Ottanta a oggi, dai criteri di allocazione territoriale (di più ai più deboli in Europa) al governo “multilivello” (Ue-Stato-Regioni) di questi programmi, alle priorità condivise. Indirizza i fondi comunitari a un unico contenitore, paese per paese, che ogni esecutivo nazionale potrà utilizzare come meglio crede, scegliendo politiche e territori. Segno dei tempi, potrebbe essere un politico italiano, il vicepresidente Fitto, a smantellare una politica che per 40 anni, pur con tutti i suoi difetti, ha sostenuto il nostro Paese e soprattutto il Sud.
C’è una salvaguardia finanziaria, in riduzione rispetto al passato, per le regioni più deboli, ma non per le altre. Non per il Piemonte, regione indebolita, “scesa di livello” nelle classificazioni comunitarie, che con le vecchie regole avrebbe avuto una riserva significativa; che non c’è più, e che dovrà elemosinare a Roma, sperando in un governo amico. Un “modello Pnrr”, condizionato dal rispetto dell’austerità macroeconomica, con politiche nazionali che difficilmente incontreranno le differenti esigenze territoriali; ridisegnabile nel tempo, con estrema flessibilità per soddisfare le preferenze contingenti della politica, come sta avvenendo per il vero Pnrr, ormai alla sesta, opaca, riprogrammazione sotto il ferreo controllo dell’esecutivo. Insomma, meno Europa (quella buona, del passato), più armi, più sovranismo: è il caso di discuterne.

I scendiletto

 

Chi è causa del suo mal
DI MARCO TRAVAGLIO
O tempora, o mores! Signora mia, ma ha sentito cosa dice di noi bravi europei quel cattivone di Trump? E quel Musk, mamma mia che impressione! Dove andremo a finire! E giù insulti, improperi, anatemi, macumbe, bandierine europee sui social e nuove marcette col Manifesto di Ventotene usato come ventaglio. Ecco: se le classi dirigenti e intellettuali europee pensano di affrontare la sfida lanciata dagli Usa non sabato, ma 30 anni fa, con la strategia della lagna, consolandosi con le scomuniche all’amico che finalmente si scopre nemico per evitare l’autocritica, hanno già perso. Se invece vogliono ottenere qualche risultato, cioè fare eccezionalmente gli interessi dei cittadini europei, dovrebbero partire dalla brutale realtà: i danni che gli Usa potranno farci in futuro non sono niente al confronto di quelli che ci hanno già fatto col nostro consenso. Il paradosso è che il presidente Usa ci cazzia per aver sempre obbedito agli Usa. Bisognerebbe prenderlo in parola e piantarla, anziché seguitare a farlo con lui.
Gli diciamo no quando dovremmo dirgli sì perché ci conviene: sul piano di pace per l’Ucraina, continuando a finanziare e ad armare un regime terrorista che ci ha fatto saltare i gasdotti Nord Stream con la complicità di Usa e Polonia e fa di tutto per trascinarci nella terza guerra mondiale. E gli diciamo sì quando dovremmo dirgli no perché non ci conviene: abbiamo sostituto il gas russo col Gnl americano che costa il quintuplo; abbiamo subìto i dazi Usa al 15% anziché rivolgerci a mercati in espansione che non vedono l’ora di fare affari con noi, tipo Cina, India e gli altri Brics; promettiamo il 5% del Pil alla Nato e compriamo armi Usa per regalarle a Kiev e aiutarla a perdere altri uomini e territori, distruggendo la nostra economia; e – contro lo stesso volere degli Usa – mettiamo a repentaglio l’euro con piani illegali di rapina degli asset russi, che dovremo poi restituire e pagare pure i danni. Nel nuovo (si fa per dire) mondo dominato dalla legge del più forte, la regola di ogni negoziato dovrebbe essere quella di Pertini: “A brigante, brigante e mezzo”. Trump ci bullizza? Noi dovremmo essere altrettanto bulli: riprendere a comprare gas russo, aprirci ai mercati Brics, disdettare l’accordo sul 5% di Pil alla Nato, lavorare a un vero esercito europeo (che costerebbe meno delle già eccessive spese militari attuali: altro che riarmo) e chiudere tutte le basi Usa in Italia e nel resto d’Europa. Il vecchio Carlo Donat-Cattin, diccì anomalo, diceva: “Prima di trattare con Agnelli bisogna dargli un calcio nei coglioni”. I nostri sgovernanti, prima di trattare con Trump, i coglioni se li martellano da soli e poi, giunti a debita distanza, corrono a dare la colpa a lui.

L'Amaca

 

È anche la mia bandiera
di Michele Serra
Questa è la bandiera dell’unione delle nazioni più libere, pacifiche e democratiche del mondo. È anche la mia bandiera». Sono le parole con le quali il vecchio europeista Jacques Attali ha rilanciato, su X, una campagna di orgoglio europeo che sta raccogliendo decine di migliaia di adesioni, in risposta al disgustoso post di Elon Musk che ha accostato la bandiera blu-stellata a quella del Terzo Reich (proprio lui: che finanzia i nazisti). Gli fa eco Daniel Cohn-Bendit: «Il patto Trump-Putin è come il patto Molotov-Ribbentrop, l’Europa deve reagire federandosi».
Sembra di tornare allo spirito della «manifestazione blu» del 15 marzo a Roma, identica è l’opposizione ai due boss dell’Est e dell’Ovest, identico il richiamo ai valori costitutivi dell’Unione. Ma allora come oggi è uno spirito al tempo stesso di speranza e di disillusione (uno spirito-ossimoro, dunque). Perché gli europei esistono, ma la politica è incapace di dare forma al loro richiamo all’unità. Mi chiedo quanti esponenti politici di rilievo sapranno schierarsi, con la stessa autorevolezza e nettezza di Attali e Cohn-Bendit, contro la volgarità sprezzante che i due gemelli diversi, Trump e Putin, dimostrano nei confronti dell’Europa e della democrazia (concetti, in questo momento storico, quasi del tutto coincidenti).
In tutti questi mesi nulla è cambiato, se non in peggio. Da un lato impotenza e timidezza dei leader nazionali che avrebbero il compito – quelli che ci credono – di accelerare il processo unitario; dall’altro l’opposizione anti-europea interna all’Europa. Ovvia quella dei sovranisti (compresa Meloni, trumpiana per Dna). Triste e autolesionista quella “di sinistra”, una specie di Fronte del Senso di Colpa che in ogni atto di orgoglio europeista vede l’ombra del colonialismo e – i più faziosi – del suprematismo bianco. Ad altri, più banalmente, della democrazia non importa nulla.

Calendario dell'Avvento

 



Perseverate!