domenica 7 dicembre 2025

Cascano dal pero

 

Sai che novità
DI MARCO TRAVAGLIO
La notizia che Trump se ne frega dell’Europa e bada a cose più serie ha seminato stupore e costernazione fra gli sgovernanti Ue, che sono un po’ come i cornuti: sempre gli ultimi a sapere le cose (il Corriere parla di “attacco choc”, la Stampa di “strappo” e Rep dice che “Trump scarica l’Europa”). Intanto trovano strano che un presidente americano faccia gli interessi degli americani anziché quelli degli europei. E vanno capiti, visto che gli sgovernanti europei fanno gli interessi degli americani anziché quelli degli europei senza trovarlo strano. Sono anche convinti che, fino al ritorno di Trump, gli Usa amassero l’Ue alla follia: non si sono accorti che i nostri interessi sono opposti a quelli degli Usa da almeno 30 anni. Infatti i danni peggiori ce li hanno fatti i Clinton (lui e lei), Bush. jr., Obama e Biden. Terrorizzati dal dialogo post-Muro tra Ue e Russia e dalla superpotenza euroasiatica nascente dall’unione fra industria europea e gas russo a basso costo, gli Usa hanno fomentato le tensioni con Mosca fino al golpe bianco ucraino, alla guerra civile e all’invasione russa per spezzare quel vincolo. Nel 2013 Victoria Nuland, inviata a Kiev per finanziare e pilotare il golpetto, sintetizzò la dottrina europeista Obama-Biden con l’icastica formula “Fuck the Eu!” (la Ue si fotta).
Intanto i buoni dem Usa minacciavano la Germania perché partecipava al monumento della cooperazione euro-russa: i gasdotti Nord Stream, fatti saltare nel 2022 da terroristi ucraini con complicità americane e polacche. Altro che droni o palloni aerostatici da attribuire alla guerra ibrida russa: quelli servono a tenerci con naso all’insù per farci dimenticare il più grave attacco ibrido all’Europa dal 1945. E tutti gli altri graziosi regalini degli “amici” yankee: le bombe sulla Serbia che hanno destabilizzato i Balcani, le invasioni di Afghanistan e Iraq che ci hanno infestati di terroristi islamici, i raid in Siria e in Libia che ci hanno inondati di migranti. Tutte guerre perse dagli Usa, ma pagate da noi europei, inclusi quelli così beoti da avervi pure partecipato. Nel 2016, intervistato da The Atlantic, Obama parlava degli europei come oggi Trump: “Dovete pagare la vostra quota”, “mi irritano questi free riders” (portoghesi, scrocconi). Ma si guardò bene, come ora Trump, dal ritirare le basi militari, i soldati e le testate nucleari Usa dai Paesi Nato. L’Europa agli Usa interessa eccome, e non per difenderla (non abbiamo nemici, anche se ce ne inventiamo uno all’anno): per presidiare il Mediterraneo e il Baltico e per controllarci. Solo che ci danno per scontati, ben sapendo che obbediremo sempre prim’ancora di ricevere gli ordini: come sui dazi al 15% e sul 5% di Pil alla Nato. Perché perdere tempo a discutere con la servitù?

L'Amaca

 

La volpe è nel pollaio
di Michele Serra
La scalata di Netflix a Warner Bros, non ancora ratificata, sembra fatta apposta per farci capire se nel capitalismo del terzo millennio l’antitrust e la lotta ai monopoli sia ancora un fattore attivo oppure solo un cascame novecentesco. Ovvero se il capitalismo sia ancora disposto ad ammettere regole o non ne conosca al di fuori della legge del più forte che fagocita il più debole.
Vedremo come si pronunceranno in proposito gli enti regolatori degli Stati Uniti – ammesso che Trump non ficchi pure loro, a male parole, nel novero degli enti inutili che si impicciano di cose che non li riguardano. Nell’attesa, fa una certa impressione ricordare che, nei dintorni della caduta del Muro e del disastro dell’economia pianificata di Stato, legioni di ottimisti pronosticarono che il trionfo mondiale del liberismo (allora in piena sintonia con la globalizzazione) avrebbe prodotto, a pioggia, un contagio virtuoso, e un moltiplicarsi febbrile dello spirito imprenditoriale. Fu la stagione (breve) degli yuppies, degli impiegatini che si atteggiavano a manager, in uno sforzo simulatorio di “capitalismo popolare” che si rivelò ben presto, anche prima della grande crisi del 2008, molto differente da quanto promesso, o ingenuamente immaginato.
Il rattrappirsi del ceto medio, la crescita vertiginosa degli oligopoli della tecnologia e della distribuzione commerciale, sono invece lo sbocco visibile e tangibile del neoliberismo: e non assomigliano alle premesse dei suoi propagandisti di allora. L’idea di un possibile quasi-monopolio anche nella produzione dell’immaginario sorprende, dunque, quanto scoprire che la volpe è entrata nel pollaio. Ci era già entrata da un bel pezzo.

sabato 6 dicembre 2025

L'Amaca

 

Sopra la nazione niente
di Michele Serra
Nel documento dell’amministrazione Trump denominato “Strategia nazionale”, in realtà un vero e proprio rapporto sullo stato del mondo, l’Unione Europea viene tirata in ballo, oltre che per decretarne la rottamazione, come «uno degli organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica». Di conseguenza si annovera, tra le piaghe del vecchio continente, la «perdita delle identità nazionali».
Nel caso non si fosse ancora capito, per Trump (esattamente come per Putin) non sono i singoli Stati europei, è l’Unione il nemico da combattere. Nella visione sovranista tutto ciò che sottomette il concetto di Nazione a vincoli più ampi è opera del Maligno. Il solo modo legittimo di trascendere i propri confini è allargarli invadendo altre Nazioni, o rovesciare, in altre parti del mondo, i governi sgraditi.
Ma sopra la Nazione, concettualmente, nessuna entità, nessun ordine, nessuna legge può darsi. Non deve esiste arbitro, nel match tra le Nazioni, non l’Onu, non il Tribunale dell’Aia, non l’appellarsi a diritti universali che puzzano di cosmopolitismo (mondialismo, dicono i fascisti). L’identità nazionale è racchiusa nel triangolo Dio Patria Famiglia, e peggio per chi non ci si ritrova. E la guerra — che altro? — rimane la sola forma percepibile di regolamento dei conti.
A questo punto è interessante chiedersi se e quando la Chiesa di Roma, rimasta forse la sola istituzione sovranazionale del Pianeta funzionante e influente, entrerà in conflitto con la nuova egemonia sovranista. Chissà se il Papa americano si fa domande e si dà risposte, su questo passaggio così antievangelico della storia umana: nel quale non è più l’umanità intera, la fonte e l’oggetto del diritto. Sono le Nazioni più forti e più ricche. Il resto non esiste, e se esiste va cancellato.

Osservatorio psichiatrico

 

Missili con vaselina
DI MARCO TRAVAGLIO
Dopo i guerrafondai che si fan chiamare “volenterosi” e preparano le “truppe di rassicurazione” per l’Ucraina, dopo il riarmo da 800 miliardi che da Rearm Eu diventa Readiness 2030 (prontezza tra 5 anni: un ossimoro) e poi Preserving Peace (preservare la pace: altra barzelletta), dopo il monito di Cavo Dragon Ball a essere “proattivi” (cioè ad attaccare la Russia per primi, sempre per la pace), il bellicismo alla vaselina per fregare la gente fa un altro salto di qualità con Crosetto. Che si inventa una paradossale “leva volontaria”. Per il dizionario Treccani, la leva è “il servizio militare prestato all’età stabilita dalla legge dove esso sia obbligatorio”. Ergo la leva o è obbligatoria o non è leva, ma esercito professionale, come il nostro dal 2005. Il sospetto è che queste furbate linguistiche servano a prepararci per gradi alla vera leva, quella obbligatoria: ma non quella dei Padri costituenti (Calamandrei esaltava l’“esercito di popolo”, cioè democratico, unito al “ripudio” della guerra), bensì quella della guerra mondiale che mezza Ue fomenta per giustificare i dobloni buttati nel riarmo.
Giovedì a Otto e mezzo Vaselina Bernabè, con l’aria volpina e suadente del piazzista che offre alla massaia due fustini al posto del Dash, spiegava che “parlare di guerra è eccessivo”: il riarmo è solo per la “guerra ibrida”. Niente armi o soldati al fronte: roba pulita, asettica, senza schizzi di sangue, “una difesa molto sofisticata contro attacchi politici, cibernetici, satellitari” (tipo – l’ha detto davvero – “quando gli inglesi votarono la Brexit sotto influenza della Russia”). Strano. Crosetto vuole “una parte kombat sempre più ampia”. L’Ue compra carrettate di missili, droni, bombe, munizioni, cannoni, carri armati, caccia e pure “armi controverse” (ah, bricconcelle!): cioè ordigni nucleari, uranio impoverito, laser accecanti, fosforo bianco, robot killer. E manda alle stelle i titoli dell’industria militare pesante, purtroppo calati quando è uscito il piano di pace di Trump. Il Sole 24 Ore schiera la bellezza di 21 pareri di generali e manager di aziende militari in orgasmo per il Piano Crosetto, con titoli perentori e imperativi per tutti: “Ora i conflitti sono simultanei”, “Serve approccio integrato”, “Siamo flessibili e completi”, “Deterrenza solida da coesione”, “La parola d’ordine velocità” (Cingolani), “Nuove minacce da affrontare”, “Armi cyber diffuse in guerra oggi”, “Fase di crescita per le imprese”, “Forte accelerazione da simulazione” fino all’immortale “Fari puntati sul mare profondo”. Mancano solo “Vincere e vinceremo”, “Marciare non marcire”, “Molti nemici molto onore”, “Credere obbedire combattere”. Ecco, devono avere tutti equivocato: mica prepariamo la guerra, solo computer e satelliti. Ma ora ci parla Bernabè.

Corrispondenza

 

Giovedì scorso Antonio Padellaro aveva scritto:

Su Albanese il Pd avvitato nell’ipocrisia
DI ANTONIO PADELLARO
Lasciar perdere la cittadinanza onoraria, ma limitarsi a esprimere solidarietà alla Palestina e alla Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi dopo le sanzioni americane. L’esilarante “punto di caduta” escogitato dalla maggioranza di Palazzo Vecchio a Firenze (Pd e Avs) sulla onorificenza negata a Francesca Albanese la dice tutta sul costante testacoda della classe politica dem (e affini). Che come certi ragazzini viziati vuole sempre averla vinta e se non ci riesce si porta via il pallone.
Il caso è noto: Albanese pur condannando l’assalto a Torino della squadraccia ProPal con devastazione della redazione de La Stampa lo ha definito, con espressione sconsiderata, un “monito” ai giornalisti “perché tornino a fare il proprio lavoro”. E qui comincia il teatrino grottesco a cui danno vita la sindaca progressista di Firenze Sara Funaro e, per certi versi, Matteo Lepore a Bologna. Che dopo avere sgomitato per essere i primi a consegnare alla Albanese cittadinanze onorarie, chiavi della città, medaglie e collari vari (erano i giorni delle grandi manifestazioni a favore della Palestina, un richiamo irresistibile per i “buoni” a caccia di consenso) adesso che lei è diventata “cattiva” se ne vogliono liberare.
Forse perché toccata da inaspettata (e insperata) popolarità ad Albanese capita di straparlare (Liliana Segre definita “poco lucida”, il sindaco di Reggio Emilia cazziato mentre la omaggiava per avere osato citare gli ostaggi nelle mani di Hamas), però delle due l’una. O parliamo di un personaggio la cui opera a favore del popolo palestinese e contro la pulizia etnica attuata dal governo Netanyahu resta meritoria. In tal caso la cittadinanza onoraria va mantenuta, pur nella critica sacrosanta al “monito”. Perché se bastasse una parola sbagliata, sbagliatissima a cancellare di colpo un encomiabile e coraggioso lavoro, allora vorrebbe dire che tutti quei riconoscimenti erano falsi, falsissimi. Così come il cinismo si addice alla destra, l’ipocrisia della sinistra può raggiungere delle vette abissali.


Oggi Francesca Albanese risponde così sul Fatto:


“Straparlo? Il rumore intorno a me un’arma per distrarre da Gaza”
DI FRANCESCA ALBANESE
Caro dottor Padellaro, ho letto con attenzione il suo commento sul Fatto di giovedì e l’ho apprezzato; mi permetto, però, alcuni piccoli chiarimenti, necessari per correttezza verso il mio ruolo oltre che persona.
Non credo di “straparlare”: esprimo ciò che penso, rendendomi disponibile a rispondere a giornalisti di tutto il mondo ogni giorno, tra continue conferenze e un delicato lavoro di inchiesta che da tre anni mi porta a confrontarmi con istituzioni, accademie e società civile dei cinque continenti. Le mie posizioni sono il frutto di studio, esperienza sul campo e un mandato Onu che non si improvvisa. I tanti riconoscimenti ricevuti dovrebbero essere motivo di orgoglio anche per l’Italia. Capisco che alcune mie critiche possano apparire “fuori dal coro” italiano; ciò non le rende meno fondate. Se talvolta il mio tono è sembrato brusco me ne assumo la responsabilità. Ma trovo francamente disturbante la reazione scomposta seguita alle mie parole dopo l’aggressione alla sede de La Stampa.
Non ho mai – MAI – auspicato violenza contro chicchessia (come potrei io che da una vita mi batto contro la violenza in tutte le sue forme?), né inteso che ciò che è accaduto servisse da “avvertimento” ai giornalisti, come qualcuno ha fantasiosamente suggerito, pontificando sulla parola “monito” e sul virgolettato trasfigurato ad arte all’interno del quale è stato fatto circolare. Il mio richiamo era, ed è, alla necessità di riflettere sul diffuso clima di imprecisione, superficialità e violenza verbale ed epistemica consolidatosi in Italia, di cui la copertura mediatica della Palestina è esempio. Un clima da cui tutti dovremmo difenderci, ciascuno facendo il proprio lavoro con rigore.
Difendo la libertà d’espressione ogni giorno, inclusa quella degli attivisti israeliani che operano nel Territorio palestinese occupato pagando spesso un prezzo alto per questo. Proprio per questo considero gravissimo che oltre 220 giornalisti siano stati uccisi a Gaza negli ultimi 750 giorni, un fatto che in Italia passa quasi sotto silenzio (quando non viene addirittura liquidato con insinuazioni indegne). In un ordine di valori universale, l’uccisione anche di un solo giornalista è decisamente più grave dell’imbrattare un muro (pur essendo anch’esso un gesto da condannare), per cui fa spavento che la mattanza di giornalisti in corso a Gaza (assieme a medici, scienziati, accademici, bambini) non susciti una reazione pubblica almeno altrettanto seria, lucida e compassionevole.
Quanto al suo riferimento alla mia presunta “popolarità inaspettata e forse insperata”, Le assicuro che non è certo motivo di giubilo. Ne farei, anzi, molto volentieri a meno, dato che è il frutto dell’essere divenuta testimone – quasi oculare – di un genocidio, e delle persecuzioni seguite alle denunce che il mio ruolo mi impone di formulare. Trovo infatti che l’attuale rumore attorno alla mia persona stia servendo a continuare a ignorare i crimini incessanti di Israele e, insieme, a non raccontare la straordinaria presa di coscienza che sta attraversando l’Italia. L’abbiamo vista di nuovo, potente, limpida, incontestabile, riversarsi per le strade di Genova e Roma il 28 e 29 novembre: decine di migliaia di cittadine e cittadini rispondere alla chiamata dei camalli di Genova, i portuali, dei sindacati di base, degli studenti, di persone comuni che non vogliono più essere bestie da soma, e pretendono di sapere perché debbano portare fardelli insopportabili. Il fardello del genocidio, commesso anche con il loro involontario contributo; ma anche quello di un futuro ipotecato mentre i soli a prosperare sono i produttori di armi e di sistemi di sorveglianza.
Questo mi permette anche una riflessione sul tema, certo non prioritario, delle cittadinanze onorarie, delle chiavi, dei sigilli e dei premi che ho iniziato a ricevere subito dopo essere stata sanzionata dagli Usa la scorsa estate. Ho sempre risposto allo stesso modo: non conferitemi nulla se non potete sostenerne il peso. Per quanto le sanzioni siano gravi e vessatorie, la vera vittima non sono io ma il popolo palestinese, travolto da una furia genocida che in soli due anni ha ucciso o ferito 200.000 persone a Gaza e lasciato quasi due milioni di sopravvissuti senza casa, costretti a vivere in tende allagate, con poco cibo e quasi nessun medicinale. Per questo mi considero, al massimo, una custode temporanea di quei riconoscimenti, e soprattutto del dovere che essi comportano. Chi me li offre sa che essi comportano coerenza politica. Come hanno fatto quei Comuni e altri enti e istituzioni che hanno avuto il buon senso di interrompere i rapporti con uno Stato oggi sotto processo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
Dinanzi a tutto questo non vedo alcuna ragione per mascherare il mio sgomento di fronte a un ordine internazionale che, grazie alla complicità di troppi Stati e di chi tace o giustifica i crimini che andrebbero invece denunciati, si è tragicamente, e pericolosamente, inceppato. E quando il sistema pubblico, dalle istituzioni all’informazione, abdicano al proprio compito, il prezzo lo pagano sempre i più vulnerabili.
La ringrazio comunque per aver posto la questione con misura. Il confronto civile resta essenziale, soprattutto ora, mentre la libertà di parola si restringe e mentre, altrove, si muore per raccontare la verità. Io continuerò a fare il mio lavoro, con rigore e senza infingimenti, come si addice a chi cerca di servire il diritto, incurante dell’opportunità del momento.
Con stima.
La ringrazio. AP

Quando ci vuole...


 

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